Archivio | marzo 25, 2013

UN BERLUSCONI A 10 EURO – Democrazia e consenso, ma la folla sceglie sempre Barabba?

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Democrazia e consenso, ma la folla sceglie sempre Barabba?

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di | 25 marzo 2013

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Ieri, domenica delle Palme, si è celebrata la tragica ipocrisia del popolo che prima accolse festoso l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, per poi voltargli le spalle, appena pochi giorni dopo, preferendogli il bandito Barabba.
Neppure Ponzio Pilato, rappresentante del potere imperiale romano, condivise questa scelta, tant’è che per ben tre volte cercò di risparmiargli la vita: “Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò.”
Ma la folla insistette determinata, fino ad ottenere la sua crocifissione e il rilascio di Barabba. Si dice che in quell’occasione la folla fosse stata, almeno in parte, corrotta con denaro da Caifa.
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Questo mi ricorda moltopulman dei figuranti dell’altro giorno, pagati 10 euro per sostenere Berlusconi durante la sua manifestazione di piazza. E già su questo ci sarebbe di che riflettere sconsolati: il prezzo della dignità è sceso davvero così in basso nel nostro paese?
Ma io vorrei qui sviluppare un’altra riflessione e chiedermi piuttosto: poniamo pure che una parte della folla fosse stata comperata, ma tutti gli altri? Non è immaginabile, né sostenibile, che tutti fossero stati corrotti. In nessuna delle due tristi circostanze. Sorge dunque spontanea una domanda inquietante: ma la folla sceglie sempre Barabba? Perché, se così fosse, la democrazia stessa apparirebbe profondamente delegittimata nel suo valore. E a poco servirebbe sottolineare che si tratta comunque del miglior sistema che si sia trovato nel corso dell’intera storia umana per ridurre al minimo i rischi di despotismo ed orrori. Sarebbe sufficiente ricordare che anche Hitler fu eletto democraticamente per rispondere a questa considerazione.
Scrivo questo -sia chiaro- non certo perché io intenda qui disconoscere il valore della democrazia, anzi tutt’altro, credo che essa non sia mai troppa e semmai dovrebbe evolvere qualitativamente -come per fortuna sta già avvenendo in molti settori- verso forme di partecipazione diretta (reali e non illusorie) che affianchino e completino quella di rappresentanza.
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Tuttavia la domanda iniziale rimane e merita una risposta. Io credo sia giusto riconoscere che la folla non sceglie sempre Barabba ed utile chiedersi perché questo avvenga.
Prendiamo ad esempio la pagina storica dei referendum del 2011 sull’acqua pubblica e contro il nucleare. In quell’occasione 27 milioni di italiani, pari al 57% degli aventi diritto, si espresso chiaramente -a mio avviso- non soltanto sullo specifico dei quesiti referendari, ma più in generale su una visione della società e direi quasi della vita, in cui il bene comune, di tutti, deve prevalere sugli interessi privati, di pochi.
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Ma come fu possibile quel risultato straordinario? Penso sia importante anzitutto sottolineare il fatto che su quei temi la folla era stata lungamente e correttamente informata. Il successo dei referendum, infatti, inizia almeno 12 anni prima, quando il Movimento per l’acqua inizia a seminare, tenacemente, appassionatamente, ostinatamente, creativamente, persino allegramente come mostravano nitidamente alcune coloratissime iniziative, per creare nell’opinione pubblica una consapevolezza collettiva sull’importanza di questa scelta e sui suoi reali contenuti.
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Ecco, possiamo dire allora per prima cosa che la folla, forse, non sceglie Barabba se è correttamente informata. Ma questo non basta.
Non basta perché in realtà molte delle nostre scelte personali non vengono dal cervello, ma piuttosto dal cuore, se non addirittura dalle viscere. Non sono cioè il frutto di riflessioni, ma delle emozioni che spesso qualcuno ha saputo alimentare in noi.
Questa semplice considerazione non sfugge, ovviamente, a quanti intendono manipolare le coscienze, generando paure, creando mostri, spostando abilmente l’attenzione all’occorrenza, per evidenti secondi fini personali. Gli esempi potrebbero essere qui innumerevoli e purtroppo tutti concordanti.
Il punto, allora, mi pare quello di focalizzare l’attenzione non solo su una corretta informazione, precondizione certamente necessaria, ma anche e forse soprattutto su una corretta educazione ai sentimenti, che produca quella autoconsapevolezza indispensabile affinché ciascuno possa dirsi realmente libero e affinché la folla possa non scegliere Barabba.
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Educare a riconoscere le proprie emozioni, che sono sempre vere e autentiche, ma al contempo a distinguerle da ciò che le ha prodotte, che invece potrebbe anche essere falso, mi pare allora il cuore della sfida che abbiamo dinanzi a noi come società, a livello educativo e culturale, ma non solo. Perché una società inconsapevole non solo non produce benessere, ma soprattutto non permette di esprimere il meglio di sé a nessun livello, neanche su un piano professionale e quindi anche economico. E sarà inevitabilmente portata a scegliere Barabba.
Continuiamo allora a promuovere consapevolezza, cognitiva ma anche affettiva, in ogni modo e attraverso tutti i linguaggi possibili. E facciamolo tutti!!!
Ciascuno a partire dal proprio vissuto quotidiano. Non delegando questo compito ai soli professionisti dell’informazione o dell’educazione.
Perché come ricorda un proverbio africano: “Ci vuole un intero villaggio per educare un bambino.”
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UN CASO CHE SIA UN ‘CIELLINO’ A FARLO? – Immunità parlamentare, il Pdl presenta un nuovo decreto salva-Berlusconi

