Archivio | aprile 1, 2013

E’ NOTO: LA DESTRA NON RIDE… MENA – Pdl contro Quelli che il calcio: “Imitazione Pascale razzista”

Pdl contro Quelli che il calcio: “Imitazione Pascale razzista”

Lo sketch sulla 27enne Francesca Pascale, messo in scena da Virginia Raffaele nella trasmissione Rai, finisce nel mirino di Daniela Santanchè e Micaela Biancofiore: “Intervenga la Vigilanza Rai”

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Quando si dice la classe… – fonte immagine

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di | 1 aprile 2013

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Razzismo politico e non solo. L’imitazione della fidanzata di Silvio Berlusconi la 27enne Francesca Pascale, fatta da Virginia Raffaele a Quelli che il calcio finisce, finisce nel mirino del Pdl che, con Daniela Santanchè e Micaela Biancofiore, che auspica un intervento della Vigilanza Rai.

“La trovo razzista perché assimila a torto il concetto di sguaiatezza e smodatezza a quello di napoletaneità” denuncia Biancofiore intervenuta questa mattina al talk show di Klaus Davi KlausCondicio. “Quando si riduce a simili caratteristiche una persona e un’intera cittadinanza, allora si da una pessima prova di comicità”. L’esponente Pdl si dice anche d’accordo con un eventuale intervento della Commissione Parlamentare di Vigilanza Rai: “Lo auspico. Sono contraria alla censura, ma ritengo sbagliato che il programma della Cabello prenda di mira sempre esponenti politici legati al Pdl o al Presidente Berlusconi. In questo senso auspico che la Vigilanza vigili su certi messaggi unilaterali che vengano dati dal servizio pubblico anche se formalmente non c’è più la par condicio”. L’attrice nel corso delle puntate ha imitato anche Belen Rodriguez e Nicole Minetti.

L’imitazione di Quelli che il calcio, sottolinea da parte sua Santanchè, non fa onore alle donne: “Mi dispiace per Francesca Pascale che è una donna intelligente capace e sa stare al suo posto e non merita di essere rappresentata in modo sguaiato e grossolano. Comunque ci siamo abituati a essere presi di mira, sono decenni ormai che ciò avviene e ci abbiamo fatto il callo”. Nella puntata di ieri l’attrice, con una coloratissima giacca a fiori, nelle vesti della fidanzata dell’ex premier ha preparato la pastiera in studio per poi offrirla agli ospiti. Anche l’ex ministro Gianfranco Rotondi, capolista a Napoli alle ultime politiche, interviene nella polemica: ”Come deputato napoletano ritengo l’imitazione di Francesca Pascale offensiva verso la nostra città assai più di quanto risulti satirica nei confronti del presidente Berlusconi”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Riforma Fornero, le vostre storie: “50-60enni, generazione rottamata”

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Riforma Fornero, le vostre storie: “50-60enni, generazione rottamata”

Aumenta l’anzianità contributiva necessaria per andare in pensione, ma intanto per le aziende è più facile licenziare gli “anziani”, magari per reclutare giovani “meno costosi e più malleabili”. E così nove mesi dopo l’entrata in vigore della legge varata dal governo Monti molti si ritrovano in un limbo drammatico. Continuate a scrivere le vostre esperienze a ilfattoquotidiano.it

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di | 1 aprile 2013

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Una generazione rottamata, è il grido di dolore di Agnés, cinquantenne licenziata a gennaio, lontanissima dalla pensione, ma in grande difficoltà nel mercato del lavoro. Non sono solo gli “esodati” a essere puniti dalla riforma Fornero. A ilfattoquotidiano.it sono arrivate tante storie di 50-60enni rimasti in trappola tra l’innalzamento degli anni di contributi richiesti per andare in pensione e la perdita del lavoro senza grandi prospettive per il futuro. Continuate a inviare le vostre segnalazioni, in non più di 1.500 battute, a redazioneweb@ilfattoquotidiano.it, specificando nell’oggetto “Legge Fornero”.

