Archivio | febbraio 21, 2013

COMUNICAZIONI TRUFFALDINE – «Sono una donna, non sono una bambola» Ma le donne del manifesto Pdl sono state ‘comprate’ da un catalogo

https://i1.wp.com/images.corriere.it/Media/Foto/2013/02/21/pag30.jpg

«Sono una donna, non sono una bambola»
Ma le donne del manifesto Pdl sono da catalogo

Le immagini delle «sostenitrici» sono acquistabili online e utilizzabili a fini commerciali

https://i2.wp.com/www.corriere.it/Media/Foto/2013/02/21/screenshot123rf1_fotozoom--620x420.jpg

.

MILANO – Lo slogan: «Sono una donna, non sono un bambola». E poi, il volto, sorridente e rilassato, di tre donne. Insieme, sono le testimonial di un manifesto elettorale del Pdl (GUARDA) pubblicato su diversi quotidiani nazionali che contiene un appello in difesa dei diritti delle donne. Il riferimento è al segretario del Pd Pierluigi Bersani, secondo il quale Berlusconi parla di donne «come se fossero bambole gonfiabili». «Dobbiamo riscattarci e dire che siamo orgogliose di essere donne del Pdl e siamo orgogliose di votare per Silvio Berlusconi», ha detto Daniela Santanchè alla presentazione del manifesto, da cui sorridono appunto tre donne: una bionda, una bruna, di età diverse e tutte sorridenti. Perfette. O quasi.

DA CATALOGO Come segnalato su Twitter da Nomfup – blog collettivo su comunicazione e politica animato da Filippo Sensi, vicedirettore di «Europa» – le tre donne non sono infatti militanti del Popolo della Libertà, ma immagini acquistabili online e utilizzabili a fini commerciali. Una di loro si chiama «Sorridente donna anziana felice. Isolato su sfondo bianco». Sullo stesso sito, digitando le parole chiave «Sorridere anziani braccia incrociate in piedi signora, guardando la fotocamera», si trova anche una collega. La terza ha prestato il proprio volto la pubblicità di un’azienda che fornisce componenti per ufficio. Che le tre votino Pdl però, non è dato sapere.

Federica Seneghini

21 febbraio 2013 | 20:40

.

fonte corriere.it

ELEZIONI 2013- Perché non si parla di stipendi

https://i1.wp.com/www.finanzaonline.com/forum/attachments/arena-politica/1559320d1331072265-elezioni-2013-416945_373990175960413_135089756517124_1510012_695726398_n.jpg
Punti di vista… – fonte immagine

____________________________________________________________

https://i1.wp.com/data.kataweb.it/kpmimages/kpm3/eol/eol2/2013/02/21/jpg_2201006.jpg

ELEZIONI 2013

Perché non si parla di stipendi

Crolla il potere d’acquisto, precipitiamo in fondo alle classifiche europee eppure il tema della retribuzione è il grande assente in questa campagna elettorale: a destra e a sinistra. Nonostante sia, insieme alla disoccupazione e alla chiusura delle aziende, il principale assillo degli italiani

.

di Fabio Chiusi

.

Tra le tante parole scomparse in questa campagna elettorale, una a sinistra fa più rumore: la parola ‘salari’. Trovarne traccia nelle dichiarazioni pubbliche registrate dall’archivio Ansa somiglia a una caccia al tesoro: da inizio anno, si registrano unicamente gli allarmi dei sindacati, l’indignazione di Antonio Di Pietro e gli strali di Paolo Ferrero, l’unico a essere presente più volte. Per il centrosinistra, figurano solo il responsabile economico Stefano Fassina e l’ex ministro Cesare Damiano. Per il resto, nonostante il frangente non sia certo di parsimonia verbale, il blackout assoluto.

A cercare poi nei programmi delle coalizioni al voto va perfino peggio. In quello del Pdl ricorre una volta («detassazione del salario di produttività»), esattamente come in quello di Monti («decentramento della contrattazione salariale») e del centrosinistra. Che si limita a un laconico e vago «spezzare la spirale perversa tra bassa produttività e compressione dei salari e dei diritti». Del tutto assente dal programma del MoVimento 5 Stelle, il termine ricorre invece quattro volte in quello di Rivoluzione Civile. Dove si parla di una altrettanto vaga «convergenza fiscale e salariale» ma, quantomeno, si ricorda esplicitamente la realtà: «I lavoratori italiani hanno salari tra i più bassi d’Europa».

