Archivio | marzo 18, 2013

Obama, videomessaggio all’Iran: “Iniziamo un nuovo rapporto”

Obama, videomessaggio all’Iran: “Iniziamo un nuovo rapporto”

L’iniziativa del presidente americano in occasione della festività del ‘Nowruz’. “E’ giunto il momento che il governo iraniano intraprenda immediatamente dei passi significativi per ridurre la tensione sul nucleare”

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NEW YORK – In occasione del Nowruz, il nuovo anno iraniano, il presidente Usa, Barack Obama, rivolge gli auguri al popolo dell’Iran, ma soprattutto indirizza un appello al governo di Teheran affinchè intraprenda “immediati e significativi passi” per ridurre la tensione sul suo programma nucleare, offrendo una chance all’apertura d’una stagione nuova. Lo fa in un videomessaggio in cui prova a rilanciare una sorta di dialogo diretto con gli iraniani, giusto alla vigilia di una delicata visita in Israele.

Appena pochi giorni fa, Obama aveva detto in un’intervista a una televisione israeliana che “ci vorrà un anno o poco più” prima che l’Iran abbia la bomba nucleare”, avvertendo che gli Usa non avevano alcuna intenzione di permettere di “andarci così vicino” e che “tutte le opzioni restano sul tavolo”.

Nel video-messaggio diffuso oggi dalla Casa Bianca, il presidente ricorre tuttavia a un tono più sfumato. Ricorda di aver fatto sempre gli auguri agli iraniani per il Nowruz sin da quando è presidente, e allo stesso tempo di aver offerto da allora “al governo una chance: se è pronto a far fronte ai suoi doveri internazionali, ci potrebbero essere un nuovo rapporto tra i nostri due Paesi, e l’Iran potrebbe iniziare a tornare nel suo giusto posto nella comunità delle Nazioni”.

“I leader iraniani dicono che il loro programma nucleare e per la ricerca medica e per l’elettricità”, ma finora, “non sono stati capaci di convincere la comunità internazionale”, afferma Obama, ricordando “le serie e crescenti preoccupazioni nel mondo sul programma nucleare iraniano, che minacciano la pace e la sicurezza nella regione e oltre”.

“E’ giunto il momento – prosegue il presidente americano – che il governo dell’Iran intraprenda immediatamente passi significativi per ridurre la tensione e per lavorare a una soluzione a lungo termine della questione nucleare”, per la quale “il mondo è unito”, mentre “l’Iran è isolato”.

Proprio in questi giorni sono in corso a Istanbul colloqui a livello di esperti fra Iran e potenze del 5+1 sulla questione del controverso programma nucleare iraniano. Teheran ed il gruppo  – formato da Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania (5+1) – avevano concordato di tenere questo incontro al round negoziale di Almaty tenuti il 26 e 27 febbraio, dove era stato deciso un altro incontro ad alto livello il 5 e 6 aprile.
Ancora una volta, nel messaggio di oggi Obama rimarca che “gli Stati Uniti preferiscono risolvere la questione pacificamente, attraverso la diplomazia” e, “se come i leader iraniani affermano, il loro programma nucleare è per scopi pacifici, questa è la base per una soluzione pratica”.

Il presidente si è fermato qui, nel messaggio, ma certo il suo spiraglio richiede una risposta in tempi non lunghi.
Poichè, come ha detto alcuni giorni fa il suo segretario di Stato John Kerry, per i negoziati, a giudizio degli Usa, “c’è un lasso di tempo che non è infinito”.
(18 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

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APPELLO ONLINE – «Recuperiamo il casolare dove fu ucciso Impastato»

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«Recuperiamo il casolare dove fu ucciso Impastato»

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Di Jolanda Bufalini

18 marzo 2013

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Peppino Impastato, la cui tragedia si associa ormai sempre con quella di Aldo Moro, perché furono uccisi da terrorismi diversi nello stesso giorno, il 9 maggio del 1978, trascorse i suoi ultimi attimi di vita in un casolare isolato in contrada Feudo a Cinisi, di proprietà di un uomo molto ricco, farmacista di Cinisi, Giuseppe Venuti. C’era una stalla, delle mangiatoie, un sedile. Su quel sedile fu trovato il sangue di Peppino. Quelle macchie di sangue sono state un perno dell’inchiesta. Tramortito e ucciso, il corpo di Peppino venne poi fatto saltare in aria sui binari della ferrovia, per simulare l’attentato terroristico-politico.

Quel casolare è ora oggetto di una petizione lanciata dalla «Associazione Cento passi», che ha raccolto un appello del fratello di Peppino, Giovanni Impastato dal titolo «Salviamo la memoria». Spiegano Giovanni e Danilo Sulis, che fu compagno e amico di Impastato: «Quel casolare è diventato una discarica, dovrebbe essere un luogo della memoria». Ogni anno, racconta Giovanni, «a Cinisi vengono migliaia di giovani, studenti, scout, vengono poeti e politici, scrittori e intellettuali da ogni parte del mondo, ma l’ultima volta che ho portato lì una scolaresca sono dovuto tornare indietro. Troppa sporcizia, carcasse di animali morti, c’è di tutto».

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Il casolare dove fu ucciso Peppino ridotto a una discarica – fonte immagine

L’appello rivolto al presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta è on line, http://www.change.org/peppinoimpastato, e si può firmare, in pochi giorni ha raggiunto 25.000 firme, di singoli e di associazioni. Una decina di anni fa furono i commissari prefettizi, il comune di Cinisi era stato sciolto per mafia, ad apporre un vincolo, come luogo della memoria, sul casolare. Ma l’indicazione di «luogo della memoria» non ha avuto effetti, Giovanni fece una prima denuncia per lo stato di abbandono del luogo alcuni anni fa, fino a quando, durante il governo Lombardo, nel 2011, l’assessore Armao trovò i soldi per comprare il casolare da trasformare in museo. Ma non ci fu niente da fare, il farmacista chiese tre volte il prezzo che la Regione era disposta a pagare e si avviò la procedura di esproprio.

Anche il comune di Cinisi, sul cui territorio è il bene vincolato, non si è occupato della questione, il sindaco Salvatore Palazzolo, eletto con una lista civica, è stato in più occasioni legale di fiducia del farmacista proprietario del casolare. «Le istituzioni – dice Giovanni Impastato – non ci aiutano a tenere viva la memoria di Peppino, che invece è memoria condivisa da tutte le culture del paese, di sinistra e cattoliche e laiche. Qui sono venuti Saviano e Sara Simeoni, Balotelli e Bertinotti, Carmen Consoli, Walter Veltroni e, da ultimo, Matteo Renzi». La famiglia Impastato ha messo a disposizione la propria casa, che dal 2005 è la casa museo dedicata alla memoria di Felicia e Peppino ma non altrettanto è avvenuto con gli altri luoghi dei 100 passi. La casa del boss Badalamenti, divenuta bene confiscato alla mafia, è stata assegnata a tre soggetti. Al primo e secondo piano doveva trovare posto la biblioteca comunale, negli spazi restanti dovevano trovare spazio le attività di Casa Memoria (dove con Giovanni e la famiglia operano alcuni compagni di Peppino) e quelle della Associazione dedicata al giovane ucciso creata dai suoi compagni di allora di Democrazia proletaria. Le due associazioni non vanno d’accordo, la famiglia ritiene che la lotta alla mafia che costò la vita a Peppino è patrimonio di tutti mentre i suoi ex compagni legano la figura di Peppino al movimento di allora.

Anche sulla gestione di casa Badalamenti il comune ha brillato per incapacità o indifferenza. È stata fatta una convenzione ma non vi è stabilita la divisione degli spazi, nulla è stato fatto per allestire la biblioteca comunale. Casa della memoria, che aveva un finanziamento della Fondazione con il sud per un progetto in collaborazione con l’osservatorio sulla ‘ndrangheta di Reggio Calabria, ha dovuto restituire il finanziamento. Così anche il bene confiscato alla mafia, il palazzo del boss Badalamenti, sta andando in malora. Ancora una volta le inadempienze rischiano di favorire il ritorno indietro, il palazzo dovrebbe essere messo in sicurezza, reso agibile in alcune parti, andrebbe rifatto l’impianto elettrico. Tutte cose su cui il Comune dovrebbe intervenire.

