Archivio | febbraio 3, 2013

INCHIESTA L’ESPRESSO – Ma sono banche o parassiti?

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Ma sono banche o parassiti?

Dal 2008 a oggi in Europa si sono mangiati più di 2.000 miliardi di soldi pubblici. Eppure restano insofferenti alle regole. Perché sanno di avere il coltello dalla parte del manico, grazie all’enorme quantità di soldi che muovono

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di Paola Pilati

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«Il sistema bancario deve diventare sostenibile e non fare affidamento sull’intervento straordinario del contribuente». Parole di Obama dopo aver sborsato miliardi di dollari per il “bail out” delle banche Usa? O del governatore britannico dopo aver sventato il collasso di Royal Bank of Scotland? O di tutti quei governi – belga, irlandese, spagnolo – che hanno messo toppe costose sulla sventatezza delle proprie banche salvandole dal crack, tutto a valere sulle casse pubbliche? Nient’affatto: è il mantra che viene ripetuto nelle 150 pagine del Rapporto dei superesperti per la riforma del sistema bancario europeo, guidati dal governatore della Banca centrale finlandese Erkki Liikanen. Data: ottobre scorso. Solo pochi mesi fa, insomma, il tasso di fiducia che ai massimi livelli di competenza si nutriva sulla stabilità, trasparenza, affidabilità del sistema continentale del credito era assai basso, tanto da proporre la separazione tra attività bancaria tradizionale e quella di pura finanza. E alla reputazione delle banche non ha fatto certo bene la scoperta che in Gran Bretagna banche di prima grandezza manipolavano il Libor, il tasso che detta le condizioni del costo dei mutui per le famiglie in tutta Europa.

Come dare torto, allora, a quanti oggi di fronte al caso Montepaschi si chiedono: sicuri che ci fermiamo lì? Che le magagne senesi, dalle anomalie della governance del Monte, ai premi a manager che bruciavano la cassa, allo strapotere della Fondazione e della politica, ai derivati per fare il maquillage del bilancio, siano davvero solo magagne circoscritte al caso Siena? «Facciamo fallire le banche come tutti gli altri», ha detto giorni fa da Davos il premier islandese Grimsson, dando voce alla rabbia per quel massiccio piano di sostegno finanziario che i Parlamenti europei hanno messo in campo dal 2008 a ottobre 2011, ben 4.500 miliardi di euro, pari al 37 per cento del Pil continentale.

Le banche, bontà loro, ne hanno consumati solo 1.600, a cui si sono aggiunti i 500 di liquidità a basso costo messa a disposizione dalla Bce guidata da Mario Draghi. Ma anche quando le banche non hanno ricevuto sussidi diretti, godono di un sussidio indiretto di fatto, che è quello insito nello slogan “too big to fail”, troppo grande per fallire, vale a dire che la rete di sicurezza dello Stato non si vede, ma c’è.

D’altra parte come possono i governi dire no a una lobby bancaria che controlla, in Europa, attivi pari a tre volte e mezzo il Pil dell’area (negli Usa arrivano all’80 per cento)? Gli attivi di Mps, per esempio, rappresentano il 15 per cento del prodotto interno lordo del nostro paese. Impossibile mandarla in malora, e dunque ben vengano i Monti bond (dopo quelli di Tremonti), 3,9 miliardi di prestito, anche se già si sa che saranno assai difficili da ripagare e che rischiano di essere convertiti in azioni, portando lo Stato a possedere l’82 per cento del Monte (calcolo ai valori di oggi).

Almeno fossero riconoscenti, almeno abbassassero le penne, ammettendo di averla fatta grossa. No. Di fronte ai moniti delle authority, si comportano come di fronte a una museruola: protestano, e lavorano per neutralizzarla. Come è appena successo per la proposta Liikanen sulla separazione tra banca commerciale e finanza, bloccata dal Commissario europeo Michel Barnier. E quando l’Eba, l’authority bancaria europea guidata da Andrea Enria, aveva preteso la ricapitalizzazione dei cinque maggiori istituti italiani, Mps incluso (il 62 per cento del sistema), tenendo conto della loro esposizione ai titoli di Stato e al rischio spread, ma anche ai derivati, è successo il finimondo con minacce di azioni legali da parte dell’Abi. Eppure oggi i fatti dimostrano che nei bilanci il peso di entrambi i fattori richiedeva di correre ai ripari. «L’Abi è stata particolarmente attiva a criticarci», ricorda Enria, «ma abbiamo tenuto duro, e oggi nessuno può vedere le banche italiane come elemento di fragilità». Mettere più capitale però non è tutto: «L’azione di riparazione del sistema prevede anche una pulizia dei bilanci che ridia fiducia al sistema», sottolinea Enria. Ma questo, di fatto, «procede a macchia di leopardo». Cioè non tutti hannno voglia di realizzarlo.