Nel caso passasse una simile, demenziale, proposta gli Italiani per bene possono cominciare a fare le valigie…

mauro

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Immunità parlamentare, il Pdl presenta un nuovo decreto salva-Berlusconi

Il deputato Raffaello Vignali, ex presidente della Compagnia delle Opere, deposita una proposta di legge per la modifica dell’articolo 68 della Costituzione, che restituirebbe ai parlamentari la tutela anche in caso di sentenza irrevocabile di condanna: “Bisogna ristabilire nella Costituzione il dettato approvato dall’Assemblea costituente”

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di | 25 marzo 2013

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Mentre il Paese ancora non sa se potrà disporre in tempi brevi di un governo – più o meno duraturo – in parlamento c’è già chi sa dà molto da fare. Tra le proposte di legge presentate nei primi giorni dal Pdl c’è quella di Raffaello Vignali, già presidente della Compagnia delle Opere, riguardante la modifica dell’articolo 68 della Costituzione. L’argomento? L’immunità parlamentare. Un tema particolarmente sentito dal Popolo della Libertà, non a caso riproposto proprio nei giorni in cui Silvio Berlusconi si trova a dover affrontare ben tre procedimenti giudiziari (e un quarto potrebbe cominciare a breve) e tornato di stretta attualità nelle ore in cui Marcello Dell’Utri viene condannato in appello a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa.

Dall’entrata in vigore della legge n. 3 del ’93, la Costituzione ha ristretto il concetto di immunità e prevede che nessun ramo del parlamento possa fermare un arresto in seguito a sentenza irrevocabile di condanna. L’autorizzazione delle Camere, al momento, è richiesta solo per applicare una misura cautelare, per effettuare una perquisizione personale o domiciliare nei confronti di un parlamentare. La proposta di legge di Vignali prevede di allargare la tutela a tutti i parlamentari, che “non potranno essere sottoposti a procedimento penale” senza l’autorizzazione delle Camere.

