E’ morto Hessel, scrisse “Indignatevi!” / Qui il libro

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Hessel con il Dalai Lama – fonte immagine

E’ morto Hessel, scrisse “Indignatevi!”

Venti pagine nell’edizione francese, che diventarono un caso editoriale in tutto il mondo. “Dov’è finita la vostra voglia di giustizia?”. Partigiano, partecipò alla stesura della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”

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PARIGI – Con il suo libro, diede il nome al movimento degli indignati. E’ morto a Parigi lo scrittore Stephane Hessel, aveva 95 anni. Diventò celebre in tutto il mondo proprio per il pamphlet “Indignatevi!” tradotto e venduto ovunque. Ma Hessel aveva una lunga vita da protagonista da raccontare.

‘Indignez-vous! (tradotto in italiano da Add editore) uscì in Francia il 20 ottobre 2010, pubblicato da Indigene Editions, piccola casa editrice di Montpellier, come scrive l’agenzia Adn-Kronos. Il pamphlet di una ventina di pagine nella sola edizione francese nel gennaio successivo aveva già venduto 700.000 copie. Il libretto ha avuto grande successo in tutto il mondo contribuendo anche alla nascita e all’affermazione del movimento giovanile degli Indignados.

Nel pamphlet liberatorio e corrosivo, Hessel si chiese dove sono i valori tramandati dalla Resistenza, dov’è la voglia di giustizia e di uguaglianza, dov’è la società del progresso per tutti. Forte dello straordinario successo guadagnato in poco tempo, Hessel ha pubblicato nel 2011 un altro pamphlet “Engagez-vous!” (“Impegnatevi!”, tradotto in italiano da Salani), stampato da una casa editrice di media grandezza, le Editions de l’Aube: un appello alle giovani generazioni “a rivoltarsi e a impegnarsi”.

La biografia di Hessel è stata segnata dalla seconda guerra mondiale, quando fu fatto prigioniero ma riuscì ad evadere e a raggiungere il generale De Gaulle a Londra e partecipare così alla Resistenza. Inviato in Francia nel 1944, fu arrestato e deportato nel campo di concentramento di Buchenwald, dove nascose la sua identità per sfuggire all’impiccagione. Evase di nuovo, venne catturato, ma saltò da un treno e riuscì ad unirsi alle truppe americane. Dopo la liberazione lavorò come diplomatico al Segretariato generale dell’Onu: collaborò con Renè Cassin e partecipò alla stesura della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948).

Nato a Berlino il 20 ottobre 1917 da una famiglia ebrea (ma in parte convertita al luteranesimo), Stephane Hessel arrivò in Francia nel 1925. La madre pittrice ispirò il personaggio di Catherine nel film “Jules e Jim”, la storia di una donna amata da due amici che il regista François Truffaut portò sullo schermo a partire dal romanzo autobiografico di Henri-Pierre Rochè. Il padre Franz, che nel romanzo di Rochè ispirò il personaggio di Jules, fu scrittore e traduttore, fra l’altro di Marcel Proust, ed amico di Walter Benjamin.

Naturalizzato francese nel 1937, diplomato all’Ecole Normale Superieure di Parigi nel 1939, Hessel seguì i corsi del filosofo Maurice Merleau-Ponty e poi di Jean-Paul Sartre e quindi iniziò la carriera diplomatica, interrotta dalla guerra.

Nominato “Ambasciatore di Francia” da François Mitterrand nel 1981, Hessel ha consacrato gli anni della pensione alla militanza in favore dei sans-papiers e della causa palestinese, aderendo alla campagna per il boicottaggio dei prodotti israeliani, suscitando vivaci discussioni. Nel 2006 è stato nominato Grand’Ufficiale della Legion d’onore della Repubblica francese. In tutta la sua vita non ha mai trascurato l’impegno politico diretto, sostenendo il Partito socialista francese e nel 2009 si presentò nella lista di Europa Ecologia alle elezioni per il Parlamento europeo. (27 febbraio 2013)

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fonte repubblica.it

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Un compagno abruzzese ci ha girato la traduzione del bestseller francese.

Autore della traduzione è Tonino D’Orazio, valoroso militante della CGIL e della Federazione della Sinistra abruzzese (Socialismo 2000), che l’ha fatta girare via mail tra i compagni e per tale via è giunta a Controlacrisi.org.

Non potevamo che socializzare immediatamente.
Scritto dall’ultranovantenne Stéphane Hessel per le edizioni Indigène di Montpellier, già alla decima ristampa con circa un milione di copie vendute,(a solo € 3), il pamphlet INDIGNEZ-VOUS! (20 paginette) non ancora edito in Italia, (anche se ho mandato la traduzione, gratis, alla Feltrinelli) è un appello all’“indignazione attiva” rivolto dall’intellettuale franco-tedesco ai giovani francesi. I continui richiami di Hessel alla Resistenza antinazista e antifascista in Francia e alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo dell’ONU,(alla cui redazione ha partecipato attivamente), faranno da filo conduttore all’intero testo. Le analogie con il nostro Comitato Nazionale di Liberazione e la ricostruzione dello stato sociale in Italia tramite l’art.1 della nostra Costituzione, con la presenza attiva di Giuseppe Di Vittorio, come in Francia di Jean Moulin, fondata sul lavoro sono evidenti. Lo sfacelo delle società europee di oggi, nella descrizione di Hessel, sono di una essenzialità disarmante. Non servono migliaia di pagine e decine di pseudo-intellettuali per capire da dove bisogna ripartire dopo due decenni di collasso di giustizia sociale e di democrazia, non solo in occidente.
Tonino D’Orazio.
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Indignatevi!

Stéphane Hessel

93 anni. Più o meno l’ultima tappa. La fine non è molto lontana. Quale fortuna poter cogliere l’occasione per ricordare ciò che è servito come base al mio impegno politico: gli anni della resistenza e il programma sviluppato 66 anni fa dal Consiglio Nazionale della Resistenza! Dobbiamo a Jean Moulin, attraverso questo Consiglio, la riunione (1) di tutti i componenti della Francia occupata, movimenti, partiti, sindacati, a proclamare il loro impegno a combattere per la Francia con l’unico leader riconosciuto: il generale de Gaulle.
Da Londra, dove aveva raggiunto il generale de Gaulle nel marzo del 1941, ho appreso che questo Consiglio aveva sviluppato un programma, adottato il 15 marzo 1944, e proposto per la Francia, una volta liberata, un insieme di principi e valori su cui basare la democrazia moderna del nostro paese.

Di tali valori e principi ne abbiamo bisogno oggi più che mai. E’ nostra responsabilità garantire tutti insieme che la nostra società rimanga una società di cui essere fieri: non questa società di persone prive di documenti, di espulsioni, di sospetto contro gli immigrati, non questa società che rimette in questione le pensioni, la sicurezza sociale acquisita, non questa società dove i media sono nelle mani dei ricchi, tutte cose che ci saremmo rifiutati di avallare, se fossimo i veri eredi del Consiglio Nazionale della Resistenza.
Dal 1945, dopo la terribile tragedia, una resurrezione ambiziosa impegnano le forze presenti nel Consiglio della Resistenza. Ricordiamola, fu creata allora la Previdenza Sociale, così come la Resistenza voleva, come previsto nel suo programma: “Un piano completo per la sicurezza sociale, per assicurare a tutti i cittadini i mezzi di sostentamento in tutti i casi dove essi non fossero in grado di ottenerli attraverso il lavoro “,” Una pensione che permetta ai lavoratori anziani di finire i loro giorni con dignità.” Le fonti di energia, elettricità e gas, il carbone, le grandi banche furono nazionalizzate.
Questo preconizzava il programma: “il ritorno alla nazione dei mezzi di produzione monopolizzati, frutto del lavoro comune, delle fonti di energia, della ricchezza del sottosuolo, delle compagnie assicurative e delle grandi banche “; “I’instaurazione di una vera democrazia economica e sociale che implichi l’espulsione dei grandi feudalismi economici e finanziarie dalla direzione dell’economia.” L’interesse pubblico deve prevalere sull’interesse privato, l’equa ripartizione della ricchezza creata dal mondo del lavoro deve primeggiare sul potere del denaro. La Resistenza propose: “ una razionale organizzazione dell’economia per garantire la subordinazione degli interessi individuali all’interesse generale e libera dalla dittatura professionale instaurata a immagine degli stati fascisti”, e il governo provvisorio della Repubblica se ne fa carico. (2)

Una vera democrazia ha bisogno di una stampa libera; la Resistenza lo sa, lo esige, difendendo “la libertà di stampa, il suo onore e indipendenza dallo Stato, dal potere del denaro e dalle influenze straniere.” Questo dicevano i decreti per la stampa nel 1944. Tuttavia, proprio questo è a rischio oggi.

La Resistenza chiedeva “l’effettiva possibilità per tutti i bambini francesi di beneficiare di una istruzione la più sviluppata”, senza discriminazioni; ma le riforme proposte nel 2008, sono contro questo progetto. Molti giovani insegnanti, dei quali sostengo l’azione, hanno perfino rifiutato di applicarle e hanno visto i loro salari decurtati per punizione. Si sono indignati, hanno “disobbedito”, hanno trovato queste riforme troppo lontane dagli ideali di una scuola repubblicana, troppo al servizio di una società del denaro e non sviluppando più sufficientemente il pensiero creativo e critico.

E tutto lo zoccolo duro delle conquiste sociali della Resistenza che ora viene rimesso in causa.

Il motivo della resistenza, è l’indignazione.

Osano dirci che lo Stato non può più sostenere i costi di questi diritti di cittadinanza. Ma come può mancare oggi il denaro per mantenere ed estendere queste conquiste, mentre la produzione di ricchezza è aumentata enormemente dalla Liberazione, periodo in cui l’Europa era rovinata? Se non perché il potere del denaro, così combattuto dalla Resistenza, non è mai stato così grande, insolente, egoista, con i propri servi proprio nelle più alte sfere dello Stato. Le banche, ormai privatizzate, si preoccupano solo dei loro dividendi e degli altissimi stipendi dei loro dirigenti, non di interesse generale. Il divario tra i più poveri ei più ricchi non è mai stato così grande, e la corsa al denaro, alla competizione, mai così incoraggiate.