Fausto, “esodato” senza tutele né pensione. Sono un povero esodato senza pensione e senza tutele perché lavoravo nel commercio con meno di 50 dipendenti. Un bel giorno l’azienda è stata messa in liquidazione, quindi mi sono trovato sulla strada senza nessuna tutela, considerate che sono del 1950… La signora Fornero cosa ha fatto per noi vecchietti, che oramai nessuno ti vuole neanche se hai un passato lavorativo onorevole… Ha spostato le pensioni di vecchiaia a 66 anni, quindi come fa un padre di famiglia a campare durante gli anni che mancano alla pensione?

Agnés, licenziata a 50 anni: “Una generazione rottamata”. Ho poco più di 50 anni, sono stata licenziata nel gennaio 2013 dalla mia azienda no profit secondo le modalità del peggior profit. Lettera di licenziamento consegnata a mano “per motivi economici” come previsto dalla legge Fornero. In poche ore sono stata buttata in mezzo alla strada dopo più di 20 anni. Pochi mesi prima avevo fatto un calcolo di quanti anni avrei dovuto lavorare per andare in pensione (almeno altri 14) sempre grazie alla riforma del sistema pensionistico voluta dalla stessa Fornero. Ho una figlia di 23 anni che si sta affacciando sul mercato del lavoro; sono pertanto molto sensibile al dramma dell’occupazione giovanile. In questi mesi di disperazione e di nulla- ho sempre lavorato anche quando frequentavo l’Università – ricevo telefonate di amici e conoscenti che mi aggiornano che negli ultimi mesi professionisti della mia età hanno subito e continuano a subire il mio stesso trattamento. Sta creandosi una generazione rottamata, con bagaglio professionale e spirito di squadra, ancora giovane per poter ipotizzare di andare ai giardinetti. In un periodo di crisi economica prevedere che si possa licenziare per motivi economici significa dare la stura a riorganizzazioni che nella maggioranza dei casi sono foglie di fico per procedere a nuove assunzioni, a costi più bassi, di gente più malleabile e impaurita, che non fa domande, alla faccia della meritocrazia e del cambio generazionale. Figlie e genitori, ventenni e cinquantenni, si stanno per sbranare sullo stesso terreno, la ricerca di un posto di lavoro. Fortuna che ancora resiste la generazione sopravvissuta alla guerra, gli ultraottantenni la cui pensione sta diventando l’unico reddito certo per molte famiglie.

Guido, in Cassa integrazione mentre la pensione si allontana. Sono nato nell’agosto del 1956 quindi quest’anno compio 57 anni. Il 1° gennaio 1979 faccio il mio ingresso nel mondo del lavoro. Allora mi dicevano che dopo 35 anni sarei potuto andare in pensione. Oggi al 31 dicembre 2012 sono in possesso dei fatidici 35 anni di contribuzione, ma… non bastano più. Dal 1° gennaio 2013 sono in Cassa integrazione ordinaria e dal marzo 2013 in Cassa integrazione straordinaria della durata di 1 anno. In base alla mia età avrei diritto alla mobilità per ulteriori 3 anni. Come ha potuto la ministra Fornero pretendere l’innalzamento a 42 anni di contributi? Poiché non troverò mai più un altro lavoro, come potrò raggiungere questi fatidici anni contributivi? Se tutto andrà bene, a 61 anni riuscirò a maturare 39 anni contributivi (grazie a Cig-Cigs-mobilità) ma dovrò aspettare fino a 66 anni per ”godere”, si fa per dire, di un seppur minimo riconoscimento pensionistico. Nel frattempo come potrò vivere?

Alessio: “Finestra chiusa per la pensione, e la ditta mi ha licenziato”. Sono uno delle migliaia rovinati dalla Fornero: al compimento dei 61 anni (11 aprile 2012) avevo i requisiti, più che abbondanti, per andare in pensione con la famosa finestra. Questo non è stato più possibile. Anzi, la ditta ha chiuso per fallimento e sono disoccupato dal settembre 2012, ma non solo: ho in mano l’ultima busta paga con Tfr ecc… di € 13700, che non riscuoterò mai, salvo forse tra qualche anno il Tfr pagato dall’Inps (se avrà i soldi). Conclusione: a settembre 2013 mi scade la disoccupazione, non trovo lavoro perché sono “anziano” e in pensione, secondo quello che mi hanno detto, andrò dal maggio 2015. Praticamente rimarrò senza alcun sussidio per 20 mesi. Perlomeno gli esodati hanno riscosso tutto quello che spettava loro più i mesi di buonuscita. Non per fare la guerra tra poveri, ma quelli come me sono messi, evidentemente, peggio dei cosiddetti “esodati”.