Certo, misurare la presenza di un tema in campagna elettorale tramite la frequenza con cui è menzionato è un indice di misurazione approssimativo. Ma l’assenza nel dibattito pubblico di un tema tanto importante per la vita quotidiana dei cittadini è disarmante. Soprattutto a fronte dei dati, che imporrebbero ben altra riflessione. Solo il 28 gennaio scorso, e dunque in pieno periodo elettorale, l’Istat comunicava che nel 2012 in media i salari sono cresciuti dell’1,5 percento. Ma a fronte di un aumento dei prezzi doppio, del 3 percento. Risultato? Un divario a sfavore delle retribuzioni mai così elevato dal 1995. «Significa, tradotto in cifre, che una famiglia di tre persone ha avuto nel 2012 una perdita del potere d’acquisto equivalente a 524 euro», ha commentato il Codacons.

Il tutto mentre, ricordava Eurostat a febbraio 2012, in Italia lo stipendio medio nel 2009 è stato di 23.406 euro: una cifra che ci relega agli ultimi posti in Europa, dove siamo superati non solo dalla Germania, in cui la media è stata 41 mila euro, e dalle prime della classe, Danimarca e Norvegia (rispettivamente 56.044 e 51.343 euro), ma anche dalla Spagna, a quota 26.316 euro in media. Due mesi più tardi, la conferma dell’Ocse: tra i Paesi sviluppati l’Italia è al 23esimo posto su 34. Senza grosse prospettive di miglioramento, peraltro. Come scrive il bollettino economico pubblicato da Bankitalia lo scorso ottobre, infatti, «nel complesso del 2012 e nel prossimo biennio le retribuzioni unitarie di fatto dovrebbero continuare a crescere a un ritmo inferiore a quello dei prezzi al consumo, con una conseguente ulteriore riduzione dei salari reali».

Se a questo si somma una produttività del lavoro asfittica (e in ulteriore calo, secondo le stime del Conference Board, nel 2013: -0,8%), anch’essa tra le ultime nei Paesi Ocse, e una media di ore lavorate annue già elevata (1.774, 200 in più rispetto alla media dell’Eurozona e ben 300 aggiuntive rispetto alla Germania), si comprende come il problema vada ben oltre un semplice aumento dei salari, ma coinvolga la competitività stessa del sistema Italia.

Ci sarebbe di che discutere, insomma. E invece, anche a sinistra, si è giocata tutta la campagna elettorale o quasi sull’Imu. Un aspetto importante della vicenda, certo: perché meno tasse vuol dire più capacità di spesa. Ma che non può esaurirla. Secondo il segretario generale Cisl, Raffaele Bonanni, per esempio, è quella dei salari «la vera emergenza del Paese». Raggiunto dall’Espresso, il sindacalista aggiunge una amara valutazione sull’assenza del tema nelle settimane di scontro in vista delle urne: «La questione salariale è nascosta», dice, «come è nascosta la questione dell’industria del manufatturiero che ci dà da vivere. E’ come se la classe politica disconoscesse ciò che fa vivere il nostro Paese».

«Il problema non è specifico dei salari, ma più generale», argomenta Claudio Lucifera, docente di Economia politica all’Università Cattolica di Milano. Perché «il salario non è come si sosteneva 30 anni fa una variabile indipendente: dipende dal contesto. E’ l’impoverimento del nostro Paese, che procede da una ventina d’anni. E l’allargamento delle differenze sociali. Per un po’ le dinamiche salariali hanno tenuto, soprattutto quelle del pubblico impiego», prosegue, «ma poi negli ultimi anni le condizioni macroeconomiche del nostro Paese non hanno più consentito ai salari di crescere». Per il docente, la questione è che «i salari sono nel lungo periodo ineluttabilmente legati alla produttività, e la produttività è stagnante. E se ristagna il nostro Paese non cresce, e neanche i salari possono crescere».

Secondo Bonanni, tuttavia, alzare i salari può essere un modo proprio per ridare vigore alla produttività. Ma come? «Con buone relazioni industriali, una revisione forte dei fattori di sistema territoriali, e con meno tasse», risponde. Perché se la produttività, di «sistema» e non solo del lavoro, è al palo, è dovuto certo al livello dell’imposizione fiscale, ma anche alla «scarsa propensione alla gestione delle relazioni industriali – e quindi contrattuali – in azienda». Tema che da anni divide le sigle sindacali. Una divisione, ragiona, che di certo ha pesato anch’essa al raggiungimento di salari tanto esigui.

Certo, c’è chi, come l’economista Tito Boeri, ricorda che i governi non possono decidere di alzare o abbassare i salari a loro piacimento: c’è di mezzo il contratto collettivo nazionale di lavoro, e dunque le parti sociali. Senza contare, aggiunge, che «l’emergenza è la disoccupazione».

