Archivio | febbraio 17, 2013

VIRGINIA (USA) – Da boia a militante anti pena di morte


Jerry Givens

Da boia a militante anti pena di morte

Jerry Given ha eseguito 62 condanne a morte, 37 con la sedia elettrica e 25 con l’iniezione letale. Poi la svolta: “Ora chiedo a Dio di perdonarmi”

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Jerry Givens è stato per 17 anni il boia del braccio della morte in Virginia. Ha eseguito 62 condanne a morte, 37 con la sedia elettrica e 25 con l’iniezione letale. Per anni, anche grazie al ricordo di un brutale omicidio di cui era stato testimone, Givens non ha mai avuto dubbi sul suo lavoro. Ma ora è diventato uno dei più appassionati oppositori della pena di morte. La sua storia, raccontata dal Washington Post, è esemplare di come l’opinione pubblica stia cambiando, in Virginia e negli Stati Uniti. Ex operaio poi diventato secondino, e infine «executioner», Givens aveva una sua routine. Rasava la testa del condannato, chiedeva ai Dio di perdonarlo per i suoi delitti, infine lo legava sulla sedia elettrica. Poi cercava di farsi un vuoto nella mente e azionava l’elettricità. «Dopo non ti senti certo felice, pensi alla famiglia del condannato e a quella delle vittime», racconta l’ex boia. Per anni Givens si era sentito nel giusto. Quando aveva 14 anni, un uomo armato aveva fatto irruzione ad una festa e aveva sparato all’impazzata, uccidendo una ragazzina che gli piaceva. Allora aveva pensato che quell’uomo meritava la morte. E questo pensiero lo aveva sostenuto anni dopo nel suo lavoro di boia.

Ma nel 1993, un uomo condannato a morte in Virginia per un delitto brutale, l’omicidio e lo stupro di una giovane madre, fu scagionato completamente dal test del Dna. E Givens cominciò ad avere i primi dubbi. Poi, nel 1999, fu condannato a quattro anni di carcere con l’accusa di aver comprato un’automobile con i proventi di una vendita di droga. Givens continua a dirsi innocente da quella accusa, ma la prigione fu per lui un punto di svolta. Lesse molto la Bibbia e approfondì la sua fede battista. Pensò alla crocifissione e si chiese se avrebbe potuto essere lui a mettere a morte Gesù. Decise che il suo ex mestiere di boia non era compatibile con la sua fede. Quando uscì dal carcere, nel 2004, era un uomo diverso. Tramite un amico comune fu contattato dall’avvocato Jonathan Sheldon, esponente dell’associazione Virginians for Alternatives to Death Penalty (Vadp). Givens cominciò a frequentare l’associazione. Oggi è uno dei suoi principali esponenti ed oratori. Nel 2010, il suo appassionato discorso nel parlamento dello stato della Virginia contribuì ad affossare una estensione della pena capitale anche ai complici di assassinio.

Un tempo pregavo Dio di perdonare i condannati, «ora l’unica cosa che posso fare è chiedere a Dio se può perdonare me», confessa Givens. Che oggi si chiede con dolore se fra quei 62 uomini di cui ha eseguito la condanna ci fosse qualche innocente. In Virginia la maggior parte dell’opinione pubblica è ancora a favore della pena capitale. Ma il vento sta cambiando anche in questo Stato, un tempo secondo solo al Texas per numero di esecuzioni. Negli anni Novanta, la media era di 13 esecuzioni l’anno. Lo scorso 16 gennaio, quando è stato giustiziato Robert Gleason, era un anno e mezzo che non avvenivano esecuzioni. Negli ultimi cinque anni, ben cinque stati dell’Unione hanno abolito la pena di morte. E in tutto il paese, le esecuzioni nel 2011 e nel 2012 sono state il 75% in meno in rispetto al 1996.

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fonte lastampa.it

LE PERSONE E LA DIGNITA’ – Israele, detenuto palestinese in fin di vita dopo oltre 200 giorni di sciopero della fame

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Israele, detenuto palestinese in fin di vita dopo oltre 200 giorni di sciopero della fame

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Samer Issawi, 34 anni, è uno dei sei detenuti palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane. Dopo 209 giorni di protesta, la sua vita è in grave pericolo.

