Archivio | febbraio 1, 2013

Spagna, le tangenti affossano la destra / VIDEO: Abucheos contra la corrupción política en la calle Génova de Madrid

Abucheos contra la corrupción política en la calle Génova de Madrid

Pubblicato in data 01/feb/2013

Concentración en la calle Génova, ante la sede del PP, en contra de la corrupción, y exigiendo la dimisión del gobierno.
¡El presidente es un delincuente!
¿Dónde están nuestros sobres?
Madrid 31-01-2013

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(© Gettyimages) Le proteste di fronte alla sede del Partito popolare.

Spagna, le tangenti affossano la destra

La corruzione investe il governo di Rajoy. La corona affonda in un giro di fatture gonfiate. E i cittadini perdono le speranze

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di Giovanna Faggionato

A calle Genova 13 sono tornati gli indignados. «Siamo venuti per la busta», gridavano i madrileni la sera del 31 gennaio sotto la sede del Partito popolare travolto dalla Tangentopoli iberica. «Con affetto, Barcenas», recitavano i cartelli con il nome del tesoriere che per 11 anni ha custodito le mazzette e distribuito le prebende al partito di governo. Erano in centinaia a protestare di fronte al quartiere generale del centro destra: cittadini arrabbiati, militanti del partito popolare delusi, sostenitori socialisti desiderosi di prendersi una piccola, tristissima, rivincita.

AMMISSIONI ILLUSTRI. Era successo anche il 13 gennaio allo scoppio dello scandalo. Ma ora che sono arrivate le prove, le prime ammissioni illustri, adesso che anche il premier Mariano Rajoy è stato investito in prima persona e accusato persino di essersi fatto pagare le cravatte con i soldi dei conti in Svizzera, il cuore di Madrid è tornato a traboccare. La strada dei popolari era una vena pulsante di indignazione, di giovani e vecchi, donne e uomini: una massa indistinta di popolo.

CAPITALE CORROTTA. Sono tornati gli indignados, ma ormai hanno solo il sarcasmo da impugnare. Qualcuno canta, ma c’è poco da cantare. Il Partito socialista è morto con la bolla immobiliare. E adesso si scopre che tutti hanno partecipato all’abbuffata. I popolari prima si sono arricchiti a sbafo con le tangenti del boom edilizio e poi, quando la bolla è esplosa, ne hanno tratto vantaggi alle urne.
E nemmeno la monarchia che ha scoperto l’America sopravvive più agli scandali e alla tentazione di ‘rubare’ soldi al fisco e ai propri sudditi. Gli affari sporchi del genero reale Inaki Urdangarin stanno mettendo nei guai l’infanta Cristina e persino re Juan Carlos.
Doveva essere solo una crisi economica quella spagnola, ma la capitale è corrotta e l’intera nazione e le sue istituzioni sembrano infette.

I documenti provano il sistema di corruzione all’interno del Pp

Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy.(© Gettyimages) Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy.

La poltrona del primo ministro Mariano Rajoy traballa. Finora, nonostante la scoperta del conto da 22 milioni di euro alla Dresdner Bank intestato al tesoriere Barcenas e nonostante l’inchiesta Gurtel sulla corruzione del partito avesse già portato in galera alcuni amministratori locali, Rajoy era riuscito a tenere testa alle polemiche. E anche ai popolari più critici, a quelli che chiedevano chiarezza.

VERTICI SOTTO ACCUSA. Ora però il cerchio si sta stringendo. El País ha pubblicato alcuni documenti che proverebbero il sistema di corruzione in vigore all’interno del Pp. E ha snocciolato i nomi dei gran colonnelli, dei quadri del partito coinvolti: ex segretari e vicesegretari, ex ministri degli Interni e anche ministri dell’Economia e direttori del Fondo monetario internazionale.
Sotto accusa, ci sono anche lo stesso Rajoy e il segretario María Dolores de Cospedal. La reazione è stata immediata e scomposta.
Cospedal ha gridato al complotto: «È abbastanza sorprendente che proprio quando è iniziata la ripresa (economica ndr) siano uscite tutte quelle notizie». «Qualcuno tenta di danneggiare il PP, il governo e il presidente», ha dichiarato.

LA STRETTA DI RAJOY. Rajoy intanto ha convocato la cupola del partito per il 2 febbraio. Il premier potrebbe chiedere ai suoi un’operazione trasparenza e la pubblicazione dei redditi personali. Mentre il 3 volerà a Berlino da Angela Merkel, sua storica alleata, a sfruttare la reputazione di rigore della collega.
Ma potrebbe servire a poco. La bolla immobiliare ha travolto il partito di José Luis Zapatero. Ma a nutrirla c’erano anche le politiche degli amministratori popolari.
Che hanno costruito cattedrali nel deserto e, secondo le accuse, incassato un giro di tangenti sulle grandi opere della Spagna del boom. Erano gli anni in cui l’abbandono scolastico era schizzato al 31,2%, perché i giovani all’università preferivano l’edilizia. E in cui le le agenzie immobiliari iberiche hanno accumulato un debito da 320 miliardi. Ora si scopre che quei numeri sono un’eredità condivisa.

