Archivio | febbraio 19, 2013

Lavoro, Cgil: 9 milioni di persone in difficoltà nel 2012

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Lavoro, Cgil: 9 milioni di persone in difficoltà nel 2012

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di Francesca Piscioneri

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ROMA (Reuters) – Nell’anno appena trascorso sono 9 milioni le persone che in Italia hanno subito le difficoltà legate alla mancanza di occupazione.

Il dato, riassuntivo, viene fornito dalla Cgil e dalla Fondazione Di Vittorio sommando i lavoratori che nel 2012 erano precari o part time involontari, insieme con disoccupati, scoraggiati immediatamente disponibili a lavorare e persone in cassa integrazione.

Cgil ricorda che secondo Istat tra ottobre e dicembre 2012 si sono persi quasi 200.000 posti di lavoro, con un numero di occupati a dicembre prossimo a quello di sette anni prima.

I disoccupati formali sono 2 milioni e 875 mila, il numero più alto registrato negli ultimi vent’anni, ancora in forte crescita su base annua (+474.000, pari a +19,7%).

I giovani di 15-24 anni che a dicembre cercavano un impiego sono 606 mila; il tasso di disoccupazione in quella fascia di età è pari al 36,6%, in calo di 2 decimi di punto rispetto a novembre ma in aumento di quasi 5 punti (+4.9 punti) rispetto a dicembre 2011.

“Da 4 anni la cassa integrazione supera il miliardo di ore autorizzate e le domande di disoccupazione e mobilità sono cresciute nel 2012 di oltre 280.000 unità rispetto all’anno precedente”, rileva lo studio.

Questo senza contare gli scoraggiati, gli inattivi e “il lavoro a tempo parziale, involontario e con un numero molto basso di ore, interessa infatti un numero sempre crescente di lavoratori”.

Mettendo insieme tutte le voci, “si può stimare la stratosferica cifra di circa 9 milioni di persone in drammatica difficoltà con il lavoro”, spiegano il presidente della Fondazione Di Vittorio, Fulvio Fammoni, e il segretario confederale della Cgil, con delega al mercato del lavoro, Serena Sorrentino, in un articolo di approfondimento.

(Francesca Piscioneri) Sul sito http://www.reuters.it altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su http://www.twitter.com/reuters_italia

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fonte it.reuters.com

QUELLI CHE… – Piemonte, dieci indagati per corruzione. Si dimette l’assessore leghista Giordano

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Piemonte, dieci indagati per corruzione
Si dimette l’assessore leghista Giordano

La guardia di finanza ha perquisito l’abitazione e i suoi uffici alla Regione. Nel mirino fondi per un albergo e un giornale

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NOVARA – L’assessore allo Sviluppo economico della Regione Piemonte, il leghista Massimo Giordano, si è dimesso dopo che la guardia di finanza e la polizia hanno perquisito la sua casa di Novara e gli uffici di Novara e Torino. L’assessore, che è indagato per corruzione, ha consegnato le deleghe al governatore del Piemonte Roberto Cota.Sono una decina le persone indagate nell’inchiesta che ha portato alle dimissioni dell’assessore allo Sviluppo della Regione Piemonte, Massimo Giordano.Oltre allo stesso Giordano e a Giuseppe Cortese, sono indagati per corruzione anche Isabella Aroldi, portavoce dell’assessore e moglie di Cortese, professionisti e imprenditori. L’inchiesta è coordinata dal procuratore di Novara, Francesco Saluzzo, ed è condotta dai sostituti procuratori Olimpia Bossi e Nicola Serianni. Oltre alla nascita del nuovo giornale NordOvest, al vaglio degli inquirenti ci sarebbe anche una vicenda legata all’utilizzo di fondi pubblici per un albergo di Orta (Novara).

«Sono assolutamente sereno, non ho nulla da nascondere nè da temere. Ho sempre interpretato la carriera politica come un impegno in favore della mia gente e del nostro territorio e per questo non ho alcun motivo di preoccupazione. Con la stessa serenità prendo atto che non sussistono più le condizioni per proseguire con la mia attività amministrativa». Lo dice l’assessore Massimo Giordano, il quale auspica che la consegna delle deleghe al Governatore Cota «sia utile a fare chiarezza».

