Archivio | marzo 16, 2013

SPERIAMO CHE COL TEMPO SE NE RICORDI… – Il Papa: «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!»

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Papa Francesco – Jorge Mario Bergoglio – bacia i piedi a un malato di AIDS – fonte immagine

Il Papa: «Vorrei una chiesa povera»

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Città del Vaticano – «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!». Viene proprio dal cuore, a Papa Francesco, l’esclamazione che regala ai circa seimila giornalisti accorsi oggi all’udienza nell’Aula Paolo VI. Il Pontefice racconta come ha scelto il nome del santo di Assisi, di quando il suo vicino al Conclave, il cardinale brasiliano Claudio Hummes, al momento del raggiunto quorum di 77 voti lo ha abbracciato e gli ha detto «Non dimenticarti dei poveri!».

Il nome del santo di Assisi, «l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che custodisce il creato», gli è rimasto allora nella mente e «nel cuore», diventando il sigillo programmatico del suo papato, appunto di «una Chiesa povera e per i poveri».

Agli operatori dei media presenti a Roma in occasione del Conclave – «in questo periodo così intenso, iniziato con il sorprendete annuncio del mio venerato predecessore Benedetto XVI, l’11 febbraio scorso» -, in migliaia messisi in fila anche con i familiari per entrare alla Sala Nervi, il Papa ha rivolto «un ringraziamento speciale» per «il qualificato servizio dei giorni scorsi». Aggiungendo anche una nota scherzosa: «Avete lavorato, eh! avete lavorato!», che strappa una risata a tutti e uno dei tanti applausi della mattinata.

Bergoglio ha sottolineato poi la necessità di «osservare e presentare questi eventi della storia della Chiesa tenendo conto della prospettiva più giusta in cui devono essere letti, quella della fede». Gli eventi ecclesiali, ha detto il Papa, non rispondono a categorie «mondane». La Chiesa, «pur essendo certamente anche un’istituzione umana, storica, con tutto quello che comporta, non ha una natura politica, ma essenzialmente spirituale».

L’invito di Papa Francesco è stato a «cercare di conoscere sempre più la vera natura della Chiesa e anche il suo cammino nel mondo, con le sue virtù e i suoi peccati». Il Pontefice ha esortato i giornalisti a una «particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza: e questo ci rende particolarmente vicini – ha sottolineato -, perché la Chiesa esiste per comunicare proprio questo, la Verità, la Bontà e la Bellezza “in persona”». «Dovrebbe apparire chiaramente che siamo chiamati tutti – ha avvertito – non a comunicare noi stessi, ma questa triade esistenziale che confermano verità, bontà e bellezza».

In un clima anche informale e di grande spontaneità, tra battimani, sorrisi e battute, Bergoglio ha salutato personalmente alcuni dei giornalisti. «Vi voglio tanto bene, vi ringrazio per tutto quello che avete fatto», ha detto suscitando l’ennesimo applauso. Al termine, ha dato la sua benedizione a tutti, compresi gli atei. «Dato che molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti – ha affermato in spagnolo -, imparto di cuore questa benedizione, in silenzio, a ciascuno di voi, rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio». E anche questo appare come un segno di novità.

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fonte ilsecoloxix.it

DECRESCITA FELICE: IL SEMINARIO A PORTOGRUARO, PUOI PRENOTARTI QUI – Un piano B per salvare l’agricoltura

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Un piano B per salvare l’agricoltura

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di | 16 marzo 2013

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Ogm o cibi sani? Agricoltura industriale o riduzione di sprechi e abuso di sostanze nocive? L’agricoltura oggi è di fronte al bivio tra iper-industrializzazione e nuova agricoltura contadina. La seconda opzione risponde alle esigenze di nutrire il pianeta e di ricostruire e riprodurre l’agrobiodiversità minacciata, ma è osteggiata dalle multinazionali e dalle componenti intellettuali e sociali che si rifanno all’’deologia della crescita economica (e dei consumi) illimitata. Quelle che, per intenderci, si oppongono più o meno consapevolmente alla dimensione comunitaria e al valore delle tradizioni.