Pulizia difficile, soprattutto sul fronte dei derivati, quel tipo di contratti finanziari su cui il Monte ora rischia 700 milioni di perdite. Cifra che equivale probabilmente al guadagno della banca d’affari con cui ha stipulato il derivato. «Non demonizziamoli», dice Mario Comana, docente di banche e intermediari finanziari della Luiss, «anche un mutuo con un tetto al tasso da pagare è un derivato». Rispetto a banche come Barclays, Deutsche bank, Bnp Paribas, dove il valore dei derivati è anche il duemila per cento dell’attivo della banca, le banche italiane si tengono ampiamente sotto il mille per cento, roba da principianti. Tuttavia il problema derivati non fa dormire sonni tranquilli a nessuno. Perché a disinnescare il loro potenziale distruttivo nei bilanci e il loro effetto di moltiplicazione del contagio ci stanno provando da anni tutti gli organismi di regolazione. Senza risultato. «Il fatto che siano costruiti su misura per esigenze della controparte», dice un’analisi della Bce, «fa sì che siano contrattati over the counter (otc)», cioè negoziati tra le parti, fuori dai mercati regolamentati. Per loro natura restano insomma nell’oscurità.

Un rimedio, dicono all’Eba, è aumentare i requisiti patrimoniali per il rischio di credito che i derivati hanno in sé; altra contromisura, imporre che vengano trattati su una piattaforma centrale comune, per dare loro trasparenza. Di entrambi i rimedi si sta valutando l’impatto per il sistema banche, per dosare le nuove misure senza sbagliare. Di certo, sarà il prossimo campo di battaglia tra la grande lobby dei banchieri e le authority, come una eterna corsa tra guardie e ladri.
Per le banche italiane un peso particolare lo stanno assumendo le sofferenze. A fine novembre le sofferenze lorde erano 122 miliardi, due in più rispetto a ottobre. Le sofferenze nette rispetto agli impieghi hanno raggiunto la percentuale del 3,23, record degli ultimi due anni. «Ma gli accantonamenti per fare fronte alle sofferenze sono scarsi», sostiene Carlo Milani ricercatore del Centro Europa Ricerche: «erano del 50 per cento prima della crisi, ora sono scesi al 40, e questo per non deprimere gli utili; senza contare che anche l’emersione delle sofferenze in portafoglio non è del tutto veritiera. Credo che sia sottostimata di 10-15 miliardi».

Ma c’è una fragilità dell’intero sistema banche che mette in luce Marcello Messori, economista a Tor Vergata: la macchina degli utili s’è rotta. «Il modello che ha permesso alle banche di essere generose con i finanziamenti alle imprese, addossandone i costi alle famiglie, a cui vendevano obbligazioni che rendevano meno dei titoli di Stato, è finito», dice. «Ora le famiglie, dopo i casi di risparmio tradito, sono più avvertite; e prestare alle imprese è diventato rischioso».

Dunque? Dunque le banche prevedono anni magri, con una bassa crescita dei prestiti e una ripresa anemica degli utili. Nel 2014 al monte ricavi del settore mancheranno ancora 10 miliardi dell’epoca precrisi. Dileguàti, e chissà se mai torneranno. Perché il nuovo “new normal” delle aziende bancarie, lo ammettono loro stesse nell’ultimo rapporto di previsione Abi, avrà «un livello di redditività non soddisfacente né per gli azionisti né per garantire un’efficiente e sicura operatività delle banche». Quindi: le banche non falliranno, ma occhio al proprio conto corrente, dove sono gli unici soldi in circolazione.

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fonte espresso.repubblica.it

Berlusconi, “Restituiremo l’Imu” (in cambio del voto…). Vendola, “e’ come Vanna Marchi” / Chi dice la verità agli italiani?

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Berlusconi, “Restituiremo l’Imu”
Vendola, “e’ come Vanna Marchi”

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18:39 03 FEB 2013

(AGI) – Milano, 3 feb. – “Le famiglie italiane saranno rimborsate di quanto hanno versato per l’Imu sulla prima casa.
Lo ha annunciato Silvio Berlusconi durante la conferenza stampa a Milano. Nel primo Consiglio dei Ministri proporremo il risarcimento e la restituzione dell’Imu per la prima casa pagata dai cittadini italiani nel 2012″. La restituzione dell’Imu sara’ finanziata grazie al raggiungimento di un “accordo con la Svizzera per la tassazione delle attivita’ finanziarie detenute dai cittadini italiani”.
E’ quanto ha spiegato Silvio Berlusconi. L’operazione, ha stimato il Cavaliere, avra’ un valore “25-30 miliardi”. E sara’ quindi sufficientemente “capiente” a compensare la restituzione dell’Imu per la prima casa, valutata intorno ai 4 miliardi.

