Archivio | marzo 17, 2013

Orbàn decora tre razzisti antisemiti, dall’Ungheria nuova sfida all’Europa

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Orbàn decora tre razzisti antisemiti
dall’Ungheria nuova sfida all’Europa

Sono un giornalista tv che non nasconde le sue tesi sulle differenze di razza, un archeologo che diffonde surreali storie sugli ebrei e il leader di un gruppo nazi-rock

Orban decora tre razzisti antisemiti dall'Ungheria nuova sfida all'Europa (ansa)

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ANDREA TARQUINI
corrispondente di Repubblica

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BERLINO  – Non è bastato il golpe bianco, la sfida all’Europa con la riforma in senso autoritario della Costituzione. E i moniti di Bruxelles, Berlino, Washington restano inascoltati. E’quanto si deduce dall’ultima decisione del governo nazionalpopulista ed euroscettico ungherese del premier-autocrate Viktor Orbàn: il conferimento di tre importanti premi ufficiali per la cultura a tre ‘intellettuali’ notoriamente razzisti, antisemiti e vicini all’estrema destra, cioè Jobbik (il partito all’opposizione da destra, che ha il 17 per cento dei seggi in Parlamento ma nei sondaggi è diventato seconda forza politica salendo al 19 per cento).

La notizia sembra tratta da una trama di fantapolitica-horror, invece è vera: l’autorevole Agence France Presse che la diffonde si riferisce a fonti ufficialissime. Vediamo i casi. Il primo è quello del premio Tancics, tradizionale e importante premio per i migliori giornalisti, conferito a Ferenc Szanizslò, commentatore alla televisione Echo TV, ritenuto vicinissimo alla Fidesz, cioè al partito di Orbàn, e noto per le tesi apertamente razziste che espone in pubblico. Come quando nel 2011 paragonò i rom a “scimmie”, esternazione che gli valse persino un rimprovero dell’autorità-grande fratello governativa di controllo sui media. E’ uno scandalo, restituiremo l’onorificienza, hanno annunciato una decina di giornalisti seri e democratici, premiati con il ‘Tancsics’ in passato, per protestare. “Non sapevo della decisione di premiare Szaniszlò, è deplorevole, ma non è nei miei poteri revocargli il premio”, si è difeso il ministro delle Risorse umane e della forza nazionale, Zòltàn Balog.

Il secondo caso è quello di Kornel Bakay, che ha ricevuto per decisione del governo l’Ordine al merito. Bakay è un archeologo noto per il suo aperto, radicale antisemitismo. Tra l’altro aveva fatto scandalo a livello mondiale asserendo in pubblico che sarebbero stati gli ebrei a organizzare la tratta degli schiavi dal medioevo all’abolizionismo. Mentre è noto che lo schiavismo fu organizzato dalle potenze di allora e dall’attivissima (e per loro proficua) collaborazione di tribù e potentati arabi in Africa.

Il terzo caso riguarda Janos Petras, cantante della rock band ‘Karpatia’. E’in sostanza un gruppo nazirock, vicinissimo ai neonazisti antisemiti di Jobbik che amano ascoltare la loro musica nelle adunate. Petras ha ricevuto la croce d’oro al merito. Tra i motivi più noti cantati da lui e dal suo gruppo ce ne sono alcuni che inneggiano alla revisione delle frontiere europee con la ricostituzione della ‘Grande Ungheria’, cioè riprendendosi territori oggi slovacchi, ucraini, serbi e romeni. Il gruppo Karpatia ha anche partecipato anche a marce della Magyar Gàrda (Guardia magiara), il gruppo paramilitare di Jobbik con le uniformi nere e simboli fascistoidi, ufficialmente fuorilegge ma che continua a farsi vedere tranquillamente.