La nuova agricoltura contadina si accompagna a forme inedite di partenariato tra i proprietari della terra, i coltivatori, gli acquirenti; ma soprattutto consente ai giovani l’accesso alla terra, l’arresto del consumo di superfici coltivabili, ricostituisce legame sociale, promuove la partecipazione e la democrazia alimentare. L’agricoltura industriale si traduce invece in agrifinanziarizzazione, delocalizzazione, estensione della monocoltura e delle agro-energie, ulteriore perdita di terreno fertile. Porta con sé l’insicurezza alimentare, il land-grabbing, la privatizzazione e l’accaparramento delle risorse biologiche. In poche parole e in prospettiva: fame e guerre.

Anche in vista della prossima Politica Agricola Comune (Pac), che come tale dovrebbe essere una politica pubblica forte, capace di fornire un’alimentazione sana, di buona qualità, e bisognosa di avere sostenibilità ed equità come valori, bisogna fare i conti con diversi cambiamenti all’orizzonte. Uno su tutti, il rischio del venir meno di abbondante ed economica fornitura di petrolio: una eventualità che comporta il possibile blocco degli approvvigionamenti ai mercati alimentari, sempre più fondati sul trasporto di derrate alimentari da una parte all’altra del globo, e sull’energivora catena del freddo.

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Occorre iniziare a progettare ed attuare un piano B per l’agricoltura, per uscire da una condizione di dipendenza e fragilità, e per ridisegnare obiettivi e indirizzi di produzione che possano garantire la disponibilità di cibo non solo agli italiani, ma anche ai cittadini del resto del mondo. Un piano alimentare nazionale è la prima (sommaria) risposta alla riscoperta delle vocazioni alimentari della nostra penisola, ora ostaggio di ideologie insostenibili sotto ogni punto di vista, a partire dall’amore per le monocolture e l’abbondante uso di pesticidi.

I punti per implementare questo piano saranno esposti e discussi durante il Seminario Nazionale del Movimento Decrescita Felice sull’Agricoltura che si terrà a Portogruaro (VE), dal 22 al 24 marzo 2013. Un’occasione unica per confrontarsi su tematiche di primaria importanza, visto che riguardano tutti quanti; a partire dall’autosufficienza alimentare. Soprattutto considerando che entro la prossima estate i cittadini europei hanno modo di far capire alle istituzioni Ue che le decisioni sulla produzione di cibo riguardano più noi che loro. Ma anche che è più importante garantire a tutti di avere alimenti sani che far fare profitti alle multinazionali, magari cedendo alle crescenti pressioni delle lobby pro-Ogm.


Per facilitare l’organizzazione dell’evento ti preghiamo di iscriverti indicando le giornate che vuoi seguire e di prenotare i pranzi e le cene che desideri. Qui troverai anche le indicazioni di alcune strutture per l’alloggio durante il seminario. Se vuoi, condividi anche l’evento su Facebook, cliccando Qui.

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fonte ilfattoquotidiano.it

FEED RSS E NOI – Muore un lettore. E non è una notizia irrilevante / Farewell, Dear Reader

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La morte di un lettore

Google chiude il Reader, «il posto in cui organizzavamo la conoscenza». E forse accelera la decadenza di un formato aperto che ha segnato lo sviluppo della rete

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di Giuseppe Granieri
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«Gli RSS stavano morendo da anni», dice Felix Salmon delle Reuters. E «se Google chiude il suo Reader, ho paura che non resisteranno ancora a lungo».

La maggior parte delle persone che hanno cominciato ad avvicinarsi a Internet con Facebook magari non sanno cosa sono i «feed RSS». Si tratta di un formato aperto che, per dirla con Antonino Caffo, «permette agli utenti di iscriversi agli RSS preferiti di siti e blog per ricevere le notizie in un’unica interfaccia web simile ad una casella di posta elettronica». Aggiungi il sito o il blog che ti interessa e ricevi automaticamente gli aggiornamenti. Google Reader, che negli anni era diventato il principale «lettore» di RSS, chiuderà il primo luglio.