E la corona affonda in un giro di fatture gonfiate con soldi pubblici

Gli indignados in Calle Genova di fronte al quartier generale del Pp.(© Gettyimages) Gli indignados in Calle Genova di fronte al quartier generale del Pp.

Non c’è consolazione per i cittadini iberici e non c’è istituzione che si salvi. Mentre il governo di Madrid trema, la corona affonda in un altro scandalo. La magistratura ha messo sotto accusa Carlos García Revenga, il segretario delle principesse Elena e Cristina, coinvolto in un giro di fatture gonfiate con soldi pubblici, messo in piedi dal marito di Cristina, Inaki Urdangarin.
Un affare da 6 milioni di euro: tutti fondi pubblici passati dalle casse di due fondazioni controllate dal genero del re e dall’infanta. E i documenti della procura mettono in difficoltà persino il re, che avrebbe fatto pressioni perché gli affari di Inaki andassero a buon fine.

«BASTA IMPUNITÀ». Così, tra le macerie dello Stato, monta una rassegnazione molto italiana. «La corruzione è in tutti i partiti e in tutti i sindacati, non serve manifestare di fronte alla sede del Pp o del Psoe, manifestiamo di fronte a tutti i comuni di tutta la Spagna, per dire ai politici di ogni schieramento che non sopportiamo più l’arroganza e l’impunità», ha proposto un lettore di El País.
«A questo punto non c’è alcun riferimento onesto, un leader indiscusso, chiaro e trasparente: la Spagna ha una leadership senza leader», gli ha fatto eco un altro. «La Casa reale, la Chiesa, il governo… sono tutti immersi in una palude nauseante di corruzione. Questa è una società depressa. Stiamo attraversando un periodo difficile, ma quello che è grave è che siamo senza speranza, senza illusioni».

Venerdì, 01 Febbraio 2013

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fonte lettera43.it

METEO – Fine del bel tempo, arrivano vento, neve e pioggia

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Fine del bel tempo, arrivano vento, neve e pioggia

01 febbraio 2013

Ultime ore in compagnia dell’alta pressione delle Azzorre che sta garantendo da giorni tempo stabile, soleggiato e mite al centro-sud e cieli grigi sulla Val padana e sulle Marche con clima rigido anche di giorno per via dell’effetto freezer che soprattutto sull’Emilia mantiene valori termici costantemente negativi. Questa sorta di limbo meteorologico ha i minuti contati: dalal serata di venerdì arriva una forte perturbazione spinta da aria fredda di origine polare.

GUARDA IL METEO CITTA’ PER CITTA’

Gli esperti del portale http://www.ilmeteo.it avvertono che nel week end arriva una vera e propria sciabolata artica portata dalle correnti in discesa dal Circolo Polare e dalla Finlandia con conseguente formazione di un complesso ciclone mediterraneo ad occhiale ovvero con due occhi posizionati uno sul mar Tirreno e uno sull’Adriatico, in una configurazione fortemente perturbata.

Sabato il maltempo colpirà prima il nord , poi il centro e la Sardegna, con venti forti di maestrale dalla Sardegna e dalle Bocche di Bonifacio verso il Tirreno e i venti di Bora da Trieste, fino a 100km/h. La neve scenderà di quota fino a diventare mista a pioggia in pianura sull’Emilia e nevicate più copiose imbiancheranno le colline oltre i 200m e nella notte la neve cadrà a quote basse collinari anche su Toscana, Umbria e Marche.

Domenica il maltempo colpirà le regioni centrali diretto verso il sud e Sicilia, con la neve che imbiancherà l’Umbria, le Marche, l’Abruzzo e il Molise fin a quote bassissime, poco sopra il livello del mare.

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fonte unita.it

Giovanardi: a picchiare Cucchi sono stati gli spacciatori. La sorella: “Superato ogni limite”

La sorella di Stefano CucchiLa sorella di Stefano Cucchi

“La sorella sta sfruttando la sua tragedia per fare politica”. Ilaria: superato ogni limite

Giovanardi: a picchiare Cucchi sono stati gli spacciatori

“E’ evidente che Ilaria Cucchi sta sfruttando la tragedia del fratello”. Così Carlo Giovanardi, a Radio24. La replica di Ilaria Cucchi: “Giovanardi ha superato tutti i limiti, ho incaricato il mio avvocato di procedere contro di lui”

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Roma, 01-02-2013

“E’ evidente che Ilaria Cucchi sta sfruttando la tragedia del fratello”. Così Carlo Giovanardi, a Radio24, critica la scelta della sorella di Stefano Cucchi di candidarsi nelle liste di “Rivoluzione civile”.

“Tutte le perizie – ha aggiunto Giovanardi – arrivano alla conclusione che non c’e’ nessuna relazione tra la morte di Cucchi ed eventuali percosse subite. Cucchi era stato ricoverato in ospedale precedentemente 17 volte per percosse, lesioni e fratture subite dai suoi amici spacciatori”.