È stato arrestato il 7 luglio 2012 a un posto di blocco militare nella zona di Gerusalemme. Portato al centro di detenzione di Moscobiyya, è stato interrogato per 28 giorni, per i primi 23 dei quali senza poter contattare il suo avvocato. In seguito, è trasferito nel carcere di Nafha, nel deserto del Negev.

Il 1° agosto, di fronte al rifiuto delle autorità militari israeliane di rendere noti i motivi dell’arresto, ha iniziato lo sciopero della fame. A quanto pare, avrebbe violato le condizioni concordate al momento del suo rilascio, nell’ottobre 2011, nel celebre scambio di prigionieri tra Hamas e Israele che coinvolse 1027 palestinesi e il soldato israeliano Gilad Shalit.

Tuttavia, come prevede l’istituto della detenzione amministrativa, quelle condizioni sono segrete e dunque né Issawi né il suo avvocato possono sapere in che modo sarebbero state violate. Se i giudici concludessero che effettivamente vi è stata quella violazione, Issawi dovrebbe riprendere a scontare la condanna, interrotta al momento del rilascio, a 30 anni di carcere per detenzione di armi e costituzione di un gruppo armato. All’epoca dello scambio di prigionieri, aveva scontato 12 anni di quella condanna.

Il tribunale di primo grado di Gerusalemme, dopo una prima udienza tenutasi il 18 dicembre, si è riservato di decidere.

Quel giorno, Issawi (nella foto a sinistra) è entrato in aula legato a una sedia a rotelle e scortato dalle forze speciali di polizia. Quando ha cercato di salutare la madre e la sorella, presenti in aula, gli agenti  lo hanno colpito al collo, al torace e allo stomaco. Mentre veniva portato fuori dal tribunale, è caduto dalla sedia a rotelle. Poco dopo, l’esercito israeliano ha fatto irruzione nella casa di famiglia, a Issawiya, arrestando la sorella Shirin. È stata rilasciata 24 ore dopo dietro pagamento di una cauzione di 650 euro, con l’obbligo di restare agli arresti domiciliari per 10 giorni e il divieto di far visita al fratello per sei mesi.Dall’inizio dello sciopero della fame, Issawi ha trascorso la maggior parte del tempo nella clinica del carcere di Ramleh, salvo assistere all’udienza del 18 dicembre ed essere trasferito diverse volte in ospedali civili per per essere sottoposto a esami clinici urgenti.

Secondo quanto riferito dal suo avvocato, nelle ultime settimane la salute di Issawi si è deteriorata rapidamente: il 31 gennaio pesava 47 chili. Il personale medico della clinica di Ramleh ha reso noto che potrebbe morire presto.

Le manifestazioni di sostegno (nella foto in alto, una di esse) a Issawi crescono, in alcuni casi affrontate con la forza dall’esercito israeliano.

L’Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, Navi Pillay, ha espresso preoccupazione per la sorte di Issawi e ha chiesto che tutti i palestinesi in detenzione amministrativa siano rilasciati o incriminati e processati.

Amnesty International teme che nella clinica del carcere di Ramleh Issawi non riceva cure urgenti e specialistiche di cui ha bisogno una persona in sciopero della fame da sei mesi.

Per questo, l’organizzazione per i diritti umani ha lanciato un appello rivolto al direttore delle carceri israeliane, chiedendo che Issawi riceva  cure mediche appropriate o che sia immediatamente rilasciato affinché possa ricevere i trattamenti medici urgenti e necessari di cui ha bisogno.