Non si tratta di una notizia irrilevante, perché tocca uno dei fattori più importanti della nostra information literacy. L’utilizzo di Google Reader e dei feed RSS era -ed è ancora- uno dei principali indicatori del livello di alfabetizzazione digitale. La prima cosa che spiegavo ai miei studenti -o a chi mi chiedeva consiglio- era proprio questa: se vuoi sopravvivere alla sovrabbondanza di informazioni, parti da Google Reader, seleziona le tue fonti e impara a seguirle con costanza.

Aprire il Reader è un po’ come leggere il giornale la mattina, solo che è un giornale fatto dalle tue «voci» preferite, che parlano degli argomenti che ti interessano. Una volta che hai raffinato il tuo sistema di fonti, non hai più bisogno di andare sui siti web e cercarti le cose. Se c’è una notizia che ti interessa, ti arriva.

Con il tempo, come nota anche Felix Salmon nella sua analisi, Google Reader è diventato un servizio che «nutriva altri servizi» più avanzati. Quasi tutte le app che portano gli RSS sugli smartphone si basano sul lettore di Mountain View. E sono nati prodotti più evoluti che prendono le tue iscrizioni e ti impaginano le notizie in maniera più accattivante.

Tutto questo -ovviamente- ha generato un minor utilizzo diretto del servizio di Google, che tuttavia restava lì ad alimentare altre applicazioni. E questa è probabilmente una delle ragioni per cui a Mountain View hanno deciso di chiuderlo.

E forse non stiamo perdendo un prodotto cui siamo affezionati, ma qualcosa di più importante. Salmon ne parla come di un «servizio pubblico». Ed è una buona definizione, perché i feed RSS sono cresciuti collettivamente  e grazie al lavoro di evangelizzazione portato avanti dal basso, dalle persone più alfabetizzate, che dedicavano tempo a educare gli altri e i nuovi arrivati in rete.

Anni fa, quando in Italia iniziarono a diffondersi i blog, molte persone competenti portarono avanti discussioni e vere e proprie battaglie per far adottare i feed RSS ai giornali, ai grandi siti di informazione e alle piattaforme di blog che inizialmente non ne erano dotate. Gli RSS erano -e per molti di noi sono ancora- la spina dorsale dell’educazione all’informazione del mondo di oggi.

«Gli RSS erano un bellissimo formato aperto», conclude Salmon, «e ora stanno per essere rimpiazzati da formati proprietari come quelli di Facebook e di Twitter». Il pezzo si intitola: Did Google just kill RSS?

Non so se Salmon ha ragione e se davvero con la chiusura di Google Reader finiremo per usare sempre meno i feed RSS. Di sicuro la reazione alla notizia non è stata positiva. C’è stata una petizione che in poche ore ha raggiunto centomila firme (ma che difficilmente farà retrocedere Google dalla decisione). E migliaia di persone sono in cerca di un’alternativa.

Andrew Leonard, su Salon, ha scritto un epitaffio intitolato Death Of a Reader. E il New Yorker ha dedicato un bel pezzo al Google Reader, definendolo «il posto in cui organizzavamo la conoscenza». Il titolo è vagamente romantico: Farewell, Dear Google Reader.

Ma c’è anche chi ha opinioni più ottimistiche. Secondo John Jantsch, la chiusura del Reader potrebbe essere una cosa buona e potrebbe portare, invece che alla dismissione, a un nuova fase di innovazione per i feed RSS.

Come link bonus, questa settimana, il recap di Mark Coddington, per il Nieman Journalism lab: The lessons of Google Reader’s death, and the free labor of news sources.