“Tre poveri agenti di custodia – prosegue Giovanardi – sono massacrati da quattro anni perche’ dappertutto e’ stato detto che lui e’ stato massacrato di botte e il processo invece sta dimostrando il rovescio, cioe’ che e’ morto perche’ era debole, aveva una serie di patologie. Ha fatto lo sciopero della fame e i medici invece di curarlo l’hanno lasciato morire prendendo per buona la volonta’ di una persona che non sapeva gestirsi”.

Gli agenti sotto processo sono per Giovanardi “tre poveri cristi che lavorano per 1200 euro al mese e subiscono un processo su un’accusa costruita sul nulla”. Su Ilaria Cucchi, Giovanardi ha aggiunto: “Come succede sempre in Italia su fatti come questi, si costruisce una carriera politica e la sorella e’ diventata capolista di un partito. Era evidente che sarebbe finita cosi'”.

“Suo fratello e’ una vittima, era una persona malata, ha tentato piu’ volte di recuperarsi, ha avuto una vita difficile da tossico e spacciatore. Ma da questo alla Provincia di Roma che gli voleva intitolare le scuole come se fosse un esempio ai giovani, non ci sto. E’ come con Carlo Giuliani: certo Giuliani e’ una vittima, poveretto. Ma si possono intitolare a lui le sale del Parlamento? Io dico no, perche’ quando e’ morto stava per ammazzare tre carabinieri”.

La sorella: Giovanardi ha superato tutti i limiti
“Giovanardi ha superato tutti i limiti, ho incaricato il mio avvocato di procedere contro di lui”. Così Ilaria Cucchi replica al senatore del Pdl Carlo Giovanardi, che l’ha accusata di sfruttare la vicenda del fratello morto per entrare in politica, candidandosi con Rivoluzione civica.

“Su di me possono dire tutto – dice Ilaria Cucchi – ma non permetto che si infanghi il nome di mio fratello, rinnovando il dolore dei miei genitori”. Stefano Cucchi mori’ nel 2009 in ospedale a Roma, una settimana dopo essere stato arrestato per droga. “Ogni giorno Giovanardi fa dichiarazioni su Stefano – dice ancora la sorella – e’ lui che lo usa in campagna elettorale. Se saro’ eletta la prima cosa che faro’ e’ mettere mano alla sua legge criminale” sulla droga.

Tra le affermazioni di Giovanardi, quella che Stefano Cucchi “era stato ricoverato in ospedale precedentemente 17 volte per percosse, lesioni e fratture subite dai suoi amici spacciatori”. “Non dico che la circostanza non sia vera, dico che va contestualizzata – afferma Ilaria Cucchi – Giovanardi non sa di cosa sta parlando, ignora le carte processuali”.

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fonte rainews24.it

VOTO, UN DIRITTO VIOLATO – Dopo gli Erasmus, la protesta dei “fuori sede”. In rete le proposte di “Voglio votare”

QUEI 25MILA STUDENTI ERASMUS SENZA DIRITTO DI VOTO. MA NON ERAVAMO TUTTI CITTADINI EUROPEI?

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Pubblicato in data 25/gen/2013

http://www.byoblu.com L’intervento di Claudio Messora, a L’Ultima Parola del 25 gennaio 2013

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Studenti Erasmus – fonte immagine

Dopo gli Erasmus, la protesta dei “fuori sede”.
In rete le proposte di “Voglio votare”

Una mobilitazione per difendere un “diritto costituzionale”. Migliaia le adesioni da tutte le università italiane. Gli studenti preparano una “votazione simbolica” e chiedono alle Istituzioni di accogliere le loro ragioni

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di CARMINE SAVIANO

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ROMA Non solo Erasmus. Anche i “fuori sede” degli atenei italiani protestano, reclamano, accusano il governo e le Istituzioni di negare loro “un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione”. Vogliono votare. E non tutti hanno i mezzi per poterlo fare: tra costi di viaggio e impegni con l’Università. Al polverone sollevato dagli studenti italiani all’estero per il programma Erasmus, non potendo modificare la legislazione vigente per una questione di tempi tecnici, il ministero dell’Interno ha risposto stringendo una serie di convenzioni con i principali vettori del trasporto per consentire degli sconti ai cittadini italiani che hanno necessità di spostarsi presso il proprio seggio elettorale. Alitalia, in particolare, ha preparato una serie di offerte scontate per chi torna in Italia in quei giorni.

Ma anche gli studenti fuori sede, disseminati sul territorio nazionale e lontani dal luogo di residenza, non demordono. E mettono in cantiere una consultazione “simbolica, telematica” per partecipare comunque alle prossime elezioni politiche. Sono il gruppo “Voglio Votare” e da una settimana lanciano dalla rete proposte e invettive: “Lo Stato Italiano non garantisce questo diritto ai fuori sede e il Governo si ostina a non affrontare il problema”. Per una protesta che parte da lontano.