Aldo, 56 anni: senza lavoro e lontano dalla pensione. Nel 2012 mi mancavano 3 anni per la pensione , prima della legge Fornero. Sono stato mandato a casa a 56 anni e 37 di contributi causa licenziamento economico senza alcuna vertenza, perché se impugnavo il licenziamento poteva durare molti anni. Ho dovuto per forza accettare i soldi non avendo alternative, e di conseguenza mi trovo con soli 12 mesi di indennità di disoccupazione Aspi senza la mobilità pur lavorando in un azienda con più di 15 dipendenti. Come potete capire, trovare un’occupazione a 56 anni, con la crisi attuale è un miracolo. Sono indignato e prima di dare un voto devono cambiare tante cose. Perché il governo Pdl e Pd ha causato macelleria sociale.

Cristina: “Fisioterapista fino a 77 anni, che vita farò?”. Vi scrivo in merito alla riforma delle pensioni messa in atto dalla Fornero, perché impatta sul mondo del lavoro. Sono fisioterapista, mi occupo di pazienti a volte non autosufficienti, con orari trattamentali ridotti rispetto a come erano all’inizio della mia carriera (25 anni fa), quindi seguo circa 9 pazienti al giorno. Già da anni ho disturbi alla colonna lombare e cervicale (nonostante ciò faccio in media 4 giorni di malattia/anno), e ho già dato segni di stress lavoro-correlato. Amo il mio lavoro, tuttavia non mi sarei mai aspettata una riforma che vedrà anche me, così come i miei colleghi che seguono piccoli e grandi pazienti, lavorare con questo tipo di occupazione fino a 77 anni. Saremo la prima generazione a dover lavorare così tanto (io ho iniziato a 22 anni) , ad avere una pensione bassissima e a dare così poco spazio ai giovani per nuove assunzioni. Su grandi numeri questo problema mi pare enorme. E anche io personalmente sono preoccupata per il tipo di vita che farò da qui a 77 anni, senza dimenticare che non avrò modo/tempo ad esempio di fare la nonna di eventuali nipoti. Non è giusto!

Gianni: dimissioni incentivate, poi la “trappola” dei 42 anni di contributi. “Ho 57 anni di età e quasi 38 anni di contributi versati, interamente nel privato. Sarò in mobilità fino a fine 2013. Ho accettato l’incentivo propostomi dall’azienda programmandomi il pagamento dei contributi volontari per i due anni rimanenti tra la fine della mobilità e l’accesso alla pensione. Mai avrei pensato che avrebbero allungato anche l’età contributiva. Quando ho cominciato a lavorare bastavano 30 anni di contributi; poi li portarono a 35 e infine a 40. Ora con la nuova riforma, come con la carota davanti all’asino, siamo arrivati a 42, e per me gli anni mancanti saranno quattro, non più due. Non ho altri fondi per potermi pagare gli ulteriori due anni di auto-contribuzione. Finito il periodo della mobilità, a 57 anni, vedo solo tre possibilità: o trovo un lavoro per i successivi quattro anni; o trovo i soldi per pagarmi l’auto-contribuzione (dove, come, quando?); o aspetto per i successivi dieci anni, senza reddito e senza lavoro, il raggiungimento dell’età anagrafica per poter accedere alla pensione. Beffa atroce e crudele: ho quasi 38 anni di contributi versati ma 47 anni di lavoro effettivo sulle spalle, figlio di questo Stato e del suo Sud che lo permetteva: ho cominciato a lavorare all’età di sette anni. Come raccontare alla signora Fornero, e alla casta tutta, delle mie lacrime di rabbia durante il suo accorato annuncio e della disperazione davanti al mio prossimo futuro?