La politica culturale del governo Orbàn ha da tempo un orientamento radicale. Il governo ha di fatto riabilitato l’ammiraglio Miklòs Horthy, cioè il dittatore antisemita che fu il più efficiente e zelante alleato di Hitler in Europa e grande complice dell’Olocausto e dell’aggressione all’Urss. A Horthy vengono erette statue e dedicate vie e piazze. A Budapest vengono invece smantellati i monumenti di grandi nomi della cultura democratica, dal ‘conte rossò Karoly Mihàly che divenne socialista e affrancò i suoi contadini, al poeta Attila Jòzsef, amico di Thomas Mann. E uno dei luoghi centrali della capitale, Roosevelt tér (Piazza Roosevelt) adesso non porta più il nome del presidente americano che alleato con Churchill e Stalin sconfisse l’Asse. (17 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

Maltempo, neve e raffiche di burrasca. Allerta meteo in tutta Italia

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Maltempo, neve e raffiche di burrasca
Allerta meteo in tutta Italia

Frana a Camaiore, edifici evacuati. Domani temporali su Lazio, Toscana, Emila Romagna, Veneto e Friuli

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ROMA – Nuova allerta meteo del Dipartimento della Protezione Civile: la perturbazione di origine atlantica che sta interessando il nostro paese porterà ancora piogge, temporali e venti forti su buona parte dell’Italia anche nelle prossime ore. Sulla base delle previsioni disponibili, gli esperti prevedono a partire dal pomeriggio di oggi venti forti con raffiche di burrasca su Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Campania e Sicilia, in estensione ad Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Emilia Romagna, Veneto e Friuli Venezia Giulia, con possibili mareggiate.

Dalle prime ore di domani, inoltre, sono attese piogge e temporali anche molto intensi, accompagnati da fulmini e forti raffiche di vento su Toscana, Emilia Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lazio. Si prevedono anche nevicate oltre i 500-600 metri sull’arco alpino e prealpino, sulla provincia autonoma di Trento, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Il Dipartimento seguirà l’evolversi della situazione in contatto con le Prefetture, le Regioni e le strutture locali di protezione civile.

Ancora frane e edifici evacuati nel comune di Camaiore. Stamani a causa di uno smottamento di circa 100 metri su una collina che costeggia la via Proviciale, vigili del fuoco e protezione civile hanno fatto evacuare un’abitazione dove vive una famiglia di 4 persone, e quattro aziende per almeno 48 ore, in via precauzionale a causa dell’allerta meteo annunciata per le prossime ore. Restano fuori casa 30 persone che hanno avuto le abitazioni minacciate da frane: 3 edifici sono da demolire.

Domenica 17 Marzo 2013 – 16:24
Ultimo aggiornamento: 17:45
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Grillo contro I dissidenti per Grasso, ma sul blog è polemica

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In molti: giusto votarlo

Grillo contro I dissidenti per Grasso, ma su blog è polemica

Le reazioni alle parole di Grillo non sono tutte positive. Lo scontro dunque non accenna a placarsi, il primo passaggio parlamentare ha messo M5S davanti al bivio ‘purezza o partecipare al gioco della politica’

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Il blog di Beppe Grillo

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Roma, 17-03-2013

L’elezione di Pietro Grasso ha aperto un duro scontro dentro M5S e se Beppe Grillo ha attaccato i ‘dissidenti’ del suo partito che hanno votato l’ex procuratore anti-mafia, sul suo blog sono tantissimi anche i commenti di chi invece difende quella scelta e attacca il leader. Grillo ha aspettato le 22.55 di ieri sera per commentare sul suo blog il fenomeno dei 12 voti M5S probabilmente confluiti su Pietro Grasso al Senato, parole dure e invito alle dimissioni per chi si è “sottratto all’obbligo” previsto dallo statuto del movimento di votare rispettando le decisioni prese a maggioranza dal gruppo. Da allora è scoppiata la polemica e alle 17 di oggi erano 9.288 i commenti sotto al ‘post’ del leader.

Grillo ha scritto: “Nella votazione per la presidenza del Senato è mancata la trasparenza. Il voto segreto non ha senso, l’eletto deve rispondere delle sue azioni ai cittadini con un voto palese. Se questo è vero in generale, per il MoVimento 5 Stelle, che fa della trasparenza uno dei suoi punti cardinali, vale ancora di più. Per questo vorrei che i senatori del M5S dichiarino il loro voto. Nel ‘Codice di comportamento eletti MoVimento 5 Stelle in Parlamento’ sottoscritto liberamente da tutti i candidati, al punto Trasparenza è citato: Votazioni in aula decise a maggioranza dei parlamentari del M5S. Se qualcuno si fosse sottratto a questo obbligo ha mentito agli elettori, spero ne tragga le dovute conseguenze”.

Le reazioni, però, non sono tutte positive. Andrea P. Scrive cinque minuti dopo e chiede: “Salve, volevo sapere come mai non è stata mandata in streaming la riunione di oggi e se fosse possibile recuperarla da qualche parte”. M5S, infatti, ha fatto della trasparenza uno dei suoi cavalli di battaglia e questo militante vuole sapere perché non ha potuto assistere via internet alla riunione dei senatori. Al contrario, Fabio B. di Arezzo dice: “NOMI E COGNOMI, bravissimo Beppe. Basta coi furbini”. Così pure Antonello S.: “20 dissidenti M5s al senato??? tutte le nostre speranze per allontanare i mercanti dal tempio siete voi del movimento 5 stelle. non ci deludete, e non fate il gioco di queste vecchie volpi della politica…”.

Altri, come Massimo M., attaccano Grillo e i fedelissimi:”Mafiosi! Volete “eliminare” chi non obbedisce al padrino!”. E Daniele G. Aggiunge: “Chiunque abbia votato per Grasso ha fatto BENE! Ma ci mancherebbe…”. Non sono eccezioni, i commenti si dividono a metà, tra favorevoli e contrari. Se i fedeli a Grillo parlano di “tradimento” e qualcuno addirittura paragona il leader a “Mosé”, altri come Asprigno P. ribattono: “Non mi piace questo post, minaccioso, cosa facciamo, espelliamo un paio di parlamentari a settimana? allora sì diamo ragione ai detrattori”.

E ‘massy bachi’ da Fiesole attacca: “buffone.. la rete vuole GOVERNARE SEI UN BUFFONE GRILLO”. Tanti sostengono la tesi di Clino V.:”Ma cosa vuol dire? che si doveva lasciar votare Schifani, che è una sorta di sciacallaggio al paese?”. E un tale Michele Apicella aggiunge: “Ma vaff… !!! Hai chiesto il parere degli elettori del movimento prima di formulare il tuo editto? Quindi era meglio Schifani?!? Ma vaff…”. Francesco C., di Monza, uno dei commenti più recenti, la mette così: “Ragazzi mi sono letto tutti i commenti di questo post. Molti affermano e difendono i senatori che hanno votato Grasso. Io vorrei ricordarvi che senza regole non funziona nulla. Benché i propositi potrebbero essere anche buoni, vi ricordo che nella vita esistono regole”.

Insomma, uno scontro che non accenna a placarsi, il primo passaggio parlamentare ha messo M5S davanti al bivio ‘purezza o partecipare al gioco della politica’.

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fonte rainews24.it

Cosa farà Papa Francesco I°

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Cosa farà papa Francesco

I rapporti con Ratzinger primo rebus per il nuovo pontefice. Che dovrà fare i conti con il ricambio nella curia, lo Ior, il ruolo dei vescovi

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di Sandro Magister

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Fresco di nomina e col conclave alle spalle, il nuovo papa ha davanti a sé un’agenda che fa tremare. Quel «vigore nel corpo e nell’animo» che, spegnendosi, aveva indotto il suo predecessore al ritiro gli sarà obbligatorio, per governare la Chiesa. E proprio l’attuale “chi è” di Joseph Ratzinger sarà il suo problema più immediato, senza precedenti nella storia della Chiesa. Da un lato c’è chi vede e vuole in Benedetto XVI un papa “per sempre”, anche dopo e nonostante la rinuncia, col rischio di un permanente confronto tra il vecchio papa e il nuovo, per qualcuno addirittura tra papa e antipapa, in una Chiesa a due teste. E dall’altro c’è invece chi vede nella rinuncia di Ratzinger uno svuotamento salutare della figura stessa del papa, l’alba di un papato più “moderno” e più “umano”, perché abbassato alla dimensione di un qualsiasi vescovo e con l’orologio del tempo a limitarne la durata, come per l’amministratore di una terrena società per azioni.