Il motivo di base della resistenza è stata l’indignazione. Noi veterani dei movimenti di resistenza e delle forze combattenti della Francia Libera, noi chiamiamo le giovani generazioni a far vivere, a trasmettere, l’eredità della Resistenza e dei suoi ideali. Noi diciamo prendete il testimone, indignatevi! I responsabili politici, economici, intellettuali e l’insieme della società non devono dimettersi né lasciarsi influenzare dalla dittatura internazionale attuale dei mercati finanziari, che minaccia la pace e la democrazia.

Auguro a tutti voi, a ciascuno di voi di avere un vostro motivo di indignazione. È inestimabile. Quando qualcosa vi indigna, come sono stato indignato dal nazismo, allora si diventa militante, forte e impegnato. Si ricongiunge il flusso della storia e la grande corrente della storia deve continuare grazie a ognuno. E questa corrente va verso più giustizia, più libertà, ma non la libertà incontrollata della volpe nel pollaio.

Questi diritti, di cui la Dichiarazione Universale (3) ha scritto il programma nel 1948, sono universali. Se si incontra qualcuno che non ne gode, abbiate pietà di lui, e aiutatelo a conquistarli.

Due vedute della storia

Quando cerco di capire cosa ha causato il fascismo, e cosa abbia fatto da essere stati invasi da lui e da Vichy, mi dico che i ricchi, con il loro egoismo, hanno avuto una terribile paura della rivoluzione bolscevica. Si sono lasciati guidare dalle loro paure. Ma se, oggi come allora, una minoranza attiva si erge, sarà sufficiente, avremo il lievito affinché la pasta cresca. Certo, l’esperienza di un vecchio come me, nato nel 1917, si differenzia dalla esperienza dei giovani di oggi. Chiedo spesso ai docenti di liceo la possibilità di parlare ai loro studenti, e io dico loro: non avete ovviamente le stesse ragioni per impegnarvi.

Per noi, resistere, significava non accettare l’occupazione tedesca, la sconfitta. Era relativamente semplice. Semplice come quello che seguì, la decolonizzazione. Poi la guerra d’Algeria. L’Algeria doveva diventare indipendente, era ovvio. Quanto a Stalin, abbiamo applaudito tutti la vittoria dell’Armata Rossa contro i nazisti nel 1943.

Ma appena abbiamo saputo dei grandi processi stalinisti del 1935, e anche se bisognava mantenere un orecchio aperto per controbilanciare il comunismo al capitalismo americano, la necessità di opporsi a questa intollerabile forma di totalitarismo si impose come ovvia. La mia lunga vita mi ha dato una lunga serie di motivi per essere indignato.

Queste ragioni sono nate meno da emozione che da un desiderio di impegno. Il giovane liceale, che ero, fu molto influenzato da Sartre, un compagno maggiore di classe. La Nausea, Il Muro, non L’essere e il nulla, sono stati molto importanti nella formazione del mio pensiero. Sartre ci ha insegnato a dire: “Tu sei responsabile in quanto individuo.” Era un messaggio libertario. La responsabilità dell’uomo che non si può scaricare né a un potere né a un dio. Al contrario, dobbiamo impegnarci nella responsabilità come essere umano. Quando entrai nella École Normale, in via d’Ulm, a Parigi, nel 1939, vi entrai come discepolo del filosofo Hegel, e seguivo i seminari di Maurice Merleau-Ponty. Il suo insegnamento esplorava l’esperienza concreta, quella del corpo e delle sue relazioni con il senso, gran singolare di fronte al plurale dei sensi. Ma il mio ottimismo naturale, che vuole che tutto ciò che vorrebbe sia possibile, mi portava piuttosto verso Hegel. Il pensiero hegeliano interpreta la lunga storia dell’umanità come portatrice di un significato: la libertà dell’uomo che progredisce passo dopo passo.

La storia è fatta da scontri successivi, è la presa in considerazione delle sfide. La storia delle società progredisce, e infine, avendo l’uomo raggiunto la sua piena libertà, abbiamo lo Stato democratico nella sua forma ideale.

Esiste comunque una diversa concezione della storia. I progressi compiuti dalla libertà, la competizione, la corsa al “sempre di più”, può essere vissuto come un uragano distruttivo. Così la rappresenta un amico di mio padre, l’uomo che ha condiviso con lui il compito di tradurre in tedesco “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust. E’il filosofo tedesco Walter Benjamin. Aveva concluso un messaggio pessimistico da un quadro del pittore svizzero Paul Klee, “Angelus Novus”, dove la figura dell’angelo apre le braccia come per contenere e respingere una tempesta che si identifica con il progresso. Per Benjamin, morto suicida nel settembre 1940 per sfuggire al nazismo, il senso della storia, era il percorso irresistibile di disastro in disastro.

L’indifferenza: il peggior atteggiamento

È vero, le ragioni di indignazione possono sembrare meno evidenti oggi, con un mondo troppo complesso. Chi controlla, chi decide? Non è sempre facile distinguere tra tutte le correnti che ci governano. Non abbiamo più a che fare con una piccola élite di cui capiamo chiaramente le azioni. E’ un mondo grande, e capiamo quanto sia interdipendente.