Perché ci hanno provato in tutti i modi negli ultimi cinque anni. La centrale operativa del gruppo è a Torino, al Collegio Universitario “Renato Einaudi”. Dicono a Repubblica.it: “La nostra non è un’operazione estemporanea. Tra noi ci sono persone che lavorano da anni per risolvere questo problema”. Ricordano la petizione “Io voto fuori sede”, più di diecimila adesioni. E, soprattutto, mettono l’accento sui “loro” disegni di legge. “Uno doveva essere discusso al Senato, presentato dal senatore dell’Idv, Pardi. Era in fase di approvazione ma l’iter si è bloccato”. Il risultato è che “ci sentiamo privati di un nostro diritto”. E se è vero che esistono agevolazioni, gli studenti replicano: “Alcuni di noi sono di Lecce, Matera. E studiano a Torino. E il giorno successivo alle elezioni ci sono gli esami. Come facciamo a mettere insieme le due cose?”.

Il lavoro del gruppo è iniziato una settimana fa. Raccontano: “E’ stata una faticaccia. Notti bianche per realizzare il sito”. Spiegano: “L’idea è nata quando abbiamo visto il caso sollevato dagli studenti in Erasmus. Si parlava solo di loro. Ma in Italia c’è anche la nostra questione”. Annunciano: “Non resteremo confinati in rete. Abbiamo in cantiere delle manifestazioni nelle maggiori città universitarie italiane. Certo ci sono problemi organizzativi, ma il 16 febbraio alle 16 faremo sentire le nostre ragioni”. Una serie di flashmob, per adesso sicuramente a Torino e Bologna. Ma gli studenti non escludono che la lista possa allungarsi.

Non mancano comparazioni con realtà europee e internazionali. “Non capiamo perché non ci viene assicurato questo diritto: in Olanda esiste il voto per delega, in Thailandia è possibile votare online”. E il ddl presentato prevedeva, in sostanza, la possibilità “per chi dimostra di essere fuorisede, ma anche per chi lavora fuori dal proprio comune di residenza, di votare comunque”. Nulla di fatto. Gli studenti scrivono: “La proposta è stata bloccata per motivi tecnici: si è data precedenza alla legge elettorale. Purtroppo la situazione resta immutata: si voterà con il Porcellum e si negherà di nuovo il diritto di voto a tutti i fuori sede che non potranno tornare nel paese di residenza”.

L’altra strada percorribile è quella della “sospensione didattica prolungata”. Uno stop a lezioni ed esami per consentire ai ragazzi di muoversi con maggiore tranquillità. Ma, ad oggi, c’è una risposta positiva e generalizzata da tutti gli Atenei. “Stiamo ancora discutendo, ma non ci sono decisioni definitive al riguardo”. Infine il punto sull’accoglienza alla loro mobilitazione: “La questione che abbiamo posto è completamente a-partitica. Ma dobbiamo rilevare che negli ultimi giorni gli unici che hanno dimostrato un certo interessamento sono stati i Cinque Stelle”. (01 febbraio 2013)

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APPROFONDIMENTI

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fonte repubblica.it

EL SALVADOR – Il battaglione Atlacatl, armato e addestrato dagli USA, e il massacro di El Mozote / VIDEO: Rufina Amaya

Rufina Amaya


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Caricato in data 01/ott/2007

A first hand discourse by Rufina on her escape from the El Mozote massacre

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Questo è il mio giorno della Memoria

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DI PAOLO BARNARD
paolobarnad.info

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“Quella sera di dicembre del 1981 le truppe d’elite salvadoregne del battaglione Atlacatl si trovano impegnate in manovre di contro insurrezione nella provincia di Morazàn, di cui il villaggio di El Mozote fa parte; ufficialmente la mira era di stanare alcuni membri del FMNL dai loro covi montani. Rufina Amaya era nella sua casa, con i suoi figli, molti altri stavano tornando dalla chiesetta edificata su un lato del piazzale al centro di quello sperduto borgo contadino, faceva freddo. L’irruzione dei soldati fu improvvisa: “Dapprima i militari ci tennero tutti distesi a pancia in giù, poi le donne furono portate in due case diverse, quella di Marques e quella di Benita Dias; gli uomini furono portati in chiesa, e così ci fecero passare la notte”, inizia questa donna che proprio non ha nulla nell’apparenza che possa tornarmi utile per descriverla. E’ ordinaria, lunghi capelli ancora neri raccolti in una coda di cavallo, volto tondeggiante, bassa, sovrappeso, occhi che esprimono nulla. Ed è questo che colpisce: gli occhi di chi ha vissuto l’inimmaginabile forse sono sempre così, uccisi da ciò che hanno visto.

Rufina continua, la voce in una sorta di cantilena: “La mattina seguente arrivò un elicottero e cominciarono a torturare gli uomini. Poi a mezzogiorno cominciarono con le donne e lì iniziò la strage.”  Dapprima i soldati fecero fuoco all’impazzata su qualsiasi cosa si muovesse, e infatti ancora oggi quella parte di El Mozote è rimasta così, congelata nel tempo, con i muri crivellati di proiettili, le rovine delle abitazione bruciate, persino gli oggetti di casa ancora sparsi, derelitti e arrugginiti, nelle aie abbandonate; un luogo plumbeo, morto anch’esso e che nessuno da allora ha mai più voluto riabitare. Poi tacquero le mitraglie e fu la volta dell’orgia di violenza all’arma bianca. Rufina: “Io avevo i miei tre figli intorno, tra cui una bimba che ancora allattavo, me li strapparono, così come fecero con le altre madri, e li portarono tutti nella chiesa. Io li sentivo urlare… ‘mamma, mammina aiutaci, ci stanno uccidendo con i coltelli…’”.