Ma nello stesso centrosinistra non manca chi fa autocritica. Fassina, per esempio: «Non se ne è parlato per niente», dice al telefono, «anche se noi lo abbiamo fatto in modo non visibile sui media, tramite tanti appuntamenti molto partecipati». Il punto, ammette, è che «ne abbiamo parlato in un modo che non è risultato interessante, e purtroppo l’agenda della campagna elettorale è stata fatta da altri temi».

Quanto al programma del centrosinistra, «tutte le proposte dedicate allo sviluppo sono proposte che riguardano i salari. Noi abbiamo parlato generalmente di lavoro», argomenta Fassina, «perché abbiamo un’esplosione della disoccupazione, di cassa integrazione, di persone che non hanno neanche quella o l’indennità di disoccupazione». Insomma, senza alleggerire l’Imu per le fasce più deboli, correggere la politica economica europea, il pagamento dei 50 miliardi dei debiti della amministrazioni pubbliche verso le imprese e l’allentamento del patto di stabilità di 7,5 miliardi in tre anni, impossibile mettere mano alle retribuzioni. «Purtroppo non ci sono scorciatoie», ammette Fassina. Specie nel breve periodo.

Eppure a sentire il candidato a Montecitorio di Sel, Gennaro Migliore, le priorità sembrano diverse: «la prima riforma che va fatta è quella proprio di aumentare i salari», dice rispedendo al mittente l’accusa di non aver affrontato a sufficienza l’argomento in queste settimane, «sia sul versante di un aumento diretto ?€“ e questo ovviamente è legato ai contratti nazionali di lavoro ?€“ sia sul versante indiretto. Perché quando noi diciamo di diminuire le imposizioni fiscali su parte della popolazione, lavoratori dipendenti e pensionati, noi pensiamo sia un aumento di salari».

Ancora, per Migliore vanno inoltre «rafforzati gli strumenti contrattuali». E, giudicando la recente proposta di Barack Obama di alzare i salari minimi da 7,25 dollari l’ora a nove (con il plauso del premio Nobel, Paul Krugman), aggiunge l’idea di un «salario minimo orario garantito», per una cifra che immagina non inferiore ai 10 euro. Ma che non vuole essere altro, precisa, che un punto di partenza per un ragionamento più articolato. Una impostazione comunque differente rispetto a quella di Fassina, che invece passa il tempo della risposta a sottolineare le differenze strutturali tra la situazione italiana e quella statunitense: «Per sua fortuna Obama ha una banca centrale che può svalutare il dollaro e quindi recuperare competivitià internazionale attraverso la svalutazione della moneta. Noi questo lusso non ce l’abbiamo». Al punto da individuare proprio nello svanire dell’effetto della svalutazione della lira del periodo 1992-1995 l’inizio del calo di produttività che stiamo testimoniando.

Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista e candidato nelle liste di Ingroia, inserisce invece la mancata tematizzazione dell’argomento in un contesto più ampio: «Il motivo è semplice, ed è che si sta cercando di strutturare l’Europa secondo una divisione interna del lavoro. E’ l’idea di avere al suo interno», spiega, «una zona ad alti salari e alta qualità del lavoro, e una a bassi salari che funge da serbatoio interno di manodopera a basso costo per lavorazioni dequalificate. Atrimenti non si spiega», conclude, «perché Monti abbia deliberatamente distrutto il mercato interno in quest’anno». Lo stesso Monti con cui potrebbero ritrovarsi a governare alcuni tra coloro i quali vogliono che i salari aumentino, e subito.

Insomma, la confusione è tanta. Il professor Lucifera indica una possibile via d’uscita: l’istituzione di una «Commissione salari minimi, come esiste in molti altri paesi, che si incarichi di fare una ricognizione della struttura salariale e formulare delle proposte». Una commissione indipendente, sottolinea, «che presenti al Parlamento e al governo un rapporto sulla questione salariale, per tutelare per esempio i lavoratori più a rischio di distorsioni salariali al ribasso». Un punto di partenza. A patto che a qualcuno abbia ancora il coraggio di pronunciare la parola proibita.

.

fonte espresso.repubblica.it

CRISI – Il grande inganno delle Banche Europee

https://i2.wp.com/www.giornalettismo.com/wp-content/uploads/2013/02/banche-europee-dati-fasi-per-nascondere-crisi-5.jpg

Il grande inganno delle Banche Europee

Basilea 3 e i conti truccati a favore degli istituti di credito

.