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fonte ilfattoquotidiano.it

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MODENA – Nasce il supermercato per i disoccupati: lavoro in cambio della spesa gratis / FILM COMPLETO: Vivere senza soldi

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Nasce il supermercato per i disoccupati: lavoro in cambio della spesa gratis

Le famiglie avranno a disposizione in maniera totalmente gratuita una tessera e un tot di bollini per fare la spesa nell’arco di un anno. Nessuna carità: dovranno offrire in cambio aiuto almeno una volta a settimana

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di Martina Castigliani www.ilfattoquotidiano.it

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Che cosa c’è da mangiare oggi. Le paure del nuovo millennio si chiamano fare la spesa tutti i giorni e riuscire ad arrivare alla fine del mese. L’umiliazione di offrire un piatto vuoto ai figli di ritorno da scuola è il colpo più duro per i nuovi poveri d’Italia, quasi 4 milioni nel 2013. La soluzione l’hanno trovata in Emilia Romagna, a Modena, dove il Centro Servizi per il Volontariato inaugurerà a maggio l’Emporio Portobello, un supermercato per disoccupati e famiglie in difficoltà economica. Circa 450 i nuclei vulnerabili a cui si intende offrire il servizio: scelti in collaborazione con i servizi sociali in base al quoziente Isee, le famiglie avranno a disposizione in maniera totalmente gratuita una tessera e un tot di bollini per fare la spesa nell’arco di un anno. Nessuna carità: dovranno offrire in cambio il proprio lavoro almeno una volta a settimana.

Lo racconta Angelo Morselli, presidente del Centro per il Volontariato e portavoce di un nuovo welfare dove la parola d’ordine è dignità. “L’idea ci è venuta semplicemente ascoltando i problemi dei nostri concittadini. La situazione è allarmante”. Gli ultimi dati sono quelli di Confcommercio che racconta di un paese dove, dal 2006 al 2011, la crisi ha creato 615 nuovi poveri al giorno, a fronte di un tasso di disoccupazione dell’11,7%. Così Emporio Portobello vuole dare risposta ai nuovi poveri, cercando di offrire un’ancora di salvezza. “Crediamo molto in questo progetto – dice Morselli – e vogliamo si mantenga la dimensione dell’acquisto, nessuno regala niente, ma coinvolgiamo le persone in un progetto specifico. Noi vogliamo stringere un patto con gli utenti che accoglieremo nei nostri locali. Ci sono delle condizioni e sarà fondamentale per tutte le parti rispettarle”. La prima regola è essere disposti al cambio di stile di vita. “Portobello sarà composto da tre locali: magazzino, supermercato vero e proprio e un’area di incontro con le associazioni. Intendiamo instaurare con gli utenti un vero dialogo per cercare di assisterli in questa nuova fase di vita. Cambiare lo stile di consumo sarà uno dei primi obiettivi”. E la seconda clausola del patto tra l’Emporio e il cittadino prevede un aiuto concreto: “In cambio chiediamo a chi usufruirà del servizio, di venire almeno una volta a settimana a lavorare come volontario presso la struttura. È il segno concreto che non stiamo facendo nessuna carità, ma cerchiamo di coinvolgere direttamente gli utenti nel percorso di uscita dal disagio”.

A rendere possibile e realizzabile il progetto sono le tante associazioni di volontariato attive sul territorio di Modena e, come ci tiene a sottolineare Morselli, per la prima volta anche laiche. “Siamo abituati a vedere questo tipo di progetti legati solo al mondo del volontariato cattolico, ma in questo caso ci sono anche altre realtà vicine all’associazionismo civico”. Così si va dall’Associazione Porta Aperta Modena, Insieme in quartiere per la città, Arcisolidarietà, Forum delle associazioni familiari della provincia fino all’Associazione Papa Giovanni XXIII e tante altre. Ad essere coinvolta è però tutta la cittadinanza. Sul sito: PortobelloModena.it è possibile dare il proprio contributo. Tante le modalità: si può “donare una spesa”, ovvero fare una donazione di denaro oppure le aziende possono donare direttamente prodotti d’acquisto. Infine c’è un’intensa attività di reclutamento volontari alla voce “dona il tuo tempo”: si cercano studenti o semplici cittadini che per qualche ora a settimana possono dare una mano a gestire la struttura.