Vignali ricorda come l’articolo 68 “fu modificato dal Parlamento con la legge costituzionale n. 3 del 1993 a seguito dell’indignazione suscitata nell’opinione pubblica da Tangentopoli“. Un fenomeno, secondo il deputato del Pdl, “amplificato dai mezzi di informazione” e che portò a condanne definitive “assai ridimensionate rispetto alle previsioni iniziali”. La scelta del parlamento fu, per Vignali, dettata dall’emotività del momento, a detrimento di un processo “discusso e motivato” dei padri costituenti.

Fatta questa premessa, l’ex presidente della Compagnia delle Opere invita il parlamento attuale a ritrovare quello spirito, quella “garanzia democratica”. D’altra parte, ricorda, “le immunità parlamentari, a partire dalla Rivoluzione francese, sono l’espressione della lotta per la sovranità popolare”. Per sostenere la sua tesi Vignali cita Francesco Cossiga (“Il parlamento è il popolo”) e Gustavo Zagrebelsky. E nell’invitare ancora una volta l’aula a ristabilire nella Costituzione il dettato approvato dall’Assemblea costituente, Vignale ribadisce che il parlamento “non può essere sottoposto ad alcun altro potere che quello del parlamento, cioè del popolo stesso”. Tutto ciò, ovviamente, “non per difendere un privilegio, ma per garantire la forma e la sostanza della democrazia”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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SCIENZA & TECNOLOGIA – Pisa, i ricercatori del S.Anna scoprono l’Internet superveloce. Il precedente primato era già italiano

Raddoppiato il record (italiano) precedente

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Pisa, i ricercatori del S.Anna scoprono l’Internet superveloce

L’esperimento di un team di studiosi della scuola toscana condotto in Australia ha infranto il primato mondiale. Mille chilometri a un terabit al secondo

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di MARIO NERI

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Si potranno fare 15 milioni di videochiamate al secondo, e nello stesso tempo potrete scaricare 25 dvd multimediali. Oppure si potranno garantire 50mila connessioni adsl a 20 milioni di bit di velocità. Sembra fantascienza ma i ricercatori giurano che fra poco sarà realtà. E per tutti. Sono solo alcune delle cose rese possibili dall’ultima scoperta di un gruppo di ricercatori italiani, gli ingegneri e gli informatici della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Che in pratica sono riusciti a viaggiare su Internet a una velocità supersonica, quella più alta mai raggiunta.

Il precedente primato era già italiano

Mille chilometri a un terabit al secondo. Da Sydney a Melbourne. Mille chilometri percorsi da mille miliardi di bit e da dati informatici ad alta intensità tecnologica per un record tutto italiano. Quello stabilito dai ricercatori della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa con un test svolto in Australia e con cui viene infranto il primato mondiale di velocità su Internet. È l’ultima impresa messa a segno dal team di studiosi del gruppo di ricerca che lavora all’Istituto di tecnologie della comunicazione, dell’informazione e della percezione (Tecip) del Sant’Anna insieme ai ricercatori del Laboratorio nazionale di reti fotoniche del Consorzio nazionale interuniversitario per le telecomunicazioni (Cnit).

Durante le sperimentazioni è stato doppiato il record precedente, di 448 milioni di bit al secondo. Finora viaggiare a un terabit al secondo sul web era impensabile. Il risultato è frutto di una ricerca condotta in collaborazione con Ericsson e la compagnia telefonica australiana Telstra, che ha messo a disposizione la rete di trasmissione. Una scoperta che potrebbe rivoluzionarie il web e la vita di chi quotidianamente naviga in Rete. E per farlo, i ricercatori non hanno dovuto sfruttare una banda innovativa. “Impieghiamo tecnologie inventate da noi – spiega Luca Potì, appena tornato dall’Australia dopo un mese di test, calcoli e sperimentazioni – per aumentare la velocità senza aumentare l’utilizzo della banda. Si tratta di un sistema nuovo di compressione che ci consente di innalzare moltissimo la quantità dei dati trasmessi nelle attuali reti di fibra ottica, senza modificarle in alcun modo”