Furono sgozzati tutti, quattrocento bambini sgozzati dentro una chiesa. I filmati del ritrovamento dei corpi mesi dopo, che ho ottenuto, mostrano i volontari in guanti di lattice e mascherine sollevare dal terreno minuscole vesti, magliette e calzini come fossero rigidi cartoni incrostati di nero, il sangue rappreso, e lascio ai lettori immaginare cosa mostravano le fotografie del pavimento della chiesa scattate dai primi testimoni giunti sul luogo. Fra loro Santiago Consalvi, un giornalista oppositore del regime, che commentando quelle scene una sera a cena con me e con sua moglie ha solo sussurrato “Dantesche…”, senza aggiungere altro.

Rufina Amaya a quel punto si trova ultima nella fila delle donne inginocchiate che vengono uccise una a una con colpi alla nuca o semplicemente accoltellate. Intorno a lei cadaveri, grida, esplosioni, il fuoco della case cosparse di kerosene, animali domestici che galoppano col pelo in fiamme, il terrore che non si può immaginare.

“Ancora potevo udire le grida di qualche bambino, forse i miei bambini, ma che potevo fare? Pregavo Dio che mi perdonasse, o che mi salvasse, pregavo e piangevo. Poi vidi dietro di me del bestiame misto ai cani, raggruppati fra le piante lungo quel sentiero lì” e me lo indica, una stradina che costeggia un rudere delimitata da una vegetazione cespugliosa, caotica e assai alta, “e approfittai del buio per nascondermici arrancando a gattoni. Rimasi laggiù non so per quanto, ma i singhiozzi che mi uscivano erano troppo acuti, mi avrebbero sentita prima o poi, e allora scavai con le mani un buco nella terra, vi ficcai la testa, e iniziai a urlare.”

Quando molte ore dopo Rufina Amaya tentò di uscire dai cespugli fu immediatamente vista. Le spararono addosso, ma lei si gettò di nuovo nel verde e iniziò a correre nel fitto della boscaglia. Per sei giorni rimase a vagare come un animale, poi fu raccolta da una contadina che viveva con i figli in una grotta in condizioni poco migliori delle sue, ma le salvò la vita.
Al termine di quarantotto ore di orgia di violenza, i terroristi del battaglione Atlacatl sterminarono ottocento abitanti di El Mozote, e cioè tutti meno Rufina, e altri quattrocento nei dintorni. Mille e duecento vittime civili, contadini, donne e bambini, neppure un guerrigliero fra loro.

La donna che mi ha raccontato tutto questo ora si alza e mi fa cenno di seguirla. Poco distante si ferma e punta il dito contro un portone che ancora è retto da un muro bruciato e in cima al quale qualcuno inchiodò un asse di legno con una scritta, anzi, una firma. Armando (il mio interprete e autista) traduce quelle parole che furono evidentemente scarabocchiate con un pezzo di carbone: “Qui è stato il battaglione Atlacatl, il padre dei sovversivi, seconda compagnia. Avete fatto una cagata, figli di puttana. Se avete bisogno di palle chiedetele per corrispondenza al battaglione Atlacatl. Gli angioletti dell’inferno.”

Ebbene, i terroristi delle truppe d’elite Atlacatl, gli psicopatici capaci di fare questo a 400 bambini e a 800 civili inermi, ebbero un sostegno diretto, ripetuto e consapevole proprio dalla nazione che oggi si è posta alla guida della Guerra al Terrorismo, gli Stati Uniti d’America. Le prove di ciò sono schiacciati, nero su bianco ed è un misto di perseveranza e fortuna che pochi giorni dopo il mio incontro con Rufina Amaya io me le ritrovi fra le mani.

In compagnia di Armando mi ero ficcato negli archivi sotterranei dell’Università Cattolica di San Salvador, dove una giovane e distratta responsabile aveva ascoltato la mia richiesta di saperne di più su El Mozote e senza spostarsi di un passo dal ventilatore che la rinfrescava mi aveva solo indicato una stanza a destra in fondo al corridoio, bofonchiando “là ci sono pile di carte lasciate da un ex professore che non so dove sia finito. Nessuno le ha mai più toccate”. Ci troviamo in uno stanzino di due metri per quattro, con una scrivania di metallo spoglia, due sedie e sei pile di scatoloni grigi che in realtà erano neri ma la pasta di polvere che li ricopre gli ha cambiato colore. Mani che diventano subito carboni, caldo soffocante, decine di pacchetti di fazzolettini di carta usati per poter toccare i fogli senza lordarli, acqua, tanta. Ma all’apertura del quarto scatolone arriva la sorpresa. Dopo aver scartabellato articoli e altra roba di nessun interesse, mi ritrovo fra le mani qualcosa di familiare: i fogli fotocopiati con le classiche rigone nere che cancellano nomi riservati, con il timbro “Classified” e la firma del funzionario responsabile, con “fm Embassy to Secstate in Washington D.C.”, oppure ancora “Confidential, Action Copy Telegram, Top Secret”, insomma documenti di Stato americani presi direttamente dagli archivi dei Servizi presso l’Ambasciata USA in Salvador e di cui quel professore era venuto in possesso chissà come.

