FEED RSS E NOI – Muore un lettore. E non è una notizia irrilevante / Farewell, Dear Reader

https://i2.wp.com/cdn.pidjin.net/wp-content/uploads/2013/03/bear-pidjin-rss00011.png

https://i2.wp.com/cdn.pidjin.net/wp-content/uploads/2013/03/bear-pidjin-rss00021.png
fonte immagini

La morte di un lettore

Google chiude il Reader, «il posto in cui organizzavamo la conoscenza». E forse accelera la decadenza di un formato aperto che ha segnato lo sviluppo della rete

.
di Giuseppe Granieri
.

«Gli RSS stavano morendo da anni», dice Felix Salmon delle Reuters. E «se Google chiude il suo Reader, ho paura che non resisteranno ancora a lungo».

La maggior parte delle persone che hanno cominciato ad avvicinarsi a Internet con Facebook magari non sanno cosa sono i «feed RSS». Si tratta di un formato aperto che, per dirla con Antonino Caffo, «permette agli utenti di iscriversi agli RSS preferiti di siti e blog per ricevere le notizie in un’unica interfaccia web simile ad una casella di posta elettronica». Aggiungi il sito o il blog che ti interessa e ricevi automaticamente gli aggiornamenti. Google Reader, che negli anni era diventato il principale «lettore» di RSS, chiuderà il primo luglio.

Non si tratta di una notizia irrilevante, perché tocca uno dei fattori più importanti della nostra information literacy. L’utilizzo di Google Reader e dei feed RSS era -ed è ancora- uno dei principali indicatori del livello di alfabetizzazione digitale. La prima cosa che spiegavo ai miei studenti -o a chi mi chiedeva consiglio- era proprio questa: se vuoi sopravvivere alla sovrabbondanza di informazioni, parti da Google Reader, seleziona le tue fonti e impara a seguirle con costanza.

Aprire il Reader è un po’ come leggere il giornale la mattina, solo che è un giornale fatto dalle tue «voci» preferite, che parlano degli argomenti che ti interessano. Una volta che hai raffinato il tuo sistema di fonti, non hai più bisogno di andare sui siti web e cercarti le cose. Se c’è una notizia che ti interessa, ti arriva.

Con il tempo, come nota anche Felix Salmon nella sua analisi, Google Reader è diventato un servizio che «nutriva altri servizi» più avanzati. Quasi tutte le app che portano gli RSS sugli smartphone si basano sul lettore di Mountain View. E sono nati prodotti più evoluti che prendono le tue iscrizioni e ti impaginano le notizie in maniera più accattivante.

Tutto questo -ovviamente- ha generato un minor utilizzo diretto del servizio di Google, che tuttavia restava lì ad alimentare altre applicazioni. E questa è probabilmente una delle ragioni per cui a Mountain View hanno deciso di chiuderlo.

E forse non stiamo perdendo un prodotto cui siamo affezionati, ma qualcosa di più importante. Salmon ne parla come di un «servizio pubblico». Ed è una buona definizione, perché i feed RSS sono cresciuti collettivamente  e grazie al lavoro di evangelizzazione portato avanti dal basso, dalle persone più alfabetizzate, che dedicavano tempo a educare gli altri e i nuovi arrivati in rete.

Anni fa, quando in Italia iniziarono a diffondersi i blog, molte persone competenti portarono avanti discussioni e vere e proprie battaglie per far adottare i feed RSS ai giornali, ai grandi siti di informazione e alle piattaforme di blog che inizialmente non ne erano dotate. Gli RSS erano -e per molti di noi sono ancora- la spina dorsale dell’educazione all’informazione del mondo di oggi.

«Gli RSS erano un bellissimo formato aperto», conclude Salmon, «e ora stanno per essere rimpiazzati da formati proprietari come quelli di Facebook e di Twitter». Il pezzo si intitola: Did Google just kill RSS?

Non so se Salmon ha ragione e se davvero con la chiusura di Google Reader finiremo per usare sempre meno i feed RSS. Di sicuro la reazione alla notizia non è stata positiva. C’è stata una petizione che in poche ore ha raggiunto centomila firme (ma che difficilmente farà retrocedere Google dalla decisione). E migliaia di persone sono in cerca di un’alternativa.

Andrew Leonard, su Salon, ha scritto un epitaffio intitolato Death Of a Reader. E il New Yorker ha dedicato un bel pezzo al Google Reader, definendolo «il posto in cui organizzavamo la conoscenza». Il titolo è vagamente romantico: Farewell, Dear Google Reader.

Ma c’è anche chi ha opinioni più ottimistiche. Secondo John Jantsch, la chiusura del Reader potrebbe essere una cosa buona e potrebbe portare, invece che alla dismissione, a un nuova fase di innovazione per i feed RSS.

Come link bonus, questa settimana, il recap di Mark Coddington, per il Nieman Journalism lab: The lessons of Google Reader’s death, and the free labor of news sources.

.

fonte lastampa.it

_________________________________________________

https://i2.wp.com/www.newyorker.com/images/headers/page_turner_banner_n.gif

March 15, 2013

Farewell, Dear Reader

Posted by
https://i1.wp.com/www.newyorker.com/online/blogs/books/google-reader-580.jpg
.