“Purtroppo – conclude Morselli – il nuove welfare dovrà passare per forza dal volontariato. Per le famiglie non si tratta più di non riuscire ad arrivare alla fine del mese, ma nemmeno alla terza settimana. Se mancano i fondi e gli aiuti a livello statale, bisogna che siano i cittadini a rimboccarsi le maniche”. Un’esperienza unica: “All’inizio le nostre ambizioni erano più ridimensionate, ma siamo sommersi di richieste prima ancora di cominciare e stiamo cercando di diventare un punto di coordinamento per la nascita di altre realtà sul territorio. Grazie all’aiuto dei tanti volontari locali abbiamo deciso di accettare la sfida”.

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fonte disinformazione.it

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FILM COMPLETO: Vivere senza soldi

Di

Molise e Sardegna regioni più colpite dalla stretta creditizia

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Molise e Sardegna regioni più colpite da stretta sul credito

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di Francesca Gerosa

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Le imprese di Molise e Sardegna sono le più colpite dalla stretta sul credito. Nelle due regioni, secondo quanto reso noto da Unioncamere citando dati Banca d’Italia e dell’istituto Tagliacarne, il calo dei finanziamenti è stato il doppio della media nazionale: -5% contro -2,5% nel periodo fra giugno 2011 e giugno 2012.

Ribassi consistenti, di pari passo con l’acuirsi della crisi, si sono verificati nell’area del nord est (-3,1%) e del nord ovest (-3,4%). Più disponibile alle esigenze del tessuto economico, invece, sembra essersi mostrato il sistema bancario al Mezzogiorno (-1,4%) e soprattutto al Centro (-1%).

Oltre al Molise e alla Sardegna, diverse regioni segnano una riduzione superiore alla media. Tra queste, il Friuli Venezia Giulia (-4%), il Veneto e la Calabria (-3,9%), la Lombardia (-3,5%). Sul fronte opposto, a registrare un aumento dei crediti concessi le imprese di Valle d’Aosta (+1,1%), Sicilia (+0,4%), Abruzzo (+0,3%) e Lazio (+0,1%). Complessivamente le imprese italiane hanno ottenuto 978 miliardi di euro invece dei 1.003 miliardi concessi nello stesso periodo dell’anno precedente.

Tendenza contraria per il credito alle famiglie, aumentato in termini medi dell’1,2% tra giugno 2011 e giugno 2012, con punte del +1,7% in Lombardia e solo due regioni (Basilicata, -1,4% e Valle d’Aosta -0,5%) che presentano flessioni. Incrementi sostenuti si sono verificati, anche in Molise (+1,4%) e in Piemonte (+1,3%).

Quanto al peso degli impieghi delle imprese sul totale risulta, in Italia, appena sopra il 50%, ma supera ampiamente il 60% in diverse regioni del centro-nord. Al primo posto per incidenza dei finanziamenti alle imprese si incontrano il Trentino Alto Adige (69,6%), seguito dalla Valle d’Aosta (63,7%), dall’Umbria (63,3%) e dall’Emilia Romagna (63,1%).

Da segnalare il dato dell’Abruzzo (61,4%), unica regione del Mezzogiorno in cui gli impieghi delle imprese raggiungono un’incidenza sul totale superiore al 60%. Molto modesto risulta il dato del Lazio (30%), influenzato dal peso predominante degli impieghi della pubblica amministrazione nella capitale.

Gli impieghi delle famiglie pesano invece mediamente per poco più di un quarto sul totale degli impieghi (26,1%), ma superano il 33% in tutte le regioni del Mezzogiorno, fatta eccezione per l’Abruzzo, dove si registra una netta prevalenza degli impieghi delle imprese.