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fonte unita.it

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Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi. Intervista a Monica Lanfranco

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Intervista a Monica Lanfranco

Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi

martedì 12 marzo 2013, di Cristina Papa

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“Uomini che [odiano] amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi” nasce da una speranza e fiducia: che anche qui da noi alcuni uomini abbiano voglia di comunicazione, di dialogo, di mettersi in gioco su questo tema, che poi è, in parte, una richiesta di ragionare sul loro corpo.

Nella introduzione al libro tu scrivi “tutto comincia con un viaggio in treno e un articolo di Internazionale”. Perché t’ha colpita tanto l’articolo di Laurie Penny, che racconta di aver fatto attraverso il suo blog delle domande ai lettori sulla loro sessualità ?

Perché non si trattava di un sondaggio a carattere scientifico, ma nemmeno una delle ‘piccanti’ iniziative da rotocalco del tipo ‘come lo fanno gli uomini’. Mi aveva colpito il fatto che la collega avesse chiesto agli uomini quello che fin da piccola avrebbe voluto domandare agli altri bambini, poi ai ragazzi e infine agli adulti che via via ha incontrato nella sua vita: di parlare di sé, del come si sentissero nel loro corpo, del cosa pensassero degli uomini che violentano le donne, del quanto, e come, la pornografia influisse sulla loro vita e sulla loro sessualità.
“La prima regola sulla virilità è che non se ne deve parlare, né farsi delle domande. Mi piacerebbe sentire un uomo dire cosa significa essere uomo. E credo di non essere l’unica”, scrive. Laurie Penny ammette nell’articolo che si aspettava qualche decina di risposte, dopo aver lanciato la proposta, visto che lo stereotipo vuole che a parlare di sessualità in questo modo intimo e autocoscienziale siano solo le donne. Invece, sorpresa: è stata travolta dalle risposte di eterosessuali, gay, padri, figli, mariti, fratelli. Tanti, desiderosi di parlare non banalmente di sessualità, corpo, violenza. Quello che da anni alcune femministe, tra le quali io stessa, in Italia andiamo dicendo, cioè che è tempo, è urgente, che la voce maschile si faccia sentire, è accaduto: alla chiamata di una giornalista femminista, in forma non organizzata e spontanea, c’è stata una reazione positiva.
Di fronte a questa esperienza, pur consapevole che il mondo anglosassone non è l’Italia, ho pensato che poteva essere un buon inizio. E ho provato. Uomini che odiano amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi nasce da questa speranza e fiducia: che anche qui da noi alcuni uomini abbiano voglia di comunicazione, di dialogo, di mettersi in gioco su questo tema, che poi è, in parte, una richiesta di ragionare sul loro corpo.


Quante risposte hai ricevuto ?

Oltre 300, che moltiplicate per 6 fanno 1800 risposte!

Su cosa vertono le domande ?

Eccole: Che cosa è per te la sessualità? Pensi che la violenza sia una componente della sessualità maschile più che di quella femminile? Cosa provi quando leggi di uomini che violentano le donne? Ti senti coinvolto, e come, quando si parla di calo del desiderio? Essere virile: che significa? La pornografia influisce, e come, sulla tua sessualità.

Qual’ è il tuo obiettivo con questo testo ?

Parole e riflessioni maschili autentiche sono preziose e necessarie anche e soprattutto a fronte della drammatica escalation del fenomeno del femminicidio, ovvero della uccisione di donne non da parte di sconosciuti, ma per mano di uomini che conoscono le donne che poi diventano vittime della loro furia: spesso ex fidanzati, partner, amanti, mariti, talvolta fratelli e padri.
Nel 2012 oltre 120 donne sono morte in questo modo in Italia, e non basta: una fetta ancora troppo ampia di opinione pubblica rifiuta di considerare questi omicidi come uno specifico segnale di un problema di relazione tra i generi, originato da una diffusa cultura misogina e maschilista. Dare conto, invece, della testimonianza di uomini che hanno scelto di confrontarsi con una sconosciuta, mettendosi in gioco e dedicando tempo a pensare a sé mi sembra restituire quello che ho ricevuto, e offrire uno strumento per discutere, incontrarsi, ragionare assieme.

Nel libro non intervieni mai sulle risposte, non commenti: perché questa scelta, non sarebbe stata utile?

Non è stato facile decidere se intervenire con commenti da parte mia sulle risposte; alcune persone, leggendo il testo, mi hanno consigliato di farlo. Ho deciso invece di dare spazio alla voce maschile senza intervenire, a parte alcune minime correzioni puramente ortografiche o grammaticali, necessarie data l’immediatezza delle risposte e quindi alcuni inevitabili errori che esse avevano.
La scelta di non trattare il materiale come di solito si fa nei saggi socio – politici, che prevedono letture e interpretazioni necessariamente volte a sostenere l’una o l’altra tesi, è frutto di una lunga meditazione, ma anche di un impulso emotivo: quando la mia amica Francesca Sutti si è commossa mentre le leggevo una delle testimonianze ho capito che di certo ci sarebbero stati lettori e lettrici che avrebbero trovato noiosa, forse ripetitiva, a tratti, la narrazione come flusso, pure se diversificata tra risposte breve e più lunghe. Pazienza, mi sono detta. Se l’obiettivo del libro è quello (anche) di suscitare emozioni, oltre che dibattito, allora mi sembra di avere assolto al mio compito: quello di restituire ciò che ho ricevuto, e soprattutto di rispondere alla necessità di dare voce ad un altra parte maschile, diversa rispetto a quella tragicamente presente nella cronaca nera o nella ordinaria violenta e ottusa rappresentazione televisiva dei maschi mediatici.

Cosa può offrire a chi legge una raccolta di testimonianze ?

Mi consento solo una citazione, come corollario e chiosa personale: nel suo Maschio e femmina la grande antropologa Margaret Mead annotò: “Gli uomini preferirebbero essere maschi di razza inferiore piuttosto che femmine della propria.” Questa frase è calzante rispetto all’oggi, ma mi piace pensare che per il futuro che in molte e molti cerchiamo di costruire possa diventare un retaggio che non lasceremo in eredità alle giovani generazioni. Leggere parole di uomini che riflettono, ammettono incertezze, dubbi e propongono visioni diverse da quelle patriarcali mi pare una offerta interessante per chi legge.

Credi che le riflessioni che hai ricevuto siano tutte completamente genuine o dettate da una buona dose di narcisismo?

Ne rispondere a domande intime c’è sempre anche una componente di narcisismo, così come c’è nella scelta di relazionarsi: è un buon motore per costruire!

Pensi che sia ancora diffuso il sessismo?