I consiglieri del gruppo regionale del Pd firmano una richiesta di una comunicazione urgente, martedì prossimo in Consiglio regionale, di Cota sulla vicenda. «Ci sembra davvero il minimo – commenta il capogruppo Aldo Reschigna – dopo l’ennesimo scandalo che coinvolge la Giunta regionale e certifica ulteriormente la sua assoluta inadeguatezza».

«La dimissioni dell’assessore Giordano solo solo l’ultima tegola sulla testa del governatore Cota. La debolezza politica della Giunta è ormai conclamata. Fra assessori dimissionati, incapacità di governo e cattiva politica, la giunta Cota ha dato ormai sufficiente prova e spettacolo di sè». È quanto afferma Armando Petrini, segretario ragionale di Rifondazione Comunista. «Fermo restando la presunzione di innocenza che va naturalmente assunta nei confronti di Giordano, e auspicando che la magistratura possa rapidamente verificare ogni addebito, una cosa risulta assolutamente evidente: Cota è arrivato al capolinea. E le elezioni politiche di domenica si incaricheranno di ribadirlo con la forza del più basilare principio democratico: il voto».

L’inchiesta non prende in considerazione soltanto l’operato di Giordano in qualità di assessore regionale ma l’ultimo periodo in cui è stato sindaco di Novara prima di dimettersi, nel 2010, per assumere l’incarico regionale.

martedì 19 febbraio 2013 – 14:02   Ultimo aggiornamento: 16:04
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ALTRO CHE CULTURA DEL ‘MERITO’ – Tu quoque, Oscar Giannino

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Tu quoque, Oscar Giannino

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di | 19 febbraio 2013

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Oscar Giannino è il fondatore, insieme a un gruppo di economisti seri e rigorosi, di un partito che fa del merito e della trasparenza due dei suoi principali cavalli di battaglia. Dovrebbe quindi avere ben chiaro che modificare in modo un po’ puerile il proprio curriculum aggiungendovi un master mai conseguito all’Università di Chicago, in barba a ogni considerazione legata al merito e alla trasparenza, non costituisce affatto un piccolo peccato veniale. Si tratta invece di una macchia importante sulla credibilità politica del leader di un partito.

Vediamo perché. Anzitutto, nonostante le ripetute e un po’ goffe ritrattazioni del giorno dopo, il dolo sembra proprio esserci stato. Nel curriculum online sul sito dell’Istituto Bruno Leoni, centro di ricerca cui Giannino ha legato buona parte della sua reputazione di giornalista esperto di economia, anche grazie alla redazione del suo Chicago Blog, fino a ieri si leggeva chiaramente che “Oscar Giannino è laureato in giurisprudenza ed economia e ha conseguito il diploma in Corporate Finance e Public Finance presso la University of Chicago Booth School of Business” (lo stesso, prestigioso, ateneo in cui Luigi Zingales è professore ordinario di Entrepreneurship and Finance). Due lauree e un master insomma.

Tale versione del cv è stata online per molto tempo – prima di essere frettolosamente cancellata dopo la dichiarazione di Zingales – ed è improbabile che Giannino, o chiunque a lui vicino, non l’abbia mai notata. Anche perché è stata ripresa da diversi altri siti, giornalistici, economici e politici, al punto che l’immagine pubblica di Giannino veniva, fino a ieri, generalmente associata anche ai suoi studi a Chicago, tempio dell’economia neoclassica e liberista. Associazione del tutto naturale, visto che il tratto più distintivo della figura pubblica e politica di Giannino sono le sue competenze economiche e le posizioni molto nette contro l’intervento pubblico nell’economia, e che il suo blog si chiama proprio “Chicago Blog”. Del resto, anche la posizione di “Senior Fellow” presso l’Istituto Bruno Leoni ha un sapore decisamente accademico.

Non meraviglia quindi che il leader di Fermare il Declino abbia esplicitamente dichiarato in televisione di aver conseguito il famigerato master a Chicago. Probabilmente era consapevole che “gli studi a Chicago” fanno parte della sua figura pubblica e che fosse conveniente assecondare l’equivoco.

È altrettanto naturale e facilmente comprensibile che Luigi Zingales, una volta conosciuta la verità, non abbia potuto tenere un comportamento omertoso e complice, visto il rischio di subire a sua volta un grave danno alla reputazione. Accusare Zingales di intelligence col nemico è semplicemente ridicolo. L’economista dell’Università di Chicago si è comportato nell’unico modo possibile e di certo non ci ha guadagnato nulla, anzi.