Secondo le aziende e gli studiosi, infatti, fra 4 anni la velocità record sperimentata in Australia potrà essere una realtà. Sarà cioè possibile aumentare fino a 10 volte i livelli di navigabilità dei migliori impianti attuali.  In un secondo potranno essere trasmessi 200 milioni di chiamate voip o scaricatoi 25 dvd e trasmessi in simultanea 300mila video ad alta definizione. Ma “il nostro obiettivo – dice Potì – è riuscire a raddoppiare ancora, ed ad arrivare a 2 terabit nel prossimo dicembre”. (25 marzo 2013)

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fonte firenze.repubblica.it

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Repubblica Centrafricana, La capitale è saccheggiata / VIDEO: Seleka rebels Seize “Bangui” Capital of Central African Republic

Seleka rebels Seize “Bangui” Capital of Central African Republic

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Pubblicato in data 24/mar/2013

Rebels in the Central African Republic seized control of the capital, Bangui, on Sunday morning, according to officials, witnesses and local news media reports, and the country’s president was reported to have fled.

“Bangui is under the control of rebel elements who entered the capital this morning,” said Martin Wiguele, a member of the country’s Parliament, speaking by phone from Bangui. “They fired in the air and asked people to stay at home.” He said that “a relative calm” prevailed on the streets.

“There is sporadic gunfire now, but no more fighting,” Mr. Wiguele said. “The rebels came in this morning, and the entry was easy.”

The whereabouts of President François Bozizé were not immediately clear, with local radio reports and an official in the president’s office saying that he had fled the capital. France, which once ruled the Central African Republic as a colony, also said that he had fled.

Other residents in Bangui said that they had heard heavy-weapons fire for part of Sunday morning and that widespread looting by rebels was under way, with the fighters taking cars, trucks, computers, freezers and whatever else they could find.

“There are gunshots here and there,” said the deputy director of the president’s press office, Essiae Nganamokoi. “Nobody is going out. It is too dangerous.”

For months members of a loose coalition of rebel groups known as Seleka, angry with the president — who seized power in a 2003 coup and was subsequently elected in questionable elections — had been fitfully advancing toward Bangui.

They had halted an earlier offensive after negotiations with the government produced a peace deal in January. But last week they said that President Bozizé had reneged on the deal by failing to integrate some of their men into the army and refusing to send home the South African troops who were helping to train the army.

Beginning a new offensive, the rebels quickly seized towns around the capital, and over the weekend they moved into Bangui, apparently with little resistance.

“All the institutions of the republic have fallen,” Mr. Wiguele said. “It is the new elements that have control. The new strongmen have not said what they have in mind.”

A former French colony, the Central African Republic is a desperately poor nation with a history of coups and rebellions. France has 250 soldiers stationed in the country and sent troops to secure the Bangui airport on Saturday, diplomats said.

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Repubblica Centrafricana,
La capitale è saccheggiata

Bangui è descritta come una città deserta. La gente rimane chiusa in casa per paura che i ribelli del Seleka (una formazione armata eterogenea con presenze islamiche) entrino nelle abitazioni per fare razzia. Intanto Michel Djotodia, capo dell’insurrezione che ha cacciato l’ex presidente Bozizé, si è autonominato presidente, promettendo nuove elezioni. L’Ong ” Sole Terre“: Aprite un corridoio umanitario per gli aiuti”

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di CARLO CIAVONI

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ROMAMichel Djotodia. Si chiama così il capo della coalizione dei ribelli del Seleka, che ha guidato le truppe nell’occupazione di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana. Ieri sera si è autonominato successore del presidente François Bozizè fuggito, in un primo momento a Zongo, la città della Repubblica Democratica del Congo che si trova a meno di 5 chilometri da Bangui, appena superato il fiume che fa da confine tra i due stati, ma poi in giornata ha preferito rifugiarsi in Camerun, da dove – ha fatto sapere – cercherà un altro luogo che possa accoglierlo.

