Archivio | febbraio 2, 2013

L’Italia perde appeal: in crescita gli stranieri che tornano a casa

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L’Italia perde appeal: in crescita gli stranieri che tornano a casa

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Sono oltre 32mila gli stranieri cancellati dall’anagrafe nel 2011, con un incremento del 15,9% rispetto al 2010. È quello che emerge dagli ultimi dati della Fondazione Leone Moressa. E non solo: secondo gli ultimi dati Istat, infatti, se le cancellazioni dall’anagrafe di cittadini stranieri sono aumentate nel 2011, d’altra parte, le iscrizioni sono diminuite. Tradotto? Sono sempre più numerosi gli stranieri che lasciano il Paese, mentre si appanna il sogno italiano. In chiave sociologica, ciò significa che è in crescita la disillusione, e dunque è più facile andarsene in cerca di mete più promettenti.

Disoccupati stranieri in forte aumento
Sembrano lontani dunque i tempi in cui l’Italia e la stessa Europa erano considerate a tutti gli effetti il sogno di chi aveva grandi aspettative ed era disposto a emigrare ovunque per realizzarle. I motivi di questa inversione di tendenza sono legati alla congiuntura economica che dal 2008 morde l’Italia e il mondo occidentale nel suo insieme, perché nessuno – chi più, come la Spagna, e chi meno come la Francia, solo per fare qualche esempio – ne sembra immune. E i dati sulla disoccupazione mettono in luce le cause del fenomeno: tra il 2008 e il 2011, infatti, il numero di disoccupati stranieri è praticamente raddoppiato, con un incremento di oltre 148mila unità (+ 91,8%), mentre quello degli italiani nelle stesse condizioni è aumentato di 267mila unità. Tra il 2008 e il 2011, il tasso di disoccupazione degli stranieri è cresciuto di 3,6 punti percentuali, passando dall’8,5 al 12,1%, mentre nello stesso periodo il tasso di disoccupazione degli italiani è passato dal 6,6% all’8,0 per cento.

Quando la migrazione continua
Lasciare l’Italia, ma per andare dove? Per gli stranieri disillusi, lasciare il Belpaese non significa sempre la chiusura del ciclo migratorio e il conseguente ritorno in patria, spiega il rapporto della Fondazione Moressa. Spesso questa esperienza prosegue in un altro paese, in grado di garantire quelle opportunità e quelle chance di vita da cui la migrazione prende avvio. È la storia di Abderrahime, di origine algerina, ma con cittadinanza italiana in tasca, e 25 anni di vita in Italia alle spalle. Quest’anno Abderrahime ha deciso di spostarsi, con la sua attività imprenditoriale e con tutta la famiglia al seguito, in Francia: «Lì ci sono più agevolazioni per chi fa impresa – dice senza mezzi termini – qui in Italia rischio il fallimento, con tutte le tasse che ho da pagare».

Fenomeno che riguarda anche i cittadini europei
L’incremento di coloro che lasciano l’Italia dunque riguarda tutte le nazionalità, escluse poche eccezioni per le quali si è registrato un calo delle cancellazioni, come per esempio il Bangladesh (-16,95 per cento). Tuttavia, secondo il rapporto, oltre la metà degli stranieri che lasciano l’Italia per cercare fortuna altrove o al proprio paese di origine sono europei. Se infatti il 17,7% ha origini asiatiche e il 12,2% è africano, le cancellazioni richieste da soggetti provenienti da paesi europei sono state più di 19mila, di cui oltre un terzo rumeno. Tra gli asiatici che lasciano l’Italia, il 30,2% è costituito da cinesi e il 19,1% da indiani. Tra gli americani, invece, sono soprattutto i brasiliani (21,5%) a tentare altre strade fuori dall’Italia.

Nessuna contraddizione per chi torna “a casa”
Ma dietro a questa tendenza, c’è un altro aspetto non di poco conto: sembra che a lasciare l’Italia siano quelle popolazioni provenienti da paesi in via di sviluppo, per cui – si legge nel rapporto – si può ipotizzare una propensione al rientro nel paese di origine oltre che allo spostamento verso altri paesi terzi. Insomma, emigrare rimane il più antico istinto umano di sopravvivenza, che può partire da ogni luogo, così come ad ogni luogo può fare ritorno. L’importante è perseguire l’obiettivo: migliorare le proprie condizioni di vita.