La linea difensiva di Giannino a mio parere ha aggravato la situazione. Inizialmente, il leader di Fid ha negato di aver millantato studi a Chicago, proprio mentre in rete stava diventando virale il video di un’intervista a Repubblica in cui diceva senza ombra di equivoci di aver conseguito il master. Giannino ha quindi reso noto di aver effettivamente trascorso un periodo di tempo a Chicago, ma per studiare l’inglese e senza frequentare alcun corso universitario. Poi, ha affermato di non aver mai controllato il suo cv in rete sul sito dell’Istituto Bruno Leoni, forse redatto da un ignoto stagista che avrebbe inventato di sana pianta le sue credenziali accademiche (un’invenzione insolitamente particolare e circostanziata). Ciò significa che non avrebbe mai controllato nemmeno tutti gli altri suoi cv presenti in rete, quale per esempio quello del Festival Internazionale del Giornalismo, che unanimemente gli attribuivano il master (e due lauree). Né ha mai sentito l’esigenza di rettificare ogni volta che, nella presentazione a un talk show, gli si attribuivano fantomatici studi a Chicago.

Vi sembra credibile? A me no. Anzi mi pare un insulto all’intelligenza dei militanti e simpatizzanti di Fermare il Declino, tra i quali peraltro ci sono tante persone che studi economici li hanno affrontati per davvero, a costo di grandi sacrifici. Vale la pena notare che, nelle dichiarazioni del giorno dopo, Giannino ha precisato di non avere alcun titolo accademico. Sembra di poterne dedurre (ma non ci sono riscontri oggettivi, né interpretazioni autentiche da parte del diretto interessato) che anche le due lauree non sono mai state conseguite.

Su Facebook, molti militanti di Fid hanno comprensibilmente tentato di ridimensionare la vicenda. Michele Boldrin, economista di chiara e meritata fama internazionale, ha scritto provocatoriamente sulla sua bacheca: “Poi ci sono i baroncelli italiani, quelli omertosi con se stessi ed i loro colleghi ad ogni concorso, che scoprono d’avere una coscienza e chiedono “fuori il Cv”. Ottima idea: tirate fuori il vostro!”. Versione accademica dell’evangelico “chi è senza peccato scagli la prima pietra” (mi permetto di copiare lo status qui perché Boldrin lo ha reso pubblico, cioè visibile a tutti, amici e non).

Non è una buona strategia. Qui non si tratta di fare una gara a chi ha il cv migliore e la carriera più trasparente. Personalmente sono molto interessato a conoscere il vero cv dei candidati premier, specie di quelli che professano trasparenza e merito, proprio perché non sono un barone e mi sono impegnato in battaglie pubbliche per la trasparenza e il merito nella mia istituzione, l’università (per inciso, rispondo all’invito di Boldrin e mostro il mio cv, spero dignitoso ancorché infinitamente più modesto del suo. Aggiungo che i cv di tutti gli accademici onesti sono già pubblici, visto l’obbligo di renderli disponibili sui siti dei rispettivi atenei).

Il problema è la credibilità. Se uno mente in pubblico sulle proprie credenziali, può mentire su tutto. Come può allora un elettore fidarsi di lui? Non so se Giannino debba dimettersi, questo dipende dalla sensibilità sua e, a questo punto, soprattutto da quella dei suoi rigorosi compagni di viaggio. E mi disturba che a chiedere le dimissioni di Giannino sia oggi uno dei più grandi mentitori pubblici della storia d’Italia, uno che ha imposto al Parlamento di sottoscrivere che Ruby fosse la nipote di Mubarak, insieme a tante altre menzogne. Ma sono sicuro che cavalcare l’argomento del “così fan tutti” o fingere che si sia trattato di un banale equivoco non sia una soluzione che aiuta Fermare il Declino, né (e questo è ciò che più mi sta a cuore) a promuovere una cultura della trasparenza e del merito in Italia.

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fonte ilfattoquotidiano.it

Auto, crolla il mercato in Europa: -8,5%, è il peggior dato dal 1990. Il gruppo Fiat cala sempre più: -12,4%

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Auto, crolla il mercato in Europa: -8,5%
è il peggior dato dal 1990
il gruppo Fiat cala sempre più: -12,4%

La quota di mercato del Lingotto nel Continente scende al 6,6%

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ROMA – Il 2013 dell’auto in Europa parte con un nuovo record negativo. A gennaio le immatricolazioni hanno toccato il livello più basso dal 1990, segnando nei 27 Paesi Ue più quelli Efta appena 918.280 unità, in flessione dell’8,5% rispetto a 1.003.763 segnato un anno fa: sono questi i dati dell’Acea, l’associazione dei costruttori di auto presenti in Europa.