L’avvocata femminista premio Nobel Shirin Ebadi ha scritto, senza mezzi termini, che il sessismo è “una malattia mortale che viene trasmessa dalle donne con il latte materno”. La sua è una affermazione forte, ma lontana dall’essere un atto di accusa contro il suo stesso genere. Al contrario, se pensiamo che viene da una donna impegnata contro la discriminazione e la violenza sulle donne, in particolare nei regimi teocratici e in generale nei paesi extraeuropei, il suo monito suona piuttosto come un atto di responsabilità per le madri e in generale per chi ha responsabilità educative.
Famiglia, scuola, agenzie educative sono gli ambiti dove è decisivo intervenire contro gli stereotipi sessisti, spesso radicati in modo occulto nelle culture tradizionali ma anche nei luoghi comuni che, anche a livello inconscio, continuiamo a trasmettere.
Giusta è oggi l’attenzione verso il terribile rosario di vittime del femmi­nicidio: è importante però anche il lavoro, incessante e quotidiano che, a partire dal linguaggio, smantelli abitudini mentali e pratiche che di fatto alimentano una visione delle donne e del femminile come inferiore rispetto agli uomini e al maschile.
Per questo, accanto alle lotte responsabili delle donne, è ormai imprescin­dibile che gli uomini alzino la testa e la voce: padri, amici, compagni, mariti, amanti e fratelli devono sentire che questa non è una lotta o una questione che riguarda le donne: riguarda, prima di tutto, gli uomini e i loro comportamenti. E non illudiamoci che ignorando il problema esso si estingua.
Sarebbe un errore fatale pensare che l’educazione e il rispetto tra generi e generazioni si trasmettano per osmosi, e che la forza del patriarcato, nella sua banalità maligna, si spenga solo perché alcune di noi, forse, non ne sono più vittime. Faccio due esempi semplici rubati al quotidiano. Si sa che su facebook abbondano le stupidaggini, chiamiamole in questo modo: ci sono gruppi con adesioni altissime che nascono esclusivamente per raccogliere banalità di ogni tipo, spesso a sfondo sessista, velatamente o in modo palese. Ma il saperlo non rende questa valanga ingente di ciarpame, che rischia di invadere le nostre pagine, specialmente quelle di ragazzi e ragazze, meno irritante e talora offensiva.
Nella giornata in questione mi cade l’occhio sul post di un poco più che adolescente (ora si dice ‘giovane’ anche di un/una trentenne, questo ne ha appena 18): intercetto questa perla di saggezza perché ho incautamente come ‘amici’ alcuni studenti e così ho la fortuna di leggere il seguente commento:. “La mia ex era così fredda che ci potevo pattinare sopra.” Da lì a poche ore, al supermercato, mentre mi aggiro tra gli scaffali, vedo un uomo sulla quarantina accucciato che fissa il reparto dei detersivi per il bucato. “Lei che è una donna, – mi fa – può indicarmi con che cosa lavare a mano?” Lei che è una donna: quindi, nella mente di quel signore, deputata a conoscere, per genere, i segreti del bucato. Sono necessari altri esempi presi dal banale quotidiano per affermare che forse esiste una questione maschile nel nostro paese?

Hai dedicato a qualche persona in particolare questo libro ?

Sì, ho dedicato il libro in modo specifico ai miei due figli, due maschi, Anteo di 23 anni e Cielo di 18; mentre Letteralmente femminista- perché è ancora necessario il movimento delle donne , che ho scritto nel 2009, era dedicato alle donne, questo mi è sembrato importante pensarlo soprattutto per loro. Non è sempre facile, in questo mondo così violento e ancora pesantemente sessista, educare due giovani uomini a non diventare pessimi uomini, e nemici delle donne.


Quali riflessioni ti hanno suscitato le risposte che hai ricevuto ?

Moltissime mi hanno emozionata, sono rimasta sorpresa e senza parole; in generale, rispetto ai commenti quasi sempre sgradevoli e offensivi che invece vengono postati sul blog da uomini senza identità protetti da nick name queste risposte sono state rispettose, intense, anche contraddittorie ma oneste e creativamente conflittuali. In Italia sono usciti alcuni libri sulla ‘questione maschile’, ma un testo che proponesse risposte dirette su domande dirette su sesso, virilità e violenza non c’era ancora!

Pensi che il libro sia più utile ad un uomo o una donna?

Bella domanda; come sostiene la scrittrice Ursula Le Guin ogni libro mentre viene letto viene anche riscritto da chi lo sta scorrendo; penso quindi che la lettura di Uomini che [odiano] amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi possa essere utile alle donne perché apre una finestra su emozioni maschili altrimenti difficili da rintracciare, e agli uomini per riconoscersi, o trarre, ispirazione, dalle parole di questi loro simili.


Come hai strutturato il libro ?

Ho scelto, per ogni risposta, di dividere il materiale in due parti: prima le risposte più brevi, di una o due righe, poi quelle lunghe. Le risposte brevi sono state proposte, anche per scelta visiva, una dietro l’altra, a formare quasi una sorta di poesia/mantra, ispirandomi alla scelta fatta da Eve Ensler nella versione italiana del libro che contiene i testi del suo I monologhi della vagina.
Non ho omesso nessuna risposta: ho tolto i nomi, anche se in moltissimi mi hanno detto che non avrebbero avuto nulla in contrario ad essere identificati. Il capitolo che ho chiamato Note a margine è germogliato naturalmente quando mi sono accorta che le annotazioni apposte, prima o dopo le risposte, erano interessanti e istruttive come, e qualche volta più, delle risposte stesse: delle chiose, delle specifiche, delle critiche o dei ringraziamenti che davano il senso e la temperatura politica, e talvolta poetica, del mettersi in gioco degli interlocutori.

A corredo del libro ci sano tre interventi di attivisti delle reti di uomini italiani, Francesco Pivetta, insegnante e terapeuta; Mario Fatibene del Cerchio degli uomini e Beppe Pavan, di Uomini in cammino. Perché questa scelta?

Perché mi sembrava importante che chi legge avesse degli esempi maschili di esegesi, di interpretazione delle risposte. Così come io non ho voluto commentare, mi è parso interessante che, prima di eventuali momenti collettivi di confronto durante le presentazioni del libro che spero ci saranno, ci fossero queste ‘anticipazioni’: tre sulle stesso materiale, così differenti e quindi così ricche. A Mario Fatibene e Beppe Pavan, da tempo impegnati in gruppi maschili, ho dato da leggere il testo e loro ne hanno ricavato riflessioni e pensieri che compongono il capitolo Letture a caldo. A Francesco Pivetta ho chiesto di scrivere un commento a partire dalle risposte, e dal suo contributo è nata la postfazione del testo. A voi che leggete questa intervista spero che, se leggerete il libro, tutto questo materiale faccia lo stesso effetto di forte empatia che ha avuto su di me.

Il volume (14 euro il cartaceo e 5 il pdf) può essere acquistato inviando una mail a monica.lanfranco@gmail.com
Sui siti www.monicalanfranco.it e su quello www.mareaonline.it sono disponibili l’introduzione del testo, la video recensione e varie interviste.

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fonte womenews.net

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Turchia: Öcalan annuncia, giovedi ”storica” tregua

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Turchia: Öcalan annuncia, giovedi ”storica” tregua

Punto partenza processo pace in Kurdistan, verso ritiro ribelli

18 marzo, 19:52

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(Di Francesco Cerri) (ANSAmed) – ANKARA, 18 MAR – Dopo 30 anni di guerra e 40mila morti, la Turchia si sorprende a credere che una pace nel Kurdistan finalmente possa essere dietro l’angolo: il leader storico del Pkk Abdullah Öcalan oggi ha annunciato che giovedi per la festa cruda del Newruz fara’ una ”dichiarazione storica” per annunciare la fine dei combattimenti con l’esercito turco.

Le parole di ‘Apo’ Öcalan, che dal 1999 sconta una condanna a morte, commutata in ergastolo, nell’isola carcere di Imrali vicino a Istanbul, sono state riferite dal presidente del partito legale curdo di Turchia (Bdp) Selahettin Demirtas, che lo ha incontrato in prigione.

L’annuncio della tregua sara’ la prima mossa importante sullo scacchiere della trattativa di pace avviata in dicembre da Ocalan con il premier islamico Recep Tayyip Erdogan attraverso i servizi segreti del Mit.

La direzione militare clandestina dei ribelli curdi nei giorni scorsi ha dato via libera a Öcalan. Secondo la stampa turca l’appello ‘storico’ di giovedi comprendera’ anche l’annuncio dell’inizio di un ritiro verso le basi arretrate del Pkk nelle montagne del Nord Iraq dei fra 2mila e 3mila miliziani curdi che si trovano in territorio turco. Un ritiro che dovra’ avvenire, ha chiesto Öcalan, con garanzie da parte del parlamento di Ankara.

Secondo il ministro della giustizia turco Sadullah Ergin, l’operazione dovrebbe essere conclusa per fine anno. Un disarmo dovrebbe essere poi oggetto di ulteriori trattative, durante le quali anche Ankara dovra’ mettere sul tavolo concessioni concrete. I curdi, circa il 20% dei 75 milioni di abitanti della Turchia, presenti soprattutto nell’Anatolia sud-orientale al confine con Siria, Iraq e Iran, vogliono piu’ diritti politici, piu’ autonomia, la possibilita’ di poter parlare curdo, e la liberazione di Öcalan – o quantomeno il trasferimento agli arresti domiciliari – e delle migliaia di attivisti arrestati negli ultimi anni.