Non è un segreto perché succede da anni: le banche europee hanno truccato i propri livelli di rischio per nascondere l’incidenza della crisi. Cerchiamo di capire cosa è successo.

BASILEA 3 – Basilea 3 è nata per introdurre nuovi parametri per gestire la liquidità attuando una serie di norme diffuse dal Comitato di Basilea al fine di vigilare sulle banche in seguito alla crisi dei subprime. Le nuove regole saranno attive esattamente dal primo gennaio del 2015  e all’inizio la copertura delle risorse per ‘aiutare’ il mercato sarà del 60%, un dato destinato a salire entro i sei anni successivi e entro il 2019 si prevede una copertura del 100%. Questo cambiamento serve ad “assicurare che il Liquid coverage ratio (Lcr) venga introdotto senza creare grossi disagi all’organizzazione dei sistemi bancari nel finanziamento delle attività economiche” ha spiegato in una nota il comitato. Il provvedimento dovrebbe aiutare le banche a finanziare la crescita in luogo dell’acquisto dei titoli di stato e quindi, così facendo, si garantirebbe una maggiore concessione di prestiti alle famiglie e alle imprese. Le banche avranno una maggiore liquidità togliendo la supremazia del ruolo di prestatori di prima istanza alle banche centrali. Dalla descrizione del Comitato di Basilea, le nuove norme dovrebbero avere una linfa pulsante ma i critici sono molto duri e temono che Basilea 3 possa esarcebare il vizietto della banche di truccare i conti, come scrive il Wall Street Journal.

guarda le immagini:

LEGGI ANCHE: A chi prestano soldi le banche

 

TRUCCHETTI – Le nuove regole di Basilea 3 entreranno progressivamente in azione, al fine di rendere il settore finanziario più stabile e le banche, per tenere il passo, dovrebbero aumentare le riserve di capitale per legge. La questione è che le banche devono migliorare il livello di patrimonializzazione perché devono avere una maggiore capacità di assorbire le perdite, per questo dal primo gennaio 2015 il liquidity coverage ratio determinerà una sicurezza in più poiché aiuterà a far fronte a ipotetiche crisi di liquidità nel breve periodo. Dal 2018 ci sarà anche il net stable funding ratio, un requisito che aiuta ad eliminare gli squilibri di finanziamento fornendo incentivi alle banche per finanziare le attività. Quel che nel frattempo è uscito allo scoperto, scrive il WJS è che Deutsche Bank è finita sotto indagine, come annunciato a gennaio, per aver ridotto le attività di rischio nel quarto trimestre del 2012 per almeno 26 miliardi di euro. La banca svizzera, UBS, ha diminuito le attività di rischio di circa 8 miliardi di franchi svizzeri e questi cambi sono da associarsi al cambio del modello computazionale per la riduzione del rischio ponderato. La banca tedesca ha perso oltre due miliardi nel quarto trimestre tra spese processuali e manipolazione dell’interesse interbancario  per un buco che nessuno aveva previsto. Lo Spiegel spiega che lo scandalo Libor costerà parecchio ai colpevoli, si parla di miliardi e Barclays e USB hanno patteggiato mentre Deutsche Bank si è sempre dichiarata estranea alle ombre finché non è scattata l’indagine per un buco di 12 miliardi di euro. A dicembre del 2012 il patteggiamento di Hsbc ha fatto scandalo: accusata di riciclo di denaro dei criminali messicani, ha pagato una multa di meno di 2 miliardi di dollari per nove anni di ‘giochetti’. Cosa fare? Sicuramente, scrive il WJS, si sta pensando all’introduzione di “una guida standard per il calcolo di rischio”.

RIMEDI – Probabilmente i nuovi criteri per i calcoli del rischio saranno più severi rispetto ai modelli utilizzati attualmente dalle banche. Dopo la presentazione delle Regole di Basilea III, sedici grandi banche mondiali hanno apportato ‘variazioni significative’ nei metodi di gestione nel calcolo del rischio. L’Autorità bancaria europea sta pensando a metodi per unificare i metodi di calcolo delle banche più forti. “In alcuni paesi europei, le autorità locali bancarie sono state già costrette ad abbandonare metodi di calcolo interni” scrive il WJS. Svizzera e Svezia chiedono indicazioni concrete per compilare le caratteristiche tali da definire la gestione del rischio per i mutui. Gli analisti svizzeri si aspettano metodologie di calcolo più chiare in futuro perché le attività di rischio delle banche sono aumentate di miliardi. È notizia di poche settimane fa lo scandalo derivati inglese visto che nove contratti su dieci rilasciati dalle banche britanniche a piccole e medie imprese si sono rivelati irregolari e se l’indagine conferma che il 90% degli swap sul rischio tassi è irregolari le banche britanniche saranno investite da una bufera ulteriore da sommare allo scandalo Libor. Si parla di Ppi, Payment Protection Insurance, ovvero quelle garanzie vendute dalle banche a chi chiedeva un mutuo immobiliare ma che si sono rivelati inesegibili: quanto dovranno pagare i quattro giganti inglesi, Hsbc, Rbs, Barclays e Lloyds per multe, risarcimenti e frode? Intanto, le banche europee fanno resistenza alle nuove norme di Basilea III. Too Big To Fail (Troppo grandi per cadere),  scrive il New York Times, insomma ci sarà sempre qualcuno pronto a salvare le banche? O basta patteggiare come Hsbc?