Viviamo in una interconnettività come mai ne sia esistita una. Ma in questo mondo, ci sono cose insopportabili. Ma per vederle dobbiamo guardare bene, cercare. Dico ai giovani: cercate un po’, troverete. L’atteggiamento peggiore è l’indifferenza, dire “ non posso farci nulla, mi arrangio.” Dicendo questo, si perde una componente chiave, quella che ci rende umani. Una componente indispensabile: la facoltà di indignazione e l’impegno che ne consegue.

Possiamo già individuare due grandi sfide:

  1. L’enorme divario che esiste tra i molto poveri e i molto ricchi e che continua a crescere. Questa è una novità del ventesimo e ventunesimo secolo. I più poveri nel mondo di oggi guadagnano meno di due dollari al giorno. Non possiamo permettere che il divario si ampli ulteriormente. Questo fatto da solo dovrebbe suscitare un impegno.
  2. I diritti dell’uomo e lo stato del pianeta. Ho avuto la possibilità dopo la Liberazione di essere coinvolto nella stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani adottata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, a Parigi, presso il Palais de Chaillot. Come capo di gabinetto di Henri Laugier, Segretario Generale Aggiunto del’ONU, e Segretario della Commissione dei diritti dell’uomo nella quale, con gli altri, ho partecipato alla stesura di questa dichiarazione. Non posso dimenticare, nella sua elaborazione, il ruolo di René Cassin, commissario nazionale alla Giustizia e all’Educazione del governo della Francia Libera a Londra nel 1941, che è stato premio Nobel per la Pace nel 1968, né Pierre Mendes France nella sede del Consiglio economico e sociale al quale sottoponevamo i testi elaborati prima di essere esaminati dalla Terza commissione dell’assemblea generale, incaricata degli aspetti sociali, umanitari e culturali del Comitato.
    Contava all’epoca cinquantaquattro Stati membri delle Nazioni Unite, e assumevo la segreteria. Dobbiamo a Rene Cassin il termine “universale” dei diritti e non “internazionale” come proponevano i nostri amici anglosassoni. Perché lì era la scommessa alla fine della seconda guerra mondiale: emanciparsi dalle minacce che il totalitarismo aveva fatto pesare sull’umanità. Per liberarsene bisogna che gli Stati membri dell’ONU si impegnino a rispettare tali diritti universali. Si tratta di un modo per contrastare la piena sovranità che uno Stato può far valere quando si lascia andare a crimini contro l’umanità sul suo suolo. E’ stato il caso di Hitler, che pensava di essere padrone a casa sua e autorizzato a provocare un genocidio. La Dichiarazione universale deve molto alla repulsione universale contro il nazismo, il fascismo, il totalitarismo e anche, con la nostra presenza, allo spirito della Resistenza. Sentivo che bisognava agire in fretta, non farsi ingannare dall’ipocrisia che c’era nell’adesione proclamata dai vincitori a questi valori che non tutti avevano intenzione di promuovere con lealtà, ma che tentavamo di imporre
  3. Non posso resistere alla tentazione di citare il paragrafo 15 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza”, capitolo 22:” Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale nonché alla realizzazione dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità, grazie allo sforzo di cooperazione nazionale e internazionale, tenendo conto dell’organizzazione e delle risorse di ciascun paese.” E se questa affermazione ha una portata dichiarativa, non giuridica, essa ha comunque svolto un ruolo potente fin dal 1948; abbiamo visto appropriarsene i popoli colonizzati nella loro lotta per l’indipendenza; ha influenzato le loro menti nella lotta per la libertà.
    Noto con piacere che negli ultimi decenni sono aumentate le organizzazioni non governative, i movimenti sociali, come Attac (Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie), FIDH (Federazione Internazionale dei Diritti dell’Uomo), Amnesty .. . che agiscono bene e sono efficienti. E’ chiaro che per essere efficaci oggi, dobbiamo agire in rete, utilizzare tutti i moderni mezzi di comunicazione.
    Ai giovani dico: guardatevi intorno, troverete tutte le tematiche che giustificano la vostra indignazione, il trattamento fatto agli immigrati, ai privi di documenti, ai Rom. Troverete situazioni concrete che vi porteranno ad una forte azione di cittadinanza.

Cercate e troverete!
La mia indignazione per la Palestina Oggi, la mia indignazione principale riguarda la Palestina, Gaza, in Cisgiordania. Questo conflitto è la fonte stessa di indignazione. Bisogna assolutamente leggere il rapporto di Richard Goldstone del settembre 2009 a Gaza, in cui il giudice sudafricano, ebreo, che si professa anche sionista, accusa l’esercito israeliano di aver commesso “atti equivalenti a crimini di guerra e a volte, in certe circostanze, a crimini contro l’umanità” durante la sua operazione “Piombo fuso” durata tre settimane. Sono tornato a Gaza io stesso nel 2009, dove son potuto entrare con mia moglie grazie ai nostri passaporti diplomatici, per verificare di prima mano ciò che diceva il rapporto. Le persone che ci accompagnavano non sono state autorizzate ad entrare nella Striscia di Gaza. Né lì né in Cisgiordania. Abbiamo anche visitato i campi profughi palestinesi nati nel 1948 dalla agenzia delle Nazioni Unite, UNRWA, dove più di tre milioni di palestinesi, cacciati dalle loro terre da Israele, sono in attesa di un ritorno sempre più problematico. Quanto a Gaza, è una prigione a cielo aperto per un milione e mezzo di palestinesi. Una prigione dove si organizzano per sopravvivere.