Fiat, immatricolazioni gennaio -12,4%. A gennaio Fiat Group Automobiles ha immatricolato nella Ue a 27 più i Paesi Efta 61.010 nuove autovetture, in calo del 12,4% rispetto alle 69.607 unità di gennaio 2012. Il marchio Fiat però ha contenuto le perdite al 4%, segnando 46.899 unità, contro le precedenti 48.843. Riguardo agli altri marchi del gruppo torinese, Lancia/Chrysler ha ceduto a gennaio il 31,7% a 6.178 immatricolazioni (9.044 un anno fa), Alfa Romeo è scesa del 36,8% a 5.638 unità (erano 8.923) e Jeep ha ceduto il 14,5% a 1.981 unità (erano 2.318).

Fiat, a gennaio quota gruppo in Europa cala al 6,6%. Fiat Group Automobiles, a gennaio, ha segnato nella Ue a 27 più i Paesi Efta una quota di mercato del 6,6%, in calo rispetto al 6,9% di gennaio 2012. In crescita, invece, la quota del marchio Fiat che si è attestata al 5,1%, contro il 4,9% segnato un anno fa. Riguardo agli altri marchi del gruppo torinese, a gennaio la quota di Lancia/Chrysler è scesa allo 0,7% dallo 0,9% di un anno fa, quella di Alfa Romeo si è attestata allo 0,6% dal precedente 0,9% e la quota di Jeep è rimasta invariata allo 0,2%.

Fiat, marchio Fiat cresce in Europa. A gennaio il brand Fiat migliora la quota di mercato in Europa sia rispetto a gennaio 2012, sia rispetto al 4,4% di dicembre, mentre il Gruppo Fiat la accresce di 0,6 punti percentuali rispetto a dicembre 2012, e ciò «nonostante la pesante penalizzazione del mercato italiano che perde il 17,6% delle vendite». Lo rileva in una nota il Lingotto che evidenzia «i positivi risultati della 500L, ai vertici nel suo segmento», e quelli di «Panda e 500, stabilmente le citycar più vendute in Europa».

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fonte ilmessaggero.it

IL TURISMO CHE NON C’E’ PIU’ – Patrimonio sprecato e dimenticato dalla campagna elettorale. Da spararsi, con tutto il ben di Dio che abbiamo

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Momenti di illusionismo turistico, di Lisandro Rota – fonte immagine

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Patrimonio sprecato e dimenticato dalla campagna elettorale

Solo 5 sciatori su 100 scelgono le nostre Alpi

Il turismo cresce nel mondo, in Italia è fermo. Non ci bastano San Pietro, Assisi e Padre Pio: la Francia ci batte nei viaggi religiosi

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di

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Vi pare possibile che solo il 5% di chi va a sciare sulle Alpi lo faccia in Italia? O che pur ospitando noi San Pietro e una miriade di santuari la Francia ci batta perfino nei viaggi religiosi? Dovrebbe essere un incubo, per ogni uomo di governo, l’arrancare del nostro turismo. Invece il tema, nella campagna elettorale, è secondario. Marginale.

Quanto pesi il settore a livello mondiale è presto detto: nel 1980 contò 280 milioni di visitatori saliti nel 2012, con un’impennata impensabile in altri campi, a un miliardo e 35 milioni: il quadruplo. E da qui al 2022, secondo il Word Travel & Tourism Council, dovrebbe salire ancora del 4,1% l’anno fino a occupare 328 milioni di persone e sfondare un bilancio annuale di 10 mila miliardi di dollari. Per aumentare ancora fino al 2030: due miliardi di turisti. Il guaio è che quella crescita stratosferica è la media fra chi crescerà moltissimo come la Cina (+9,2% l’anno), l’India (+7,7%) o l’Indonesia (+6,9%) e chi come l’Italia resterà talmente fermo, se non c’è una svolta, che su 181 Paesi monitorati dal Wttc solo 8 cresceranno di meno. Un delitto.