When I found out yesterday—via Twitter, of course—that Google would be shutting down its Google Reader, I felt a surprising wave of nostalgia. I don’t spend much time using Google Reader nowadays, but for a few years, when I was a newspaper columnist for the Boston Globe, it was the first Web site I saw in the morning and the last I saw before bed. I would spend hours every day in Reader, scrolling its lists, renaming its categories, opening its tiny menus, and clicking its little boxes. Hearing that Google Reader is shutting down is like hearing that your favorite old bookstore is closing—not the one you go to now, but the one you went to in college, where you bought “No Logo” and “The Unbearable Lightness of Being.” Oh, yeah…I used to spend a lot of time there.

Today, in an exploratory spirit, I logged back in. Google Reader, I discovered, is like an infinite attic. Inside it, your old interests, which you’ve outgrown or set aside, keep on growing. It’s as though your old passions wandered off and lived their own lives, without you.

Looking back through my Reader—number of unread posts, a thousand-plus—I was struck, first of all, by the categories I’d created, each representing some prior epoch of my life. Take, for example, “Web Design” (1999–2003). It was first assembled back when I was a professional Web designer (do people even call themselves “Web designers” now?), and it contains feeds for Web sites I haven’t thought about in a decade, like Signal vs. Noise, A List Apart, and Kaliber10000. (The feeds themselves were almost certainly imported from a pre-Reader app like NetNewsWire.) Looking through the folder, I can only conclude that, apparently, I used to know a lot about Web design. All that knowledge is gone now. I wonder: Will the same thing happen to the contents of the “Academia” (2003–2010) and “Dissertation” (2005–2012) folders? “Academia,” for its part, contains only one feed, for the “Call for Papers” Web site, which has hundreds and hundreds of unread posts. (Maybe if I’d participated in more symposia, I’d be an English professor now.) “Dissertation,” on the other hand, contains loads of saved JSTOR queries, as well as dozens of feeds for Web sites like Conscious Entities and The Stanford Encyclopedia of Philosophy. I still read those Web sites, even though I haven’t finished my dissertation, which raises an alarming question: what will I do when, or if, I move to a new R.S.S. reader? Will I create a new “Dissertation” folder? Or have I given up hope?

Other folders are narrower and more project-based. A surprisingly extensive “Style” folder (2005–2006) chronicles my attempts to transform from a schlub into a mensch. There’s a folder for “Interior Design” (2004–2005) from around the time my wife and I moved into our first apartment. The staggeringly ironic “Productivity” folder (1999–2009) is full of feeds like 43 Folders and ZenHabits; it surely represents thousands of hours of wasted time. In another folder, “Gift Ideas” (2003–present), there are more than a dozen blogs about women’s fashion; for years, I browsed that folder in search of presents for my wife. Looking through the feeds there—EvenCleveland, Garance Doré, Sea of Shoes, Tomboy Style, Wiksten, That Kind of Woman—I can’t help but marvel at how people’s lives have changed. Garance got together with The Sartorialist! Wiksten moved from Brooklyn to Iowa! Women’s style blogs, it turns out, are better than men’s because they’re full of personal details; men’s blogs are just photos of cars and pocket squares.

All of those feeds, meanwhile, are reminders of a more relaxed time—a time when Google Reader was, basically, for fun. That changed in 2010, when I took over a column called “Brainiac” in the Boston Globe’s Ideas section. As the Brainiac, I was responsible for writing a blog about new ideas. At the end of the week, three of the ideas would appear in a beautifully illustrated spread in the Sunday paper. Anything could be an idea: a new sculpture, a new building, a blog post, a just-written academic tome. Inside my Google Reader, this was the Cambrian explosion, Modernism, the Renaissance. All of a sudden there were lots of surprising new folders: “Architecture” (The Architect’s Newspaper), “Art” (ArtsJournal), “Economics” (Interfluidity), “Linguistics” (Language Log), and so on. (There are lots more, but I can’t give away all of my R.S.S. feeds.)

Just as a soldier lives for battle, just as a wolf lives for the hunt, so my Google Reader, I felt, was leading the life I was meant to lead. A few months in, after I’d carefully curated my feeds, my Reader really did seem to contain the entirety of the world of ideas. A few hours with Reader, and I could “read” The New Republic and The Wilson Quarterly, City Journal and Pruned, ftrain and XKCD, Bibliokept and Grasping Reality with Both Hands, The American Prospect and Idle Words. I lived, and read, in a state of information-saturated bliss. (It lasted until I discovered an even better version of Google Reader: publicists at publishing companies, who, if you are a book reviewer, will send you review copies. As I transitioned to a mostly book-based diet, Reader fell by the wayside.)

In announcing the closure of Reader, Google said that usage has been declining, and I can see why. Reader was made for absurdly ambitious readers. It’s designed for people like me—or, rather, for people like the person I used to be—that is, for people who really do intend to read everything. You might feel great when you reach Inbox Zero, but, believe me, it feels even better to reach Reader Zero: to scroll and scan until you’ve seen it all. Twitter, which has replaced Reader (and R.S.S.) for many people, works on a different principle. It’s not organized or completist. There are no illusions with Twitter. You can’t pretend, by “marking it read,” that you’ve read it all; you don’t think you’re going to cram “the world of ideas” into your Twitter stream. At the same time, you’re going to be surprised, provoked, informed. It’s a better model.

But Reader had a lot going for it, too. Using Twitter feels, to me, like joining a club; Reader felt like filling up a bookcase. It was a place for organizing your knowledge, and also for stating, and reviewing, your intentions and commitments. It kept a record of the things you meant to read but never did; of the writers you loved but don’t anymore. I won’t miss Reader when it shuts down, on July 1st. But I will miss the old me—the person I described in Google Reader, without knowing it.

Illustration by Arnold Roth.

.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: