APPELLO ONLINE – «Recuperiamo il casolare dove fu ucciso Impastato»

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«Recuperiamo il casolare dove fu ucciso Impastato»

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Di Jolanda Bufalini

18 marzo 2013

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Peppino Impastato, la cui tragedia si associa ormai sempre con quella di Aldo Moro, perché furono uccisi da terrorismi diversi nello stesso giorno, il 9 maggio del 1978, trascorse i suoi ultimi attimi di vita in un casolare isolato in contrada Feudo a Cinisi, di proprietà di un uomo molto ricco, farmacista di Cinisi, Giuseppe Venuti. C’era una stalla, delle mangiatoie, un sedile. Su quel sedile fu trovato il sangue di Peppino. Quelle macchie di sangue sono state un perno dell’inchiesta. Tramortito e ucciso, il corpo di Peppino venne poi fatto saltare in aria sui binari della ferrovia, per simulare l’attentato terroristico-politico.

Quel casolare è ora oggetto di una petizione lanciata dalla «Associazione Cento passi», che ha raccolto un appello del fratello di Peppino, Giovanni Impastato dal titolo «Salviamo la memoria». Spiegano Giovanni e Danilo Sulis, che fu compagno e amico di Impastato: «Quel casolare è diventato una discarica, dovrebbe essere un luogo della memoria». Ogni anno, racconta Giovanni, «a Cinisi vengono migliaia di giovani, studenti, scout, vengono poeti e politici, scrittori e intellettuali da ogni parte del mondo, ma l’ultima volta che ho portato lì una scolaresca sono dovuto tornare indietro. Troppa sporcizia, carcasse di animali morti, c’è di tutto».

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Il casolare dove fu ucciso Peppino ridotto a una discarica – fonte immagine

L’appello rivolto al presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta è on line, http://www.change.org/peppinoimpastato, e si può firmare, in pochi giorni ha raggiunto 25.000 firme, di singoli e di associazioni. Una decina di anni fa furono i commissari prefettizi, il comune di Cinisi era stato sciolto per mafia, ad apporre un vincolo, come luogo della memoria, sul casolare. Ma l’indicazione di «luogo della memoria» non ha avuto effetti, Giovanni fece una prima denuncia per lo stato di abbandono del luogo alcuni anni fa, fino a quando, durante il governo Lombardo, nel 2011, l’assessore Armao trovò i soldi per comprare il casolare da trasformare in museo. Ma non ci fu niente da fare, il farmacista chiese tre volte il prezzo che la Regione era disposta a pagare e si avviò la procedura di esproprio.

Anche il comune di Cinisi, sul cui territorio è il bene vincolato, non si è occupato della questione, il sindaco Salvatore Palazzolo, eletto con una lista civica, è stato in più occasioni legale di fiducia del farmacista proprietario del casolare. «Le istituzioni – dice Giovanni Impastato – non ci aiutano a tenere viva la memoria di Peppino, che invece è memoria condivisa da tutte le culture del paese, di sinistra e cattoliche e laiche. Qui sono venuti Saviano e Sara Simeoni, Balotelli e Bertinotti, Carmen Consoli, Walter Veltroni e, da ultimo, Matteo Renzi». La famiglia Impastato ha messo a disposizione la propria casa, che dal 2005 è la casa museo dedicata alla memoria di Felicia e Peppino ma non altrettanto è avvenuto con gli altri luoghi dei 100 passi. La casa del boss Badalamenti, divenuta bene confiscato alla mafia, è stata assegnata a tre soggetti. Al primo e secondo piano doveva trovare posto la biblioteca comunale, negli spazi restanti dovevano trovare spazio le attività di Casa Memoria (dove con Giovanni e la famiglia operano alcuni compagni di Peppino) e quelle della Associazione dedicata al giovane ucciso creata dai suoi compagni di allora di Democrazia proletaria. Le due associazioni non vanno d’accordo, la famiglia ritiene che la lotta alla mafia che costò la vita a Peppino è patrimonio di tutti mentre i suoi ex compagni legano la figura di Peppino al movimento di allora.

Anche sulla gestione di casa Badalamenti il comune ha brillato per incapacità o indifferenza. È stata fatta una convenzione ma non vi è stabilita la divisione degli spazi, nulla è stato fatto per allestire la biblioteca comunale. Casa della memoria, che aveva un finanziamento della Fondazione con il sud per un progetto in collaborazione con l’osservatorio sulla ‘ndrangheta di Reggio Calabria, ha dovuto restituire il finanziamento. Così anche il bene confiscato alla mafia, il palazzo del boss Badalamenti, sta andando in malora. Ancora una volta le inadempienze rischiano di favorire il ritorno indietro, il palazzo dovrebbe essere messo in sicurezza, reso agibile in alcune parti, andrebbe rifatto l’impianto elettrico. Tutte cose su cui il Comune dovrebbe intervenire.

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fonte unita.it

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