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fonte ilsole24ore.com

Busto del Duce a Cesenatico? E io cancello il mio spettacolo

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Busto del Duce a Cesenatico? E io cancello il mio spettacolo

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di | 2 febbraio 2013

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Amo e vado spesso a Cesenatico e se metteranno il busto di Mussolini in qualche luogo pubblico, nella biblioteca o magari, chissà, proprio nell’atrio del teatro, non vorrei trovarmelo davanti ed essere costretto a sputargli sopra pensando di sputare al Duce e al fascismo.

Il sindaco dice di “stupirsi”, parole sue “come ancora qualcuno non riesca a guardare la propria storia libero da pregiudizi ideologici e discuterne con la necessaria serenità”. Questo è l’aspetto più infingardo e pericoloso del revisionismo sul fascismo. Come se a quel tempo si fosse trattato di una disputa ideologica tra due fazioni in lotta tra loro e non del male assoluto contro le forze della libertà.

Solo alcuni giorni fa l’ex capo del Governo passato, Berlusconi, ha detto che “a parte le leggi razziali Mussolini ha fatto anche cose buone”. Una emerita cretinata evidente se si fa il ragionamento logico: “se non fosse per le leggi razziali Hitler ha fatto anche cose buone” dove a tutti verrebbe un brivido di ripulsa. Ma tant’è, il revisionismo avanza lento nella testa di certa gente che dovrebbe rappresentare la popolazione intera in un paese, Cesenatico, e in una Romagna che del fascismo ha visto e subìto gli aspetti più nefasti.

Abbiamo vinto noi, partigiani e alleati, contro il fascismo e adesso Buda può fare il sindaco. Se avessero vinto loro forse Buda era il Podestà e noi non saremmo qui. Io non sono libero da pregiudizi ideologici sul fascismo come vorrebbe quel sindaco, anzi li rivendico. Sono solidale con la vostra manifestazione e non posso essere con voi per ragioni di lavoro ma protesto come posso: se verrà attuata la decisione della giunta di mettere il busto di Mussolini in un luogo pubblico, in segno di protesta io non verrò nel teatro Comunale di Cesenatico a rappresentare il mio ultimo spettacolo “La Fondazione” di Raffaello Baldini previsto in cartellone per il primo marzo.
Ora e sempre resistenza!

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fonte ilfattoquotidiano.it

Stati Uniti, le lobby educano i bambini: milioni spesi per ‘avvicinarli’ alle armi

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Stati Uniti, le lobby educano i bambini: milioni spesi per ‘avvicinarli’ alle armi

Uno studio della “Confcommercio” dei produttori di pistole e fucili: “Azionisti e manager dovrebbero pensare a programmi rivolti ai bambini under 12”. La legge proibisce la vendita ai minorenni, ma alle industrie non interessa: non serve che ne comprino una, ma che ne abbiano una tra le mani. Così i ragazzini possono diventare “testimonial” con i propri amichetti

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di | 2 febbraio 2013

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“Chi lo sa? Potreste trovarne uno sotto l’albero la mattina di Natale!”. Nella fotografia una ragazzina di 15 anni sorride imbracciando un Bushmaster AR-15. L’articolo è ammiccante, intrigante: invita i ragazzi a andare al più vicino poligono di tiro con mamma o papà e provare il fucile d’assalto usato nel massacro della scuola Sandy Hook di Newtown. E’ uno dei tanti pubblicati da “Junior shooters” (in italiano ”Piccoli tiratori”), una delle riviste specializzate finanziate dalle lobby, il cui scopo è quello di avvicinare i più giovani al mondo delle armi da fuoco. Non ci sono solo le battaglie al Congresso, ora l’obiettivo sono i bambini: negli Usa i produttori stanno investendo milioni di dollari per avvicinarli e fidelizzarli fin da piccoli all’uso delle armi – scrive il New York Times – con il pretesto di responsabilizzarli e insegnare loro come si usano.