Tanto più per un Paese come il nostro che nel 1970 era in vetta alla top ten mondiale (oggi è quinto), che vanta più siti Unesco di tutti (47: contro i 43 della Spagna, 42 della Cina, 37 della Germania, 36 della Francia…) e che nel Country Brand Index, la classifica sulla reputazione di 118 Paesi dell’agenzia FutureBrand (dove nel 2012 siamo scesi dal 10º al 15° posto) è primo sia per le ricchezze culturali sia per la cucina. Una posizione che sarebbe inarrivabile se, nonostante i regali del buon Dio (dalle Eolie alle Tre Cime di Lavaredo, dai faraglioni di Capri alla laguna di Caorle) non fossimo addirittura usciti dai «magnifici dieci» (prima è la Svizzera…) devastando paesaggi meravigliosi. Ora, è chiaro che un Paese come il nostro non è e non sarà mai dipendente dal turismo e dal suo indotto quanto le Maldive o Macao che devono ai visitatori rispettivamente il 100% e l’88% della propria ricchezza. Né quanto la Grecia (16,5%), il Portogallo (15,2%) o la Spagna (14,9%).

Ma è assurdo che il turismo e il suo indotto contribuiscano al Pil italiano per l’8,6% cioè meno di quanto pesi il comparto in Paesi industriali come la Francia (9,3%) o gli Usa (8,7%). Per non dire del turismo in senso stretto. Che secondo il Wttc contribuisce al Pil per il 5,2% nella media mondiale, il 5,4 in Spagna, il 3,7 in Francia e solo il 3,3 in Italia. Da spararsi, con tutto il ben di Dio che abbiamo. Vale anche per l’occupazione. Gli addetti al turismo e a tutto ciò che ruota intorno sarebbero per il Wttc il 13,6% a livello mondiale, il 18,4% in Grecia, il 17,8% in Portogallo, il 12,7% in Spagna e fin qui il distacco (il nostro è un Paese manifatturiero) lo possiamo accettare. Ma quel 9,7% onnicomprensivo che vantiamo è troppo basso anche rispetto al 10,4% della Svizzera o della Francia e al 10,2% degli States. In numeri assoluti basti dire che, lasciando perdere i confronti improponibili (24 milioni di indiani, 22 milioni di cinesi…) il turismo in senso stretto (dati 2011) occupa 868 mila italiani contro 938 mila britannici e un milione e 154 mila francesi. Vale a dire che i «cugini» occupati in alberghi, ristoranti, agenzie di viaggi e così via sono quasi 300 mila in più. Un distacco enorme, che sale con l’indotto a ben oltre il mezzo milione di posti di lavoro.

I dati che davamo all’inizio, del resto, sono indicativi. Pur essendo in territorio italiano un terzo della catena alpina (il 27% contro il 29 dell’Austria, il 21 della Francia, il 13 della Svizzera…) e pur essendo nostre le Dolomiti, l’ultimo Piano strategico preparato dall’Enit di Pierluigi Celli e da Boston Consulting Group dice che «il turismo dello sci nelle Alpi genera un mercato da circa 16 miliardi di euro, di cui l’Italia cattura solo il 5%». Un suicidio. Quanto al turismo religioso, è pazzesco ma non ci bastano Roma e padre Pio e san Francesco d’Assisi e sant’Antonio da Padova e le Madonne di Loreto e Pompei e il resto: siamo comunque secondi in Europa dopo la Francia. Che tra Parigi (Notre-Dame, Sacré Coeur de Montmartre…) e Lourdes e Mont Saint-Michel è prima nel mondo cristiano superando anche la Madonna di Guadalupe in Messico che da sola fa il triplo di San Pietro.

Vogliamo aggiungere un esempio che gela il sangue? Lo spreco folle del Sud: la Sicilia e le Baleari hanno gli stessi chilometri di costa ma la Sicilia ha la Valle dei templi, Taormina, Selinunte, Siracusa e una varietà gastronomica straordinaria. Eppure, nonostante i soldi buttati nelle spese più pazze, ha un undicesimo delle presenze turistiche e addirittura un tredicesimo dei voli low cost.

Davanti ai numeri simili, come dicevamo, chi ha governato l’Italia in questi anni e chi si propone di governarla domani non dovrebbe dormire la notte. E scervellarsi piuttosto per capire, ad esempio, come portare qui il più possibile dei turisti cinesi che stanno invadendo (80 milioni nel 2012: +15% sul 2011) il mondo. Tanto più che, dice l’Istat, il turismo in senso stretto (senza l’indotto!) ha poco meno degli occupati dell’agricoltura e della pesca, il triplo della chimica e ventitré volte, con tutto il rispetto per i problemi dell’Ilva, quelli della siderurgia.

