Archivio | aprile 5, 2013

SUCCEDE A GROSSETO – Scuola: supplenti pagati a sorteggio “Non ci sono soldi per gli stipendi”

Studenti di una scuola superiore a lezione (Cristini)

Studenti di una scuola superiore a lezione (Cristini)

Scuola: supplenti pagati a sorteggio “Non ci sono soldi per gli stipendi”

Il caso che fa discutere in un liceo di Grosseto

La preside: “E’ assurdo ma siamo costretti a questo”. I sindacati: “Cinquecento precari della scuola potenzialmente a rischio stipendio”

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Grosseto, 5 aprile 2013 – Al liceo linguistico Antonio Rosmini di Grosseto è stato fatto un sorteggio per decidere quali supplenti riceveranno lo stipendio.

”Le scuole ricevono un budget che molto spesso non è sufficiente – ha spiegato in una conferenza stampa a Firenze Alessandro Rapezzi, segretario della Flc-Cgil Toscana – questo fa sì che non tutti i precari possano essere pagati contestualmente, e allora qualche scuola provocatoriamente, per richiamare l’attenzione sulla propria condizione, sta avanzando l’idea di fare un sorteggio”.

Così e successo al liceo Rosmini, per pagare la mensilità di febbraio a 11 docenti sarebbero serviti 12mila euro, ma il ministero ne ha erogati solo 5mila, sufficienti solo per cinque persone.

”I docenti sono stati messi in ordine alfabetico – ha spiegato Giovanni Scarano, dirigente amministrativo del liceo – è stata estratta una lettera, e abbiamo cominciato a pagare a partire da quella lettera. Tutto alla presenza delle Rsu della scuola, perchè fosse chiaro che non c’era nessuna forma di favoritismo”.  Gli altri sei docenti, ammette Scarano, non sono stati ancora pagati: ”Siamo in attesa che arrivino i fondi per pagare i residui di febbraio, ma ora scatta il mese di marzo”. La preside ha convocato i sindacati per spiegare la situazione. “E’ assurdo, ma siamo costretti a farlo -spiega la preside Gloria Lamioni- per colpa ritardi nell’assegnazione dei budget mensili per pagare gli insegnanti in sostituzione”.

La ragione del ritardo, secondo quanto sostenuto dalla Flc-Cgil, sta anche nei problemi legati alla sperimentazione di nuove procedure. ”A metà anno scolastico – ha spiegato Rapezzi – il ministero ha deciso di cambiare la procedura di erogazione dei fondi per il pagamento dei supplenti temporanei, quelli che sostituiscono il personale scolastico malato, con l’effetto che il sistema si è bloccato. Abbiamo situazioni dove il personale deve riscuotere 3-4 mesi in arretrato”.

“CINQUECENTO PRECARI NON SONO CERTI DELLO STIPENDIO”

Potenzialmente ci sono in questo momento 500 lavoratori che tutti i giorni vanno a lavorare senza avere
certezza del pagamento”. Lo ha detto Alessandro Rapezzi, segretario della Flc-Cgil Toscana, parlando della situazione dei supplenti nella scuola: il sindacato ha reso noto oggi a Firenze come stiano arrivando segnalazioni da scuole dove i precari devono ancora riscuotere le mensilita’ di febbraio, gennaio e dicembre.

Secondo i calcoli fatti dalla Cgil, le scuole toscane sono 499, con impiegati 42.327 docenti e 12.305 unita’ di personale Ata (Amministrativo, tecnico e ausiliare): in ogni scuola la media e’ di 85 docenti e 24 unita’ Ata. Ipotizzando due assenti al giorno per malattia, motivi di famiglia o altro, tutti i giorni ci sarebbero potenzialmente mille sostituzioni da fare, ma per il contenimento della spesa o l’occasionalita’ dell’assenza vengono nominati solo 500 supplenti.

C’e’ inoltre il problema, lamenta il sindacato, del blocco delle assunzioni per il personale Ata: ”Esiste un plotone di docenti – ha spiegato Rapezzi – messi fuori ruolo per motivi di salute, che il ministero ha deciso debba passare nei profili amministrativi”, e in Toscana sono 233 che andranno ad occupare i 104 posti Ata vacanti, con 129 unita’ in esubero. Di conseguenza, accusa la Flc-Cgil, circa 500-700 persone non hanno avuto la stabilizzazione del loro posto di lavoro.

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fonte lanazione.it

Istat, pressione fiscale da record. Nel 2012 le tasse toccano il 52%. Conti pubblici, migliora il deficit

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Istat, pressione fiscale da record
Nel 2012 le tasse toccano il 52%
Conti pubblici, migliora il deficit

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ROMA – La pressione fiscale vola e nel quarto trimestre del 2012 tocca il 52%, record assoluto, con un balzo di 1,5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La media annua si attesta al 44% (+1,4 punti sull’anno precedente). Lo rileva l’Istat nel conto economico trimestrale della P.a.