La paura dei saccheggi.
E’ forse superfluo sottolineare che i primi a subire le prime conseguenze di questa nuova instabilità sono cadute pari pari sulla popolazione inerme, rimasta senza elettricità, senza acqua e senza la radio nazionale, in un Paese tra i più poveri del mondo con il 52% di analfabetismo, dove la gente vive nel 60% dei casi con 1,25 dollari al giorno, con una speranza di vita di 48 anni, una mortalità infantile dell’82 per mille. Un paese che “galleggia” su immense ricchezze di diamanti, oro, uranio e che coltiva (ma solo per l’esportazione) enormi quantità di cotone e caffè. Dalle testimonianze dei cooperanti che si trovano in questo momento nel paese africano, arrivano racconti di una città (Bangui) semi deserta, perché la gente resta chiusa in casa per la paura dei saccheggi, che l’altro giorno – quando i ribelli erano riusciti ad espugnare la città, senza troppa fatica – avevano interessato soprattutto il quartiere vicino al Parlamento, dove ci sono le residenze dei deputati e degli alti funzionari del governo.

L’Ong “Sole Terre”: “Aprite un corridoio umanitario”. “Nonostante la nota ufficiale del Segretario Generale dei Seleka, Justin Kombo Moustapha dica che l’obiettivo dei ribelli è la pace e il benessere della nazione – dice Damiano Rizzi, presidente di Sole Terre, organizzazione umanitaria laica e indipendente che opera per i diritti dei soggetti vulnerabili nelle “terre sole” – e nonostante le rassicurazioni sulle condizioni di sicurezza per il popolo e i cittadini stranieri non è difficile rilevare due aspetti che ci lasciano preoccupati. Il primo è il molto probabile peggioramento delle condizioni di vita della popolazione (lo vediamo già oggi nei nostri centri) e il secondo – ha aggiunto Rizzi – è il disinteresse della comunità internazionae per questo paese. Chiediamo che almeno sia possibile aprire un corridoio umanitario con la vicina Repubblica Democratica del Congo laddove abbiamo un ospedale chirurgico pronto a curare i feriti da arma da fuoco.

Come un vero capo di Stato.
Djotodia si comporta come il vero nuovo capo dello Stato. In una dichiarazione alla radio Rfi il leader dei ribelli avrebbe detto di avere l’intenzione di organizzare, entro tre anni, libere elezioni: “Non ho detto che da qui a tre anni lascerò il potere, ma che organizzeremo delle elezioni libere e trasparenti con il sostegno di tutto il mondo”. Uno dei portavoce della coalizione, Eric Massi, ha affermato che nelle prossime ore “è attesa una dichiarazione solenne che ufficializzerà la presidenza di Michel Djotodia”.

Chi sono i Seleka. Il gruppo di ribelli Seleka ha una composizione eterogenea, con una presenza islamica che comunque non sembra avere il sopravvento sulle altri componenti. Dunque, come hanno fatto notare alcuni osservatori, non dovrebbe esistere il rischio che il colpo di stato di Bangui sia un nuovo capitolo dei tentativi di neocolonizzazione islamica, come in Mali. Anche perché la popolazione della Repubblica Centrafricana – almeno per adesso – non sembra ideologicamente disponibile ad essere convertita all’islam, essendo per il 60% cristiana, per il 30% animista e solo per il 9% musulmana.
(25 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

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L’incanto di una voce araba porta la pace in Israele, Lina trionfa a ‘The Voice’

lina makhoul from Lisa Goldman on Vimeo.