Più ancora delle distruzioni materiali, come l’ospedale della Mezzaluna Rossa da parte di “Piombo fuso”, è il comportamento degli abitanti di Gaza, il loro patriottismo, il loro amore delle spiagge, la loro preoccupazione costante per il benessere dei loro figli, numerosi e ridenti, che assillano la nostra memoria. Siamo stati impressionati dalla loro maniera ingegnosa per far fronte a tutte le carenze che sono loro imposte. Li abbiamo visti fare mattoni senza cemento per ricostruire le migliaia di case distrutte dai carri armati. Ci hanno confermato che vi sono stati 1.400 morti – donne, bambini, vecchi nel campo palestinese – durante l’operazione “Piombo fuso” condotta dall’esercito israeliano, contro solo una cinquantina di feriti.

Condivido le conclusioni del giudice sudafricano. Che gli ebrei possano perpetrare loro stessi crimini di guerra è insopportabile. Ahimè, la storia fornisce pochi esempi di popoli che imparano lezioni dalla propria storia.

So che Hamas che aveva vinto le ultime elezioni politiche non poteva evitare che razzi fossero sparate sulle città israeliane, in risposta alla situazione di isolamento e di blocco, nel quale si trovano gli abitanti di Gaza. Penso, ovviamente, che il terrorismo sia inaccettabile, ma dobbiamo riconoscere che quando si è occupati con mezzi militari infinitamente superiore alla propria, la reazione popolare non può essere sola non violenta.
Serve a Hamas lanciare missili sulla città di Sderot? La risposta è no. Non serve alla sua causa, ma siamo in grado di spiegare questo gesto con l’esasperazione degli abitanti di Gaza. Nel concetto di esasperazione bisogna capire la violenza come una spiacevole conclusione in una situazione inaccettabile per le persone che subiscono. Quindi possiamo dire che il terrorismo è una forma di esasperazione. E che l’esasperazione è un termine negativo. Non si dovrebbe essere esa-sperati ma s-perati. L’esasperazione è una negazione della speranza. E ‘comprensibile, direi quasi naturale, non per questo accettabile. Perché non permette di ottenere i risultati che potrebbe eventualmente produrre la speranza.

La non-violenza, il percorso che dobbiamo imparare a seguire.

Sono convinto che l’avvenire appartiene alla non violenza, alla conciliazione delle diverse culture. Questo è la tappa che l’umanità dovrà superare nella sua fase successiva. E, sono d’accordo con Sartre, non possiamo scusare i terroristi che lanciano bombe, li possiamo solo comprendere. Sartre ha scritto nel 1947: “Riconosco che la violenza, in qualsiasi forma essa si manifesti, è un fallimento. Ma è un fallimento inevitabile, perché viviamo in un mondo di violenza. E se è vero che il ricorso alla violenza rimane la violenza che rischia di perpetuarsi, è anche vero che è l’unico modo per fermarla (4)”. Per cui vorrei aggiungere che la non-violenza è un modo più sicuro per fermarla. Non possiamo appoggiare i terroristi come Sartre ha fatto in nome di questo principio, durante la guerra in Algeria, o per l’attentato ai giochi di Monaco nel 1972, ai danni di atleti israeliani.

Non è efficace e Sartre si interrogherà poi alla fine della sua vita, sul significato di terrorismo e a mettere in discussione la sua ragion d’essere. Dire “la violenza non è efficace” è più importante che non se si debba o no condannare coloro che vi si dedicano. Il terrorismo non è efficace. Il concetto di efficacia richiede una speranza non violenta. Se c’è una speranza violenta è nella poesia di Guillaume Apollinaire: “Quant’è violenta la speranza”; non in politica. Sartre, nel marzo 1980, a tre settimane dalla sua morte, ha dichiarato: “Bisogna cercare di spiegare perché il mondo di oggi, che è orribile, è solo un momento nella lunga evoluzione storica, che la speranza sia sempre stata una delle forze dominanti delle rivoluzioni e delle insurrezioni, e come mai sento ancora la speranza come mia concezione dell’avvenire (5)…” Bisogna capire che la violenza volta le spalle alla speranza. Bisogna preferire la speranza, la speranza della non-violenza. E’ il cammino che dobbiamo imparare a seguire. Tanto da parte degli oppressi che degli oppressori bisogna arrivare a una trattativa per far scomparire l’oppressione: è ciò che permetterà di non avere più violenze terroristiche. Per questo non si deve permettere l’accumularsi di troppo odio.

Il messaggio di un Mandela, un Martin Luther King, trova la sua pertinenza in un mondo che ha superato il confronto di ideologie e il totalitarismo conquistatore. E’ un messaggio di speranza nella capacità delle società moderne a superare i conflitti, con la comprensione reciproca e con la pazienza vigile. Per raggiungere questo obiettivo, bisogna basarsi sul diritto, la cui la violazione, a prescindere dall’autore, deve provocare la nostra indignazione. Non bisogna transigere su questi diritti.
Per una rivolta pacifica

Ho notato – e non sono il solo – la reazione del governo israeliano contro il fatto che ogni venerdì i cittadini di Bil’idi vanno, senza lanciare pietre, senza usare la forza, contro il muro per protesta. Le autorità israeliane hanno chiamato questa marcia ” terrorismo non violento”. Non male .. . Bisogna proprio essere israeliani per qualificare di terrorismo la non violenza.

