Archivio | marzo 2, 2013

FUORI DI MELONE – I Borgia come Sanremo. L’Aiart chiede di rinviarne la messa in onda

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I Borgia come Sanremo. L’Aiart chiede di rinviarne la messa in onda

Visto il momento delicato che sta vivendo la Chiesa, l’associazione dei telespettatori cattolici auspica che la trasmissione della serie su La7 venga posticipata “per non dare un’immagine distorta del papato”. Al centro della trama vi sono infatti le torbide vicende che coinvolgono il Vaticano del XV e XVI secolo

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di | 2 marzo 2013

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Potrebbe dare un’immagine distorta del papato. Al centro della serie televisiva “I Borgia” infatti vi sono oscuri intrecci e torbide vicende che avvolgono il Vaticano. L’associazione dei telespettatori cattolici chiede quindi il rinvio della messa in onda del telefilm previsto per il 3 marzo su La7 visto il particolare periodo che sta vivendo il mondo cristiano. E così dopo l’ipotesi di posticipare il Festival di Sanremo per motivi di par condicio, ora viene paventata l’idea di cambiare la data di trasmissione dei Borgia.

”Sarebbe opportuno che spostasse la messa in onda. E’ infatti un momento delicato per la Chiesa, per il papato, e ’I Borgia’ è incentrato su torbide vicende della Chiesa e del Vaticano del XV e XVI secolo” ha dichiarato Luca Borgomeo, presidente dell’Aiart. “I credenti sono in grado di fare le debite distinzioni con la situazione odierna, ma i non credenti o chi ha una cultura religiosa approssimativa può fare lo stesso? – ha denunciato – Quando è stata fissata la programmazione della serie nessuno poteva prevedere una tale coincidenza temporale tra la messa in onda e la rinuncia di Benedetto XVI con la conseguente apertura del Conclave per la nomina del nuovo Pontefice”. Considerato questo e anche le molte segnalazioni a noi arrivate – ha concluso Borgomeo – sarebbe utile un rinvio della programmazione, anche per non dare un’immagine distorta del papato”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

Wikileaks, Manning rivela: Nyt e Wp rifiutarono i documenti

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Wikileaks, Manning rivela: Nyt e Wp rifiutarono i documenti

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NEW YORK – Imbarazzo al New York Times e al Washington Post: al processo contro Bradley Manning, le gloriose testate dei Pentagon Papers e del Watergate sono finite sul banco degli imputati perché rimasero sorde agli appelli del giovane soldato che aveva offerto loro centinaia di migliaia di documenti segreti del governo americano. La più grande fuga di notizie della storia degli Stati Uniti finì così nelle mani di Wikileaks. E adesso nelle redazioni dei due giornali c’è chi si cosparge il capo di cenere.

Le rivelazioni.
È stato lo stesso Manning ad accusare di insensibilità giornalistica i due quotidiani rivelando di averli contattati entrambi durante una licenza nella capitale nel gennaio 2010. Ieri il soldato dell’intelligence militare, che dopo mille giorni dietro le sbarre solo adesso è finito davanti al giudice, si è dichiarato colpevole di dieci capi di accusa minori sui 22 spiccati nei suoi confronti. Il magistrato militare, colonnello Denise Lind, ha accettato la dichiarazione di colpevolezza parziale che rischia di portare Manning per 20 anni dietro le sbarre ma gli evita il carcere a vita: gli sarebbe toccato per l’imputazione più grave, aiuto al nemico.

Nyt e Wp.
La dichiarazione di Manning, 35 pagine lette nell’aula della corte marziale a Fort Meade in Maryland, ha rafforzato il ruolo di entità come Wikileaks nel ‘mondo nuovo’ dell’informazione. Bradley ha testimoniato di aver lasciato un messaggio sulla voice mail del public editor del New York Times, all’epoca Clive Hoyt, ma la sua offerta è rimasta senza risposta e non è chiaro se il messaggio raggiunse mai la redazione. Al Washington Post Manning parlò con una giornalista descrivendo per sommi capi quel che aveva in mano: «Non mi sembrò interessata».

All’angolo.
Sarebbe successo al tempo del Watergate o dei Pentagon Papers, la fuga di notizie orchestrata dal funzionario del Dipartimento della Difesa Daniel Ellsberg che il New York Times pubblicò dopo un lungo braccio di ferro col governo e che cambiò il corso del conflitto in Vietnam? Manning, come Ellsberg, voleva «aprire negli Usa un dibattito sui veri costi delle guerre in Iraq e in Afghanistan», ha deposto lo stesso soldato nell’aula di Fort Meade, dopo esser rimasto «nauseato dalla sete di sangue» dell’equipaggio di un elicottero Apache nell’attacco a un gruppo a Baghdad composto di giornalisti della Reuters e bambini iracheni.