 

(Photo Credit/Getty Images)

.

fonte giornalettismo.com

VICENZA – Maresciallo dei carabinieri arrestato per estorsione a un’invalida

https://i0.wp.com/media.ilgiornaledivicenza.it/media/2013/02/605013_128693_resize_220.jpg
fonte immagine

Maresciallo dei carabinieri
arrestato per estorsione a un’invalida

Sospeso in attesa di radiazione. Bloccato dai colleghi mentre si faceva consegnare mille euro da una 43enne invalida

.

Il maresciallo capo dei carabinieri Massimiliano De Giorgio, 42 anni, in servizio presso il comando provinciale di Vicenza è stato arrestato da suoi stessi colleghi per estorsione aggravata ai danni di un’invalida civile. Il sottufficiale, ammanettato dai carabinieri di Caprino Veronese (Verona), è già stato sospeso in attesa di radiazione dal corpo militare.

LA VITTIMA INVALIDA Secondo quanto si è appreso il maresciallo avrebbe carpito informazioni di natura privata a una donna di 43 anni, invalida civile al 100% a causa di una distrofia muscolare. Minacciando di rendere pubbliche false notizie intime che l’avrebbero riguardata, l’uomo si sarebbe fatto consegnare mille euro e sarebbe stato bloccato dai suoi colleghi al momento di ritirare i soldi.

IL PRECEDENTE In precedenza a De Giorgio era già stato notificato un divieto di dimora a Vicenza dal vertice dell’Arma berico. In questo caso il sottufficiale avrebbe chiesto a una donna del denaro assicurandole il proprio interessamento per una rapida soluzione di un problema di carattere penale.

Redazione Online CorSera

21 febbraio 2013 | 20:52

.

fonte corriere.it

BUGIE, MA QUANTE NE SA… – Mago Zurlì smentisce Giannino «Mai partecipato allo Zecchino d’Oro»

https://i1.wp.com/www.giornalettismo.com/wp-content/uploads/2013/02/Vignette-Giannino-Master1.jpg
fonte immagine

Mago Zurlì smentisce Giannino «Mai partecipato allo Zecchino d’Oro»

Cino Tortorella non conferma la partecipazione del leader dimissionario di Fare per Fermare il Declino all’edizione del ’61: sull’annuario nessun bambino con questo nome

https://i0.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/MED/20130221_mago_zurli.jpg

.

ROMA – «Ho verificato su un annuario tutti i nomi dei bambini che hanno partecipato allo Zecchino dal ’61 in poi e non c’è nessuno che si chiama Oscar Giannino. E non è possibile presentarsi sotto falso nome».
Così Cino Tortorella, alias il Mago Zurlì, storico conduttore dello Zecchino D’Oro, alla Zanzara su Radio 24, a proposito della partecipazione del leader dimissionario di Fare per Fermare il Declino allo storico concorso. Un nuovo ‘incidentè dopo quello del falso master. «C’è stato solo un caso, con la figlia di Ugo Tognazzi – prosegue Zurlì – presentata sul palco solo con il nome, senza il cognome, per non favorirla in alcun modo.

Ma se uno avesse verificato avrebbe scoperto facilmente chi era. A quanto mi risulta Giannino non ha partecipato allo Zecchino D’Oro. E poi è una cosa seria, non un giochetto da laureati».

Giovedì 21 Febbraio 2013 – 16:02
Ultimo aggiornamento: 16:09
.

ANALISI – Chiesa del dopo Ratzinger pronta a papa nero?

https://i2.wp.com/www.giornalettismo.com/wp-content/uploads/2013/02/le-dimissioni-del-papa-770x513.jpg
Commozione dopo la notizia delle dimissioni del Papa – fonte immagine

ANALISI Chiesa Ratzinger pronta a papa nero?

