Diventare un paese per donne

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Diventare un paese per donne

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di | 12 febbraio 2013

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Un lunedì di pioggia annunciata come gelo siderale, mezzogiorno, Piccolo Eliseo: “Se non ora quando“, il movimento che, due anni fa domani, riuscì a dar voce a migliaia di donne stanche di subire la rappresentazione berlusconiana della funzione della femmina sul pianeta terra, incontra i responsabili di tutti gli schieramenti che si candidano a governare il Paese. L’intenzione è costringerli ad ascoltare le donne: quelle organizzate, che leggeranno un documento fitto di richieste, e poi esporranno i risultati di un puntiglioso monitoraggio dei programmi dei partiti, da un punto di vista di genere. Le altre, che parleranno nel film Un giro nel nostro mondo, della propria vita e delle cose da chiedere alla politica.

Il teatro è gremito, posti in piedi. Circolano due notizie. La prima: Berlusconi ha chiesto a una impiegata quante volte “viene”, le ha controllato il posteriore, ne ha valutato la commestibilità erotica. La seconda: il Papa si è dimesso. Quale delle due è uno scherzo? La seconda, perché la prima non fa ridere. Buio in sala: sul palco cala uno schermo e sullo schermo si alternano facce di donne, più giovani, più vecchie, italiane di nascita o per scelta (la prima è una rumena), operaie dottoresse bariste domestiche… sono state filmate con i cellulari e con gli iPad, alcune hanno un’acustica perfetta, altre il fracasso della strada come colonna sonora. Sono testimonianze e sono cinema. Sono state girate da nord a sud, in città e in provincia, dalle donne di “Se non ora quando”, selezionate e montate sotto la direzione di Francesca Comencini. Hanno voci e accenti diversi, ma compongono un quadro terribilmente omogeneo: giornate che cominciano presto, lavoro che si accumula a lavoro, prendersi cura, giornate che finiscono tardi. Poi una ragazza dice: ” fortuna che non ho figli”. E non è l’unica. Non avere figli è diventata una fortuna? Le tappe del martirio femminile non sono uguali nei secoli: prima essere madri era un obbligo, adesso è un privilegio. Le luci si riaccendono su questo nuovo scenario.

I politici salgono sul palco. L’invito era stato rivolto ai segretari o titolari di Lista. Ce n’è soltanto uno, Nichi Vendola. Per Bersani c’è Fassina. Per Monti Milena Santerini, per Fini, Granata. Per Ingroia Gabriella Stramaccioni, per Beppe Grillo Carla Ruocco. Per Berlusconi, anche lui invitato, ci dovrebbe essere Barbara Saltamartini. Invece non c’è. Il Pdl, così, è l’unico assente sul palco. Si intuisce l’imbarazzo della signora, nell’ipotesi che qualche capziosa femminista le chiedesse ragione dell’ennesima battutaccia del suo leader. La dignità, in fondo, è un obiettivo trasversale agli schieramenti. Del resto: questo è lo spirito che ha sempre animato il movimento. Destra sinistra centro, non fa differenza. Quello che importa è il programma. E su questo vengono interrogati i candidati.

Che cosa faranno perché l’Italia diventi un Paese per donne?
Granata fa il vago: “La questione è politica”.
Vendola fa il femminista (e tira l’applauso): il berlusconismo ha instaurato un regime commercial-pornografico che ha impoverito le relazioni umane.
Fassina si impegna a stornare fondi dalla difesa e investirli sugli asili nido, ma prima, avverte, bisogna portare Bersani al governo.
La Santerini promette un nuovo stile per la politica: le parole che corrispondono ai fatti.
La grillina Ruocco vanta il 55% di capolista donne.
La Rivoluzionaria Civile Stramaccioni usa i suoi minuti per uno stralcio di comizio.
Francesca Caferri, che conduce l’interrogazione, saprebbe incalzarli e costringerli a stringere. Il tempo non c’è. Il teatro, pagato con una sottoscrizione straordinaria, va restituito.

Sul palco resta Sara de Simone, da Caserta. È lei che ha condotto la mattinata, con la grazia severa dei principianti di talento. Sue le conclusioni: “Carla Lonzi diceva: la differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza. Alle candidate diciamo: approfittate, davvero, della vostra differenza. Non vergognatevene mai. Siate coraggiose, siate autonome. Ricordatevi sempre della vita che fanno le donne. Io ho 25 anni e sono qui a dirvi che voglio poter scegliere. Voglio poter avere dei figli, e lavorare, voglio poter vedere intorno a me non più corpi femminili disidentificati, ma corpi veri… ma soprattutto, io non voglio andare via da questo Paese. Io voglio restare qui”.

Speriamo che, chi si piazza al governo del Paese, riesca a trattenerla, a esaudire i suoi desideri. A garantire i suoi diritti.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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