I DUE PAPI
Il ruolo da riconoscere nel suo vivente predecessore sarà una delle prime decisioni del nuovo eletto, apparentemente minima, invece gravida di storiche conseguenze. Rigettato con fermezza dai canonisti, il titolo di “papa emerito” applicato a Benedetto XVI è stato sì incautamente incoraggiato da chi è più vicino a Ratzinger nel suo ritiro, ma è ancor più funzionale proprio a chi vuole rovesciare teologicamente e giuridicamente il papato, da fuori e da dentro la Chiesa. La nuova edizione ufficiale dell’Annuario Pontificio, che oltre allo “status” risaputo del nuovo papa dovrà definire anche quello del suo predecessore, sarà un test di primaria importanza.

LA CURIA
La trascuratezza del diritto è infatti da almeno mezzo secolo uno dei punti di crisi della Chiesa cattolica. L’idea secondo cui «la Chiesa non debba essere una Chiesa del diritto ma una Chiesa dell’amore» – idea denunciata con forza ma con poco successo da Benedetto XVI – ha dato fiato non soltanto al sogno utopistico di un cristianesimo spirituale senza più gerarchia né dogmi, ma anche, più materialmente, al malgoverno di una curia vaticana lasciata a se stessa, cioè anche ai suoi intrighi, alle ambizioni, ai malaffari, ai tradimenti. I cardinali che l’hanno eletto aspettano dal nuovo papa che intervenga da subito e con decisione a rimettere ordine nella curia. Tra un papa e l’altro i capi dei vari uffici decadono. L’attesa dei più è che le riconferme di routine non vanifichino lo “spoils system”, come quasi sempre è avvenuto. Il primissimo atto di Giovanni XXIII da papa fu la nomina del nuovo segretario di Stato: il validissimo Domenico Tardini, diplomatico di prim’ordine. Dal nuovo papa ci si aspetta lo stesso.

LO IOR
La curia, con i suoi uomini e le strutture, «non deve essere come la corazza di Saul, che indossata dal giovane Davide gli impediva di camminare», disse una volta Ratzinger. L’Istituto per le Opere di Religione, la “banca” vaticana, è uno di questi ferrivecchi senza i quali la Chiesa sarebbe più libera. In passato, quando operava come un paradiso “off shore”, lo Ior offriva ai suoi clienti di tutto il mondo opportunità che altri non davano, nel bene e nel male. Ma da quando Benedetto XVI ha voluto che si sottomettesse agli standard e ai controlli dei paesi della “white list”, la sua particolarità è finita. Una sua chiusura recherebbe alla Chiesa solo vantaggi.

LA COLLEGIALITA’
Una curia più snella consentirebbe anche un legame più diretto tra il centro e la periferia della Chiesa, tra il papa e i vescovi. E’ il capitolo della “collegialità”, scritto dal Concilio Vaticano II ma rimasto in buona misura ancora da attuare. Come il papa è il successore di Pietro, così i vescovi sono la continuazione dell’insieme dei dodici apostoli, e assieme a lui devono governare la Chiesa. I criteri per la loro scelta sarà un altro dei punti in attesa di innovazione. Una pletora di nomine mediocri è stato uno dei motivi della decadenza della Chiesa in molti Paesi. Mentre il contrario è accaduto dove alla testa delle diocesi sono stati insediati vescovi di alto livello. Il caso più evidente di una Chiesa risorta grazie alla capacità di guida di una nuova squadra di vescovi di prima qualità è dato dagli Stati Uniti.