Si deve soprattutto essere imbarazzati dall’efficacia della nonviolenza, perché essa suscita il supporto, la comprensione, l’appoggio di tutti coloro che in tutto il mondo sono i nemici dell’oppressione.

Il pensiero produttivista, guidato dall’Occidente, ha trascinato il mondo in una crisi dalla quale bisogna uscire con una rottura radicale contro la corsa precipitosa al “sempre di più” nel campo finanziario, ma anche nella scienza e nella tecnologia . E’ giunto il momento che la preoccupazione per l’etica, la giustizia, l’equilibrio sostenibile diventi prevalente. Per i rischi gravi che ci minacciano. Essi possono mettere un termine all’avventura umana su un pianeta reso inabitabile per l’uomo.

Ma è anche vero che sono stati compiuti notevoli progressi dal 1948: la decolonizzazione, la fine dell’apartheid, la distruzione dell’impero sovietico, la caduta del muro di Berlino. Per contro, il primo decennio del ventunesimo secolo è stato un periodo di ritorno indietro. Questo declino, lo spiego in parte con la presidenza americana di George Bush, l’11 settembre, e le conseguenze disastrose che ne hanno tratto gli Stati Uniti, come l’intervento militare in Iraq. Abbiamo avuto questa crisi economica, ma non per questo abbiamo avviato una nuova politica di sviluppo. Allo stesso modo, il vertice di Copenaghen contro il riscaldamento globale non è riuscito a iniziare una vera politica per la conservazione del pianeta. Siamo ad una soglia tra gli orrori del primo decennio e le opportunità dei decenni a venire. Ma bisogna sperare, sempre bisogna sperare. Il decennio precedente, quello degli anni ‘90, era stato di grande progresso. L’ONU è stato in grado di convocare conferenze come quella sull’ambiente di Rio del 1992; quella sulle donne a Pechino nel 1995; nel settembre 2000, su iniziativa del segretario generale dell’ONU Kofi Annan, i 191 paesi membri hanno adottato la dichiarazione sugli “Otto obiettivi del millennio per lo sviluppo”, con la quale si impegnano a dimezzare la povertà nel mondo entro il 2015. Il mio grande rammarico è che né Obama né l’Unione europea si siano finora manifestati con quello che dovrebbe essere il loro contributo ad una fase costruttiva, basata su valori fondamentali.
Come concludere questo appello a indignarsi? Ricordando inoltre che, nell’occasione del sessantesimo anniversario del Programma del Consiglio Nazionale della Resistenza, abbiamo detto, l’8 marzo 2004, noi veterani del movimento della Resistenza e delle forze combattenti della Francia Libera (1940-1945), che certamente “Il nazismo è stato sconfitto, grazie al sacrificio dei nostri fratelli e sorelle della Resistenza e delle Nazioni Unite contro la barbarie fascista. Ma questa minaccia non è totalmente scomparsa e la nostra rabbia contro l’ingiustizia resta ancora intatta (6)”.
No, questa minaccia non è scomparsa completamente. Per questo noi facciamo sempre appello a “una vera e propria insurrezione contro i mezzi di comunicazione di massa che propongono come orizzonte ai nostri giovani solo un obiettivo di consumo di massa, il disprezzo per la cultura e per i più deboli, I’amnésie diffusa della competitività sfrenata di tutti contro tutti. ”

A quelli che costruiranno il ventunesimo secolo, diciamo con affetto:
“CREARE E’ RESISTERE. RESISTERE E’ CREARE”.

