CRIMINALE DECISIONE DELLA MAGISTRATURA – Thyssen, non fu omicidio volontario: pene ridotte, i parenti occupano l’aula

La disperazione dei parenti dopo la lettura del verdetto

Thyssen, non fu omicidio volontario
pene ridotte, i parenti occupano l’aula

La Corte d’Appello ha modificato il giudizio di primo grado, riducendo le pene: da 16  10 anni per l’ad  Espenhahn, ora accusato di omicidio colposo. La rabbia dei familiari, disperazione e urla in aula

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di SARAH MARTINENGHI e MEO PONTE

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Il rogo alla Thyssen non fu un omicidio volontario, ma omicidio colposo con colpa cosciente. E’ stata modificata questa mattina la storica condanna per dolo eventuale all’amministratore delegato Harald Espenhahn, al quale in primo grado furono inflitti 16 anni e mezzo di carcere, ridotti adesso a 10 anni. Urla e disperazione al verdetto, alla fine i familiari delle vittime hanno occupato l’aula.

La corte d’Assise d’appello presieduta dal giudice Gian Giacomo Sandrelli  ha modifcato anche le altre pen:  7 anni agli altri dirigenti del consiglio d’amministrazione Gerald Priegnitz e Marco Pucci. Per il direttore dello stabilimento Raffaele Salerno, otto anni.  Uno sconto di pena, peraltro già chiesto dall’accusa, è stato concesso al responsabile della sicurezza Cosimo Cafueri (che in aula qualche settimana fa si era commosso leggendo delle dichiarazioni spontanee):8  anni. Per Daniele Moroni la pena era già stata più bassa in primo grado (10 anni e 10 mesi): ridotta a 9 anni.

La sentenza è stata accolta con urla di disperazione dai familiari delle vittime. In aula anche i parenti delle vittime dell’Eternit, l’altra grande tragedia dell’amianto che ha causato migliaia di vittime.  Dai familiari delle vittime si sono levate grida “maledetti”. Dal pubblico fanno eco: “Questa è la giustizia italiana, che schifo”. I parenti delle vittime del rogo alla Thyssenkrupp hanno deciso di occupare la maxi aula del Palazzo di Giustizia in cui è stata da poco letta la sentenza d’appello. L’iniziativa è una protesta contro le riduzioni di pena decise dalla Corte.  “Non lo accetto – dice una ragazza – mio fratello e altri sei ragazzi sono morti e queste pene sono troppo basse”. Nell’aula, che è ancora molto affollata, sono entrati dei carabinieri. Una donna ha lanciato insulti contro gli avvocati difensori. Parzialmente soddisfatto l’avvocato Ezio Audisio, legale dell’amministratore delegato della Thyssen Harald Espenhahn,”Sono soddisfatto per la parte in cui è stata accolta la tesi dell’insussistenza del dolo” dice prima di lasciare l’aula.


Guariniello: resta sentenza storica

Una sentenza pilota, quella inflitta per l’incendio che scoppiò la notte del 6 dicembre 2007 lungo la linea 5 in cui morirono sette operai: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi. L’accusa portata avanti dal procuratore Raffaele Guariniello, e dai sostituti Laura Longo e Francesca Traverso aveva sostenuto che lo stabilimento di corso Regina era stato abbandonato dalla dirigenza in vista della chiusura e del trasferimento degli impianti a Terni. L’ad Espenhahn si sarebbe dunque rappresentato il rischio, e lo avrebbe accettato, che potesse capitare un infortunio, anche grave e mortale, preferendo non investire nella sicurezza per ragioni di risparmio economico. In particolare non erano stati messi gli impianti di rilevazione e spegnimento antincendio che la stessa assicurazione aveva indicato come interventi necessari dopo che un analogo incendio (per fortuna senza conseguenze) si era verificato in Germania nello stabilimento di Krefeld.
La sentenza del primo grado era arrivata il 15 aprile del 2011: la corte d’assise presieduta da Maria Iannibelli, aveva condannato Harald Espenhahn, amministratore delegato della Thyssen, a 16 e sei mesi; Gerald Priegnitz, Marco Pucci, Raffaele Salerno e Cosimo Cafuerri a 13 anni e 6 mesi e Daniele Moroni a 10 anni e 10 mesi.

Le immagini: la disperazione dei parenti

La difesa della Thyssen (il pool di legali è guidato da Ezio Audisio, e la Thyssen come persona giuridica è assistita dagli avvocati Franco Coppi e Cesare Zaccone) aveva puntato a sostenere che la responsabilità dell’incendio fu in parte degli operai, che esisteva un sistema di deleghe da parte di espenhahn verso i suoi collaboratori, che non vi era alcun obbligo di installazione di impianti di rilevazione fumo in quel tratto della linea, e che in ogni caso Espenhahn non avrebbe potuto immaginare la situazione di degrado e sporcizia dello stabilimento visto che in occasione delle sue visite questo veniva tirato a lucido.

(28 febbraio 2013)

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fonte torino.repubblica.it

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