Erdogan finora ha escluso una possibile amnistia generale, e una liberazione di Öcalan, per non andare al muro contro muro con il fronte nazionalista turco. Nella popolazione turca Öcalan rimane il nemico pubblico numero uno, l’uomo piu’ odiato. Ma il premier si e’ detto anche pronto a ”bere veleno” pur di arrivare alla pace, che gli garantirebbe l’elezione a capo dello stato l’anno prossimo con una probabile riforma presidenzialista della costituzione. La ‘storica’ dichiarazione di giovedi ”comprenderà informazioni soddisfacenti sulla parte militare e sulla parte politica di una soluzione. Voglio risolvere la questione delle armi rapidamente, senza che sia persa una sola altra vita” ha annunciato Öcalan. La trattativa con Erdogan, ha aggiunto, “va avanti su buone rotaie”.

Un milione di persone sono attese giovedi a Diyarbakir, ‘capitale’ del Kurdistan turco, per le celebrazioni del Newruz e per l’appello di Erdogan. Fra di loro non ci sara’ il presidente della onlus italiana ”Verso il Kurdistan”, Antonio Olivieri.

E’ stato fermato ieri sera all’aeroporto di Istanbul e respinto verso l’Italia perche’, ha affermato, ”indesiderato per motivi politici”.(ANSAmed).

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fonte ansamed.ansa.it

MEA MAXIMA CULPA – “Noi, agnelli inermi contro il prete lupo” Il film-shock sulla pedofilia nella Chiesa

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Pubblicato in data 04/mar/2013

Il film – diretto dal regista premio Oscar Alex Gibney – documenta alcuni dei più scioccanti casi di pedofilia che hanno coinvolto la Chiesa Cattolica negli ultimi anni, partendo dalla testimonianza di quattro uomini sordomuti che negli Stati Uniti, insieme ad altri 200 bambini, furono vittime degli abusi del direttore della loro scuola, padre Lawrence Murphy, e che solo da adulti hanno trovato la forza di denunciare l’accaduto.
L’indagine su Murphy, accusato di abusi su oltre 200 studenti, ha portato alla luce le responsabilità del Vaticano, fino a coinvolgere la Curia Romana e lo stesso Benedetto XVI.
Nelle sale italiane il 20 marzo 2013. Distribuito da Feltrinelli Real Cinema

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“Noi, agnelli inermi contro il prete lupo”
Il film-shock sulla pedofilia nella Chiesa

Sbarca in Italia il documentario “Mea Maxima Culpa” del premio Oscar Alex Gibney: quattro non udenti di Milwaukee raccontano gli abusi subiti da un sacerdote in un istituto per sordi. Duecento ragazzini violentati, ma il Vaticano non gli impose mai di rinunciare all’abito talare. L’autore: “Volevo denunciare l’omertà dei massimi vertici ecclesiastici”

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di CLAUDIA MORGOGLIONE

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ROMA – “Nella notte, mentre noi agnelli riposavamo nei dormitori, tu, che eri il lupo, arrivavi. E ogni volta sceglievi la preda. Per questo io, che sono stato uno delle tue vittime, ti odio”. Parole dure, forti, intense. Ma anche coraggiose. E liberatorie. Perché a scriverle è stato un uomo non udente di Milwaukee, Wisconsin, in una lettera indirizzata a a padre Lawrence Murphy: sacerdote che per circa 25 anni ha lavorato in un istituto per sordi, e che ha commesso su di lui – e su altri 200 bambini – continui abusi sessuali. Un anatema rivolto dunque al prete pedofilo che ha rovinato la sua infanzia: un violentatore seriale rimasto sempre impunito, malgrado il quarto di secolo trascorso a commettere stupri e molestie; morto alcuni anni fa in un cimitero consacrato, senza mai aver dovuto rinunciare al sacerdozio. Così come accaduto ad altri suoi colleghi di clero che hanno commesso reati: nella vicina Boston, ma anche in Irlanda e qui in Italia.

VAI ALLA NOSTRA INCHIESTA SULLA PEDOFILIA NELLA CHIESA

Una vicenda drammatica, che gronda ingiustizia. E che emerge da un docufilm-shock appena sbarcato nelle sale italiane, grazie alla Feltrinelli Real Cinema (che lo distribuisce anche in dvd): si chiama Mea Maxima Culpa – Silenzio nella casa di Dio, ed è diretto dal regista premio Oscar Alex Gibney. Un’inchiesta dolorosa, documentata, che non fa sconti a nessuno. E che colpisce lo spettatore per almeno due motivi. In primo luogo, per la mole delle testimonianze dirette che è riuscito a mettere insieme: in particolare quelle di quattro ospiti dell’istituto, che da ragazzini subirono con la forza le attenzioni di Murphy. I loro nomi sono Terry Kohut, Gary Smith, Pat Kuehn e Arthur Budzinsky (in originale li doppiano attori famosi, come Ethan Hawke e Chris Cooper). Sono stati loro, fin dalla gioventù, a cercare di fermare il loro carnefice; ad esempio creando dei volantini contro di lui, e distribuendoli nelle chiese. E poi, da adulti, denunciando pubblicamente la vicenda. I loro racconti sono agghiaccianti: rivelano ad esempio la furbizia del prete, che sceglieva i piccoli di cui abusare tra quelli i cui genitori non parlavano il linguaggio dei segni. Come garanzia che quelle pratiche sarebbero rimaste non denunciate, e non punite.

E poi sullo schermo vediamo anche altri personaggi americani che hanno combattuto  contro l’omertà della Chiesa: l’avvocato Jeff Anderson, specialista in class action contro i vertici cattolici; il reverendo Thomas Doyle, prete domenicano ed ex componente dell’ufficio del Nunzio papale a Washington, che ha consacrato la sua vita a stare dalla parte delle vittime; l’ex Arcivescovo di Milwakee che tentò di far processare Murphy, ma che fu fermato dallo scandalo che lo coinvolse personalmente, quello di avere un amante gay (ma adulto e consenziente).

E oltre al caso del Wisconsin, il film torna anche su altri episodi. Come quello, più noto, degli abusi sessuali compiuti da un prete di Boston, John Geoghan, e che fu  coperta dall’arcivescovo della città, Bernard Law. Lo stesso Law non è stato ufficialmente redarguito o punito per i suoi silenzi, ma è stato trasferito in una delle chiese più importanti di Roma, Santa Maria Maggiore. Dove qualche giorno fa – come alcuni giornali hanno riportato – il neoPapa Francesco si è rifiutato di incontrarlo: un modo plateale per mostrare la sua disapprovazione. Ci sono poi riferimenti documentati al caso italiano di Verona, che ha coinvolto come a Milwaukee dei ragazzini di un istituto per non udenti; a quello irlandese, clamoroso, che coinvolse padre Tony Walsh, e portò a un contrasto durissimo tra la Chiesa e il governo del paese; e quello di Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo, vicinissimo a Giovanni Paolo II, definito “tossicodipendente e molestatore”, e che solo dopo la morte di papa Wojtyla Ratzinger “esiliò” (esilio dorato, come sempre accaduto) a Jacksonville, Florida, dove poi è morto. Tra i particolari curiosi, c’è invece la decisione presa alcuni anni fa di trasferire tutti i religiosi colpevoli di abusi in un’isola, una sorta di “isola dei pedofili”: fu anche individuata un’isoletta dei Caraibi, vicino Grenada; ma il progetto di deportazione fu in seguito abbandonato.