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fonte lastampa.it

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March 15, 2013

Farewell, Dear Reader

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When I found out yesterday—via Twitter, of course—that Google would be shutting down its Google Reader, I felt a surprising wave of nostalgia. I don’t spend much time using Google Reader nowadays, but for a few years, when I was a newspaper columnist for the Boston Globe, it was the first Web site I saw in the morning and the last I saw before bed. I would spend hours every day in Reader, scrolling its lists, renaming its categories, opening its tiny menus, and clicking its little boxes. Hearing that Google Reader is shutting down is like hearing that your favorite old bookstore is closing—not the one you go to now, but the one you went to in college, where you bought “No Logo” and “The Unbearable Lightness of Being.” Oh, yeah…I used to spend a lot of time there.

Today, in an exploratory spirit, I logged back in. Google Reader, I discovered, is like an infinite attic. Inside it, your old interests, which you’ve outgrown or set aside, keep on growing. It’s as though your old passions wandered off and lived their own lives, without you.

Looking back through my Reader—number of unread posts, a thousand-plus—I was struck, first of all, by the categories I’d created, each representing some prior epoch of my life. Take, for example, “Web Design” (1999–2003). It was first assembled back when I was a professional Web designer (do people even call themselves “Web designers” now?), and it contains feeds for Web sites I haven’t thought about in a decade, like Signal vs. Noise, A List Apart, and Kaliber10000. (The feeds themselves were almost certainly imported from a pre-Reader app like NetNewsWire.) Looking through the folder, I can only conclude that, apparently, I used to know a lot about Web design. All that knowledge is gone now. I wonder: Will the same thing happen to the contents of the “Academia” (2003–2010) and “Dissertation” (2005–2012) folders? “Academia,” for its part, contains only one feed, for the “Call for Papers” Web site, which has hundreds and hundreds of unread posts. (Maybe if I’d participated in more symposia, I’d be an English professor now.) “Dissertation,” on the other hand, contains loads of saved JSTOR queries, as well as dozens of feeds for Web sites like Conscious Entities and The Stanford Encyclopedia of Philosophy. I still read those Web sites, even though I haven’t finished my dissertation, which raises an alarming question: what will I do when, or if, I move to a new R.S.S. reader? Will I create a new “Dissertation” folder? Or have I given up hope?

Other folders are narrower and more project-based. A surprisingly extensive “Style” folder (2005–2006) chronicles my attempts to transform from a schlub into a mensch. There’s a folder for “Interior Design” (2004–2005) from around the time my wife and I moved into our first apartment. The staggeringly ironic “Productivity” folder (1999–2009) is full of feeds like 43 Folders and ZenHabits; it surely represents thousands of hours of wasted time. In another folder, “Gift Ideas” (2003–present), there are more than a dozen blogs about women’s fashion; for years, I browsed that folder in search of presents for my wife. Looking through the feeds there—EvenCleveland, Garance Doré, Sea of Shoes, Tomboy Style, Wiksten, That Kind of Woman—I can’t help but marvel at how people’s lives have changed. Garance got together with The Sartorialist! Wiksten moved from Brooklyn to Iowa! Women’s style blogs, it turns out, are better than men’s because they’re full of personal details; men’s blogs are just photos of cars and pocket squares.

All of those feeds, meanwhile, are reminders of a more relaxed time—a time when Google Reader was, basically, for fun. That changed in 2010, when I took over a column called “Brainiac” in the Boston Globe’s Ideas section. As the Brainiac, I was responsible for writing a blog about new ideas. At the end of the week, three of the ideas would appear in a beautifully illustrated spread in the Sunday paper. Anything could be an idea: a new sculpture, a new building, a blog post, a just-written academic tome. Inside my Google Reader, this was the Cambrian explosion, Modernism, the Renaissance. All of a sudden there were lots of surprising new folders: “Architecture” (The Architect’s Newspaper), “Art” (ArtsJournal), “Economics” (Interfluidity), “Linguistics” (Language Log), and so on. (There are lots more, but I can’t give away all of my R.S.S. feeds.)