Eppure di tutto parlano i partiti, in questa rissa elettorale, meno che del turismo. Non una parola nel programma «l’Italia giusta» del Pd, anche se nella home page c’è un rimando a vari interventi della conferenza nazionale sul turismo. Non una in quelli dell’Udc, dell’Italia dei Valori, del Movimento 5 Stelle, de La Destra di Francesco Storace racchiuso nel «Manuale della sovranità»…

Qualche cenno («Lo sviluppo equilibrato di agricoltura contadina, turismo, cultura, gastronomia, è la chiave di volta…») c’è nelle tesi di Rivoluzione civile e in quelle di Sel, ma solo per sottolineare la necessità di «opere ecocompatibili in agricoltura, nella ricezione turistica, nella ristorazione, nel turismo finalizzato alla migliore conoscenza del nostro patrimonio…». Poco più nel programma della Lega. Dove non solo è sballata l’analisi delle difficoltà del nostro turismo attribuite a una crisi di quello globale (pensa te: quasi cento milioni di turisti in più su 2011!) ma si pubblica col copia-incolla chissà quale relazione dove sono nominati venti volte i Comuni e mai l’Italia, pur sapendo anche i sassi che la sfida turistica, piaccia o no ai campanilisti, è planetaria.

Qualcosa di più, pochino pochino, c’è nell’Agenda Monti, nel programma dei Fratelli d’Italia e in quello del Pdl. Qualche ritocco all’Iva, qualche parola sui visti turistici, qualche promessa sugli stabilimenti balneari. E poi il solito vecchio slogan su «il turismo è il nostro petrolio» e altra aria fritta. E mai un accenno al web, che oggi convoglia larga parte del turismo mondiale. Quanto basta per confermar l’accusa lanciata dal ministro Piero Gnudi: non solo il turismo è sempre stato considerato «un settore di serie B» al punto che «si manda alla scuola alberghiera il figlio che non ha tanta voglia di studiare» ma nessuno capisce al contrario quanto potrebbe dare, in ricchezza e in posti di lavoro, questo nostro immenso patrimonio. Sempre che fosse «preso sul serio come accade nei Paesi moderni».

19 febbraio 2013 | 12:32

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fonte corriere.it

EURO O LIRA – Quel prestito che inquieta

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IL CASO DAIMLER E IL RISCHIO ITALIA

Quel prestito che inquieta

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di  DANIELE MANCA

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L’attenzione riservata al nostro Paese dall’estero dovrebbe inorgoglirci. Siamo uno dei membri fondatori dell’Unione Europea. Ottava potenza industriale al mondo. Purtroppo non tutti ci guardano con occhi benevoli. Piccoli indizi, che prendono la forma di codicilli in alcuni prodotti finanziari, ci raccontano di sguardi ben poco amichevoli nei nostri confronti, preoccupati per una futura ingovernabilità.

Un prestito obbligazionario, emesso dalla Mercedes-Daimler, di una cifra non enorme per i mercati finanziari, 150 milioni di euro, prevede, secondo Moody’s e l’agenzia Bloomberg che ne ha dato notizia, una sorprendente e inedita clausola di garanzia. Il debito potrà essere restituito in una moneta che al momento dei pagamenti, nell’agosto del 2015, «sarà la valuta con corso legale in Italia». Come a dire: l’euro oppure anche un’altra moneta locale, la lira?

Detto ancora più chiaramente: in questa campagna elettorale, con qualche leggerezza di troppo, si sta dando per scontato che l’euro possa continuare a farci da scudo. All’estero c’è chi non lo pensa e tiene conto del rischio di un’Italia fuori dalla valuta unica.

Le proporzioni sono diverse. Ma è ancora fresco il ricordo di quel luglio del 2011. Il Financial Times riporta la notizia che la Deutsche Bank nei primi sei mesi dell’anno ha ridotto dell’88% la quota in Btp. Che cosa è accaduto dopo è noto. L’autunno terribile dello spread portò alla caduta del governo Berlusconi. E proprio quella parola che ha dominato il dibattito nell’ultimo anno e mezzo sembra improvvisamente scomparsa o quasi dai discorsi dei candidati alla guida del Paese.