Il problema, che stempera subito il mio entusiasmo, è che sono migliaia, senza un ordine di date e soprattutto trattano di argomenti di una noia mortale, pedissequamente riportati dagli agenti americani per riferire, per esempio, di quell’articoletto apparso sul tal periodico salvadoregno e che parlava del tal funzionario, di quell’incontro fra il tal businessman e quell’oscuro burocrate di ministero, dell’opinione dall’addetto alla propaganda dell’ambasciata sulla maggiore o minore simpatia espressa dal New York Times per le politiche americane in Salvador o in Honduras.

Io e Armando ci passiamo due pomeriggi e una mattinata senza cavarci alcunché di interessante, e l’unica cosa che mi sorregge è vedere l’entusiasmo di questo meccanico che sta ritrovando un acceso e commovente patriottismo nello sdegno che lo va man mano assalendo mentre, nel seguirmi lungo la mia ricerca in Salvador, è ritornato in contatto con il passato di orrori politici che ha terrorizzato la sua gente per decenni. Lui era solo un ragazzino all’epoca, ma ora mi racconta di come ogni mattina quando si recava al lavoro usava tenere la testa bassa e gli occhi puntati sulla punta delle sue scarpe per non vedere i cinque o dieci cadaveri abbandonati che sempre punteggiavano il percorso da casa all’officina, e che corrispondevano ad altrettante raffiche di mitra udite nella notte. Corpi magari nudi e mutilati dalla tortura, con i testicoli carbonizzati, con fori da trapano nelle braccia o con i solchi dell’acido versato fra le natiche. Armando dice il vero, le foto di quelle atrocità riempiono gli archivi del Rehabilitation Center For Torture Victims di Copenaghen , della Medical Foundation di Londra o di Amnesty International. E non di rado erano giovani donne, cui veniva mozzata la lingua perché le loro grida non demotivassero gli uomini e i cani che le violentavano prima di torturale. Così finivano gli oppositori dei regimi latinoamericani, dal Salvador al Cile, dall’Argentina al Paraguay, ridotti in quel modo da chi “dedicò il suo lavoro alla causa del progresso e della pace..”, e cioè dai Dan Mitrione dell’America nemica giurata dei terroristi, e dai loro allievi aguzzini.

Alla sera del terzo giorno la fortuna ci bacia in fronte. Il nome Morazàn compare per primo in un memorandum Top Secret, poi El Mozote e tutta la storia. E con essi la prova che gli Stati Uniti non solo finanziarono e addestrarono il battaglione Atlacatl, ma seppero del terrore di cui erano capaci, tentarono di negarlo e continuarono imperterriti ad armarli e a proteggerli.
Nel memorandum segreto che il sottosegretario alla Difesa Carl W. Ford spediva nell’aprile del 1990 in risposta alle interrogazioni all’Onorevole John Joseph Moakley in Campidoglio si legge: “..Il battaglione Atlacatl fu in effetti addestrato dai militari degli Stati Uniti nel 1981. Furono addestrati un totale di 1383 soldati. L’addestramento fu condotto nel Salvador.”
Ricordo che l’eccidio di cui fu testimone Rufina Amaya era avvenuto nel dicembre di quell’anno.
La strage di El Mozote fu resa nota al Dipartimento di Stato a Washington nel giro di pochi mesi, ma nonostante ciò l’appoggio americano ai terroristi dell’Atlacatl non cesserà e durerà per altri 8 anni, fino al 1989 quando lo stesso battaglione firmerà un’altra strage, quella dei 6 intellettuali gesuiti e delle due perpetue, massacrati nei locali dell’Università Cattolica nel centro della capitale. Su quel periodo il memorandum di Ford infatti dichiara: “All’interno della valutazione del distaccamento, abbiamo addestrato 150 soldati del battaglione Atlacatl. L’addestramento fu interrotto il 13 novembre del 1989.”

Il cinismo e la menzogna che seguirono, e in cui il governo americano e la giunta salvadoregna fecero a gara per distinguersi, sono testimoniati da un altro documento riservato che un diplomatico americano in Salvador spediva al Dipartimento di Stato nel febbraio 1982. Vi si legge dei tentativi dell’ambasciata statunitense di verificare le voci insistenti che parlavano di una immane strage a El Mozote, e il diplomatico mostra tutta la sua abilità nell’esser riuscito a fare domande scomode ai vertici militari di quel Paese pur rassicurandoli appieno sul continuo appoggio americano. Infatti, egli informa i suoi superiori a Washington di aver notificato al Generale Garcia (l’allora ministro della difesa salvadoregno, nda) che “Tom Enders ha difeso di fronte al Congresso lo stanziamento di altri 55 milioni di dollari in armamenti al Salvador” e poi sempre riferendosi a Garcia aggiunge: “Mi ha detto che la storia di Morazàn e di El Mozote è una favoletta, è pura proaganda marxista senza fondamento. Gli ho risposto che è chiaramente propaganda, sapientemente costruita… E come zuccherino finale, gli ho ricordato che il Washington Post sostiene le nostre politiche comuni.”