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L’incanto di una voce araba porta la pace in Israele, Lina trionfa a ‘The Voice’

Lina Makhoul
Lina Makhoul

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ultimo aggiornamento: 25 marzo, ore 10:02
Tel Aviv – (Ign) – Ha incantato non solo i giudici la giovane esordiente arabo-cristiana Makhoul incoronata vincitrice durante la finalissima della versione israeliana del talent show, la cui diretta è stata seguita dal 40% di telespettatori

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Tel Aviv, 25 mar. – (Ign) – La sua voce è entrata nelle case degli israeliani incollando davanti alla tv migliaia di telespettatori. La sua voce alla fine ha vinto incantando mezzo Paese. E’ Lina Makhoul la trionfatrice della versione israeliana del reality ‘The Voice’.

Alla sua prima esperienza televisiva, la dicianovenne arabo-cristiana, nata nel sud del Libano, si è aggiudicata un contratto discografico e una borsa di studio per una prestigiosa scuola di musica. La sua esibizione con l’Hallelujah’ di Leonard Cohen in uno stadio di pallacanestro di Tel Aviv gremito, dopo altre toccanti performance, ha convinto i giudici. E, probabilmente, quel 40% di israeliani che ha seguito la diretta da casa.

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fonte agi.it

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La morte di Uva e la caserma dei misteri / DOCUFILM: Nei secoli fedele — IL CASO DI GIUSEPPE UVA

Nei secoli fedele — IL CASO DI GIUSEPPE UVA

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Pubblicato in data 16/feb/2013

Di Adriano Chiarelli, regia di Francesco Menghini.
Produzione: Soulcrime.
Anno: 2012.

Questo docu-film nasce come “costola” del saggio-inchiesta “Malapolizia” (Newton Compton, novembre 2011), in cui l’autore Adriano Chiarelli racconta e delinea gli abusi di polizia avvenuti in Italia nell’ultimo decennio.
“Nei secoli fedele — Il caso di Giuseppe Uva”, si racconta la morte violenta di Giuseppe Uva, un quarantaduenne di Varese morto in seguito a un movimentato arresto. Dopo aver trascorso tre ore in una caserma dell’Arma, in balia di otto tra poliziotti e carabinieri, Giuseppe Uva viene trasportato in ospedale in condizioni critiche.
Nel volgere di una notte l’uomo troverà la morte, le cui cause tuttavia restano tutte da chiarire. L’unico processo celebrato finora, ha riguardato l’ipotesi di morte per colpe mediche, ma è stato dimostrato — con sentenza di primo grado — che i medici che hanno tenuto in cura Uva dopo l’arresto, non hanno alcuna colpa.
Dopo un supplemento di perizia, sempre disposto dal giudice, è stato scientificamente provato che le cause del decesso coincidono con un complesso di fattori esterni che hanno scatenato un collasso cardiaco: stato di ebbrezza, stress emotivo, lesioni. Chi lo ha ridotto così?
Allo stato attuale nessun nuovo processo è in corso, ma il giudice estensore della sentenza ha disposto ulteriori indagini sull’arco di tempo che la vittima ha trascorso in caserma e sulle reali cause di morte.
In quelle ore è racchiusa la verità.

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La morte di Uva e la caserma dei misteri

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di Filippo Vendemmiati

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Che cosa è successo la notte tra il 13 e il 14 luglio del 2008 nella caserma dei carabinieri di Varese? Giuseppe Uva vi rimase per tre ore, poi fu trasferito in ospedale e morì. Da anni i famigliari del 43enne chiedono di sapere, chiedono indagini, chiedono risposte ai troppi misteri e ai tanti dubbi che avvolgono questa vicenda .  Ma c’è anche una sentenza che invita a far luce:  il 28 giugno dell’anno scorso il giudice Orazio Muscato ha assolto un medico accusato di aver provocato la morte di Uva in seguito alla   somministrazione di un farmaco. Le cause del decesso vanno individuate “in una tempesta emotiva legata al contenimento, ai traumi auto e/o etero prodotti, nonché all’agitazione da intossicazione alcolica acuta”.

