CINA, LA PIAGA DELL’INQUINAMENTO – Vi tuffereste in quest’acqua? «Neanche per 25 mila euro»

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Uno scorcio del fiume Jianhe (Reuters)

L’offerta provocatoria per denunciare la piaga dell’inquinamento

Vi tuffereste in quest’acqua?
«Neanche per 25 mila euro»

Sfida di un imprenditore cinese a un dirigente locale

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DI GUIDO SANTEVECCHI
corrispondente CorSera

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PECHINO – La nuova moda della protesta ambientalista in Cina è sfidare i funzionari comunali a farsi una nuotata nei fiumi inquinati, che sono una della grandi piaghe aperte nel Paese dalla corsa sfrenata verso l’industrializzazione.

Ha cominciato un imprenditore di Rui’an, città nella provincia orientale dello Zhejiang, che sabato ha offerto al signor Bao Zhenming, responsabile per l’ambiente della sua zona, 200 mila yuan (25 mila euro) per nuotare venti minuti nel fiume. La proposta è comparsa sul blog del businessman, che ha pubblicato anche una serie di foto del corso d’acqua sul quale galleggiano lattine, plastica e una melma verdognola.

L’inquinamento dei fiumi cinesi L'inquinamento dei fiumi cinesi    L'inquinamento dei fiumi cinesi    L'inquinamento dei fiumi cinesi    L'inquinamento dei fiumi cinesi    L'inquinamento dei fiumi cinesi

Secondo la gente di Rui’an la colpa è di una fabbrica di suole di gomma che verserebbe i suoi scarti chimici direttamente in acqua. Nessuna risposta da parte del funzionario Bao Zhenming. Dopo un paio di giorni il blogger ha rilanciato, chiedendo all’assessore di trovare il coraggio se non di nuotare come il presidente Mao, almeno di entrare in acqua, per rendersi conto dello schifo (e intascare la ricompensa). Alla fine Bao, quando si è visto messo alla berlina su diversi blog e sui giornali, ha rifiutato dicendo che «l’inquinamento qui non è causato dalle fabbriche, ma dai concittadini che buttano di tutto nel fiume, quindi vengano loro a pulire».

Ma subito un altro blogger ha sfidato un secondo amministratore di una città vicina, proponendogli 300 mila yuan per immergersi in un altro fiume. A questo punto sul giornale di Wenzhou è comparso un avviso pubblicitario a tutta pagina intitolato «Risultati dell’ufficio ecologico», che elencava tutta una serie di «grandi risultati». Sui blog si è scatenata la protesta: «Una pagina di pubblicità costa 140 mila yuan, non era meglio spendere quei soldi pubblici per pulire davvero?». Insomma, una farsa in primo piano con un disastro ambientale sullo sfondo. E come definire la nuova proposta allo studio dell’amministrazione pechinese per combattere i livelli da incubo di polveri ultrasottili che avvelenano l’aria della capitale? L’idea è di vietare i barbecue all’aperto, e sollecitare la popolazione a friggere di meno anche in casa. Risposte incredule del popolo della Rete che conta più di mezzo miliardo di netizens: «Il prossimo passo sarà chiederci di mangiare insalata cruda?».

Dietro le battute fulminanti che corrono sul web la frustrazione e il risentimento della popolazione cresce. Gli abitanti delle città e dei paesi che vedono costruire nuove autostrade e linee ferroviarie in pochi mesi cominciano a chiedere alle autorità perché non si possa altrettanto rapidamente cominciare a porre mano a un problema di inquinamento che mette in pericolo la salute.

La sensazione è che finalmente il governo abbia deciso di intervenire. Non si spiegherebbe altrimenti la massa di articoli, foto, interventi pubblicati nelle ultime settimane sulla stampa controllata dal regime. E anche i dirigenti stanno rompendo il silenzio e cominciano a fornire dati sul sistema ecologico aggredito. Il viceministro delle Risorse Idriche ha ammesso che il 20 per cento dei fiumi sono così tossici da sconsigliare anche solo il contatto con la pelle e che il 40 per cento dei corsi d’acqua sono seriamente inquinati. La tv di Stato ha appena mandato in onda un documentario che mostra come il 55 per cento delle risorse delle falde acquifere sotto le grandi città è pericoloso. Si calcola che 200 milioni di abitanti delle campagne cinesi non abbiano accesso a fonti di acqua pulita. E per la prima volta le autorità hanno usato in una relazione pubblica il termine «villaggi del cancro»: si tratta di aree urbane così sature di sostanze chimiche da aver fatto salire l’incidenza dei tumori tra gli abitanti. Ecco perché il signor Bao, assessore all’ambiente di Rui’an, non nuoterà, né per 200 mila né per un milione di yuan.

23 febbraio 2013 | 11:04

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fonte corriere.it

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