IL CASO CINA
I vescovi sono l’immagine vivente della nuova geografia della Chiesa cattolica. Sono 5 mila, di ogni popolo e lingua. La libertà nella loro nomina è una delle conquiste che la Chiesa ha più cara. E qui si apre sull’agenda del nuovo papa il capitolo Cina. Sarà la superpotenza del futuro, ma intanto le sue autorità si comportano come le vecchie monarchie d’una volta, pretendono di decidere loro quali vescovi insediare e quali altri deporre, con l’intento di contrapporre una loro Chiesa “patriottica” alla Chiesa universale. La mitica diplomazia vaticana avrà qui il suo più difficile terreno di prova. Ma la questione Cina è ben più vasta. La sua ascesa come potenza mondiale metterà alla prova la fede cristiana ancor più radicalmente di quanto faccia l’Islam. La religiosità cinese è priva della fede in un Dio che è persona, che si può invocare come Padre, che ha inviato il suo Figlio come uomo tra gli uomini. E’ una religiosità avvolgente, è una sapienza più che una fede. E’ l’alternativa più temibile che il cristianesimo può incontrare nei decenni futuri. Non è un caso che l’Asia, dove oltre alla Cina c’è l’India, anch’essa con una religiosità molto “inclusiva”, sia il continente nel quale il cristianesimo ha trovato più difficoltà ad espandersi, nella storia. Ed è anche quello dove oggi è particolarmente osteggiato e perseguitato, sia in Cina sia in India, nonostante il profilo apparentemente pacifico delle religioni buddista e induista.

LA PRIORITÀ SUPREMA
E qui si arriva al cuore dell’agenda del nuovo papa. Perché quella che Benedetto XVI definì la «priorità» del suo pontificato sarà la stessa anche per il suo successore. «Il vero problema in questo nostro momento della storia», scrisse papa Ratzinger in una sua memorabile lettera ai vescovi, «è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più. Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del successore di Pietro in questo tempo».
Tutto il resto di cui hanno discusso i cardinali prima del conclave, il malgoverno della curia e delle finanze vaticane, l’onda lunga degli scandali sessuali, le guerre intestine tra ecclesiastici, non è che il rovescio buio di questa che è la ragione di vita della Chiesa: «Aprire agli uomini l’accesso a Dio». E’ la «sporcizia» che deve essere spazzata via con decisione, se si vuole che la Chiesa possa dedicarsi tutta, senza ombre che la oscurino, alla sua missione unica e vera: ravvivare la fede cristiana dove sta per spegnersi e propagarla dove non è ancora arrivata.

L’UOMO NUOVO
Prima e durante il conclave, nessuno dei cardinali ha osato prendere le distanze dalla diagnosi fatta da Benedetto XVI sulla crisi di fede di questo tempo. Il nuovo papa è sicuro che procederà nel suo solco. Crisi di fede ma anche mutamento radicale della visione dell’uomo. Perché le bioscienze sono ormai il nuovo verbo della modernità. Verbo onnipotente, perché non solo interpreta l’uomo, ma decide su di esso, e lo trasforma, e si appropria della sua stessa generazione. Il suo ultimo grande discorso programmatico, alla vigilia dello scorso Natale, Benedetto XVI l’ha dedicato a una critica dell’avanzante nuova filosofia della sessualità, quella del “gender”, con l’uomo che si sostituisce a Dio come creatore della propria individualità corporea.
Alla Chiesa cattolica e quindi in primo luogo al suo successore, in quello stesso discorso papa Benedetto affidò una consegna: farsi custodi della «memoria dell’essere uomini di fronte a una civiltà dell’oblio». Anche per questo nel nuovo papa ci vorrà un grande «vigore», in tempi nei quali contro i discepoli di Gesù «diranno ogni sorta di male per causa mia» e proprio per questo saranno chiamati beati.