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LA POLITICA E LA ‘PANCIA’ DEI CITTADINI – Lo strano caso del reddito di cittadinanza

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UNA GIORNATA PARTICOLARE – Alba Ciarleglio/Marcello Bonini per associazione Vita Activa – Un cortometraggio che attraverso l’incontro di due giovani, descrive un paese ipotetico che pare funzionare molto bene, dove l’economia, il lavoro, hanno ancora un senso. Una proposta per un nuovo modello di sviluppo, che riconsegni l’uomo ad una vita degna. Il titolo, volutamente riferito al film di Scola, è funzionale ad un serrato dialogo tra un ragazzo ed una ragazza diversissimi tra loro e che si confrontano sul tema del lavoro, del reddito di cittadinanza, in una sola giornata e che prende il sapore liberatorio del crollo dei dogmi imposti dalla nostra società dei consumi.
Ispirato al documentario: Grundeinkommen

fonte

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Lo strano caso del reddito di cittadinanza

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Uno dei temi sociali forti su cui in un Paese decente si sarebbe giocata la campagna elettorale è quello del reddito minimo di cittadinanza, di cui invece si parla pochissimo o niente.

Curiosamente, la proposta è presente in forma sfumata nel programma di Monti, c’è in quelli di Grillo e Ingroia, invece manca nella Carta d’intenti del centrosinistra – anche se Bersani una volta ne ha parlato (ma una sola vota, appunto, ad Agorà, poi basta. Vendola l’ha invece citato più volte mentre l’ex ministro Damiano si è detto contrario).

Altrettanto curiosamente, il reddito di cittadinanza è una di quelle cose che ‘ci chiede l’Europa’, tanto con una raccomandazione del 1992 quanto con una risoluzione del 2010. Del resto, in varie forme, esiste in tutta la Ue con l’eccezione di Grecia, Ungheria e appunto Italia.

Per reddito di cittadinanza si intende «un’entrata modesta ma sufficiente a coprire i bisogni basilari della vita» che in generale varia da poche centinaia di euro al mese fino ai 1200 di Danimarca e Lussemburgo. In Italia le ipotesi sono diverse: tra le altre, quella di garantire a tutti almeno un introito mensile di 600 euro (soglia di povertà relativa) per un costo aggiuntivo di circa 18 miliardi l’anno.

Le opinioni sul reddito di cittadinanza divergono anche a sinistra, dove accanto a chi lo sostiene come misura di welfare c’è chi invece lo vede come uno ’strumento del capitale’ per garantirsi un bacino di lavoratori privi di diritti e iperflessibili, da prendere e mollare a piacimento, evitando «imbarazzanti sollevazioni sociali».

Per contro, anche un ‘confindustriale’ come Innocenzo Cipolletta sostiene da tempo che garantire un’entrata base nei ceti più bassi aiuterebbe a rilanciare i consumi interni e quindi l’economia tutta: non sarebbe quindi una misura ‘buonistica’ o assistenziale, ma molto pragmatica e nell’interesse collettivo, anche di chi non lo percepisce. E pure Fornero una volta ha detto che sarebbe il caso di introdurlo, se ci fossero i soldi.

Diverse sono poi le versioni in cui questo reddito di cittadinanza viene ipotizzato: c’è chi parla di un’indennità fissa in caso di mancanza o perdita del lavoro, ma di durata limitata e condizionata all’attivismo del beneficiario nel cercare e accettare eventuali posti; c’è chi invece lo vede in chiave universalistica, come diritto fondamentale della persona al pari dell’habeas corpus.

Insomma, ce ne sarebbe abbastanza per riempire centinaia di dibattiti, comizi, spot elettorali e talk show. Specie in condizioni di emergenza sociale come quella attuale – e alla vigilia del voto nazionale.

Invece, ciccia. Si parla solo del cane di Monti, dei deliri di Silvio o – al massimo – dell’Imu: di cui, fra l’altro a chi ha meno di trent’anni non può fregare nulla per il semplice fatto che non ha e in molti casi non avrà mai i soldi per comprarsi un immobile.