Ed è qui che veniamo al secondo aspetto del film che colpisce lo spettatore, e che riveste grande interesse: l’atteggiamento del Vaticano. La pellicola ricorda come nel 1991 l’allora cardinale Josef Ratzinger, capo della Congregazione della dottrina della fede, chiese che tutti i casi di abusi verso minori finissero sulla sua scrivania: “Nessuno più di lui sa tutto sulla vicenda”, viene ricordato dallo schermo. E anche grazie a testimonianze di giornalisti italiani come Marco Politi (ex vaticanista di Repubblica, ora opinionista del Fatto), l’immagine del papa emerito ne esce in chiaroscuro: avrebbe voluto procedere contro alcuni dei sacerdoti più colpevoli; ma non avrebbe avuto il coraggio o la forza di farlo, per l’atteggiamento contrario di alcuni degli uomini chiave della Curia, da Angelo Sodano a Tarcisio Bertone.

Dell’esistenza di una congiura del silenzio, del resto, è convinto il regista di Mea Maxima culpa, Alex Gibney. “E’ cospirazione – dichiara – come dimostra  un documento vaticano scoperto di recente, conosciuto come crimen solicitiationis, secondo cui ogni abuso ecclesiastico che implichi la violazione del segreto della confessione debba essere tenuto segreto all’autorità civile e alle famiglie delle vittime, pena la scomunica”. Tutto deve restare nascosto, dunque. Ma visto che la pellicola arriva nei cinema italiani pochi giorni dopo l’elezione del nuovo Papa, la speranza di molti spettatori sarà che Francesco rinnovi la Curia anche su questo punto.

(18 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

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SCENARI POLITICI – Il prossimo tsunami sarà in Friuli

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Il prossimo tsunami sarà in Friuli

Fra un mese si vota nella regione del Nordest e il MoVimento Cinque stelle vuole conquistare il suo primo governatore. Una possibilità che, dopo l’inchiesta sul consiglio uscente, non pare affatto remota

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di Tommaso Cerno

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(18 marzo 2013)

La sede della Regione a Trieste La sede della Regione a Trieste
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Tutto è pronto per lo Tsunami, o meglio l’Orcolàt. Grillo farà in Friuli quel che ha fatto in Sicilia. E’ atteso a fine marzo per una prima infornata di comizi a piazze strabordanti, poi tornerà in Friuli negli ultimi giorni della campagna elettorale. C’è chi ipotizza che, non potendo arrivare a nuoto come fece a Messina, camminerà sull’acqua come Gesù Cristo, sfidando i fondali bassi del fiume tagliamento, simbolo del Friuli storico e fiume sacro di quelle terre, ma anche simbolo di progetti contestati come le casse di espansione. L’armamentario grillino in Friuli trova tutti i suoi cavalli di battaglia: Tav, terza corsia sull’austostrada, in ritardo di vent’anni, progetto di asfalto e cemento da 2 miliardi e mezzo di euro, l’elettrodotto che taglia le valli della Carnia, il rigassificatore piazzato nel golfo di Trieste. Tutta roba su cui Pdl e Pd hanno fatto gran proclami, e che per Grillo sono soldi buttati. «La terza corsia non ha senso. Lo Stato non ci mette un euro, quindi non la considera strategica e la Regione si indebiterebbe per decenni, alzando le tariffe. Proprio adesso che la crisi ha fatto crollare le merci», sentenzia Galluccio. Lui questa filastrocca la ripete quattro volte al giorno. In quattro bar diversi. Già. In terra di vini, i comizi si fanno in osteria. «Vengono 60, anche 100 persone a sera», fa i conti. «Fanno domande e io rispondo. Noi siamo la Rete, il web, ma poi siamo gli unici nelle piazze e fra la gente. I partiti sono chiusi fra gli arazzi dei Palazzi».
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E se i sondaggi dicono tutto e il contrario di tutto, se c’è chi profetizza il calo grillino alle regionali come nel Lazio e in Lombardia, c’è pure chi ormai vede i partiti inseguire il movimento. E così Debora Serracchiani ha cambiato di colpo strategia. Dopo avere tapezzato Udine e Trieste di cartelloni con la sua faccina e il faccione di Pier Luigi Bersani, ora si fa dietrofront. Basta giaguari, si punta sul ghibellino di Firenze, Matteo Renzi. Lei, che per tutta la campagna delle primarie aveva glissato la domanda “per chi vota?”, oggi si professa renziana doc. e a mettere il sigillo della veridicità ci pensa il Matteo nazionale, dato in partenza da palazzo Vecchio verso il Friuli per aprire la campagna elettorale di Debora e abbozzare una prima, timida sfida Renzi-Grillo in terra di Nord-est, grande prova generale di quelle che saranno con ogni probabilità le prossime, forse imminenti, elezioni politiche. Secondo asso nella manica una lista civica a supporto del Pd. Una specie di contenitore per importare nel centrosinistra quel che renza dei montiani rimasti a piedi dopo il flop del Professore e qualche spruzzata di autonomismo che da queste parti, forti del crollo della Lega scesa al 6 per cento, qualche migliaia di voti li muove. Regista dell’operazione l’ex capogruppo alla Camera del Pd, Sandro Maran, cacciato dalle liste, eletto al Senato con i montiani ma di nuovo in lizza per aiutare il centrosinistra a battare Grillo ed espugnare, come già fece Riccardo Illy nel 2003, la Regione autonoma.
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Il problema è che Tondo, dall’altra parte, sta facendo la stessa cosa. Un listone del presidente, capeggiato dalla sua segretaria Micaela Gasparutti, che fu in tempi di boom leghista (sembrano secoli) la prima sindaco-donna del Carroccio in Italia. E’ lei che sta organizzando il contenitore del Pdl, che piazza qualche giovane ma anche vecchi figuri sempiterni della politica friulana, come il ricco notaio Carlo Alberto Amodio (si parla di lui come candidato sindaco di Udine almeno dal 1994) o l’immobiliarista-albergatore Luciano Gallerini. Obiettivo ricucire con voti outsider gli strappi che hanno lacerato il Pdl alle politiche, dopo che i vertici del partito sono stati decapitati da Berlusconi, cacciando dal Parlamento il coordinatore regionale Isidoro Gottardo e aprendo il fuoco amico sul giovane imprenditore Massimo Blasoni, depennato da capolista da Angelini Alfano in persona dopo che un fax dal Friuli aveva spedito a palazzo Grazioli una vecchia fedina penale, fra l’altro per reati per cui il tribunale aveva concesso la cancellazione. Una bufera che ha stravolto gli equilibri interni e ha fatto scendere il Pdl dal 38 per cento del 2008 al 19 per cento, sotto il livello di guardia della media nazionale.
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Tondo, però, ci mette un pizzico di stravaganza alla carnica. Rude e solitario, il governatore che alla domenica serve in tavola nel suo ristorante sui monti ama i colpi di scena. E l’ultima mossa elettorale è di poche ora fa, quando – all’insaputa dei partiti – ha sostituiro l’assessore al bilancio della Regione (eletta alla Camera) con un’imprenditrice indiana di 35 anni. Di nome fa Indira, come la figlia di Gandhi, e per Tondo è una vecchia conoscenza: «Mio padre vive in India dove abbiamo un orfanotrofio. Io conosco Indira per questa ragione. E’ una grande imprenditrice, che a 34 anni manda avanti un’azienda da 150 dipendenti. Fuori partiti». I suoi fedelissimi hanno saputo della nomina dai giornali friulani. E sono caduti dalle nuvole. «Ma che gli è preso?», si chiede un tondiano della prima ora. «Così si perde».