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Crisi, la Cgia: “Una piccola impresa su due non può pagare gli stipendi”

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Crisi, la Cgia: “Una piccola impresa su due non può pagare gli stipendi”

L’associazione degli artigiani denuncia il boom di protesti e sofferenze nelle aziende italiane: la mancanza di liquidità costringe le imprese a rateizzare le retribuzioni. Aumentano anche i tempi di pagamento, a differenza di quanto accade nel resto d’Europa

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di | 2 marzo 2013

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Una piccola impresa su due è costretta a rateizzare le retribuzioni ai propri collaboratori, causa mancanza di liquidità. La Cgia di Mestre denuncia la situazione di grande difficoltà delle aziende italiane, alle prese con un vero e proprio boom di protesti e sofferenze. Assegni bancari o postali, cambiali, vaglia o tratte: le imprese, rileva l’analisi dell’ufficio studi dell’associazione, fanno sempre più fatica a onorarli e questo ha causato un aumento molto consistente dei protesti.

Dall’inizio della crisi i titoli di credito che alla scadenza non hanno trovato copertura sono cresciuti del 12,8%, mentre le sofferenze bancarie in capo alle aziende hanno fatto registrare un’impennata decisa: +165%. Alla fine del 2012 l’ammontare complessivo delle insolvenze ha superato i 95 miliardi di euro. Queste tendenze, secondo l’analisi, dimostrano che l’aumento dei protesti bancari ha sicuramente concorso – assieme al calo del fatturato e al blocco dei pagamenti da parte della Pubblica amministrazione – a ‘mandare in rosso’ i conti correnti di molti imprenditori, non consentendo a molti di questi la possibilità di restituire nei tempi concordati i prestiti ottenuti dalle banche.

Ovviamente, fa notare la Cgia, la causa principale di questa situazione è la crisi economica che ormai sprigiona i suoi effetti negativi da ben 5 anni, con conseguenze inimmaginabili fino a qualche tempo fa. “Il disagio economico in cui versano le piccole imprese – afferma il segretario dell’associazione Giuseppe Bortolussi – è noto a tutti, con risvolti molto preoccupanti soprattutto per i dipendenti di queste realtà aziendali che faticano, quando va bene, a ricevere lo stipendio con regolarità”. “Purtroppo, – prosegue Bortolussi – sono aumentate a vista d’occhio le aziende che da qualche mese stanno dilazionando il pagamento degli stipendi a causa della poca liquidità”.

A corollario di questa situazione non va dimenticato che, dall’inizio della crisi, i tempi di pagamento nelle transazioni commerciali tra le imprese si sono allungati solamente in Italia, mentre in tutti i principali Paesi Ue hanno subito una drastica riduzione. Tra il terzo trimestre 2007 e lo stesso periodo del 2012, l’aumento medio nazionale del numero delle imprese protestate è stato del 12,8%. In termini assoluti, il numero di imprese segnalate ha sfiorato, nel 2012, le 67.000 unità. Le regioni più interessate dalla variazione di crescita sono state l’Umbria (+46,4%), l’Abruzzo (+34%) e la Sardegna (+32,4%). Il Sud appare l’area territoriale più in sofferenza: nelle regioni meridionali, infatti, si registra il maggior numero di imprese protestate (quasi 29mila nel terzo trimestre 2012), con il tasso di crescita più elevato di tale fenomeno (+19,8% nell’ultimo quinquennio).

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fonte ilfattoquotidiano.it

La crisi taglia la pausa pranzo. Un italiano su 3 mangia solo pasta

La crisi taglia la pausa pranzo. Un italiano su 3 mangia solo pasta

La crisi taglia la pausa pranzo.
Un italiano su 3 mangia solo pasta

Da un sondaggio Coldiretti emerge che solo il 18% dichiara di fare quotidianamente un pasto completo a mezzorgiorno con  un primo, un secondo, un contorno e un dolce o un frutto, il 9% preferisce un panino

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MILANO Il rapporto di amore e gusto degli italiani per la pasta diventa tanto più forte con la crisi. La pasta che costa poco e sazia molto passa a sostituire per il 32% degli italiani il pranzo di una volta, quello completo dal primo al dolce. E’ quanto emerge da un sondaggio condotto da Coldiretti secondo cui solo il 18% dichiara di fare quotidianamente un pranzo completo con  un primo, un secondo, un contorno e un dolce o un frutto, il 9% preferisce un panino.

All’opposto – sottolinea la Coldiretti – sono il 9 per cento gli italiani che mangiano solo un frutto o uno yogurt o un gelato, mentre il 4 per cento addirittura niente. L’abbandono del pranzo completo è confermato dal 24 per cento di italiani che si limitano a consumare un secondo accompagnato dal contorno. “Con la crisi – prosegue Coldiretti – si assiste ad un profondo cambiamento nelle abitudini alimentari degli italiani che tendono a frammentare durante il giorno la propria alimentazione”. Sono 7,7 milioni gli italiani che si portano al lavoro il cibo preparato in casa e di questi sono oltre 3,7 milioni a dichiarare di farlo regolarmente, secondo l’indagine Coldiretti/Censis.