Lo spread, ieri a quota 277, pare interessare molto poco. Per dovere di cronaca, sempre nel luglio 2011, era attorno ai 330 punti. Si tratta di una colpevole dimenticanza. Lo spread attuale significa che dobbiamo garantire quasi il 3% in più di interessi agli investitori che prestano soldi al nostro Paese rispetto alla Germania. E questo costringe l’Italia a una corsa senza fiato per pagare ogni anno tra i 70 e gli 80 miliardi di soli interessi agli investitori che ci prestano soldi.

Comprensibile la preoccupazione dei mercati finanziari. Gli editoriali che si succedono all’estero mostrano lo smarrimento, al limite dell’incomprensione, con il quale viene seguito il dibattito politico. Al punto di spingere l’editorialista del Financial Times Wolfgang Munchau a scrivere ieri che «un risultato a sorpresa è possibile, in qualsiasi direzione». È come se si iniziasse a quotare una possibile ingovernabilità post elezioni.

Traspare una mancanza di fiducia che non ci meritiamo. Che non ci meritiamo come Paese e come cittadini. Gli sforzi che in questi anni abbiamo fatto per tenere agganciata l’Italia all’Europa, per ripagare i nostri debiti attraverso una insopportabile pressione fiscale, non possono essere vanificati da una campagna elettorale appassionata più alle polemiche e alle promesse che a descrivere programmi e intenzioni.

Mancano cinque giorni al voto. La nostra democrazia è forte. Non ha bisogno di tutori che dall’estero ci indichino la strada. Ma dobbiamo dimostrare che non andiamo al voto solo per contarci e magari rivotare tra qualche mese. Per farlo oggi servono le parole della campagna elettorale. Domani i fatti del governo che uscirà dalle elezioni.

19 febbraio 2013 | 11:05

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fonte corriere.it

Gay, la sentenza della Corte di Strasburgo: “Sì all’adozione del figlio del partner”

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Gay, la sentenza della Corte di Strasburgo: “Sì all’adozione del figlio del partner”

La decisione della corte per i diritti umani: se uno dei due partner ha figli, l’altro deve aver diritto all’adozione, come avviene per le coppie eterosessuali non sposate. La sentenza su un ricorso presentato da una coppia di donne austriache

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STRASBURGO – Nelle coppie omosessuali i partner devono avere il diritto ad adottare i figli dei compagni, cosi come avviene per le coppie eterosessuali non sposate. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani in una sentenza emessa su un ricorso presentato da una coppia di donne austriache e dal figlio di una di loro.

La sentenza, definitiva perché emessa dalla Grande Camera della Corte di Strasburgo, riguarda l’Austria, ma i principi valgono per tutti gli altri 46 Stati membri del Consiglio d’Europa. Nella sentenza la Corte afferma che l’Austria ha violato i diritti dei ricorrenti perché li ha discriminati sulla base dell’orientamento sessuale dei partner, visto che in Austria l’adozione dei figli dei compagni è possibile per le coppie eterosessuali non sposate.

“Non ci piace pensare a matrimoni ufficiali” tra omosessuali, “ma riconosciamo la tutela dei diritti di chi è in questa situazione”, ha detto il leader del Pdl, Silvio Berlusconi. Quanto all’adozione dice: “io su questo non ho un mio parere definitivo, non sono un tuttologo e certe cose non sono riuscito ad approfondirle”. E ha aggiunto: “Auspichiamo di trovare una maggioranza in parlamento anche nella sinistra per tutelare i diritti individuali di queste persone anche con cambiamenti al codice civile”. Un commento è arrivato anche dal segretario del Prc Paolo Ferrero: “Bene la Corte di Strasburgo che apre alle adozioni per le coppie omosessuali. Anche in Italia Rivoluzione civile vuole dire basta alle ingerenze vaticane e vuole ampliare a tutte e a tutti i diritti, tutelando la piena libertà e le garanzie democratiche di cui godono le persone eterosessuali”.

Il caso sul quale si è pronunciata la Corte per i diritti umani è nato da un paradosso: la concessione dell’adozione alla partner avrebbe fatto perdere i diritti alla madre naturale, sua compagna. I giudici di Strasburgo hanno affermato che il governo austriaco non è riuscito a dimostrare che la differenza di trattamento tra coppie gay ed eterosessuali è necessaria per proteggere la famiglia o gli interessi dei minori. Tuttavia la Corte ha nel contempo sottolineato che gli Stati non sono tenuti a riconoscere il diritto all’adozione dei figli dei partner alle coppie non sposate.