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I friulani già lo chiamano “Orcolàt”. E’ così che avevano soprannominato nel ’76 il terremoto che devastò la loro terra, e dalle cui macerie la povera e periferica regione del Nord-est si fece ricca. Ed è sempre così che oggi sulle colline del Collio chiamano, alla loro maniera, lo Tsunami di Beppe Grillo che sta per abbattersi su di loro. Sì, perché c’è una regione piccina e lontana che, come il villaggio di Asterix, potrebbe alzare per prima, nel Nord leghista e pidiellino, gli stendardi a cinque stelle: il Friuli Venezia Giulia.
Fino a poche settimane fa era un’ipotesi che faceva sorridere. E invece il terremoto delle elezioni politiche, il boom dei grillini che in terra di vini bianchi hanno sfondato il tetto del 27 per cento, incollati ai due leader dei partiti tradizionali, hanno trasformato quelle elezioni regionali in un laboratorio politico. Che potrebbe segnare l’ennesima sconfitta dei grandi partiti. E così il candidato outsider Saverio Galluccio, scelto alle “regional-arie” sul Web dagli iscritti al M5S, 41 anni, sposato con la fidanzatina delle superiori e padre di due bimbi, ex carabiniere ed ex boy scout, patito di moto, sci ed energie pulite, è diventato il grande favorito delle regionali del 21 e 22 aprile.
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E’ quel papà occhialuto, pacato, un po’ impacciato come tutti i novizi che all’improvviso fa tremare il Palazzo. E con lui il governatore uscente, Renzo Tondo, 56 anni, il “montanaro” targato Berlusconi che governa la Regione della Carnia e l’uomo del miracolo, colui che sconfisse nel 2008 il super-favorito re del caffè Riccardo Illy. Trema pure la sfidante Debora Serracchiani, 42 anni, la star del Web marchiata Pd che negli anni ha perso un po’ di smalto e che oggi cerca di recuperarlo corteggiando Matteo Renzi.
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A gettare benzina sul fuoco dei grillini ci si è messa pure la procura di Trieste. Venti indagati su 59 deputati regionali. Spese folli, alla Fiorito & C. Pur con meno sfarzo e un po’ di tristezza in più. Se “Er Batman”, l’ancora insuperato sperperatore di denaro pubblico, s’è comprato la Jeep perché a Roma nevicava il 3 febbraio 2012, nel suo piccolo, e nello stesso periodo, ha fatto la sua bella figura anche l’avvocato pordenonese Antonio Pedicini, che s’è fatto restituire dalla Regione il costo del suo treno di gomme da neve. E quando l’hanno beccato, ha spiegato la “cresta”: «Sono un tipo disordinato, forse una ricevuta è finita per sbaglio fra i rimborsi della Regione». Mah. Non si sa bene cosa ne pensi il pm Federico Frezza, titolare dell’indagine anti-casta, ma certo fra i friulani la scusa fa quasi più rabbia della spesa in sé. A Udine, all’osteria “Al Cappello”, una specie di agorà alcolica dove passa tutta la città a farsi il “tajut” di vino buono un’idea ce l’hanno. C’è l’avvocato che vota Pdl e che «se li vedo in lista con il nostro simbolo voto Grillo». C’è il signore sui sessanta, bicchiere di troppo, che «non voto più nessun partito, mi fanno tutti schifo». Mentre c’è il governatore Tondo che cerca di tappare le falle su una nave che ormai imbarca acqua: «Bisogna distinguere, bisogna distinguere e ancora distinguere», va ripetendo. «Sono sciocchezze. Un conto sono le ostriche di Fiorito, un conto le magliette regalate a una Onlus da Paolo Santin del Pdl». Proprio Tondo, che aveva fatto della moralità la sua bandiera, che aveva denunciato i debiti di Illy, che aveva attaccato addirittura i fondi per la tutela del friulano, denari sacri nella terra di Pasolini. E come la mettiamo con le ricevute di un’armeria, messe a rimborso dal leghista Enore Picco, fino ad ora conosciuto come “il sindaco delle farfalle”? Lui giura che in armeria, in Friuli, non si comprano le pistole ma cavalletti per fotografia. Sarà. «Ma cosa cambia?», si domandano i 5 Stelle. E poi ci sono i detergenti intimi dell’anonimo consigliere e gli sci a noleggio di un altro e ancora il barbiere di un leghista che di capelli, per la verità, ne ha pochi. Ce n’è pure per il Pd. L’ex capogruppo in Regione, transfugo dell’ultima ora verso la lista di Mario Monti, s’è fatto pagare dall’ente i regali di Natale. Mentre il consigliere regionale Giorgio Baiutti elenca colazioni di lavoro datate il 31 dicembre. O ancora un’adozione a distanza, nobile iniziativa, piazzata fra i rimborsi. Fa tanta e tale tristezza, che il pm glissa sui nomi.
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Per la Procura, insomma, la questione è semplice: si usano i soldi della Regione come «un bancomat» e, visto che da queste parti un paio d’anni fa l’ex presidente leghista del Consiglio Edouard Ballaman finì su tutti i giornali per l’uso spensierato dell’auto blu, costretto a dimettersi, uno degli slogan che circola è “Sconfiggiamo i tre supereroi dello spreco: Ballaman, Batman e Bancomat!”. Oro che cola per i grillini, che sui nemici-giornali dichiarano a gran voce: «E’ scontato che vinceremo noi». Tondo? «Segua l’esempio della Polverini. Il capo che non sa cosa succede a casa sua non deve governare la Regione a sua insaputa».
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Venti e maree sembrano pronte, insomma, per lo Tsunami, anzi l’Orcolàt. E pure Grillo si prepara. Farà in Friuli quel che ha fatto in Sicilia. E’ atteso a fine marzo per una prima infornata di comizi a piazze strabordanti, poi tornerà negli ultimi giorni della campagna elettorale. C’è chi sussurra che, non potendo arrivare a nuoto come fece a Messina, camminerà sull’acqua come Gesù Cristo, sfidando i fondali bassi del fiume Tagliamento, simbolo del Friuli storico e fiume sacro di quelle terre, ma anche simbolo di progetti di cementificazione contestati come le casse di espansione. L’armamentario grillino, infatti, in Friuli trova tutti i suoi cavalli di battaglia: Tav, terza corsia sull’austostrada, 2 miliardi e mezzo di asfalto e cemento, l’elettrodotto che taglia le valli della Carnia, il rigassificatore galleggiante nel golfo di Trieste. Tutta roba su cui Pdl e Pd hanno fatto gran proclami, e che per Grillo sono invece soldi buttati. «La terza corsia non ha senso. Lo Stato non ci mette un euro, quindi non la considera strategica e la Regione si indebiterebbe per decenni, alzando le tariffe. Proprio adesso che la crisi ha fatto crollare le merci», sentenzia Galluccio. Lui questa filastrocca la ripete quattro volte al giorno. In quattro bar diversi. Già. In terra di vini, i comizi si fanno in osteria. «Vengono 60, anche 100 persone a sera», fa i conti. «Fanno domande e io rispondo. Noi siamo la Rete, il Web, ma poi siamo gli unici nelle piazze e fra la gente. I partiti sono chiusi nei Palazzi».
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Marò, l’India toglie l’immunità all’ambasciatore italiano a New Delhi