BERSANI: CHI HA FALLITO NON PROMETTA

“In attesa che questo accordo sia finalizzato”, ha spiegato, sara’ la Cassa Depositi e Prestiti ad anticipare la restituzione dell’Imu ai cittadini. L’operazione di restituzione dell’Imu sulla prima casa “vale 4 miliardi, un duecentesimo del costo della nostra macchina dello Stato”, quindi la copertura di questa operazione avverra’ “riducendo del 2% all’anno le spese dello Stato”. Lo dice Silvio Berlusconi. “Lavorando bene nella riorganizzazione della macchina dello Stato – aggiunge – potremo attuare questi risparmi”.

Dure le critiche degli avversari, talvolta anche sarcastiche. “Sono davvero choccato della proposta choc di Berlusconi. Era difficile immaginare che potesse ritornare come se fosse ritornata Vanna Marchi, come se si candidasse il Mago Otelma per governare l’Italia”. Lo afferma Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Liberta’ commentando le proposte del laeder PdL, a margine della manifestazione svoltasi a Roma e dedicata alle proposte del movimento sulla cultura e la scuola. “Ho qui davanti a me – ha proseguito il leader di Sel – alcuni titoli di giornale dal 1994 al 2010 che un elettore ha raccolto e mi ha inviato con una email. Sono i titoli dei giornali di tutte le campagne elettorali: ‘Berlusconi lancia la crociata contro le tasse, Berlusconi lancia la sfida fiscale, cosi’ ridurro’ le tasse per tutti, meno tasse dal 2003, Imprese tasse piu’ leggere dal 2004, Berlusconi conferma: meno tasse entro il 2005, Rispetteremo i patti: meno tasse entro il 2006, Berlusconi: vi taglio le tasse se lavorate tutti un po’ di piu””.

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fonte agi.it

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Vendola: Berlusconi come Vanna Marchi, si candida mago Oltelma?

18:36 03 FEB 2013

(AGI) – Roma, 3 feb. – “Sono davvero choccato della proposta choc di Berlusconi. Era difficile immaginare che potesse ritornare come se fosse ritornata Vanna Marchi, come se si candidasse il Mago Otelma per governare l’Italia”. Lo afferma Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Liberta’ commentando le proposte del laeder PdL, a margine della manifestazione svoltasi a Roma e dedicata alle proposte del movimento sulla cultura e la scuola. “Ho qui davanti a me – ha proseguito il leader di Sel – alcuni titoli di giornale dal 1994 al 2010 che un elettore ha raccolto e mi ha inviato con una email. Sono i titoli dei giornali di tutte le campagne elettorali: ‘Berlusconi lancia la crociata contro le tasse, Berlusconi lancia la sfida fiscale, cosi’ ridurro’ le tasse per tutti, meno tasse dal 2003, Imprese tasse piu’ leggere dal 2004, Berlusconi conferma: meno tasse entro il 2005, Rispetteremo i patti: meno tasse entro il 2006, Berlusconi: vi taglio le tasse se lavorate tutti un po’ di piu””. “In realta’ – prosegue Vendola – il livello della pressione fiscale nel nostro Paese ha raggiunto l’Everest grazie ai governi della destra. E’ grazie a loro che ha raggiunto livelli di strozzinaggio nei confronti dei pensionati, dei lavoratori dipendenti, delle partite Iva. La pressione fiscale operata per 15 anni dal centrodestra sul lavoro e sulle imprese ha messo a repentaglio la tenuta della nostra economia. Ma per tagliare le tasse a chi le paga forse e’ necessario da una parte tagliare le spese sbagliate come quelle per l’acquisto degli F35, bisgona forse bussare alla porta di quelli che posseggono quella ricchezza finanziaria che e’ esentasse, e’ li che bisogna fare una patrimoniale non sul ceto medio , che e’ gia’ stato stangato da Berlusconi prima e Monti poi”. “Forse – ha concluso Vendola – in questo Paese serve un po’ di giustizia sociale non la solita propaganda del mago di Arcore”.

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fonte agi.it

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Chi dice la verità agli italiani?

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di | 3 febbraio 2013

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“Mi impegno a ridurre le tasse”, dichiara Mario Monti ed è come se al posto del Professore parlasse il Cavaliere. Colpa delle promesse elettorali che alla fine, in nome del dio voto, livellano i bocconiani ai berlusconiani ai bersaniani e al resto della truppa partitica.
Sembra passato un secolo da quando giornaloni e giornalini si dedicarono all’incensamento del sobrio premier tecnico esaltandone il portamento sobrio ed elegante, il sobrio ed essenziale eloquio, le battute sobriamente spiritose. Marco Travaglio immaginò che il cane di cotanto prodigio alla vista di un osso evitasse sobriamente di addentarlo.