Al confronto l’applicazione creata dalla National rifle association che insegna a sparare sullo smartphone, e considerata da iTunes adatta ai bambini di età superiore ai 4 anni, è uno scherzo. L’offensiva va avanti da circa 5 anni e punta “al reclutamento e alla conservazione” di giovani tiratori e appassionati di caccia, cui far sperimentare anche le armi semiautomatiche. Con i cacciatori autorizzati che, secondo i dati ufficiali, sono passati dal 7% della popolazione nel 1975 al 5% del 2005, le industrie sono passate alla controffensiva: “Azionisti, manager e produttori – si legge in uno studio pubblicato nel 2012 dalla National Shooting Sport Foundation, la “Confcommercio” dei produttori di armi con oltre 7mila industrie affiliate – dovrebbero pensare a programmi rivolti ai bambini dai 12 anni in giù”.

I ragazzini vengono usati come testimonial per fare proseliti tra gli amichetti. Uno studio condotto nel 2012 dalla Nssf e dallo Hunting Heritage Trust, afferma che “è necessario individuare un target di ragazzi tra gli 8 e i 17 anni che sanno già sparare” e usarli come “ambasciatori” tra i loro coetanei che praticano discipline simili (tiro con l’arco, paintball…) in modo da affascinare questi ultimi al mondo delle armi. “La ricerca dimostra come oltre 23 milioni di ragazzi tra gli 8 e i 17 anni – si legge nel documento – cominceranno a praticare la caccia se verranno invitati da coetanei nei prossimi 12 mesi, e oltre 27 milioni si avvicineranno al tiro al bersaglio se invitati nello stesso periodo”.

La guerra condotta dalla National Rifle Association e dalla National Shooting Sport Foundation, che ha sede a Newtown, a 3 miglia dalla scuola Sandy Hook, è sottocutanea, silenziosa e capillare. Se la legge federale proibisce la vendita di armi agli under 18, a loro poco importa: non serve che ne comprino una – è il ragionamento – ma che ne abbiano una tra le mani. Così da decenni la Nra elargisce donazioni a organizzazioni giovanili come i Boy Scouts of America (oltre 4,6 milioni di membri) o la 4-H Organization, oltre 6,5 milioni di affiliati tra i 5 e i 19 anni. La strategia è subdola perché si basa sul dono: solo la Youth Shooting Sport Alliance, associazione no profit creata nel 2007 per promuovere il tiro al bersaglio tra i giovani, ha ricevuto donazioni per un milione di dollari tra denaro, armi e materiale tecnico dalla Nssf. Che soltanto nel 2011 – ricorda il New York Times – ha effettuato 58 donazioni. Un’elargizione tipica sono i 23 fucili, le 4 pistole di precisione e le 16 scatole di munizioni finito in uno youth camp nel Michigan.

Proliferano in ogni angolo d’America i campionati giovanili di tiro. Nel 2009 è nata la Scholastic Steel Challenge, versione per i bambini della Steel Challenge, la più importante gara di tiro al bersaglio che si tiene ogni anno negli Usa, a Piru, in California: in palio ci sono 60 pistole semiautomatiche calibro 9 gentilmente offerte dalla Nssf, Smith&Wesson e Glock. “La Ssc dà ai giovani adulti tra i 12 e i 20 anni – si legge sul sito – la possibilità di cimentarsi nel familiare sport dello speed steel (…) focalizzando l’attenzione sull’uso sicuro delle armi da fuoco”. L’altro fronte è quello della legge: ogni anno milioni di dollari vengono investiti in attività di lobbying per abbassare l’età minima cui si può cominciare a sparare nei poligoni. In molti Stati i risultati sono arrivati, come in Michigan dove l’età è scesa da 12 a 10 anni e in Wisconsin, dove non c’è più limite d’età quando il ragazzino è accompagnato da un genitore. Attivissimi sono, ovviamente, anche i costruttori: sul proprio sito Bushmaster offre uno scontro di 350 dollari sull’AR-15, il fucile usato a Newtown, per “supportare e incoraggiare i giovani shooter”. Poco male se poi questi ultimi entrano in una scuola e cominciano a sparare all’impazzata.