21 febbraio, 19:51

.

https://i0.wp.com/www.ansa.it/webimages/large/2013/2/11/890123d9897c18f68605a6df95ce8d19.jpgdi Giovanna Chirri

CITTA’ DEL VATICANO – Diciannove novembre 2011, Benin. Una folla festosa lungo i chilometri da Cotonou a Ouidha accoglie Benedetto XVI, papa di Roma in pellegrinaggio alla città degli schiavi. Da qui agli inizi del XVIII secolo partivano in catene 15-20 mila persone al giorno. In Africa, tiene a dire papa Ratzinger nei giorni in Benin, non c’é “alcun segno della stanchezza della fede, tra noi così diffusa, niente di quel tedio dell’essere cristiani da noi sempre nuovamente percepibile”.

Dall’Africa, priorità dichiarata del pontificato di Benedetto XVI, può venire il nuovo papa? La Chiesa vuole scegliere un papa nero? Dopo il gesto sparigliante della rinuncia di Benedetto XVI al pontificato, questa ipotesi non è irrealistica. Qualora il conclave decidesse di orientarsi verso un “outsider”, potrebbe guardare all’Africa? Potrebbe pescare il successore di Pietro dal grande Continente che Ratzinger considera “polmone spirituale” per il mondo, un mondo che “ha bisogno della allegria, vitalità, umorismo degli africani”, e del loro “senso religioso della vita”?. Entreranno in conclave 11 africani, alcuni impegnati in curia, come il ghanese Peter Turkson, 65 anni, presidente del Pontificio consiglio Giustizia e pace o il presidente di Cor Unum, il braccio caritativo del Papa, Robert Sarah, 68 anni, originario della Guinea.

Altri eleggibili guidano diocesi importanti, magari di frontiera, come tra gli altri il sessantanovenne tanzanese Polycarp Pengo, arcivescovo di Dar-es-Salaam; il 68enne nigeriano John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja; Wilfrid Napier 72 anni, arcivescovo di Durban in Sudafrica; il sudanese 71enne Gabriel Zubeir Wako. Dalle diocesi di questi porporati africani riecheggia verso Roma il grido dei poveri, il martirio di tanti cristiani nei conflitti interreligiosi, ma anche la vitalità di una fede giovane e di una ricca spiritualità.

L’africanità e il colore della pelle suscitano interesse e persino un pizzico di apprensione in quanti, Nostradamus alla mano, parlano di un papa nero subito prima della fine del mondo. Gli africani, affermano poi i dubbiosi, sono troppo lontani dai meccanismi di curia e dalla mentalità occidentale, e un papa nero incontrerebbe grandi difficoltà. Ma siamo così sicuri che gli africani, inseriti dai papi, da decenni, nella quotidianità della vita della Chiesa, anche in Vaticano, ma soprattutto nelle diocesi, non siamo pronti a guidare la barca di Pietro nel mare in tempesta?

Le giovani chiese d’Africa, che godono della prima generazione di leader ecclesiastici locali e non missionari, che prestano preti all’Occidente in crisi di vocazioni, e persino alla diocesi del Papa, hanno forse qualcosa da dare alla Chiesa cattolica. Il 24 novembre scorso, tra gli stucchi della Sala Ducale del Palazzo apostolico in visita ai cardinali appena “creati” dal Papa, centinaia di nigeriani festosi, nei variopinti abiti tradizionali omaggiavano – senza alcun servilismo e con molta gioia, poco clientes e molto cristiani – il neo cardinale John Olorunfemi Onaiyekan. Il battagliero arcivescovo di Abuja, impegnato in Patria ad evitare ogni contrapposizione tra cristiani e islamici e in curia a ricordare le ragioni dei poveri spiega in quei giorni che la scelta di Benedetto XVI riflette una nuova importanza della Chiesa dell’area sub-sahariana. “Siamo cresciuti, non siamo più bambini”. “La decisione del Papa non mi sorprende”. L’Africa potrebbe sorprendere la Chiesa.

giovanna.chirri@ansa.it

.

fonte ansa.it

Chiesa/ I Vescovi tedeschi aprono a ‘pillola del giorno dopo’

https://i1.wp.com/www.tmnews.it/web/images/660-0-20130221_193915_91FD848A.jpg

Chiesa/ I Vescovi tedeschi aprono a ‘pillola del giorno dopo’

La decisione dopo polemiche e presa posizione card. Meisner

.