Just as a soldier lives for battle, just as a wolf lives for the hunt, so my Google Reader, I felt, was leading the life I was meant to lead. A few months in, after I’d carefully curated my feeds, my Reader really did seem to contain the entirety of the world of ideas. A few hours with Reader, and I could “read” The New Republic and The Wilson Quarterly, City Journal and Pruned, ftrain and XKCD, Bibliokept and Grasping Reality with Both Hands, The American Prospect and Idle Words. I lived, and read, in a state of information-saturated bliss. (It lasted until I discovered an even better version of Google Reader: publicists at publishing companies, who, if you are a book reviewer, will send you review copies. As I transitioned to a mostly book-based diet, Reader fell by the wayside.)

In announcing the closure of Reader, Google said that usage has been declining, and I can see why. Reader was made for absurdly ambitious readers. It’s designed for people like me—or, rather, for people like the person I used to be—that is, for people who really do intend to read everything. You might feel great when you reach Inbox Zero, but, believe me, it feels even better to reach Reader Zero: to scroll and scan until you’ve seen it all. Twitter, which has replaced Reader (and R.S.S.) for many people, works on a different principle. It’s not organized or completist. There are no illusions with Twitter. You can’t pretend, by “marking it read,” that you’ve read it all; you don’t think you’re going to cram “the world of ideas” into your Twitter stream. At the same time, you’re going to be surprised, provoked, informed. It’s a better model.

But Reader had a lot going for it, too. Using Twitter feels, to me, like joining a club; Reader felt like filling up a bookcase. It was a place for organizing your knowledge, and also for stating, and reviewing, your intentions and commitments. It kept a record of the things you meant to read but never did; of the writers you loved but don’t anymore. I won’t miss Reader when it shuts down, on July 1st. But I will miss the old me—the person I described in Google Reader, without knowing it.

Illustration by Arnold Roth.

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Grillo “benedice” Papa Bergoglio: «Anche noi siamo francescani, la politica senza soldi è sublime»

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Grillo “benedice” Papa Bergoglio: «Anche noi siamo francescani, la politica senza soldi è sublime»

Il leader dei Cinque Stelle: il nostro movimento è nato il 4 ottobre 2009, il giorno del Santo di Assisi

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ARTICOLO CORRELATO

Papa Francesco racconta l’elezione «Come vorrei una Chiesa povera… ecco perché ho scelto Francesco»

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ROMA – Beppe Grillo ‘benedice’ Papa Francesco. Sul suo blog il leader del M5S sottolinea i punti in comune tra il nuovo pontefice e il movimento ‘a cinque stelle’, entrambi ‘francescani’. «Il M5S è nato, per scelta, il giorno di San Francesco, il 4 ottobre del 2009. Era il santo adatto per un MoVimento senza contributi pubblici, sedi, tesorieri e dirigenti – aggiunge – Un santo ambientalista e animalista. La politica senza soldi è sublime, cos come potrebbe diventare una Chiesa senza soldi», scrive Grillo.

«I ragazzi del M5S a Woodstock a Cesena nel 2010, si auto definirono i ‘pazzi della democrazia’, così come i francescani erano detti i ‘pazzi di Dio’. Ci sono molte affinità tra il francescanesimo e il M5S», prosegue Grillo. «C’è qualcosa di nuovo in questa primavera 2013, un terremoto dolce – prosegue – Il nome Francesco scelto da papa Bergoglio, un gesuita di mamma genovese (come Grillo, ndr), è già molto, per ora mi può bastare, poi si vedrà. È il primo papa ‘low cost’ ». Grillo sottolinea poi il comune rapporto con certa stampa. «Stanno già scavando nel suo passato, dalle letterine di scuola delle compagne, alla sua vita prima di diventare prete, ai rapporti con la dittatura argentina, per trovare ogni più piccola ombra e questo me lo rende simpatico. Quali papi sono stati crocifissi dalla stampa mezz’ora dopo essere stati eletti?», rimarca. «Nel libro ‘Il Grillo canta sempre al tramonto’ scritto lo scorso dicembre con Fo e Casaleggio – conclude – quest’ultimo diceva «Non deve essere un caso che non esista un papa che si sia fatto chiamare Francesco. Noi abbiamo scelto appositamente la data di San Francesco per la creazione del Movimento. Politica senza soldi. Rispetto degli animali e dell’ambiente. Siamo i pazzi della democrazia, forse molti non ci capiscono proprio per questo e continuano a chiedersi chi c’è dietro». Habemus papam. Per il momento il suo nome ci rallegra, speriamo che ci rallegrino presto anche le sue opere».