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NOTE DELL’EDITORE IN ACCORDO CON L’AUTORE
1. Creato clandestinamente il 27 maggio 1943 a Parigi dai rappresentanti di otto grandi movimenti della Resistenza; i due grandi sindacati di prima della guerra: CGT, CFTC (Confederazione Francese dei Lavoratori Cristiani); e dei sei principali partiti politici della Terza Repubblica, tra cui il PC e lo SFIO ( socialisti), il Consiglio Nazionale della Resistenza (CNR) tenne la sua prima riunione il 27 maggio sotto la presidenza di Jean Moulin, delegato del generale de Gaulle che voleva istituire questo Consiglio per una lotta più efficace contro i nazisti e per rafforzare la sua legittimità presso gli alleati. De Gaulle incaricò il Consiglio di sviluppare un programma di governo in previsione della liberazione della Francia. Questo programma fu oggetto di numerosi va e viene tra il CNR e il governo della Francia Libera, sia a Londra che ad Algeri, prima di essere adottato il 15 marzo 1944, in sessione plenaria dal NRC. Questo programma fu solennemente consegnato dal CNR al generale de Gaulle il 25 agosto 1944, nel municipio di Parigi. Si noti che sulla stampa il decreto fu promulgato il 26 agosto. E che uno dei principali redattori del programma fu Roger Ginsburger, figlio di un rabbino alsaziano; in quel periodo con lo pseudonimo di Pierre Villon, era segretario generale del Fronte Nazionale per l’indipendenza della Francia, movimento di resistenza creato dal Partito Comunista Francese nel 1941, e rappresenta questo movimento in seno al CNR e nel suo esecutivo permanente.
2. Da stime del sindacato siamo passati, come pensione, dal 75 al 80% del reddito a circa il 50%, come ordine di grandezza. Jean-Paul Domin, Maestro di Conferenza in Economia e Commercio presso l’Università di Reims Champagne-Ardenne, nel 2010, ha redatto una nota per l’Istituto Europeo dei Salari sull’ ” assicurazione complementare per malattia”. Rivela come sia ormai un privilegio l’accesso complementare di qualità dovuto alla propria posizione nell’impiego, e che i più fragili rinunciano a curarsi a causa di assenza di assicurazione complementare e della quantità di ciò che rimane da pagare; che fonte del problema è di non aver più fatto del salario il supporto ai diritti sociali – argomento centrale dei decreti del 4 e del 15 ottobre 1945. Questi decreti promulgavano la Sicurezza Sociale, e metteva la sua gestione sotto la doppia autorità dei rappresentanti dei lavoratori e dello Stato. Dalle riforme di Juppé del 1995, fatta per decreti, poi la legge Douste Blazy (dottore in formazione), del 2004, solo lo Stato gestisce la Sicurezza Sociale. Per esempio è il capo dello stato che nomina con decreto il direttore generale della Cassa Nazionale di Assicurazione (CNAM). Non sono più, come all’indomani della Liberazione, i sindacalisti in testa alla gestione delle casse primarie e dipartimentali, ma lo stato, via i prefetti. I rappresentanti dei lavoratori sono diventati solamente consiglieri.
3. La Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo fu stata adottata il 10 dicembre 1948 a Parigi dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite da 48 stati sui 58 membri. Otto astenuti: il Sud Africa, a causa dell’apartheid che la dichiarazione di fatto condannava; l’Arabia Saudita, anche a causa dell’uguaglianza donne uomini; l’Unione Sovietica (Russia, Ucraina, Bielorussia), la Polonia, la Cecoslovacchia,la Yugoslavia, dicendo a sua volta che la Dichiarazione non conteneva sufficientemente in considerazione i diritti economici e sociali e i diritti delle minoranze; annotiamo che la Russia fu particolarmente contraria alla proposta australiana di creare un Tribunale internazionale dei Diritti dell’uomo, incaricato di raccogliere le petizioni indirizzate alle Nazioni Unite; bisogna ricordare che I’articolo 8 della Dichiarazione ha introdotto il principio di azione individuale contro uno stato per violazione dei diritti fondamentali; questo principio ha trovato applicazione in Europa nel 1998, con la creazione della Corte europea dei diritti dell’uomo che garantisce questo diritto di ricorso a oltre 800 milioni di europei.
4 Sartre, J.-P, “Situation de I’écrivain” nel 1947, in Situatations II, Paris, Gallimard, 1948.
5 Sartre, J.-P, “Maintenant I’espoir .. . (III)” in Le Nouvel Observateur, 24 marzo 1980.
6 I firmatari dell’Appello dell’8 marzo 2004 sono: Lucie Aubrac, Raymond Aubrac, Henri Bartoli, Daniel Cordier, Philippe Dechartre, Georges Guingouin, Stéphane Hessel, Maurice Kriegel-Valrimonc, Lise London, Georges Seguy, Germaine Tillion, Jean- Pierre Vernant, Maurice Voute

***

Postfazione dell’editore.

Stéphane Hessel nacque a Berlino nel 1917 da un padre ebreo scrittore, traduttore, Franz Hessel, e una madre pittrice, amante della musica, Helen Grund, anche lei scrittrice.

I suoi genitori si stabilirono a Parigi nel 1924 con i due figli, Ulrich, primogenito, e Stéphane. Grazie all’ambiente familiare, entrambi frequentano l’avanguardia parigina, tra cui il dadaista Marcel Duchamp e lo scultore americano Alexander Calder. Stéphane si iscrive all’École Normale Supérieure in rue d’Ulm nel 1939, ma la guerra interrompe i suoi studi. Naturalizzato francese dal 1937, viene mobilitato e conosce la strana guerra, vede il maresciallo Pétain svendere la sovranità francese. Nel maggio del 1941, si unì alla Francia Libera del generale de Gaulle, a Londra.
Lavora presso l’Ufficio di contro-spionaggio, di informazione e azione (BCRA). nella notte di fine marzo 1944, sbarca clandestinamente in Francia con il nome in codice “Greco” con la missione di entrare in contatto con le varie reti parigine, di trovare nuovi luoghi di emittenti radio per fare passare a Londra le informazioni raccolte in vista dello sbarco alleato.