Questi documenti provano per la prima volta l’appoggio americano ai terroristi di El Mozote. Tuttavia l’idea, incessantemente ribadita da fonti statunitensi, che il terrorismo neo-nazista delle dittature latinoamericane fosse inventato da una “propaganda marxista sapientemente costruita“ fu l’ostacolo principale che Rufina Amaya incontrò, anni dopo, quando trovò abbastanza forza per raccontare ciò che aveva vissuto. Prima di lasciarla davanti alla porta della sua casa di mattoni grezzi, le avevo chiesto che ragione si era fatta di quel massacro e cosa pensasse del coinvolgimento americano, alla luce del fatto che proprio quel Paese si era poi posto alla guida di un Guerra al Terrorismo. “L’esercito venne qui per un solo motivo”  mi rispose sicura, “ed era di creare terrore. Il terrore non serviva per colpire la guerriglia, serviva a evitare che noi contadini ci organizzassimo. Ma il massacro degli innocenti, qui, ottenne il risultato opposto”. Rufina sembrò non voler rispondre alla seconda parte della mia domanda, e  gliela ripetei. Si girò verso di me e guardando in basso aggiunse: “Sì, potrei chiamarli terroristi, perché vengono nei nostri Paesi con il loro potere grande e fanno queste cose e le fanno in tutto il mondo. Ma per me sono semplicemente degli assassini.”

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In memoria di Rufina, in memoria della smemoratezza di tutti noi, che mai abbiamo eretto alle vittime del nostro benessere alcun monumento. Che Dio, se c’è, ci perdoni. Paolo Barnard

Paolo Barnard
Fonte: http://paolobarnard.info
Link: http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=553
29.01.2013

(Tratto da “Perché ci Odiano”, di P. Barnard, Rizzoli BUR 2006)

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fonte comedonchisciotte.org

FIRMA LA PETIZIONE! – Medicina (Naturale) Proibita

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Medicina Proibita

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FONTE: ECOCOSAS.COM

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Come abbiamo visto nel documentario Plantas que curan, plantas prohibidas, l’Unione Europea, in pieno stile statunitense, si è dimenticata dei suoi cittadini. È dominata da lobbies impresariali e, siccome le piante e i rimedi naturali della nonna non sono redditizi per queste persone (tra l’altro anche perché troppo efficaci), l’UE ha disposto un regolamento affinché cose tanto semplici come coltivare, vendere o realizzare prodotti derivati da piante medicinali sia illegale. A meno che non abbiamo a disposizione milioni di euro per presentare gli studi e le interminabili scartoffie richieste e, con un po’ di fortuna, entro qualche anno ottenere che la nostra pianta sia qualificata come “sicura”, sebbene in molti casi si tratti di piante già utilizzate da migliaia di anni i cui benefici ottenuti dall’utilizzo sono noti a tutti.

Di recente il Parlamento Europeo e il Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea hanno ratificato il Regolamento 1924/2006/CE, in cui, molto ingiustamente, una persona che produce piante medicinali viene equiparata ai laboratori farmaceutici multinazionali.

Sicuramente hanno tenuto conto solo del punto di vista dei grandi laboratori, così i piccoli produttori ed erboristi sono rimasti tagliati fuori. L’applicazione di questo regolamento, in pratica, rende illegale vendere piante medicinali, preparati, pomate e quasi tutto ciò che abbia a che fare con la Medicina Naturale. Infatti, i requisiti richiesti affinché un produttore possa immettere sul mercato il proprio prodotto sono tanto sproporzionati, che non credo esista qualcuno che rispetti tutte le condizioni per poterlo fare, e dubito che possa riscattare l’investimento attraverso la vendita dello stesso.

Da più di un decennio l’Unione Europea si occupa di regolamentare e controllare quasi tutto in materia di Salute: piante, integratori alimentari e alimenti in sé, a quanto dicono per “europeizzare” il diritto alla salute. Ma, nella pratica, solo le grandi multinazionali sono in grado di far fronte alle assurde richieste imposte. Tutto questo va a beneficio di giganti come Danone o Nestlé nel settore alimentare e, in quello farmaceutico, di Bayer, Novartis e molte altre. Infatti, se l’unica scelta possibile è la pastiglia, ditemi voi …

Hanno già stilato vari regolamenti, codici e altri strumenti con i quali colpiscono il diritto di scelta dei cittadini, limitando, inoltre, i professionisti del settore, poiché riducono l’offerta di trattamenti, pregiudicando i piccoli produttori a vantaggio delle multinazionali.