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fonte espresso.repubblica.it

Voto al Senato, Grillo: “Non c’è stata trasparenza, chi ha mentito si dimetta”

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Voto al Senato, Grillo: “Non c’è stata trasparenza, chi ha mentito si dimetta”

Dopo l’elezione di Pietro Grasso a presidente del Senato, il leader dei Cinque stelle parte all’attacco: “Nella votazione di oggi per la presidenza del Senato è mancata la trasparenza. Il voto segreto non ha senso, l’eletto deve rispondere delle sua azioni ai cittadini con un voto palese”

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di | 17 marzo 2013

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Ci sono volute alcune ore, molti silenzi e altrettante facce scure, poi è arrivata anche la dichiarazione di Beppe Grillo a commento dell’elezione di Pietro Grasso: “Nella votazione di oggi per la presidenza del Senato è mancata la trasparenza. Il voto segreto non ha senso, l’eletto deve rispondere delle sue azioni ai cittadini con un voto palese. Se questo è vero in generale, per il Movimento 5 Stelle, che fa della trasparenza uno dei suoi punti cardinali, vale ancora di più. Per questo vorrei che i senatori del M5S dichiarassero il loro voto”. Le parole sono apparse sul sito di Grillo in tarda serata e si riferiscono ai tredici eletti al Senato del Movimento 5 Stelle che avrebbero votato a favore della candidatura proposta dal Partito Democratico. Una scelta che il leader politico non ha mandato giù. A sangue freddo ha deciso di intervenire, rifacendosi alle norme firmate dagli stessi rappresentanti prima della candidatura. “Nel Codice di comportamento eletti Movimento 5 Stelle, sottoscritto liberamente da tutti i candidati, al punto “trasparenza” è citato: 
votazioni in aula decise a maggioranza dei parlamentari del M5S.
 Se qualcuno si fosse sottratto a questo obbligo ha mentito agli elettori, spero ne tragga le dovute conseguenze”.

Un messaggio veloce dal titolo “Trasparenza e voto segreto”, che intende riportare compattezza nello schieramento di Beppe Grillo. Parole che arrivano dopo una seconda giornata in Parlamento tutt’altro che facile. E ora la caccia è al nome di chi potrebbe aver fatto il grande gesto. Anche se le facce dei potenziali dissidenti potrebbero già essere chiare nella testa dei senatori: molti non erano presenti al momento del voto in aula, mentre già durante l’incontro del pomeriggio i malumori erano stati espressi senza timore da altri. Nell’occhio del ciclone gli eletti siciliani che, appena usciti dalla riunione pre-voto in Senato, avevano espresso le loro perplessità: “Se vince Schifani quando torniamo in Sicilia ci fanno il mazzo”. Proprio Orellana, il nome che era uscito dalle fila dei 5 Stelle per la presidenza del Senato, aveva fatto trapelare le tante rotture interne: “Non c’è stata unanimità nella decisione del nostro gruppo. Grasso e Schifani come persone non sono equivalenti, hanno una storia e un passato diversi. Una è una scelta in continuità con il passato, l’altro non lo so. Mi sono espresso personalmente contro la scelta di Schifani”.

Gli eletti a 5 Stelle vanno incontro così alle prime difficoltà di un gruppo che testa la sua autonomia in termini di pratica e intenzioni. La scelta del Partito Democratico di candidare Laura Boldrini alla Camera e Piero Grasso al Senato ha creato problemi per la linea ufficiale espressa da Vito Crimi e Roberta Lombardi, i portavoce del Movimento, da sempre convinti della necessità del “voto ai propri candidati esclusivo”. Nel corso della giornata i pochi eletti a 5 Stelle che hanno parlato con i giornalisti erano stati chiari: “Non siamo cambiati, siamo sempre noi. Non è che appena entrati in Parlamento cambiamo faccia”, diceva Manlio Di Stefano, ma anche Massimo Artini, Mattia Fantinati e molti altri. Una compattezza smentita nella pratica. A poche ore dall’episodio, i conti bisogna farli con i vertici del gruppo e con un regolamento interno che a priori chiede trasparenza.