Al di là dei soffietti in quell’Italia di fine 2011 reduce dalle follie del sultano di Arcore c’era il desiderio profondo di una guida competente e autorevole che ci restituisse un po’ di rispetto e di credibilità internazionale. Una normalità che è costata i sacrifici che sappiamo anche se nessuno poteva immaginare che la quaresima seguita al carnevale ci avrebbe al tal punto dissanguati. Dissero alcuni studiosi che Monti incarnava quella figura paterna, severa ma giusta, che per troppo tempo era mancata al Paese (dai tempi di De Gasperi sostenne qualcuno).

Un padre, perché di padreterni ce ne sono stati anche troppi: dagli indottrinatori sessantottini passando per le stanze del vecchio Pci fino a Bettino Craxi, l’omone degli incubi psicanalitici della sinistra, per arrivare al Berlusconi non ancora ridicolizzato dal bunga bunga. Come padreterno Monti è durato fino a quando, per imperscrutabili motivi, ha deciso di scendere dall’olimpo dei senatori a vita per mescolarsi ai venditori urlanti di promesse un tanto al chilo.

Ma ora che anche lui parla come gli altri chi ci dirà la verità? Perché è la verità che sommamente manca in questa campagna elettorale. La dimensione della crisi e il tempo che ci vorrà per tornare alla normalità. Un tempo che non prevede impossibili abolizioni dell’Imu, ma un lungo e faticoso percorso di rigenerazione. Il tempo della disciplina, dei sacrifici, della perseveranza non tradisce ma gratifica e salva. Sapete chi ha espresso questo concetto?

Il presidente Obama, pochi giorni fa all’atto dell’insediamento del suo secondo mandato. Così parla un vero un uomo di Stato con una visione nel futuro. Mentre qui da noi si spaccia il fumo delle illusioni.

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fonte ilfattoquotidiano.it

PROGRAMMI A CONFRONTO – Lavoro, le (tante) ricette dei partiti. Unica nota comune: l’occupazione

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Il Paese dei Partiti Viventi – fonte immagine

Lavoro, le (tante) ricette dei partiti
Unica nota comune: l’occupazione

Le proposte dei partiti sul tema più importante della campagna elettorale

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di Roberto Bagnoli

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ROMA – Tutti vogliono rivedere la riforma previdenziale firmata dal ministro del Welfare Elsa Fornero e tutti sono per una sforbiciata alle «pensioni d’oro». Così come sul lavoro la linea prevalente è una decisa detassazione per aumentare il potere d’acquisto dei salari e una grande attenzione ai giovani. E anche un certo quanto diffuso interesse per sostenere le imprese che investono in ricerca e innovazione. Lo si ritrova pure in Rivoluzione Civile e nel Movimento 5 Stelle. Ma poi, ovviamente, le proposte economiche per rilanciare la crescita del Paese e introdurre maggiore equità sociale sono molto differenti. Con Grillo e Ingroia che tornano a chiedere l’abolizione della legge Biagi mentre il Pdl vuole il recupero di quello Statuto dei lavori immaginato dal giuslavorista ucciso dalle Brigate rosse e che non ha mai visto pienamente la luce. Nei programmi ancora in via di definizione dei quattro partiti principali che indicano il candidato premier, prevalgono i riferimenti generali e le linee di intervento ma raramente si entra nei particolari. Il più dettagliato per ora sembra il programma del Pdl dove, alle voci welfare-lavoro-imprese, sono elencati una trentina di punti, alcuni estremamente precisi, altri volutamente generici. Come il tetto alle «pensioni d’oro»: si ipotizza chiaramente ma non si quantifica il tetto cosa che, a onor del vero, fa solo Grillo, chiedendo lo stop agli assegni oltre i 5 mila euro netti al mese. Per il resto, si può cogliere una tendenza del Pd a convergere su alcune tesi illustrate dalla Cgil, mentre sono più marcate le «dichiarazioni» e i contenuti del Pdl in appoggio alle agende di Confindustria e di Rete Imprese Italia. Il Pd è il partito che più di tutti mette al centro della sua analisi il problema del lavoro, ma è anche quello che non si avventura troppo nei dettagli del suo pacchetto di riforme, forse spinto dalla necessità di avere le mani più libere possibili per negoziare intese con i suoi probabili quanto diversi futuri alleati nei «movimenti» guidati da Nichi Vendola e Mario Monti. Un altro elemento che si trova, anche se con diverse formule, in tutte e quattro le agende è l’introduzione di un sussidio che garantisca chi perde il lavoro. La grande emergenza della disoccupazione è al primo posto per tutti.

Il Partito democratico
Nodo esodati, fondi attraverso la legge di Stabilità
Il Partito Democratico punta a rivedere la riforma Fornero sia per le pensioni che per il mercato del lavoro. Nel primo caso mette al centro il problema irrisolto degli esodati, nel secondo quello del precariato e dei giovani. Il programma del partito di Bersani prevede una soluzione per tutti gli esodati trovando le risorse tramite il fondo previsto dalla legge di Stabilità, alimentato dai residui che dovrebbero crearsi dallo stanziamento di 9,3 miliardi di euro per i primi 140 mila salvaguardati e da quelli provenienti dal blocco delle rivalutazioni annuali delle pensioni erogate, il cui tetto dovrebbe essere elevato dagli attuali 1.500 euro netti al mese a 3 mila. Sul lavoro i democrats propongono una generica detassazione delle retribuzioni, partendo dalle più basse, finanziata con un’imposta sui grandi patrimoni finanziari e immobiliari. Altro passo è quello di «spezzare la spirale perversa tra bassa produttività e compressione dei salari e dei diritti». E usare il fisco per favorire l’occupazione femminile. Sulla riforma previdenziale del governo Monti, il Pd crede necessario introdurre il principio di gradualità che renda più morbida l’abolizione delle pensioni di anzianità e il salto a 70 anni, che adesso è facoltativo.

Il Pdl
No agli assegni «d’oro» e ritorno alla legge Biagi
Tetto alle pensioni d’oro ( senza indicarlo) e totale detassazione dell’apprendistato per quattro anni. Sono queste le due proposte principali e più chiare del programma su Welfare e lavoro del Popolo delle libertà. Anche il Pdl crede che la riforma Fornero vada aggiustata sia per risolvere per sempre il problema degli esodati sia per rendere più flessibile e più vantaggioso per l’impresa l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.
In particolare il programma prevede delle politiche fiscali ad hoc per incentivare il ricorso alle pensioni integrative. Nell’ambito del lavoro, oltre a chiedere una maggiore trasparenza ai sindacati su iscrizioni e bilanci, il Pdl punta sullo sviluppo del telelavoro, la partecipazione agli utili da parte dei lavoratori, la revisione dei premi Inail con particolare riferimento alle Pmi e agli artigiani applicando il criterio bonus-malus.
Sul fronte del lavoro ci sono anche precisi riferimenti a un ritorno alla Legge Biagi e al suo Statuto dei Lavori, allo sviluppo della contrattazione aziendale e territoriale, con una maggiore detassazione del salario di produttività. Il Pdl è quello che più si è speso per plaudire alle agende economiche illustrate dalla Confindustria e da Rete Imprese Italia.

I Cinque Stelle
Mega pensioni con tetto e reddito di cittadinanza
Il movimento Cinque Stelle, lanciato dal comico Beppe Grillo, propone di introdurre per le pensioni il tetto massimo di 5 mila euro netti al mese. E un colpo di spugna sulla legge Biagi. Secondo i calcoli di Grillo, le «pensioni d’oro» sarebbero oltre 100 mila e la loro abolizione frutterebbe un risparmio annuale di 7 miliardi di euro.
Nel merito del lavoro, il neonato movimento propone l’abolizione del valore legale del titolo di studio, l’introduzione di un sussidio di disoccupazione garantito e un tetto per gli stipendi dei manager delle aziende quotate in Borsa e di quelle controllate dallo Stato. Così come prevede l’abolizione delle stock option e l’allineamento immediato di tutto il sistema tariffario (energia, telefonia, trasporti) alla media europea.
Nei suoi ultimi interventi Grillo ha detto di voler garantire un «lavoro pieno e breve per tutti», quantificato in 1.300 ore all’anno e un «reddito di cittadinanza che garantisca ai più giovani tre anni di sopravvivenza». Poi ha specificato meglio l’idea del «sussidio di disoccupazione» spiegando che lo vorrebbe «per due anni e sul modello della Danimarca».