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fonte milanofinanza.it

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RICORDO DI ENZO – Jannacci: «La poesia ci salverà dalla crisi eco-sentimentale» / AUDIO: L’ultimo saluto al suo pubblico

Una intervista di un paio di anni fa, tra le più belle, o forse la più bella, tra quelle che ho mai letto di Jannacci. Si dice ne abbia rilasciate più di 300 ma talmente surreali e inconcludenti (come scrisse qualcuno)  da non lasciare quasi traccia sul nastro…
E poi un brano di Enzo, struggente e… anticipatore. Cala il sipario sullo spettacolo della vita, la sua, ma che è anche un po’ la nostra…
Enzo non se n’è andato, è ancora qui, da qualche parte tra noi, col suo sorriso sbilenco e il suo grande autentico, umano, amore per gli ultimi… Tutti gli ultimi.

Grazie. Ti vogliamo bene.

mauro

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Foto ricordo

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Jannacci: «La poesia ci salverà dalla crisi eco-sentimentale»

Di Toni Jop

17 agosto 2011
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Che te ne sembra dell’Italia. Provare a chiederlo in giro, oggi, può essere rischioso. C’è qualcosa che va bene? Qualcosa che funziona? Qualcosa che promette positivo con decenti pezze d’appoggio? Così, devi sapere che ti azzardi a sfidare la ripetitività di una risposta piuttosto monotona: un presente avaro suggerisce instancabile “fai quello che stai facendo”, vai avanti senza porti troppe domande, sei tu il tuo scenario, la tua solitudine è la tua compagna. Dove sono i futuri radiosi, i soli dell’avvenire, una vita più dolce e più giusta? L’opportunità di iniziare questo rosario di punti di vista proprio da Enzo Jannacci, dallo “Scarp del tennis” più furente, pare una chance: perché Enzo, autore di una poetica surreale, aspro e forte nella critica sociale e politica da oltre mezzo secolo, quando picchia non lo batte nessuno. Dopo, si può solo, in teoria, risalire.
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Le ha viste tutte e le ha cantate. Gli eroi più scalcinati:da Vincenzina all’Armando, dal palo nella banda dell’Ortica che “ghe vedeva un accidènt” a Bobo che si innamorò di una lente a contatto, dal ragazzo padre arrestato per atti osceni perché trovato a dormire su una panchina avvinghiato a suo figlio grande, alla Balila mangiata a pezzi dalla famiglia di un operaio. La Milano più di ringhiera, la mala più innocente, l’esclusione più atroce e profetica di “Vengo anch’io, no tu no”. Tutta roba sua, personaggi e situazioni di un cielo immenso, raccontato con la testa e col cuore, con ironia e malinconia, lungo la curva sempre elastica di un surrealismo che non si congela mai in tecnologia drammaturgica.
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Enzo, ecco la verità: smentendo le attese mi piacerebbe dicessi che ciò che vedi di questo paese è bello e buono…
Dallo per fatto. Sono in quella condizione particolare che ti permette di assaporare ciò che di buono cova da sempre in Italia e tra gli italiani. E questo sapore batte il disgusto che ci affligge sovrano da troppo tempo…
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Grazie, e quale sarebbe il sapore che ti conquista?
Sento che l’Italia, nonostante l’orrore degli egoismi più cinici che ci tormentano da tempo può contare su una risorsa meravigliosa: la poesia…
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Stai usando parole antiche e così in disuso che chi le pronuncia può essere giudicato matto…
Sono sempre stato matto, se è per questo; ho sempre creduto a questa dote, solo che ci pensavo poco. Come se per decenni avessi creato e cantato personaggi pieni di poesia, senza rendermi pienamente conto che stavo portando a galla l’anima profonda di questo paese. Vedi, non erano invenzioni, erano persone vere, erano i poveri diavoli d’Italia. I poveri diavoli sono la parte migliore di questo paese, sono loro che lo salvano ogni volta che serve, loro che sono stati repressi, massacrati, esclusi. Questa condizione vale per tutta l’umanità, ma in Italia l’assenza di potere ha promosso un canto con ali poetiche, addirittura profetiche più dolci, struggenti, corali, forse perché la sua terra è ora dolce, ora aspra e struggente, come la sua storia.
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E allora, il blues? Non è poesia, quella, scaturita da una assenza di potere?