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fonte ilmessaggero.it

Don Ciotti: “Non uccidiamoli una seconda volta”. In 150mila nel corteo di Libera contro le mafie

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Don Ciotti: “Non uccidiamoli una seconda volta”
In 150mila nel corteo di Libera contro le mafie

Due minuti di applausi quando dal palco allo stadio Franchi si ricorda che è anche l’anniversario della strage delle Brigate Rosse in via Fani. C’è il procuratore Gian Carlo Caselli, la vedova Caponnetto, i parenti delle vittime. Dal palco letti i 900 nomi

Don Ciotti: "Non uccidiamoli una seconda volta" In 150mila nel corteo di Libera contro le mafie

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di redazione *

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Il silenzio. E poi fiori di carta colorati, bandiere, striscioni. “Chi non lotta ha già perso”, “Bisogna ricordare cos’è la bellezza, imparare a riconoscerla e a difenderla”, “No alla camorra, sì alla vita libera”. Un corteo composto e colorato,  quello organizzato da Libera, centocinquantamla persone che hanno sfilato tra le strade di Firenze nella Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. In testa la dignità composta dei familiari delle 900 vittime di mafia, camorra e ‘ndrangheta, seguiti da una lunga bandiera della pace e dai gonfaloni di decine di Comuni e Province di tutta Italia. “Un abbraccio che diventa un impegno”, come aveva detto Don Luigi Ciotti, presidente di Libera. Un impegno che continuerà anche dopo la due giorni fiorentina, soprattutto nelle coscienze dei più giovani.

I volti/ Striscioni e bandiere/ Caselli e Don Ciotti

Prima di partire gli studenti di tante scuole hanno acquistato buste in carta riciclata contenenti semi di fiori che, al ritorno nelle proprie citta’, saranno piantati nei giardini a futura memoria di questa giornata, ma soprattutto a simbolo della lotta alle mafie. Partiti dalla Fortezza da Basso i manifestanti sono arrivati allo stadio Franchi. Venuti da tutta Italia con autobus e treni. Scampia, Bari, Torino, Salerno e Palermo. Studenti delle scuole,giovani, attivisti, cittadini ma anche i sindaci di Firenze e Napoli Matteo Renzi e Luigi de Magistris, il segretario della Cgil Susanna Camusso, la vedova Caponnetto, il premio Nobel Esquivel e l’allenatore della Nazionale Cesare Prandelli che ha letto, sul palco allestito nello stadio, alcuni dei 900 nomi delle vittime della mafia, accolti da un lungo e intenso applauso.

Prandelli legge i nomi delle vittime

C’è un momento in cui si fa ancora più silenzio, in mezzo a decine di migliaia di teste, a decine di migliaia di voci. E’ quando dal palco allestito davanti allo stadio Franchi si ricorda che oggi è anche l’anniversario della strage di via Fani, quella che diede il via al rapimento di Aldo Moro, una strage firmata dalle Brigate Rosse. Parte un applauso lungo due minuti.