Rivoluzione civile
No al cumulo e ripristino del «vecchio» articolo 18
Anche Rivoluzione civile, guidata dall’ex magistrato Antonio Ingroia, chiede un tetto massimo per le pensioni d’oro (ma non lo indica) e il ripristino del divieto di cumulo abolito dal governo Berlusconi nel 2008.
Sul lavoro il programma di Ingroia è radicale: vuole la totale abrogazione della riforma Fornero e, in particolare, prevede il ripristino dell’articolo 18 com’era prima delle modifiche introdotte dal governo Monti. Inoltre vuole una legge sulla rappresentanza e la democrazia sui luoghi di lavoro. «Vogliamo creare occupazione attraverso investimenti in ricerca e sviluppo — si legge nel programma su Internet — e su politiche industriali che innovino l’apparato produttivo e la riconversione ecologica dell’economia».
Inoltre Rivoluzione civile propone anche di introdurre un reddito minimo per i disoccupati e un recupero del valore delle retribuzioni, agendo sulla restituzione del fiscal drag e sulla detassazione delle tredicesime. Grande importanza viene data alla difesa della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro. Tra le piccole e medie aziende si punta a premiare quelle che investono in ricerca e a valorizzare le eccellenze.

3 febbraio 2013 | 10:41

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fonte corriere.it

CRISI – Autogrill (gruppo Benetton): il Ricatto Perfetto

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Autogrill, il ricatto perfetto

Il gruppo controllato dai Benetton propone a oltre un centinaio di lavoratori una formula singolare: o ti trasferisci in un’altra sede a mezzo stipendio (circa 500 euro al mese) o ti mando a casa

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di Antonio Sciotto

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“Questa volta dobbiamo essere disposti a tutto: io mi metto pure in mezzo all’autostrada e mi faccio arrestare, se può servire. Dobbiamo fermarli”. A parlare è la lavoratrice di un Autogrill del Chianti, uno dei ristoranti storici del gruppo controllato dai Benetton, dove addirittura gli apprendisti del bancone vengono mandati a fare pratica. Se i settanta licenziamenti decisi l’anno scorso, dopo gli scioperi e gli articoli sui giornali, alla fine sono stati ritirati, a questo giro l’azienda è ripartita in quarta, e sembra davvero fare sul serio. La doccia gelata è arrivata via fax al sindacato, venti pagine fitte di dati sulla crisi della celebre “A con il baffo” e una sola conclusione: dobbiamo licenziare 140 persone, e tutte nelle stazioni autostradali. Ma c’è una svolta “marchionniana” non da poco nella nuova strategia scelta dalla multinazionale del fast food: nella procedura di licenziamento è contenuta l’offerta di uno “scambio”, indirizzata singolarmente a ogni lavoratore, che potrà “scegliere” di conservare il posto. Piccolo particolare: dovrà accettare il trasferimento a un diverso locale, posto entro 50 chilometri di distanza, e soprattutto il passaggio dal full time a un part-time di 20 ore. In pratica, vedersi dimezzata la busta paga, da 1000-1200 euro a 500-600 al mese.

“Già con questi stipendi la nostra vita è impossibile – dice una delegata della Filcams Cgil, al coordinamento straordinario convocato dal sindacato a Roma – Figurarsi se guadagno la metà e se devo pure pagare più benzina. Praticamente dovrò rimetterci, per lavorare”. Le donne rappresentano i due terzi degli oltre 9500 dipendenti italiani di Autogrill: molte di loro sono mamme, con figli a carico, da gestire spesso da sole. “Secondo me è un modo per diffondere la paura ­ aggiunge una lavoratrice dell’area di Roma ­ Ci vogliono abituare, come è accaduto alla Fiat, a rinunciare ai nostri diritti per conservare il lavoro. Poi toccherà ai punti vendita in città e nei centri commerciali, e a fine 2013 scadono un quarto delle concessioni autostradali. Insomma, si preparano il terreno a nuovi esuberi, magari a lasciare l’Italia e a concentrarsi sempre di più all’estero. E noi, con la crisi, che scelta possiamo avere? Molti saranno tentati di firmare”.

La “dichiarazione di disponibilità”, secondo il “Programma volontario di trasferimenti e trasformazione” proposto dall’azienda, dovrà essere postata dal lavoratore, entro il 21 aprile, su un apposito form che già oggi è attivo su Internet. E se non si accetterà di firmare, Autrogrill procederà ai licenziamenti, senza discutere di eventuali e diversi ricollocamenti o l’avvio di ammortizzatori sociali. “O si accetta il piano proposto o sei fuori: questo è l’assurdo che propongono e questo li avvicina molto alle relazioni sindacali che abbiamo visto alla Fiat”, dice Fabrizio Russo, della Filcams nazionale.

Come nel caso di Marchionne, si vuole escludere di fatto il sindacato e mettere ogni singolo lavoratore con le spalle al muro, lasciandolo solo e con il terrore di rimanere senza reddito. E in tempi come questi, si è disposti a firmare tutto. “Ma noi cercheremo di fronteggiarli, con Cisl e Uil, facendo in modo che nessun lavoratore si senta abbandonato davanti a quella pagina web in cui deve dire sì o no. Devono trattare al tavolo con noi, e cercare soluzioni condivise, concordando eventuali trasferimenti o la cassa integrazione”.