Il 10 luglio 1944, fu arrestato dalla Gestapo a Parigi, su denuncia: “Noi non perseguire qualcuno che ha parlato sotto tortura”, ha scritto in un libro di memorie, “Danse avec le siècle” nel 1997 . Dopo gli interrogatori sotto tortura – tra cui la prova della vasca, ma destabilizza suoi torturatori parlando in tedesco, la sua lingua madre – fu inviato a Buchenwald, in Germania, 8 agosto 1944, dopo solo pochi giorni dalla liberazione di Parigi. Alla vigilia di essere impiccato, fu in grado, in extremis, a sostituire la propria identità contro quella di un francese morto di tifo nel campo. Sotto il suo nuovo nome, Michel Boitel, molitore di mestiere, fu trasferito al campo di Rottleberode, nei pressi della fabbrica dei carrelli di atterraggio dei bombardieri tedeschi, gli Junkers 52, ma per fortuna – la sua fortuna eterna – viene inviato al servizio contabilità. Evade. Catturato, fu trasferito al campo di Dora, dove costruivano i V-l e V-2, i razzi con i quali i nazisti speravano ancora di vincere la guerra. Assegnato alla compagnia disciplinare, fuggì di nuovo e questa volta per sempre; le truppe alleate si avvicinano a Dora. Infine, ritrova a Parigi, sua moglie Vitia – la madre dei suoi tre figli, due ragazzi e una ragazza.

“Questa vita restituita doveva essere impegnata”, ha scritto l’ex della Francia Libera, nelle sue memorie.

Nel 1946, dopo aver superato l’esame di ammissione al Ministero degli Affari Esteri, Stéphane Hessel diventa un diplomatico. Il suo primo lavoro fu presso le Nazioni Unite, dove, in quell’anno, Henri Laugier, Assistente Segretario Generale delle Nazioni Unite e segretario della Commissione dei Diritti dell’uomo, gli offrì di essere suo segretario di gabinetto. E’ per questo motivo che Stéphane Hessel raggiunse la Commissione incaricata di elaborare quella che sarà la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Si ritiene che sui suoi dodici membri, sei hanno giocato un ruolo importante: Eleanor Roosevelt, vedova del presidente Roosevelt, morto nel 1945, femminista impegnata, presidente della commissione; il dottor Chang (Cina Chiang Kai-shek e non di Mao): Vice Presidente la commissione, che affermò che la Dichiarazione non doveva riflettere solo le idee occidentali; Charles Habib Malik (Libano), relatore della Commissione, spesso descritto come la “forza motrice”, con Eleanor Roosevelt; René Cassin (Francia), avvocato e diplomatico, presidente della Commissione consultiva dei Diritti dell’uomo al Quai d’Orsay; gli dobbiamo la scrittura di numerosi articoli e di essere stato in grado di comporre i timori di alcuni Stati, tra cui la Francia, di vedere la loro sovranità coloniale minacciata da questa dichiarazione – aveva una concezione esigente e interventista dei Diritti umani; John Peters Humphrey (Canada), avvocato e diplomatico, stretto collaboratore di Laugier, ha scritto la prima bozza, un documento di 400 pagine; e, infine, Stéphane Hessel (Francia), diplomatico, capo di gabinetto di Laugier, il più giovane. Si capisce come lo spirito della Francia libera soffiò su questa commissione. La Dichiarazione fu adottata il 10 dicembre 1948 dalle Nazioni Unite al Palais de Chaillot di Parigi. Con l’arrivo di nuovi funzionari, molti dei quali desiderosi di un lavoro ben pagato, “isolando i marginali alla ricerca di ideali” , come commenta Hessel proprio nelle sue memorie, lascia le Nazioni Unite. Viene assegnato dal Ministero degli Affari Esteri a rappresentare la Francia nelle istituzioni internazionali, unica occasione di ritrovare temporaneamente, in quanto tale, New York e le Nazioni Unite. Durante la guerra in Algeria, milita a favore dell’indipendenza algerina. Nel 1977, con la complicità del segretario generale dell’Eliseo, Claude Brossolette, figlio di Pierre, ex capo della BCRA, gli viene offerto dal presidente Valery Giscard d’Estaing lo status di ambasciatore alle Nazioni Unite a Ginevra. Non nasconde che, di tutti gli statisti francesi, quello al quale si sentiva più vicino fu Pierre Mendes France, conosciuto a Londra all’epoca della Francia Libera e ritrovato alle Nazioni Unite nel 1946 a New York, dove rappresentava la Francia in seno al Consiglio economico e sociale.
Avrà la sua consacrazione come diplomatico con “Questo cambiamento nel governo della Francia”, egli scrive”, “con l’arrivo di Francois Mitterand all’Eliseo”, nel 1981. “Ha fatto di un diplomatico piuttosto strettamente specializzate nella cooperazione multilaterale, a due anni dalla pensione, un ambasciatore di Francia”. Aderisce al Partito socialista. “Mi chiedo perché? Prima risposta: lo shock dell’’anno 1995. Non immaginavo i francesi così imprudenti da portare Jacques Chirac alla presidenza”. Disponendo di un passaporto diplomatico, nel 2008 e nel 2009, è andato con sua nuova moglie nella Striscia di Gaza e testimonia, al suo ritorno, la vita dolorosa degli abitanti di Gaza.

“Mi sono sempre trovato a fianco dei dissidenti”, dichiarò allora.

E’ lui che parla qui, ha 93 anni.

 POTETE SCARCARLO QUI IN FORMATO DOC.

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