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fonte ilfattoquotidiano.it

Francia, sì al primo articolo della legge su nozze gay

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Parigi. Un corteo contro le nozze gay del 13 gennaio scorso

Francia, sì al primo articolo della legge su nozze gay

Sempre più vicino il matrimonio omosessuale nonostante il no dei leader religiosi. L’offensiva cattolica del 13 gennaio non sembra aver pagato

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GIACOMO GALEAZZI
CITTA’ DEL VATICANO

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A un passo dal matrimonio omosex. Il dibattito parlamentare durerà ancora per giorni ma adesso in Francia le nozze gay sono più vicine. A dispetto dell’esplicita contrarietà di tutti i leader religiosi del Paese e del monito più volte ribadito da benedetto XVI, l’Assemblea nazionale francese ha approvato l’articolo primo del progetto di legge che legalizza i matrimoni omosessuali, con 249 voti favorevoli e 97 contrari: si tratta dell’articolo più importante, dal momento che definisce il matrimonio come “contratto da due persone di sesso diverso oppure del medesimo”.

Le autorità religiose (cattolici, ebrei e musulmani) condannano il provvedimento con toni pressoché identici, ma la legge sul matrimonio per tutti è stata una delle principali promesse della campagna elettorale del presidente Francois Hollande, che in queste ore è in missione in Mali. Non sono bastate, dunque, le manifestazioni cattoliche di piazza e le proteste della Santa Sede, mentre in Europa la Francia di Hollande prende simbolicamente la guida del fronte laicista con iniziative legislative analoghe alla Spagna di Zapatero.

Il dibattito parlamentare sulla legge, iniziato martedì scorso, dovrebbe durare ancora parecchi giorni, ma l’impressione è che la strada sia segnata malgrado anche oggi sia in corso numerose manifestazioni in diverse città contro i matrimoni e le adozioni omosessuali.

L’episcopato francese, i partiti centristi e la destra, i cui deputati si sono espressi quasi tutti contro la legge, temono in particolare che l’adozione del provvedimento apra la strada alla procreazione assistita e agli uteri in affitto, pratica che in Francia è illegale a alla quale il governo si è tuttavia detto contrario.

In sostanza l’offensiva cattolica sembra aver prodotto l’effetto opposto a quello sperato sul piano politico. Già il 13 gennaio, poche ore dopo la marcia degli 800mila fedeli a Parigi, il governo francese chiarì di non avere alcuna intenzione di fare passi indietro sul progetto di legge che legalizza i matrimoni gay, malgrado l’opposizione chieda da tempo che sull’argomento si tenga un referendum.

Le nozze gay sono la spina nel fianco della Santa Sede. ”E’ una legge che non toglie nulla a nessuno, che non cancella le parole padre e madre”, dichiarò il ministro della Giustizia, Christiane Taubira, escludendo in ogni caso la possibilità di un referendum che secondo lei sarebbe in ogni caso incostituzionale. La portavoce dell’esecutivo, Najat Vallaud-Belkacem conferma che il governo considera la misura “un progresso di portata storica”. E precisa:”Il governo è totalmente determinato a realizzare questa riforma, si tratta di un passo avanti per tutta la società”.

E la Francia non è un caso isolato. Il primo ministro belga Elio Di Rupo si è detto “fiero della modernità” del Belgio, dove gli omosessuali hanno dal 2003 il diritto di sposarsi. “Sono orgoglioso della modernità del nostro paese, dove tutte le coppie hanno il diritto di sposarsi- sostiene Elio Di Rupo-.In Francia, paese della libertà o delle libertà, paese della Rivoluzione e dei Lumi, il dibattito testimonia un conservatorismo e un’ignoranza assolutamente inimmaginabili”. Nel 2003 il Belgio è diventato il secondo Stato del mondo, dopo i Paesi Bassi, ad autorizzare i matrimoni gay. Da allora ogni anno sono stati celebrati circa 1.000 matrimoni tra persone dello stesso sesso. Dal 2006 in Belgio i gay possono anche adottare bambini e ricorrere alla procreazione assistita. Socialista e francofono, Elio Di Rupo, 61 anni, è stato costretto a rivelare la sua omosessualità nel 1996, nel pieno dell’affaire Dutroux, quando un giovane uomo l’aveva accusato di aver abusato sessualmente di lui quando era minore. L’accusa si è poi rivelata completamente infondata. ha subito fatto il giro del mondo la notizia che i deputati francesi abbiano adottato l’articolo chiave del progetto di legge sul matrimonio e l’adozione da parte delle coppie omosessuali, che elimina l’esigenza di una differenza tra i sessi come condizione fondamentale per il diritto al matrimonio.

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fonte vaticaninsider.lastampa.it