Nella procedura “marchionniana”, Autogrill indica perfino un elenco di locali dove “è possibile teoricamente ricollocare” chi accetterà di firmare la dichiarazione di disponibilità: si tratta di altri punti ristoro, esclusivamente autostradali. Il sindacato, al contrario, vuole verificare che si possano ricollocare persone anche nei centri commerciali, in città, stazioni e aeroporti. E in altri marchi del gruppo come Ciao, Spizzico, Burger King. “Autogrill tiene all’immagine, perciò questa volta non ha solo messo sul piatto i licenziamenti, ma ha offerto la disponibilità a ritirarli qualora si accettino le sue condizioni ­ osserva Giorgio Ortolani, della Filcams di Milano ­ Oggi tantissime aziende licenziano. Si vuole dare l’idea che, al contrario, le imprese con una responsabilità sociale solida fanno di tutto per conservare i posti. Ma secondo noi quei tagli non sono giustificati”.

Il sindacato e i lavoratori non contestano il fatto che la crisi abbia colpito i fatturati Autogrill ­ scesi, rispetto al 2011, del 10,4% nel primo semestre 2012 e del 7,8% nel terzo trimestre dell’anno. La colpa è non solo della diminuzione del traffico, sia dei veicoli pesanti che di quelli leggeri, ma anche per la mutata abitudine di acquisto dei clienti: la stessa multinazionale segnala notevoli riduzioni non solo negli scontrini emessi, ma anche sul singolo valore dello scontrino. La gente si ferma sempre meno a rifocillarsi all’Autogrill, e quando lo fa riduce la spesa sia al bar che nei corridoi verso l’uscita dove si vendono alimentari, giocattoli, dischi e riviste. Né hanno funzionato, per ammissione dello stesso gruppo, campagne di rilancio come il “Prezzo amico Ciao”, le “Storie di caffè” o prodotti innovativi come il “Brivido di caffè”, il caffè-gelato da portare in macchina nelle torride giornate estive.

“Il punto – ­ riprende il segretario milanese Ortolani – ­ è che in moltissimi locali si continuano ad attivare rapporti a termine e c’è un costante utilizzo degli straordinari. Faccio un solo esempio: nel periodo gennaio-novembre 2012, nel territorio di Milano sono stati fatti 131 contratti a termine su 1391 tempi inderminati, e oltre 130 mila ore di lavoro straordinario e supplementare. Possibile che non si riescano a ricollocare gli 8 esuberi dichiarati nello stesso territorio? Sono dati che ci ha fornito l’azienda, e che perciò vogliamo verificare area per area prima di andare in trattativa”.

Quindi, insomma, il lavoro ci sarebbe. Ma l’impressione è che Autogrill si voglia liberare dei rapporti più costosi e meno flessibili: quelli di 40 ore, i più anziani. E anche delle figure manageriali, che rappresentano ben un quinto dei licenziati. Insomma, se non ti dimezzi la busta paga, largo ai giovani e (meno pagati) part-time e apprendisti.

Ma banconisti e cassiere non si arrendono. Annunciano scioperi, manifestazioni, nuove iniziative: “Anche qualcosa che finisca alla tv: perché si parla solo dell’Ilva e della Fiat, ma noi non facciamo notizia”, dice la lavoratrice del Chianti. “Va bene che ormai abbiamo il blazer, il giaccone firmato e l’Ipad” ­ conclude un’addetta che compie proprio quest’anno 40 anni di anzianità. “Ma torniamo nei posti di lavoro: a lottare e a farci sentire. Alla ‘lotta dura e senza paura’, come dicevano negli anni in cui per la prima volta ho attivato le macchinette dell’espresso”.

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fonte espresso.repubblica.it

SAVONA – Ladri «per fame» in panetteria

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Ladri «per fame» in panetteria

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videoservizio di Valerio Arrichiello

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Savona – Non si sono limitati a rubare i soldi dal registratore di cassa, un centinaio di euro in contanti, ma hanno afferrato anche alcuni pacchi di pasta, marca “Gragnano” e una bottiglietta di Coca Cola.