Il caso su cui la Corte ha stabilito la violazione dell’articolo 14 e 8 della convenzione europea dei diritti umani, che sanciscono la non discriminazione e il diritto al rispetto della vita familiare, riguarda due donne che vivono da anni in una relazione stabile e il figlio che una di esse ha avuto da un uomo con cui non era sposata. Nel 2005 le donne hanno concluso un accordo di adozione per creare un legame legale tra il minore e la compagna della madre.

Ma quando si sono rivolte al tribunale per far riconoscere l’accordo, questo ha opposto un rifiuto. In base l’articolo 182.2 del codice civile austriaco la persona che adotta “rimpiazza” il genitore naturale dello stesso sesso, interrompendo quindi il legame con quel genitore. Nel caso in questione quindi l’adozione non avrebbe creato un nuovo legame o rimpiazzato quello con il padre, ma avrebbe reciso quello con la madre naturale del bambino. (19 febbraio 2013)

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fonte repubblica.it

Scandalo carne di cavallo. Nestlé ritira tortellini in Italia e Spagna. Via dagli scaffali anche le ‘Lasagnes a la Bolognaise Gourmandes’ francesi

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Via dagli scaffali anche le ‘Lasagnes a la Bolognaise Gourmandes’ francesi

Scandalo carne di cavallo. Nestlé ritira tortellini in Italia e Spagna

La decisione presa dal colosso dell’industria alimentare riguarda i prodotti della Buitoni con ripieno di manzo, in cui le analisi hanno riscontrato tracce di Dna di carne di cavallo pari all’1%. Il gruppo francese assicura che “non ci sono problemi di sicurezza” per la salute dei consumatori, con cui si scusa, e afferma che saranno rafforzati i controlli per “assicurare la qualità”. Nuovi test, intanto, sono stati approvati dalle autorità dell’Unione Europea

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ROMA –

Arrivano anche in Italia gli effetti dello scandalo della carne bovina sostituita con quella di cavallo nella realizzazione di prodotti alimentari. La Nestlé ha ritirato dagli scaffali italiani, oltreché da quelli spagnoli, ravioli e tortellini di manzo della Buitoni, società che fa capo al colosso alimentare francese. A portare a tale decisione i risultati delle analisi che hanno permesso di rinvenire tracce di Dna di carne di cavallo pari all’1%. In una nota, dopo aver informato le autorità competenti sull’esito degli esami, la Nestlé rassicura: ”Non ci sono problemi di sicurezza alimentare”.

I prodotti ritirati dagli scaffali dei nostri supermercati saranno sostituiti con altri, continua la nota della società ”che i test confermeranno essere al 100% di manzo”. La Nestlé precisa anche che sono state sospese ”tutte le consegne di prodotti finiti con manzo della tedesca H. J. Schypke, società che lavora per uno dei nostri fornitori”.

Il colosso dell’industria alimentare assicura inoltre sulla propria politica dei controlli: ”Assicurare la qualità e la sicurezza dei nostri prodotti è stata sempre una priorità per Nestlé. Ci scusiamo con i consumatori e assicuriamo che le azioni prese per far fronte a questo problema si tradurranno in più alti standard e in una rafforzata tracciabilità”. Oltre ai prodotti ritirati in Italia e in Spagna saranno ritirate dalla vendita anche le ‘Lasagnes a la Bolognaise Gourmandes’ prodotte in Francia.

Il dilagare dello scandalo della carne di cavallo in hamburger e lasagna ha spinto l’Unione Europa a scendere in campo e approvare una raffica di test su carne di manzo per verificarne la composizione. Test rispetto ai quali l’Italia, primo consumatore di cavallo in Europa, si è espressa contrariamente. L’unico Paese europeo a farlo. Opposto l’atteggiamento della Germania che, secondo quanto riporta il Financial Times, seguirà un piano in dieci punti che va al di là di quanto stabilito a Bruxelles per verificare l’eventuale presenza di altri additivi non dichiarati. Nel frattempo l’industria degli hamburger risente della crisi: nella settimana che si è chiusa il 2 febbraio le vendite di hamburger congelati in Inghilterra, dove la crisi e’ scoppiata, sono crollate del 40% e due terzi degli inglesi – in base a un sondaggio Nielsen – si sono detti contrari ad acquistare carne surgelata in futuro.

Ultima Modifica: 19 febbraio 2013, 09:19

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fonte grr.rai.it