Il tribunale, unitamente all’assoluzione del medico, ha inviato gli atti al pubblico ministero con particolare riferimento a quanto accaduto prima dell’ingresso di Giuseppe Uva in ospedale, ovvero a quanto successo nella caserma dei carabinieri. Le parole del giudice, scritte nella motivazione della sentenza, sono perentorie e non lasciano adito ad equivoci: “Costituisce un legittimo diritto dei congiunti di Giuseppe Uva, conoscere  se negli accadimenti intervenuti antecedentemente all’ingresso del loro congiunto in ospedale, siano ravvisabili profili di reato; e ciò tenuto conto che permangono ad oggi ignote le ragioni per le quali Giuseppe Uva, nei cui confronti non risulta essere staro redatto un verbale di arresto o di fermo, mentre sarebbe stata operata una semplice denuncia  per disturbo della quieta pubblica, è stato prelevato e portato in caserma, così come tuttora sconosciuti rimangono gli accadimenti intervenuti all’interno della stazione dei carabinieri di Varese (certamente concitati, se è vero che sul posto confluirono anche alcune volanti della polizia) ed al cui esito Uva, che mai in precedenza aveva manifestato problemi di natura psichiatrica, verrà ritenuto necessitare di in intervento particolarmente invasivo quale il Trattamento Sanitario Obbligatorio.” Dunque secondo il giudice Orazio Muscato se si vuole stabilire con precisione le cause o le concause della morte bisogna ricostruire quanto è successo nella caserma, “occorre disporre della fotografia delle condizioni nelle quali versava Uva al momento del suo ingresso in ospedale, mentre del tutto superflui ed irrilevanti sono gli accertamenti tesi a verificare le ragioni in base alle quali è giunto in Ospedale in quelle condizioni”. E’ stata mai fatta questa indagine? Non è dato saperlo, perché se è stata condotta o se è ancora in corso, i suoi esiti sono sconosciuti, tecnicamente coperti del segreto istruttorio.  C’è un fascicolo aperto dal pubblico ministero Agostino Abate che risale al settembre del 2009 e sui cui non figurano persone indagate. Abate è lo stesso magistrato, pubblico ministero nel processo che ha assolto il medico, ed è a lui che il giudice si rivolge  con un invito pressante ad indagare e rendere noti gli esiti dell’inchiesta, senza per altro dimenticare di sottolineare alcune incongruità processuali e in particolare il clima di aperto dissidio con le parti civili, i loro avvocati e i periti nominati dal tribunale. “Un clima di accesa contrapposizione”. Aggiunge poi il giudice: “L’esame del pubblico ministero è stato nel complesso condotto con toni e modalità tali da indurre i periti in stato di soggezione, con ripetuti interventi del tribunale a ricondurlo nell’alveo delle regole proprie della normale dialettica processuale, a fronte  della lamentazione avanzata dagli stessi periti di venire sostanzialmente derisi”. Si raggiungono livelli tragicomici durante le udienze con  parti civili ad esempio espulse dall’aula per motivi di ordine pubblico, o con un perito che denuncia “il pubblico ministero mi ha soffiato in faccia”.

L’inchiesta sui misteri avvenuti nella caserma di Varese resta a tutt’oggi nelle mani del sostituto procuratore Agostino Abate e, nonostante gli inviti contenuti nella sentenza, non si hanno elementi di novità, dai possibili avvisi di garanzia fino alla richiesta di archiviazione. A sei anni dalla morte di Giuseppe Uva il rischio di prescrizione si avvicina e i legali della sorella Lucia hanno presentato richiesta di avocazione dell’indagine alla Procura generale della Corte d’Appello di Milano. Anche in questo caso si attendono decisioni nel rispetto dei tempi della giustizia italiana. Per chi volesse altri particolari in cronaca consiglio la visione del film “Nei secoli fedele” di Adriano Chiarelli disponibile su internet all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=HjdiBopK_ks.*

*per completezza di informazione abbiamo inserito il video in testa al post (mauro per solleviamoci blog)

25 marzo 2013

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fonte articolo21.org

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Dell’Utri condannato in appello a 7 anni per concorso esterno a Cosa nostra