Vd: “I cento passi”I ragazzi da Scampia – Quei 900 nomi


Questa  di Libera è la diciottesima edizione, la prima che sceglie il capoluogo toscano. “Non uccidiamoli una seconda volta con il nostro silenzio e con la nostra indifferenza” dice don Luigi Ciotti dal palco. Ci sono i familiari delle vittime venute con i cartelli o con le fotografie dei loro cari: giudici, poliziotti, carabinieri, politici, amministratori, gente qualunque finita in qualche modo a dare fastidio agli interessi della crimininalità. “Ho partecipato a tutte le manifestazioni – ricorda il procuratore di Torino Gian Carlo Caselli – ma questa è la più importante per il momento politico che stiamo vivendo”.

Il corto anticamorra: “Giulia, uccisa per errore”

Dal palco Don Ciotti invita a non dimenticare, riceve l’ovazione dei centocinquantamila quando afferma che chi dice “che i magistrati sono peggio della mafia dovrebbe vergognarsi”. Poi ricorda le vittime di tutti i grandi misteri dello Stato, dai morti per l’Eternit a quelli della strage di Viareggio, dalla Thyssen a Ustica.  “La mafiosità può annidarsi dentro ognuno di noi, e dentro le coscienze addormentate o addomesticate.

E’ una peste – dice Don Ciotti – chiamatela con questo nome”. Un altro lungo applauso e poi le note de “La storia siamo noi” e “Io non ho paura” cantate da Fiorella Mannoia.

(hanno collaborato Gerardo Adinolfi, Maria Cristina Carratù, Laura Montanari, Mario Neri, Simona Poli, foto di Gianni Pasquini, Enrico Ramerini, Maurizio Degl’Innocenti e Matteo Bovo)
(16 marzo 2013)

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fonte firenze.repubblica.it

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don Ciotti a Rai News

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CRISI – Cassa integrazione, Cgil: “In due mesi persi redditi per 650 milioni”

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Cassa integrazione, Cgil: “In due mesi persi redditi per 650 milioni”

La crisi occupazionale italiana continua ad aggravarsi mentre la politica rimane paralizzata all’interno delle aule parlamentari. È quanto emerge dall’ultima elaborazione della Cgil su dati Inps

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Di Dario Saltari | 16.03.2013 12:46 CET

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Secondo il report del sindacato italiano, infatti, in soli due mesi, ovvero gennaio e febbraio, i lavoratori in cassa integrazione a zero ore sono già 490mila. La perdita economica equivalente è enorme. In fumo, infatti, vanno ben 650 milioni di euro calcolati ipotizzando una perdita mensile di 1.319 euro per ogni lavoratore.

In due mesi le ore di cassa integrazione autorizzate sono state ben 168 milioni (79 milioni nel solo mese di febbraio) con un aumento percentuale del 22,71% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

“Prosegue senza sosta il deperimento del tessuto produttivo e il progressivo processo di deindustrializzazione del paese” ha dichiarato Elena Lattuada, segretario confederale della Cgil “Centinaia di migliaia di lavoratori si trovano in una condizione di grandissima sofferenza, acuita dalle complicazioni e dai mancati pagamenti della cassa integrazione in deroga che vanno assolutamente risolti e superati”.

Secondo il sindacato italiano dal gennaio del 2009 ad oggi la media delle ore di cassa integrazione autorizzate è stata di circa 80 milioni. “I numeri dimostrano che la priorità da affrontare, l’emergenza alla quale dare risposta, è sempre il lavoro” ha poi concluso la Lattuada “Il Parlamento e il prossimo governo devono, in fretta, dare priorità assoluta al tema della crescita e del lavoro, anche con interventi straordinari altrimenti il conflitto sociale e i livelli di povertà diventeranno entrambi insostenibili”.

Secondo la Cgil, inoltre, mentre sono in costante aumento la cassa integrazione ordinaria e straordinaria, nei primi due mesi dell’anno è in forte calo la cassa integrazione in deroga (-46,2% rispetto allo stesso periodo del 2012). Secondo il sindacato il crollo è dovuto a “problemi procedurali” e “mancati pagamenti”.

