CRISI – Confesercenti, “catastrofe” per le imprese. Il 70% chiede prestiti perché è a corto di liquidità

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Confesercenti, “catastrofe” per le imprese.
Il 70% chiede prestiti perché è a corto di liquidità

La Lombardia vede il record di chiusure di negozi, bar e ristoranti. Peggiora il rapporto con il sistema del credito: secondo Confcommercio le imprese si rivolgono sempre meno alle banche e – quando lo fanno – è per scarsezza di denaro e non per progettare investimenti. Ma aumentano a quasi il 40% quelle che si vedono rifiutare le richieste o che ricevono meno soldi

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MILANO Le imprese chiudono a un ritmo impressionante. E non riescono ad ottenere credito e liquidità per continuare ad andare avanti nella loro attività. Dopo l’allarme dei giorni scorsi, Confesercenti torna sul problema delle chiusure di negozi: il primo trimestre del 2013 è fortemente negativo, in tutte le Regioni italiane, con il saldo tra imprese che nascono e quelle che muoiono affossato. Il record è in Lombardia dove ‘spariscono’ 854 esercizi commerciali, tra bar e ristoranti ma anche il Lazio registra 635 aziende cancellate. L’associazione in una nota parla di “catastrofe” e chiede “un piano speciale per le città”.

Non va meglio alle aziende che si rivolgono agli sportelli per chiedere denaro. Secondo l’Osservatorio sul credito di Confcommercio sono infatti sempre meno le imprese che vanno in banca per chiedere un finanziamento e il 70% lo fa per mancanza di liquidi. Nel quarto trimestre 2012, si è rivolto alle banche il 14% contro il 15,7% del trimestre precedente. Aumentano le imprese che si sono viste rifiutare il credito o lo hanno ottenuto per un ammontare inferiore alla richiesta (dal 35,4% a quasi il 40%) mentre diminuiscono quelle che si sono viste accordare il credito richiesto (dal 31,5% al 30%). Le imprese hanno difficoltà a fare fronte al proprio fabbisogno finanziario e per la prima volta dall’inizio della crisi nel 2008, sono colpite anche quelle del Nord-Est. Tra i motivi delle richieste di finanziamento prevalgono le difficoltà di liquidità o di cassa (per il 70% delle imprese), mentre la necessità di fare investimenti riguarda solo il 20%.

Rimane invece sostanzialmente stabile nel quarto trimestre 2012 sia la percentuale delle imprese che sono riuscite a far fronte al proprio fabbisogno finanziario senza difficoltà (30,6 rispetto al 30,8% del trimestre precedente), sia la quota di imprese che ci sono riuscite ma con difficoltà (49,5% contro il 49,9%). Aumenta invece il numero di imprese che non sono riuscite a fronteggiare il proprio fabbisogno (passate dal 19,3% al 19,9%). Fra i tre comparti presi in considerazione, quello dei servizi – rileva Confcommercio – ha le maggiori difficoltà finanziarie “anche se per l’immediato futuro le previsioni sono allineate a quelle del commercio e del turismo. Si conferma la dicotomia fra il Mezzogiorno e il resto del Paese, con le imprese del Sud più in affanno rispetto a quelle del centro e soprattutto del Nord Italia”.

Altri dati – diffusi da Unioncamere – rivelano invece che la stretta al credito colpisce anche le imprese esportatrici. In uno studio messo a punto assieme all’Istituto Tagliacarne, denuncia come il credit crunch non risparmi più neppure le aziende che operano sui mercati internazionale. Tra giugno 2011 e giugno 2012, dicono i dati , si è verificata nel nostro Paese una flessione dell’erogazione di credito bancario alle imprese pari al 2,5%, tale per cui gli impieghi del settore produttivo sono passati da 1.003 a 978 miliardi di euro. Un quadro che spinge gli attori della scena economica verso il microcredito, lo strumento finanziario di connotazione solidaristica destinato ad una platea che difficilmente accede al credito bancario, e che infatti registra un decollo senza precedenti, +42% in un anno infatti i nuovi prestiti erogati nel 2011. (16 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

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