Roma, 21 feb. (TMNews) – Dopo l’apertura del cardinale Joachim Meisner, la conferenza episcopale tedesca ammette la somministrazione della “pillola del giorno dopo” anti-concezionale negli ospedali cattolici per donne vittime di stupro.

In una dichiarazione ufficiale a firma del presidente, mons. Robert Zollitsch, diffusa al termine dell’assemblea plenaria chiusasi oggi a Treviri, si legge, al punto otto, che “l’assemblea plenaria ha ribadito che negli ospedali cattolici, le donne vittime di stupri ricevono ovviamente aiuto a livello umano, medico, psicologico e spirituale. Ciò può comportare anche la somministrazione di una ‘pillola del giorno dopo’, nella misura in cui questa abbia efficacia di prevenzione del concepimento e non d’indurre l’aborto. I metodi medico-farmaceutici che causino la morte di un embrione continuano a non essere ammessi. I vescovi tedeschi sono fiduciosi del fatto che nelle strutture cattoliche la decisione pratica del trattamento avvenga sulla base di questi principi di teologia morale. In ogni caso occorre rispettare la decisione della donna. L’assemblea plenaria riconosce la necessità del fatto che, oltre alle prime prese di posizione sulla ‘pillola’, debbano essere approfondite – anche in contatto con i responsabili di Roma – le ulteriori implicazioni della questione e che vengano fatti i necessari distinguo. I vescovi avvieranno colloqui in tal senso con i responsabili degli ospedali cattolici, con i ginecologi cattolici e con gli operatori dei consultori”.

Poche settimane fa il cardinale di Colonia Joachim Meisner, vicino a Joseph Ratzinger, aveva autorizzato le strutture sanitarie cattoliche della diocesi a prescrivere la pillola del giorno dopo alle donne che siano state vittime di violenza sessuale, in seguito alle polemiche sollevate dal caso di una donna che si era vista negare la possibilità da due cliniche cattoliche di Colonia.

.

fonte tmnews.it

Alluvione a Catania, un disperso e gente sui tetti – 2 VIDEO

catania alluvione 2013

Francesco CarusoFrancesco Caruso

Pubblicato in data 21/feb/2013

Senza parole è uno schifo

Cars on wet road??? (Flood & High Water in Italy) 02.21.2013

WinterCrashesWinterCrashes

Pubblicato in data 21/feb/2013

02.21.2013. Flood & High Water in Italy. Driving during heavy rain.
gericoEZworld: http://www.youtube.com/user/gericoEZw….

Parts of Sicily including Catania have been submerged by floodwaters following heavy rains.
http://roadfail.altervista.org.

**

Alluvione a Catania, un disperso e gente sui tetti

Allerta per un violento nubifragio. Centinaia le richieste di aiuto. Il Comune: «Nessuno ci ha avvisato». Un ferito

.

(Foto da Twitter)(Foto da Twitter)
.

Un violento nubifragio con pioggia e grandine si è abbattuto su Catania. Secondo quanto comunicato dai vigili del fuoco, c’è anche un disperso. Alcune persone si sono arrampicate sui tetti per evitare di essere trascinate via dalla pioggia. Lo rendono noto i vigili del fuoco. Centinaia sono state le telefonate giunte ai centralini dei pompieri intervenuti per soccorrere automobilisti rimasti in panne e bloccati nelle loro auto nel quartiere di San Giovanni Galermo e nei paesi della cintura dell’Etna, tra Mascalucia e Gravina di Catania.

Catania, le immagini su Twitter Catania, le immagini su Twitter    Catania, le immagini su Twitter    Catania, le immagini su Twitter    Catania, le immagini su Twitter    Catania, le immagini su Twitter

IL FIUME D’ACQUA – Un fiume d’acqua si è riversato in via Etnea, la strada che taglia in due la città e adesso in parte allagata sia per la pioggia sia per il deflusso dell’acqua caduta nei paesi alle pendici del vulcano. Il Comune ha attivato il sistema di Protezione civile, ma sottolinea di «non avere ricevuto alcuna segnalazione di allerta meteo» sull’evento.

UN FERITO – Un manutentore della ditta Aia è stato tratto in salvo: l’uomo era precipitato in una buca profonda otto metri, tra una cella frigorifera in cui stava operando e il muro perimetrale dell’azienda. I vigili lo hanno soccorso dopo che è sprofondato a causa della pioggia. L’uomo che ha diversi politraumi è stato trasferito in ospedale.