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fonte gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it

‘SISTEMA’ ITALIA – Consulenze d’oro, il sistema Formigoni / Corruzione spa non conosce crisi: il giro d’affari è di 60 miliardi

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Consulenze d’oro, il sistema Formigoni

I pm: meccanismo in funzione fin dagli anni 90, corruzione dietro i contratti fittizi. Trecentocinquantamila  euro dalla fondazione Maugeri alla moglie di Abelli. Altri 250 mila l’anno dalla Regione al professor Zangrandi

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di DAVIDE CARLUCCI e EMILIO RANDACIO

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MILANODue consulenze folli. Una da 350mila euro dalla fondazione Maugeri alla moglie di Giancarlo Abelli, Rosanna Gariboldi, che risulta retribuita anche quand’è in carcere. E un’altra da 250mila euro all’anno dalla Regione al professor Antonello Zangrandi, pagato per controllare le spese della sanità: le sue analisi, però, restano nel cassetto e i vertici del Pirellone gli chiedono di diventare consulente della clinica privata per aiutarla a ottenere i finanziamenti. Ecco cosa emerge dall’indagine della procura di Milano che vede indagato per associazione a delinquere e corruzione il presidente della Lombardia Roberto Formigoni.

IL SISTEMA
Il meccanismo, oliato, parte da lontano. Dai primi anni ’90, quando per la Maugeri, ad “accelerare” le pratiche in Regione, ci pensa un altro politico vicino a Cl, Giancarlo Abelli. “Sin dai tempi di mio padre”, svela Umberto Maugeri l’11 maggio ai pm Pedio e Pastore, Abelli (oggi parlamentare Pdl) era il referente politico dell’istituto pavese. Allora, però, “non esisteva questo problema di andare continuamente in Regione a dialogare, a discutere”.

L’articolo integrale su Repubblica in edicola o su Repubblica+

(17 febbraio 2013)

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fonte repubblica.it

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Corruzione spa non conosce crisi: il giro d'affari è di 60 miliardi

Corruzione spa non conosce crisi: il giro d’affari è di 60 miliardi

Investimenti stranieri a picco: a Roma un crollo del 53%. Le mazzette generano un sovrapprezzo del 40 per cento sui costi delle opere pubbliche

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di ETTORE LIVINI

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MILANOStop all’autolesionismo. Basta piangersi addosso. E’ vero che il pil dell’Italia è calato nel 2012 del 2,2%. Ma le eccellenze nazionali tirano ancora. Un esempio? I brillantissimi risultati della Tangenti Spa: il business della bustarella tricolore – calcola il Servizio anti-corruzione e trasparenza del ministero alla Funzione pubblica – muove ormai un giro d’affari da 60 miliardi l’anno, cifra con cui in Borsa si possono comprare Fiat, Enel e Unicredit messe assieme. E, soprattutto, viaggia con il vento in poppa: nel 2011 Roma era al 69esimo posto (su 179 Paesi) nella classifica di Transparency International sulla percezione del malaffare nella pubblica amministrazione. Alla fine dello scorso anno siamo riusciti a far peggio, scivolando al 72esimo posto. Dietro Ruanda, Lesotho e persino alle spalle di Cuba.

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I costi per lo Stato
Pagano le imprese e paga pure – carissimo – lo Stato. Le mazzette necessarie per oliare i meccanismi bizantini della burocrazia tricolore, dicono i giudici contabili, generano un sovrapprezzo medio del 40% sulle opere pubbliche. Pallottoliere alla mano, significa che sui 225 miliardi di spesa previsti dal governo Monti nel piano di infrastrutture strategiche 2013-2015 si devono mettere in preventivo una novantina di miliardi in più, da contabilizzare alla voce “tangenti”. È un circolo vizioso che tende diabolicamente ad auto-alimentarsi visto che ogni punto perso nella classifica di Trasparency International si traduce, secondo l’agenzia non governativa, in un calo del 16% degli investimenti esteri nel paese interessato. E, sarà un caso, ma Roma negli ultimi due anni ha visto crollare del 53% i flussi di capitali stranieri nella nostra economia contro il -7% del resto della Ue. La sfiducia degli investitori esteri tra l’altro rischia di trasformarsi in un boomerang micidiale per un Paese costretto a collocare ogni anno 400 miliardi di titoli di stato sui mercati.

L’articolo integrale su Repubblica in edicola o su Repubblica+

(17 febbraio 2013)

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fonte repubblica.it