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Marò, da corte suprema indiana niente immunità all’ambasciatore Mancini

“Avete perso la nostra fiducia” ha risposto il presidente della Corte del Kerala Altamas Kabir quando il legale di Daniele Mancini ha detto alla Corte di potersi fidare che il diplomatico non lascerà l’India

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di | 18 marzo 2013

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“Avete perso la nostra fiducia”. Ergo, addio immunità per l’ambasciatore italiano Daniele Mancini. In estrema sintesi, è questa la reazione della Corte Suprema indiana, che ha imposto a Mancini di non lasciare il Paese fino al 2 aprile, dichiarando di non riconoscere la sua immunità diplomatica. Tutto questo è successo quando il legale di Mancini ha detto alla Corte di potersi fidare che il diplomatico non lascerà l’India, con il presidente della Corte Altamas Kabir che ha risposto serafico: “Avete perso la nostra fiducia”, riferendosi all’annuncio italiano di non voler più far tornare in India i due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, dopo la licenza elettorale in Italia. La corte non si esprimerà comunque sul mancato ritorno dei marò, accusati di aver ucciso due pescatori indiani, sino alla scadenza del 22 marzo entro la quale i due fucilieri di marina dovrebbero far ritorno in India.

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fonte ilfattoquotidiano.it

LAVOCE.INFO: Il reddito minimo? Si può fare

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Il reddito minimo? Si può fare

Si torna a parlare di reddito minimo, dopo l’infelice esperienza del reddito di inserimento e quella discutibile della social card. Ma quanto può costare? E come evitare la “trappola della povertà”? Come impedire gli abusi e l’accesso ai soliti furbi? L’esperienza promossa dalla provincia autonoma di Trento

15.03.13
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L’ESPERIENZA DEL TRENTINO

Le politiche di reddito minimo tornano (finalmente) a comparire nel dibattito politico. Dopo l’infelice esperienza del reddito di inserimento e quella discutibile della social card è confortante sapere che qualche cosa si potrebbe fare rispetto a una importante forma universale di tutela, che ancora manca nel nostro ordinamento. Come sempre accade quando ci si confronta con misure di carattere innovativo i dubbi e le incertezze possono però esercitare una azione paralizzante. Quanto può costare? Come evitare la “trappola della povertà”, ovvero la tendenza a permanere nella condizione di eleggibilità? Come impedire gli abusi e l’accesso ai soliti furbi? Può perciò essere interessante guardare all’esperienza promossa dalla provincia autonoma di Trento.
Nel corso del 2009 la provincia autonoma di Trento ha rivisto le proprie politiche assistenziali, introducendo, a partire dall’ottobre dello stesso anno, il “reddito di garanzia”. L’intervento prevede l’erogazione di un beneficio monetario il cui importo è pari alla differenza tra l’effettiva condizione economica del nucleo e la soglia di povertà relativa, definita in base alle caratteristiche del nucleo stesso. Ad esempio, una famiglia di tre componenti, con un reddito di 700 euro mensili ha diritto a una integrazione di circa 400 euro. La somma spettante è poi eventualmente integrata di un importo per il sostegno del canone d’affitto. L’intervento è per quattro mesi, rinnovabili dopo verifica e per non più di tre volte in due anni. L’erogazione (mensile) della spettanza è garantita entro la fine del mese entro cui è stata effettuata la procedura amministrativa, contestuale alla domanda per gli anziani e tutti coloro che lavorano o hanno perso da poco l’occupazione. Per gli altri soggetti l’erogazione è invece subordinata a una valutazione puntuale da parte dei servizi sociali.
La condizione economica dei richiedenti è valutata in base a reddito (al netto delle imposte, delle spese mediche e dell’affitto/rata del mutuo, ma comprensivo di sussidi e di ogni altra voce d’entrata del nucleo) e patrimonio (con la sostanziale sterilizzazione della prima casa), affiancati da indicatori di consumo (auto, ampiezza dell’abitazione, affitto), in base ai quali circa il 17 per cento delle situazioni è stato dichiarato incongruo.

I BENEFICIARI

Da quando la misura è stata introdotta nel 2009 e sino a dicembre 2012, i nuclei beneficiari sono stati complessivamente circa 10 mila, con una media di “ingressi” mensile pari a 251 unità. La misura ha mediamente interessato il 3,9 per cento della popolazione. Rispetto agli stranieri, ha riguardato il 17 per cento dei soggetti, contro il 2 per cento della restante popolazione. Oltre il 60 per cento dei nuclei interessati è rappresentato da famiglie con minori, mentre quelle di soli ultra 65enni sono il 12 per cento. I casi interessati dai servizi sociali sono l’8 per cento. A dicembre 2012 risultavano assistiti 3.448 nuclei familiari, per un complesso di 10.591 persone.
Il 25 per cento dei nuclei beneficia della misura una sola volta per quattro mesi. Per due volte è il 20 per cento e per tre il 12 per cento. Ciò significa che, nonostante la crisi economica, la misura tende ad avere un carattere provvisorio, ovvero risulta coerente rispetto all’idea di realizzare un ammortizzatore, rispetto alle condizioni di bisogno, che comunque promuova la responsabilizzazione dei soggetti interessati. Al riguardo occorre osservare che la normativa del reddito di garanzia prevede la sottoscrizione di un impegno alla ricerca attiva di un lavoro e la dichiarazione di disponibilità immediata all’accettazione di un impiego per tutti i componenti del nucleo che non lavorano, pur essendo in grado di farlo.

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Per quanto concerne l’efficacia del reddito di garanzia, le analisi mostrano che le famiglie beneficiarie appartengono effettivamente alla fascia di popolazione più deprivata e che il ricorso alla misura avviene non solo per superare episodi transitori di difficoltà economica, ma anche per far fronte a condizioni di povertà strutturale. (1) Inoltre, i risultati preliminari dello studio di valutazione controfattuale basato sulla tecnica del difference in differences hanno messo in luce come il reddito di garanzia abbia:

  • indotto cambiamenti nei comportamenti di consumo di alcune categorie specifiche di beni, come quelli durevoli;
  • causato lievi aumenti della spesa destinata a beni primari come i generi alimentari;
  • lasciato pressoché inalterata la partecipazione al mercato del lavoro.

Sul piano più generale, da quando è stato introdotto il reddito di garanzia la quota di soggetti poveri rilevata dall’Istat si è sostanzialmente dimezzata, qualificando il Trentino come l’area con la minor incidenza della povertà in Italia.

 

L’ENTITÀ DEGLI INTERVENTI E I COSTI DEL REDDITO DI GARANZIA

Assumendo a riferimento l’anno 2012, l’integrazione media erogata per nucleo familiare risulta di poco inferiore ai 2mila euro, corrispondenti a circa 631 euro a componente. A livello complessivo, l’onere è stato di 21,4 milioni di euro, dei quali 16,3 a favore delle famiglie con minori. I richiedenti di cittadinanza non italiana hanno assorbito quasi i due terzi delle somme erogate.
L’onere per abitante è stato di circa 40,3 euro. Per avere un termine di paragone, le pensioni assistenziali, erogate in Trentino dall’Inps a cittadini con oltre 65 anni, senza reddito o con reddito inferiore ai limiti di legge, ammontano a circa 15 milioni di euro, associati peraltro a una erogazione media che colloca i beneficiari sotto la soglia di povertà (l’importo base mensile della pensione è pari a 336,79, quello dell’assegno a 408,66 euro).

 UNA PREVISIONE A LIVELLO NAZIONALE

Quanto è esportabile l’esperienza di Trento? Con quali costi?
Secondo l’indagine dell’Istat, nel Centro-Nord l’incidenza della povertà è pari al 5,3 per cento della popolazione. Un dato abbastanza prossimo a quello del Trentino, se ai locali poveri censiti dall’Istat si aggiungono i beneficiari del reddito di garanzia. Al Sud e nelle Isole la quota quasi quadruplica, portandosi al 21,5 per cento.

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La tabella riporta la stima del costo del reddito di garanzia “modello Trento”, ottenuta moltiplicando la spesa per abitante del Trentino per la popolazione delle singole Regioni, corretta in base alla diversa incidenza relativa della povertà – rispetto a quanto osservato a Trento.
L’onere complessivo, che emerge da questa simulazione, è pari a 5,3 miliardi di euro così ripartiti: 1 miliardo al Nord, 0,6 miliardi al Centro e 3,7 miliardi nel Mezzogiorno. La Regione con la spesa maggiore sembrerebbe la Sicilia, con un costo stimato che supera 1 miliardo di euro, ovvero tanto quanto sarebbe richiesto per finanziare la spesa di tutto il Nord Italia.
Se si volesse contenere la spesa l’entità degli interventi potrebbe essere adattata ai differenti contesti territoriali, prevedendo soglie di “garanzia” che tengano conto del diverso costo della vita almeno a livello di grandi circoscrizioni. Ulteriori economie si potrebbero poi ottenere restringendo l’intervento ai soli nuclei con figli minori.
Alla luce degli assetti costituzionali, il “reddito di garanzia” dovrebbe rientrare fra le competenze regionali dell’assistenza e, come tale, gravare sul bilancio di questi enti. Le Regioni a statuto speciale dovrebbero provvedere con risorse proprie, senza cioè richieste di finanziamenti ulteriori allo Stato.
Adottando alcuni accorgimenti e attivando la misura con una certa “prudenza” i costi potrebbero effettivamente risultare contenuti e del tutto paragonabili a quanto lo Stato già sopporta per il sostegno agli anziani attraverso la pensione sociale.

(1) http://irvapp.fbk.eu/sites/irvapp.fbk.eu/files/IRVAPP_PR_2011-05_0.pdf.