Tutto questo, evidentemente, per “proteggere il consumatore”, ed è questo l’obiettivo con cui è stata creata l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, o EFSA nel suo acronimo inglese (European Food Secutity Agency), con le nuove regolamentazioni. Sono stati presentati a questo ente 44.000 rapporti affinché fossero stabilite le proprietà benefiche di piante o alimenti naturali. La Commissione ha ridotto questo numero a 4.637 a causa delle ripetizioni, perché sembra che diversi stati dell’Unione abbiano inviato rapporti su una stessa pianta. Di questi rapporti inviati nel 2008 solo 222 sostanze sono state autorizzate fino ad oggi. Questo mette in pericolo tutta l’industria degli integratori alimentari, della cosmetica naturale e, ovviamente, della medicina naturale.

Diversi membri della EFSA sono ex-impiegati di imprese di biotecnologie, pesticidi, industrie chimiche e multinazionali dell’alimentazione, sarà un caso?

I nostri governanti ci stanno lasciando senza scelta, per questo è arrivato il momento di agire, di esigere i nostri diritti. In tanti hanno utilizzato e utilizzano prodotti naturali, sono rapidi, economici, fanno parte delle nostre tradizioni, e adesso sono illegali.

Da quando in qua si devono dimostrare le proprietà benefiche del rosmarino, solo per citare un esempio tra migliaia, quando in Europa è utilizzato fin dall’epoca dell’Impero Romano? È disconoscere la storia, la scienza, tutto. È una violazione dei diritti di tutti i cittadini europei.

Sono diversi i collettivi che stanno portando avanti azioni per impedire che ciò accada. L’IPSN (Istituto per la Protezione della Salute Naturale) sta cercando di raccogliere le firme necessarie per presentare una petizione al Parlamento Europeo, per frenare questa pazzia e fornire un nuovo approccio alla questione. Servono un milione di firme provenienti da sette stati membri dell’Unione.

Non lasciamo che un’autorità controlli perfino quello che mangiamo, o che crema usiamo, o se utilizziamo delle erbe digestive.

Instituto para la Protección de la Salud Natural

CLICCA QUI PER FIRMARE LA PETIZIONE

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Fonte: http://ecocosas.com
Link: http://ecocosas.com/salud-natural/medicina-prohibida/
25.03.2012

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da SILVIA SOCCIO

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fonte comedonchisciotte.org

TRATTATIVA STATO-MAFIA – Brusca accusa Mancino «Lui il destinatario del papello»

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fonte immagine

UDIENZA PRELIMINARE PER LA TRATTATIVA STATO-MAFIA

Mafia, Brusca accusa Mancino
«Lui il destinatario del papello»

Parla anche del delitto Lima. «Fu un messaggio indirizzato a Giulio Andreotti»

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di Alfio Sciacca

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Giovanni Brusca (Ansa)Giovanni Brusca (Ansa)
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Giovanni Brusca punta il dito contro l’ex presidente del Senato Nicola Mancino. Secondo il pentito «Nicola Mancino era il destinatario finale del papello», l’elenco delle richieste dei capi di Cosa Nostra per mettere fine alla stagione stragista dei primi anni novanta. Una chiamata in causa clamorosa che è arrivata nel corso dell’udienza preliminare dell’inchiesta per la trattativa Stato-mafia davanti al Gup di Palermo Piergiorgio Morosini. Il «papello», come noto, venne affidato all’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino all’epoca in cui Mancino era ministro dell’Interno. Nel procedimento, Mancino è imputato solo di falsa testimonianza, e ha sempre negato di aver mai saputo nulla della trattativa.

MANNINO – Brusca, che ha accettato di essere interrogato a Roma nell’aula di Rebibbia benchè da imputato avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere, ha sostenuto anche che per fare pressioni sulla politica gli era stato affidato l’incarico di assassinare l’ex ministro democristiano del Mezzogiorno, Calogero Mannino. Poi i capimafia gli avrebbero chiesto di sospendere il piano per l’omicidio. Secondo l’ipotesi di accusa della procura di Palermo Mannino avvio la trattativa con i carabinieri dei Ros proprio perchè sapeva di essere finito nel mirino della mafia e temeva di essere il secondo della lista dopo Lima. Nel processo l’ex ministro sarà processato col rito abbreviato e la sua posizione è stata di conseguenza stralciata.

ANDREOTTI – Nel corso dell’interrogatorio Giovanni Brusca ha anche raccontato che Lima fu ucciso per lanciare un preciso messaggio al suo leader Giulio Andreotti. «Con l’omicidio Lima si voleva colpire politicamente Andreotti» ha detto nel corso dell’interrogatorio. La mafia riteneva Lima e Andreotti responsabili per le pesanti condanne inflitte ai boss nel maxi-processo a Cosa Nostra. Lima, leader degli andreottiani in Sicilia occidentale, fu assassinato il 12 marzo del ’92 a poche settimane dalle elezioni politiche del 5 aprile del 1992. E con riferimento a quella tornata elettorale Brusca ha aggiunto: «Nell’aprile ’92 non avevamo preferenze politiche e neppure indicazioni. Volevamo solo distruggere la corrente andreottiana».

1 febbraio 2013 | 14:15

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fonte corriere.it