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CRISI – Confesercenti, “catastrofe” per le imprese. Il 70% chiede prestiti perché è a corto di liquidità

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Confesercenti, “catastrofe” per le imprese.
Il 70% chiede prestiti perché è a corto di liquidità

La Lombardia vede il record di chiusure di negozi, bar e ristoranti. Peggiora il rapporto con il sistema del credito: secondo Confcommercio le imprese si rivolgono sempre meno alle banche e – quando lo fanno – è per scarsezza di denaro e non per progettare investimenti. Ma aumentano a quasi il 40% quelle che si vedono rifiutare le richieste o che ricevono meno soldi

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MILANO Le imprese chiudono a un ritmo impressionante. E non riescono ad ottenere credito e liquidità per continuare ad andare avanti nella loro attività. Dopo l’allarme dei giorni scorsi, Confesercenti torna sul problema delle chiusure di negozi: il primo trimestre del 2013 è fortemente negativo, in tutte le Regioni italiane, con il saldo tra imprese che nascono e quelle che muoiono affossato. Il record è in Lombardia dove ‘spariscono’ 854 esercizi commerciali, tra bar e ristoranti ma anche il Lazio registra 635 aziende cancellate. L’associazione in una nota parla di “catastrofe” e chiede “un piano speciale per le città”.

Non va meglio alle aziende che si rivolgono agli sportelli per chiedere denaro. Secondo l’Osservatorio sul credito di Confcommercio sono infatti sempre meno le imprese che vanno in banca per chiedere un finanziamento e il 70% lo fa per mancanza di liquidi. Nel quarto trimestre 2012, si è rivolto alle banche il 14% contro il 15,7% del trimestre precedente. Aumentano le imprese che si sono viste rifiutare il credito o lo hanno ottenuto per un ammontare inferiore alla richiesta (dal 35,4% a quasi il 40%) mentre diminuiscono quelle che si sono viste accordare il credito richiesto (dal 31,5% al 30%). Le imprese hanno difficoltà a fare fronte al proprio fabbisogno finanziario e per la prima volta dall’inizio della crisi nel 2008, sono colpite anche quelle del Nord-Est. Tra i motivi delle richieste di finanziamento prevalgono le difficoltà di liquidità o di cassa (per il 70% delle imprese), mentre la necessità di fare investimenti riguarda solo il 20%.

Rimane invece sostanzialmente stabile nel quarto trimestre 2012 sia la percentuale delle imprese che sono riuscite a far fronte al proprio fabbisogno finanziario senza difficoltà (30,6 rispetto al 30,8% del trimestre precedente), sia la quota di imprese che ci sono riuscite ma con difficoltà (49,5% contro il 49,9%). Aumenta invece il numero di imprese che non sono riuscite a fronteggiare il proprio fabbisogno (passate dal 19,3% al 19,9%). Fra i tre comparti presi in considerazione, quello dei servizi – rileva Confcommercio – ha le maggiori difficoltà finanziarie “anche se per l’immediato futuro le previsioni sono allineate a quelle del commercio e del turismo. Si conferma la dicotomia fra il Mezzogiorno e il resto del Paese, con le imprese del Sud più in affanno rispetto a quelle del centro e soprattutto del Nord Italia”.

Altri dati – diffusi da Unioncamere – rivelano invece che la stretta al credito colpisce anche le imprese esportatrici. In uno studio messo a punto assieme all’Istituto Tagliacarne, denuncia come il credit crunch non risparmi più neppure le aziende che operano sui mercati internazionale. Tra giugno 2011 e giugno 2012, dicono i dati , si è verificata nel nostro Paese una flessione dell’erogazione di credito bancario alle imprese pari al 2,5%, tale per cui gli impieghi del settore produttivo sono passati da 1.003 a 978 miliardi di euro. Un quadro che spinge gli attori della scena economica verso il microcredito, lo strumento finanziario di connotazione solidaristica destinato ad una platea che difficilmente accede al credito bancario, e che infatti registra un decollo senza precedenti, +42% in un anno infatti i nuovi prestiti erogati nel 2011. (16 marzo 2013)

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fonte repubblica.it