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fonte lavoce.info

Svolta dell’agricoltura giovane “Macchine di qualità e green”

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Svolta dell’agricoltura giovane
“Macchine di qualità e green”

Una ricerca rivela che nelle 2 mila imprese italiane (In Europa siamo secondi solo alla Germania per numero di lavoratori) negli ultimi anni è aumentata l’efficienza, è diminuito l’inquinamento e sono cresciute le esportazioni. Grazie all’età media degli addetti, che si è abbassata. Ecco perché

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di ANTONIO CIANCIULLO

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ROMAIl cibo è, assieme alla moda e al design, uno dei pilastri dell’export italiano. E l’export è, a sua volta, è una delle poche voci in crescita di un bilancio nazionale in profonda sofferenza. E’ normale dunque che l’attenzione si concentri sugli exploit del vino, del milione di ettari coltivati in modo biologico, dei 249 prodotti tipici. Ma se ci fermassimo qui non capiremmo perché l’Italia è il secondo paese manifatturiero d’Europa e perderemmo di vista le radici tecnico scientifiche che da secoli costituiscono l’altra faccia della creazione del bello: l’attenzione all’uso intelligente delle risorse, all’innovazione, alla ricerca. E invece, a sorpresa, salta fuori il volto di un’agricoltura che non solo vince la scommessa sulla qualità, ma cresce legandosi ad antichi saperi nel settore della meccanica e occupando così quote aggiuntive di mercato. La fotografia si ricava dalla ricerca presentata dalla Fondazione Symbola e da Coldiretti alla fiera della meccanizzazione agricola di Savigliano. Una ricerca che analizza un campo determinante non solo per i risultati diretti che permette di raggiungere ma per le ricadute in termini di immagine complessiva del paese: le macchine per produrre beni. E’ già successo con le ceramiche, settore in cui abbiamo perduto il primato della quantità ma abbiamo conservato la leadership nelle regole (estetiche e tecnologiche) di produzione.

Ora il processo si ripete per le macchine agricole: aumenta l’efficienza, diminuisce l’inquinamento, crescono le esportazioni. Con circa 2 mila imprese  – precisa la ricerca  –  l’Italia vanta il primato europeo per numero di aziende e con oltre 31 mila addetti è seconda solo alla Germania per numero di lavoratori. Idem per il fatturato: 7,3 miliardi di euro contro i 7,6 della Germania. Risultati ottenuti grazie a un consistente sforzo in termini di innovazione: in due anni, tra il 2008 e il 2010, l’energia utilizzata per unità di prodotto si è ridotta del 40% e sono diminuiti di circa 9 mila tonnellate i rifiuti e gli scarti di lavorazione. Il risultato è un export  di 3,8 miliardi di euro che traina il saldo della bilancia commerciale di settore.

Un settore, quello agricolo, su cui è rimasta attaccata un’immagine vecchia: la fuga dai campi, l’abbandono. Questo fenomeno è stato vero per decenni, ma oggi i numeri raccontano un’altra storia. In parte per il maggiore appeal dell’agricoltura di qualità, in parte per la crisi che ha chiuso altre porte, nel 2012 è stato registrato in campo agricolo il più elevato aumento nel numero di lavoratori dipendenti: un incremento del 3,6% a fronte di un andamento generale del mercato del lavoro segnato dal continuo e drammatico aumento dei livelli di disoccupazione.

Anche la tendenza all’invecchiamento si è invertita: un lavoratore dipendente su quattro assunti in agricoltura ha meno di 40 anni e ben 57 mila imprese sono condotte da giovani con meno di 35 anni (dati Coldiretti). Inoltre quasi un’azienda su tre è condotta da una donna. “Cresce anche il numero delle aziende che investono in tecnologie verdi e processi sostenibili”, aggiunge Domenico Sturabotti, direttore di Symbola. “Tra il 2009 e il 2011 il 54,9% delle imprese  ha dichiarato di aver ridotto l’utilizzo di energia ed acqua e il 22% di aver ridotto sensibilmente l’uso di fitofarmaci e fertilizzanti”. (18 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

Nel “governo Bersani” la carica di donne. In pista Tinagli, Mosca e Marzano

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Nel “governo Bersani” la carica di donne
In pista Tinagli, Mosca e Marzano

Accantonati i politici di professione

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di Monica Guerzoni

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Alessia Mosca, 37 anni e ricercatriceAlessia Mosca, 37 anni e ricercatrice
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ROMA – «Ho buttato via due ministri!». Nella battuta con cui Bersani commenta l’elezione di Boldrini e Grasso c’è in nuce la lista che spera di consegnare al Quirinale, se e quando sarà. Dopo aver portato «una boccata d’aria fresca» in Parlamento, il segretario del Pd progetta la stessa rivoluzione per Palazzo Chigi. Un «governo di cambiamento» dove al posto di D’Alema, Veltroni, Fioroni, Bindi, Vendola o Visco siedano talenti che poco o nulla hanno a che fare con la politica di professione. «Gente nuova e di esperienza», è la formula magica che ronza nella testa di Bersani. I nomi? Lui non li fa, ma al Nazareno le voci si rincorrono. Il leader vuole «giovani sperimentati» e molte donne ed ecco che nel totoministre entrano Maria Chiara Carrozza, rettore del Sant’Anna di Pisa e la filosofa Michela Marzano, Paola Muti del Regina Elena e Irene Tinagli: l’onorevole economista montiana potrebbe tornare utile nella chiave della «corresponsabilità».

Se mai toccherà a lui il segretario si muoverà con il «metodo Boldrini» cercando figure autorevoli come Stefano Rodotà, figure che possano incrinare la rigida obbedienza dei grillini. Intelligenze esterne alla logica partitocratica: da Gianpaolo Galli a Salvatore Settis. Il socialista Riccardo Nencini ha in tasca una rosa di papabili: il campione delle nanotecnologie applicate alla medicina Mauro Ferrari per la Sanità e Alessandro Cecchi Paone per un futuribile ministero dei Diritti civili. E i «giovani turchi»? Matteo Orfini e Stefano Fassina, pur apprezzati da Bersani, pensano più alla segreteria che al governo. E Andrea Orlando, il cui nome riecheggiava per la Giustizia, è in corsa per guidare il gruppo alla Camera: sfida ardua, perché la sua area ha giocato duro nella partita delle presidenze. Si dice che Bersani abbia proposto a Franceschini e Finocchiaro di restare ai loro posti almeno per un po’, ma tra i giovani bersaniani c’è chi propone di sparigliare lanciando due renziani: Richetti e Marcucci.

Carica di donne nel totoministri Carica di donne nel totoministri    Carica di donne nel totoministri    Carica di donne nel totoministri    Carica di donne nel totoministri    Carica di donne nel totoministri
Per lo storico Gotor si parla dell’Istruzione, mentre il cammino verso Palazzo Chigi di Errani e Migliavacca è tutto in salita: con Bersani vittorioso sarebbero entrati al governo da sottosegretari alla presidenza del Consiglio, ma col nuovo schema anche «gli emiliani» rischiano di dover fare un passo indietro. Bersani è stato chiaro: «Io, Franceschini e Finocchiaro siamo di una generazione che è capace di non mettersi davanti al bene collettivo…». La novità è che ora il leader include anche se stesso nel novero dei «rottamandi» e apre all’ipotesi di gazebo in estate: «Spero che non si vada a votare a giugno. Quanto alle primarie, siamo talmente collaudati che non vedo problemi». Gli elettori potrebbero trovare sulla scheda due nomi, Matteo Renzi e Fabrizio Barca, che è in corsa anche per i ministeri economici. Ma se gli elettori del centrosinistra fossero chiamati a scegliere il candidato premier anche Laura Boldrini potrebbe essere un bel nome.

Per gli Interni si è vociferato di Emanuele Fiano e per il Lavoro di Guglielmo Epifani, ma chissà: forse anche l’ex leader della Cigl appartiene ormai ad un’altra era… E se pure Enrico Letta dovesse fare le spese del nuovo che avanza, il vicesegretario ha due discepoli che godono della stima di Bersani, Francesco Boccia e Alessia Mosca.

18 marzo 2013 | 11:03

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fonte corriere.it