AEREI DIROTTATI – Nel frattempo l’aeroporto della città è stato temporaneamente chiuso per il nubifragio che si è abbattuto sulla città. Quattro voli che dovevano atterrare nello scalo di Fontanarossa sono stati dirottati al Falcone-Borsellino di Palermo. Ritardi si segnalano anche nelle partenze. Lo scalo sta tornando alla piena operatività.

SCUOLE CHIUSE – Il sindaco di Catania, Raffaele Stancanelli, ha firmato un’ordinanza con cui viene disposta per la sola giornata di venerdì la sospensione delle lezioni nelle scuole cittadine di ogni ordine e grado.

Redazione Online CorSera

21 febbraio 2013 | 19:57

.

fonte corriere.it

Camorra, il ‘capitano Ultimo’ smaschera il voto di scambio

https://i0.wp.com/napoli.ogginotizie.it/GUI/file_contenuti/504460_arresto%20giovane.jpg
fonte immagine

Camorra, il ‘capitano Ultimo’ smaschera il voto di scambio

I carabinieri del Noe di Roma, coordinati dal colonnello Sergio De Caprio, hanno arrestato nove persone del clan Mallardo accusate di rapine, estorsioni e spaccio di droga. Il ruolo del boss Domenico Pirozzi, detto ‘Mimì ‘o pesante’ per eleggere un uomo politico alle provinciali di Napoli del 2009

.

Voto di scambio, rapine, estorsioni e anche spaccio di droga. Tutto deciso in una agenzia immobiliare, quartier generale dei camorristi del clan Mallardo, a Giugliano, nel Napoletano. E’ “una piovra dai mille tentacoli” quella emersa dalle indagini dei carabinieri del Noe di Roma, coordinati dal colonnello Sergio De Caprio, il ‘capitano Ultimo’. Sono nove le persone arrestate, mentre due carabinieri del Nucleo radiomobile di Giugliano sono indagati per corruzione. A finire sotto sequestro è stata l’agenzia immobiliare Sab, la società Gruppo Citri. I fatti contestati riguardano il 2009.

Il capo del gruppo è ritenuto Domenico Pirozzi, detto ‘Mimì ‘o pesante’. Lo dimostrerebbero le intercettazioni tra i vari complici e lo confermerebbero anche diversi pentiti che hanno descritto agli investigatori il ruolo di Pirozzi.
Secondo l’ordinanza, in un’intercettazione del 9 giugno 2009, due giorni dopo le elezioni provinciali di Napoli, il boss parlando al telefono col nipote, lascia capire che il clan si sia adoperato affinché un preciso politico potesse essere favorito nella propria corsa elettorale attraverso il controllo e l’indirizzo dei voti. E’ ovvio che l’inserimento di un politico vicino alla organizzazione criminale negli enti istituzionali garantirebbe un sicuro accesso alle attività di infiltrazione del sodalizio”. Per il giudice “si comprende come il Pirozzi sia il punto di riferimento dei soggetti che chiedono piccoli favori economici, strumento di base della gestione la compravendita di voti con il controllo delle bande criminali”.

Dalle indagini dei carabinieri, guidati dal capitano Pietro Rajola Pescarini, è emerso che Pirozzi e i suoi erano anche responsabili di rapine, col “buco” o passando dalle condotte fognarie. Il 10 agosto 2009 il colpo è andato a segno all’Unicredit di Villaricca, nel Napoletano: due erano nell’istituto, sei sono sbucati armati dal pavimento, uno con la maschera antigas. In nove avevano preparato lo scavo, per un bottino 35 mila euro. Il 13 ottobre, invece, una rapina al caveau dell’Unicredit e il 30 alla stessa banca di Napoli. Poi al portavalori con l’incasso del centro commerciale Auchan. Pirozzi gestiva i conti della cellula criminale col cassiere-contabile che li custodiva nella cassaforte di casa sua.

I due carabinieri infedeli sono stati coinvolti per chiudere un occhio con il figlio del capo, fermato a guidare senza patente varie volte. Niente multa e sequestro in cambio di regali.

Sempre i carabinieri, nelle ultime ore, hanno arrestato 13 affiliati ai clan  degli Aprea-Cuccaro-Alberto e dei Formicola, attivi per nella zona orientale di Napoli, con l’accusa di essere mandanti o esecutori di quattro omicidi. I delitti furono commessi a Napoli nel luglio e nell’agosto 1996 per contrasti interni fra i clan, nell’aprile 2005 e nell’agosto 2006 durante una fase di conflitto tra gruppi camorristici. I militari hanno eseguito due ordinanze di custodia cautelare in carcere per omicidio aggravato da finalità mafiose. (21 febbraio 2013)

.

fonte napoli.repubblica.it