La scorsa notte i ladri che sono entrati in azione in via Pia scassinando le serrature della porta d’ingresso della panetteria “La Boulagerie” hanno concentrato le loro attenzioni non solo sui soldi, ma anche sugli scaffali dove era esposta la pasta e le bibite. Forse per la fame, prima di darsi alla fuga, i ladri hanno anche afferrato i pacchi di pasta. Un colpo in pieno centro su cui stanno indagando i carabinieri che hanno cercato di capire se le numerose telecamere piazzate proprio nei pressi della panetteria fossero in funzione, per cercare di avere qualche immagine utile per individuare i ladri. «Non è purtroppo la prima volta che ci capita di essere vittime di furti» spiega Valentina Chionna, figlia del titolare che oltre a “La Boulangerie” gestisce un’altra panetteria della stessa catena in via Brusco. Dove pochi mesi fa due balordi erano entrati con una bottiglia rotta minacciando la figlia del titolare e una sua amica. Si portarono via 60 euro. «Questo tipo di furti è colpa della crisi- spiega Valentina- i balordi ci sono sempre stati, ma è evidente come la crisi li abbia fatti aumentare».

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fonte ilsecoloxix.it

Mps, anche il Pdl ha il suo “uomo del Monte”, dal caso dal G8 ad Antonveneta

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Mps, anche il Pdl ha il suo “uomo del Monte”, dal caso dal G8 ad Antonveneta

L’avvocato Andrea Pisaneschi è stato membro del cda della banca senese per il partito di Berlusconi. Ed è diventato il numero uno di Antonveneta dopo l’acquisizione ora sotto inchiesta. Il suo nome compare anche nell’inchiesta sui “Grandi eventi”, in relazione al Credito cooperativo fiorentino di Denis Verdini

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Non risparmia nessuno, lo scandalo Mps. E, in pieno stile bipartisan, getta ombre anche sul Pdl. Secondo il Corriere della Sera, infatti, la Procura avrebbe puntato i riflettori su Andrea Pisaneschi, 54 anni, fiorentino ma senese di adozione, già consigliere del Monte dei Paschi. Nominato nel 2003 in quota Forza Italia, il professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Siena, era già finito nel mirino degli inquirenti in altre inchieste.

L’attenzione della Procura di Siena si concentra sul fatto che il 22 dicembre 2008, proprio lo stesso giorno in cui venne stipulato l’atto di fusione per incorporazione della Banca Antonveneta in Mps, Pisaneschi viene nominato presidente di Antonveneta, nel cui Cda arrivano Francesco Caltagirone jr ed Enrico Marchi come vicepresidenti, oltre a Giuseppe Menzi nel ruolo di direttore generale.

Lesponente del Pdl tra l’altro è finito tra l’altro nelle carte dell’inchiesta sui G8-Grandi Eventi della Procura di Firenze. Era il 20 febbraio 2009 quando Riccardo Fusi, scherzando al telefono con il coordinatore del Pdl Denis Verdini, parlava di lui. “Ho qui uno di fronte che c’ha la barba, che si chiama Pisaneschi, te lo conosci?” diceva. E Verdini: “Eh se lo conosco”. Fusi: “Ma com’è: una persona perbene o no?”. Verdini: “E’ molto perbene, molto perbene”. In quel dialogo Fusi chiede dei soldi: “Però, Denis, io chiedo i soldi e loro non me li danno”.

Il nome di Pisaneschi  poi ricorre in altre intercettazioni. Quelle dei Ros per l’inchiesta della Procura sul finanziamento di 150 milioni alla Btp di Riccardo Fusi, concessi anche in parte da Mps.  I 150 milioni vennero erogati il 14 ottobre 2008 dal Monte dei Paschi (per 60 milioni), Unipol Banca (50), Credito Cooperativo Fiorentino (10), Cariprato (20), Banca Mb (10). Durante le trattativePisaneschi, allora consigliere Mps e già presidente designato di Antonveneta, secondo la Procura “avrebbe offerto consigli e sostegno a Fusi” in conflitto di interessi. Questo per via del suo ruolo nell’istituto di credito.

“Lui è l’unica persona che ci s’ha veramente dentro la banca” dice Fusi il 17 giugno 2008 al suo socio Roberto Bartolomei riferendosi, secondo l’accusa, a Pisaneschi. In un’intercettazione di un anno dopo, il 18 giugno 2009, Fusi dice direttamente a Pisaneschi di non riuscire a pagare la rata e Pisaneschi lo rassicura: “Però io Riccardo, francamente, perché non ci vediamo un secondo una volta, si rifà il punto anche con me, ché c’avrei piacere (…) dopodiché io riacchiappo Pompei, riacchiappo Vigni (direttore generale Mps, ndr), riacchiappo tutti quelli che devo acchiappare. Per carità di Dio, non è che cambierò completamente le cose, però…”. L’aiuto, secondo la Procura, era stato dato in cambio di false consulenze. Consulenze per le quali, oltre a Verdini, finì indagato proprio lo stesso Pisaneschi.

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fonte ilfattoquotidiano.it