Giusto, ma ora ascolta: in Italia c’è una quantità enorme di gente che guarda all’altra gente con amore, con interesse, con disponibilità e tutta questa gente conta nulla, poco, troppo poco e nemmeno si vede, ma c’è, ci hanno impedito di vederla, di riconoscerla ma prova a girare nei quartieri periferici di Milano, negli immensi satelliti romani, a Napoli e vedrai quanto è ancora facile comunicare, ricevere un sorriso, poter contare sul loro aiuto. Non hanno visibilità perché la loro nullità, rispetto al successo, al denaro, al potere è considerata indecente. Questa indecenza è invece la più grande cassaforte d’Italia, una ricchezza che non va in Borsa e che tocca la religiosità di questo paese…
Ti stai avvicinando a un terreno che ha tenuto occupata anche la politica in anni passati…
Se vuoi. Non sto parlando di religioni o di devozioni bigotte e serve dei potenti di turno, ma del calore popolare di una preghiera, di un canto solidale di liberazione e di impegno che risale la storia di questo paese e che si accompagna alle sue sofferenze. Questa è la religiosità che mi convince, anche personalmente, soprattutto adesso che sono vecchio…
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Stai sovrapponendo Zavattini e i suoi “santi” laici al migliore cattolicesimo italiano e ai suoi santi-santi…
Esatto. E bada che quei santi sono gli stessi, alcuni hanno un nome, moltissimi altri no, ma sono sempre e solo gli ultimi, gli ultimi della terra e la “fede” è un aspetto forte della loro “resistenza” umana, non c’è contraddizione, non la vedo. Se poi, appunto, guardi la storia politica d’Italia nel dopoguerra, cos’è accaduto di diverso da questa sovrapposizione miracolosa tra la cultura social-comunista e quella cattolica non bigotta e non integralista? Mio padre era un socialista fin nelle ossa e mi ha insegnato tante cose, lo amo per questo: il senso della giustizia, dell’uguaglianza, della solidarietà, di un potere che nasce davvero dal basso, dalla comunione delle sofferenze, se vuoi da un linguaggio di classe che tuttavia apprende altri linguaggi senza rinnegare il suo, quello che le ha dato consapevolezza e organizzazione… la fede non confligge con tutto questo, non per me.
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Folgorato dalla fede?
Non proprio, è un percorso coerente, mi sembra, quello che ho seguito fin qui. Ad un certo punto ho visto le cose, ho dato loro un nome e mi stava bene. Il socialismo non sta in piedi senza amore e amore è un atto di fede nell’amore… ci devi credere anche se sembra un’idiozia visto che tutto ciò che appare testimonia la sua impossibilità. Dicono bene i ricchi: l’amore è roba da poveri, bisogna essere un po’ fessi e i poveri sono fessi. Quando dicono “fessi” bisogna tradurre “innocenti” e, purtroppo per chi ha il dané, anche la poesia è dei poveri, anche la profezia…
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Sarà così, ma per seguire fino in fondo questa strada bisogna accertare che in Italia sia tornata l’età dell’innocenza, dei tuoi “Scarp del tennis”, a livello di massa…
Ma non vedi che proprio quel che sta accadendo nei mercati finanziari di mezzo mondo fornisce un terreno certo a questa innocenza? Impoveriti, schiacciati nei bisogni primari, con una classe media esclusa dal consumo pregiato, si allargherà a vista d’occhio la macchia dei senza potere, degli “Scarp del tennis” segnati nell’anima da un “grande amore” passato, cioè gente che scoprirà nuova sensibilità sulla sua pelle e che quando morirà, come l’eroe della mia canzone, sembrerà “nisùn” sotto il “cartùn”. Sarà più povera ma sentirà di più, si commuoverà profondamente e forse ne nascerà una nuova civiltà. Qui in Italia, sì.
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(Caro Enzo, ti dedico questa strofa: “Ci basta una capanna per vivere e dormir, ci basta un po’ di terra per vivere e morir”, versi di Cesare Zavattini, da “Miracolo a Milano”, regìa di Vittorio De Sica).
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fonte unita.it
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Enzo Jannacci: l’ ultimo saluto al suo pubblico


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Pubblicato in data 30/mar/2013

Con questa canzone (Quando il sipario calerà) Jannacci chiude meravigliosamente la sua carriera e la sua vita.