In Italia sono consumati oltre 1,5 milioni di tonnellate di pasta, per un controvalore di 2,8 miliardi di euro e, in controtendenza rispetto al calo generalizzato dei consumi nel 2012, gli acquisti di pasta delle famiglie sono aumentati dell’1,1 per cento, secondo Ismea-Gfk-Eurisko. L’Italia detiene il primato mondiale nel consumo di pasta che ha raggiunto – sottolinea la Coldiretti – i 26 chili a persona l’anno. (02 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

Scuola, governo che (forse) nasce, studente che muore

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Scuola, governo che (forse) nasce, studente che muore

Il dramma sociale di chi non potrà più essere studente

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di | 1 marzo 2013

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Nel 2014 i fondi per il Diritto allo Studio universitario saranno 12 milioni, contro i 103 del 2013 e i 246 milioni di quattro anni fa. E’ un autentico dramma sociale.

In questi giorni gli studenti delle scuole dovranno pagare i “contributi volontari”, che non sono altro che un’altra tassa, che continuano a lievitare. Un’altra tessera del dramma quotidiano di milioni di studenti.

Nel balletto sul futuro Governo, nessuno ne parla. Qualora non vi fosse un governo o un atto parlamentare che finanzi entro giugno il Diritto allo Studio per il 2014 moltissimi studenti e moltissime studentesse torneranno a casa, impossibilitati a proseguire gli studi (e nessuno mi venga a dire: “si trovino un lavoro” in una fase di crisi economica in cui i licenziamenti sono all’ordine del giorno e poi un diritto è un diritto, non lo si discute, lo si deve solo garantire).

Qualora non vi fosse un governo che rifinanzi le scuole, le tasse cresceranno, e il tasso di abbandono scolastico sfonderà il 20% attuale, lasciando per strada migliaia di studenti e nelle periferie la percentuale raggiungerà senza problemi il 50%.

La sagra delle ovvietà

In un interessante articolo uscito qualche mese fa si ripercorrevano i passaggi che hanno portato alla privatizzazione dell’istruzione negli Stati Uniti:

Primo, tagliare i fondi alla pubblica istruzione superiore.

Secondo, deprofessionalizzare e impoverire la classe docente (e continuare a creare un surplus di dottori di ricerca sotto-occupati e disoccupati)

Terzo, introdurre una classe di manager/amministrativi che assume la governance dell’università

Quarto, fare entrare la cultura aziendale e i soldi aziendali

Quinto, ridurre drasticamente il numero degli studenti

I movimenti studenteschi che hanno solcato le strade e le piazze in questi anni lo hanno ripetuto più volte: in Italia l’istruzione è stata privatizzata de facto con gli stessi passaggi sopraelencati.

Chi oggi, da Grillo a Bersani, parla di “difesa della scuola pubblica” partecipa ad una “sagra delle ovvietà” perché non ha capito che (1) non si può parlare solo di scuola ma di istruzione nel suo complesso e nel suo sviluppo e (2) non si può difendere qualcosa che è diventata indifendibile perché messa in mano ai privati o logiche privatistiche.

L’istruzione va ripensata da capo a piedi e, riprendendo un termine utilizzato per il Referendum sull’acqua, va ripubblicizzata, cioè resa nuovamente accessibile a tutti, democratica, laica e di qualità.

Cosa dovrebbero fare le forze politiche e i parlamentari

Ecco alcune delle proposte uscite negli ultimi anni di mobilitazione:

Primo. Rifinanziare l’istruzione, l’edilizia, e il diritto allo studio

Secondo. Sbloccare il turn over nell’università e assumere i precari storici nella scuola per migliorare la qualità dell’istruzione e cancellare le “classi pollaio dalla faccia della terra

Terzo. Sviluppare un vero sistema di gestione democratica delle scuole e università, in cui le componenti cooperino per lo sviluppo della qualità dell’istruzione

Quarto. Finanziare la ricerca di base e quella applicata perché nelle università si immagini un nuovo modello di sviluppo per rilanciare l’economia

Quinto. Alzare l’obbligo scolastico progressivamente a 18 anni e finanziando il “reddito di formazione” che garantisca a tutti l’accesso all’istruzione iniziando a scrivere una Legge Quadro Nazionale sul Diritto allo Studio

Sesto. Vanno ripensati i cicli scolastici e il sistema del 3+2 all’università aprendo un dibattito vero nel paese perché l’istruzione venga rilanciata e sia davvero utile all’individuo e alla società

Chi pensa oggi che introducendo i tablet a scuola o togliendo il valore legale del titolo di studio si risolvano i problemi dell’istruzione non ha capito niente: (1) non è stato nelle piazze con noi studenti, (2) non ci ha ascoltati e (3), sul valore legale, non ha visto che gli studenti e le studentesse si sono già espressi in una consultazione via web in maniera contraria.

Se non si affrontano da subito queste emergenze sociali ricordatevi di mandarci per le prossime elezioni le schede elettorali in un altro Paese, ci avrete fatto emigrare.

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fonte ilfattoquotidiano.it