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Dell’Utri condannato in appello a 7 anni per concorso esterno a Cosa nostra

La Corte d’appello di Palermo ribadisce la sentenza che era stata annullata dalla Cassazione nel marzo 2012. L’accusa: aver “rafforzato Cosa nostra” creando un “aggancio” con Silvio Berlusconi. Il commento a caldo: “Il romanzo criminale continua”. Il pg Patronaggio: “Richiesta di arresto? Non è dato saperlo”

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di | 25 marzo 2013

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Marcello Dell’Utri è stato condannato in appello a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. I giudici della Corte d’Appello di Palermo hanno condannato a 7 anni Marcello Dell’Utri, accogliendo la richiesta del pg Luigi Patronaggio. “Speravo in un’altra sentenza, ma l’accetto” è stato il commento a caldo dell’ex senatore. Che poi ha aggiunto: “Il romanzo criminale continua…”. “Naturalmente speravo in un’assoluzione, ma sapevo anche che poteva essere una condanna. Ne prendo atto”. Le accuse potrebbero essere però prescritte se la Cassazione, che con ogni probabilità sarà chiamata a pronunciarsi di nuovo dall’imputato, non si pronunciasse entro il 2014. “Se arrivasse la prescrizionedirei come Andreotti: sempre meglio di niente”, ha commentato.

La nuova sentenza arriva dopo che la Corte di Cassazione, nel marzo 2012, aveva annnullato il precedente giudizio d’appello, che si era concluso con la medesima condanna a sette anni. I giudici, però, aveva assolto Dell’Utri dai reati a lui contestati dal ’92 in poi. Nelle motivazioni, la Cassazione aveva sottolineato che il reato di concorso esterno a Cosa nostra era stato commesso certamente “fino al 1977″, mentre non lo aveva ritenuto provato per gli anni successivi. Nel verdetto di oggi, la Corte presieduta da Raimondo Lo Forti fa riferimento alla sentenza del Tribunale di primo grado che aveva condannato l’imputato a 9 anni e, vista l’assoluzione in appello ormai definitiva dei fatti successivi al ’92, determina la pena a 7 anni di carcere.

“Questa è una sentenza che rende giustizia a un lavoro molto impegnativo svolto, ci riteniamo soddisfatti”, ha commentato il pg Luigi Patronaggio, che oggi nelle ultime repliche in aule ha ribadito contro Dell’Utri l’accusa di aver “rafforzato” Cosa nostra creando un “aggancio” con Silvio Berlusconi. “Sostanzialmente la sentenza di condanna a 7 anni per Dell’Utri è una conferma della sentenza di secondo grado, è stata riconosciuta la responsabilità penale per il periodo che arriva fino al 1992. Dobbiamo leggere le motivazioni, poi le singole condotte che vengono ascritte al condannato”, ha aggiunto Patronaggio. E alla domanda se la Procura generale chiederà l’arresto dell’imputato, Patronaggio ha replicato: “Questo non è dato sapere…”.

“Se mi dovessero assolvere non brinderò né festeggerò, sono vent’anni che soffro. Non c’è nulla da festeggiare”, aveva affermato Dell’Utri entrando nell’aula bunker di Palermo poco prima della sentenza. “Mi sembra che questa Corte d’Appello abbia esaminato con spirito molto serio e distaccato tutti gli atti”, ha proseguito Dell’Utri. “Se dovesse andar male, mi dovessero condannare non dirò che sono giudici comunisti”. Prima della lettura della sentenza, Dell’Utri è tornato sul caso Mangano. “Io non ho mai detto che Vittorio Mangano è un eroe, ho detto e lo ripeto anche oggi che Mangano è il mio eroe”. Eroe, ha precisato, “come nei romanzi russi, perché ho saputo che gli hanno detto che se mi avesse accusato non avrebbe più avuto problemi giudiziari”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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