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fonte ilfattoquotidiano.it

ROMA – Rifiuti, il ministro Clini annuncia: «Pronto a commissariare gli impianti»

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Rifiuti, il ministro Clini annuncia: «Pronto a commissariare gli impianti»

Il ministro: «Sui rifiuti si rischia un milione al giorno di multa»

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di Mauro Evangelisti

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ROMA –«Sa di quanti soldi stiamo parlando? Un milione di euro al giorno. Questa è la sanzione che l’Italia rischia per colpa della gestione fuorilegge dei rifiuti a Roma se sarà condannata dalla Corte di giustizia europea. Bene, a questo punto non si può più scherzare, prenderemo tutti i provvedimenti necessari per evitare questa catastrofe».

Corrado Clini è il ministro dell’Ambiente che sta tentando di riportare Roma nel ventunesimo secolo per quanto riguarda i rifiuti, aiutandola a sciogliere una volta per tutte il patto con il diavolo rappresentato dalla discarica di Malagrotta. Ma l’altro giorno il commissario europeo per l’ambiente, Janez Potocnik, ha detto: mi spiace, ma la procedura d’infrazione per Malagrotta non si può fermare, vi deferiremo alla corte di giustizia.

Lei ha convocato per mercoledì i dirigenti delle aziende che si occupano di rifiuti a Roma e nel Lazio, a partire dall’Ama.
«Dovranno spiegarmi perché non stanno applicando le indicazioni ricevute. Perché il contratto tra l’Ama e la Saf, la società proprietaria dell’impianto di trattamento di Colfelice, non è stato firmato? L’Ama dice che l’ha inviato, ma non può aspettare con le mani in mano, c’è un’emergenza. Ancora: le verifiche svolte dai carabinieri dei Noe, anche nei quattro impianti di trattamento romani, hanno dimostrato che vanno al 50 per cento. Come è possibile, malgrado l’emergenza? Imporrò che vadano a pieno regime».

Con i poteri ricevuti dalla legge di stabilità andrà a commissariare gli impianti e le aziende?
«Mi aspetto che ognuno faccia il proprio dovere. Ripeto: tutti gli impianti di trattamento devono lavorare al massimo per produrre il cdr (combustibile da rifiuti). Il cdr deve alimentare i termovalorizzatori di Colleferro e San Vittore. Se lì non c’è spazio, bisogna applicare la normativa e portarlo in termovalorizzatori di altre regioni. Sa cosa è successo a gennaio? Quello di Colleferro era in manutenzione il cdr è finito in discarica. Ma ci rendiamo conto?».

Dunque commissaria l’impianto di Colfelice se non accetta i rifiuti di Roma o i Tmb della Capitale se vanno a rilento?
«Ripeto, qui rischiamo un milione di euro di sanzione al giorno, non c’è più tempo per gli scherzi. Chi non fa ciò che deve fare, sarà commissariato. Dovrà essere chiaro chi si sta tirando indietro, chi sta causando questa emergenza e questi danni al Paese».

Incontrerà anche sindaco e presidente della Regione?
«Ho scritto loro perché sblocchino subito le autorizzazioni che per alcuni impianti. A partire da quelli di produzione di compost, con il trattamento della frazione umida che arriva dalla differenziata. Che fine ha fatto l’impianto di Maccarese? Inoltre, ci sono progetti di ampliamento dei Tmb, perché non sono stati autorizzati?».

Cosa succederà alla discarica di Malagrotta?
«Chiuderà. Su questo non ci possono essere dubbi».

Ma come è possibile che a Monti dell’Ortaccio sia apparso il cartello che annuncia i lavori della nuova discarica?
«Inspiegabile, non mi faccia parlare. Su quel progetto furono date delle prescrizioni, ma nessun ente locale ha mai verificato. Purtroppo a Roma casi come questi sono già successi. Ma lì la discarica non si può fare».

Se ci sarà un nuovo governo e un nuovo ministro che succederà all’emergenza rifiuti di Roma?
«Qui non serve Mandrake. Basta applicare le leggi».

Domenica 17 Marzo 2013 – 09:16
Ultimo aggiornamento: 09:33
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