La Uil commenta i dati Istat: «La pressione fiscale sta soffocando il Paese». In aumento le ore di cassa integrazione autorizzate dall’Inps: a marzo sono state 97 milioni, pari a +22,4% su febbraio e un calo del 2,8% su marzo 2012. Nei primi tre mesi dell’anno sono state autorizzati 265 milioni di ore di cig (+11,98% sul primo trimestre 2012) nonostante il calo per la cassa in deroga.

Conti pubblici. Nel quarto trimestre del 2012 il deficit pubblico è migliorato, con un rapporto tra indebitamento netto e Pil pari all’1,4%, in calo di 1,2 punti percentuali su base annua. Il rapporto è così quasi dimezzato. Si tratta del livello più basso, in base a confronti annui, dal quarto trimestre 2002. Nell’anno 2012, in termini di incidenza sul Pil, il saldo primario positivo è stato pari al 2,5%, in miglioramento di 1,3 punti percentuali rispetto al 2011. Lo rileva l’Istat.

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Messaggero TV

Istat: in Italia oltre 8 milioni di poveri

Abruzzo/Terremoto L’Aquila, 1460 giorni dopo: ricostruzione ferma. Città sventrata come il 6 aprile

A 4 ANNI DAL SISMA, LA RINASCITA DELL’AQUILA E’ ANCORA UN MIRAGGIO

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Pubblicato in data 01/apr/2013

Mancano i fondi per ricostruire il centro storico e il sindaco Cialente per sabato, quando verranno ricordate le 308 vittime, annuncia una clamorosa provocazione. Servizio di Antonella Galli.

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Abruzzo/Terremoto L’Aquila, 1460 giorni dopo: ricostruzione ferma. Città sventrata come il 6 aprile

Quattro anni fa il terremoto che ha cambiato la storia di tutta la regione

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L’AQUILA. Il quarto anniversario del terremoto del 6 aprile del 2009 fa apparire la situazione ancora ingarbugliata, labirintica, ai limiti dell’assurdo, con una ricostruzione “pesante” ferma al palo.

Dopo 309 vittime, 2000 feriti, 56 centri storici distrutti o semidistrutti fra cui quello dell’Aquila che e’ fra i piu’ grandi d’Italia poco o nulla è cambiato.
La città è ancora distrutta, gli aquilani hanno perso le speranze. La terra in questi anni ha continuato a tremare. L’ultima scossa questa mattina (ore 9.40, magnitudo 2.4), segnale che lo sciame sismico non si è mai arrestato.

Dopo il terremoto tutta la citta’, le sue 64 frazioni e i borghi del circondario furono evacuati e le abitazioni dichiarate inagibili. Centomila sfollati trovarono rifugio in 170 tendopoli, negli alberghi della costa abruzzese, in affitti concordati, in autonoma sistemazione. Gli edifici, a seconda della gravita’ del danno furono classificati A (danni lievissimi), B e C (edifici temporaneamente o parzialmente inagibili), E (inagibili che richiedono interventi strutturali o addirittura ricostruzione ex novo come accadra’ in tantissimi casi nei centri storici). Dopo quattro anni chi risiedeva in periferia ed alloggiava in abitazioni classificate A, B, C, sono praticamente rientrati. Per quanto riguarda le case E va fatta una distinzione fra quelle della periferia cittadina (la stima parla di migliaia di pratiche) e quelle del centro storico del capoluogo (piu’ di 15 mila). Nella periferia a macchia di leopardo si vedono cantieri in via di ultimazione, ma ancora molti sono quelli che devono partire. A questi numeri vanno aggiunti quelli degli edifici dei centri storici nei Comuni del cratere. Il blocco totale riguarda invece il centro storico dell’Aquila, delle frazioni e degli altri borghi.

PUNTELLAMENTI E NIENT’ALTRO
In quattro anni si sono fatti solo puntellamenti (diversi dei quali da rivedere) che per L’Aquila sono costati circa 250 milioni di euro. Ma nonostante i Piani di ricostruzione (a partire da quello dell’Aquila) e delle frazioni sino stati approvati, l’assessore alla Ricostruzione al Comune dell’Aquila, Pietro Di Stefano, a febbraio di quest’anno ha tuonato dicendo che «i soldi non ci sono. Sono finiti i due miliardi di euro stanziati e adesso si naviga a vista».

Nel giorno del quarto anniversario del sisma il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, appare tutt’altro che ottimista per il post terremoto: «il clima di scoramento, di sfiducia, di rabbia – afferma – purtroppo sta coinvolgendo sempre piu’ persone, soprattutto i giovani, che stanno cominciando ad arrendersi e ad andare via. Vivere all’Aquila e’ troppo difficile, posso chiedere alla gente il sacrificio di crederci e di avere fiducia, solo se possiamo vedere parte del centro e delle frazioni ricostruite entro il 2015; se invece diro’ che si finira’ per il 2024 tutti andranno via e L’Aquila nel 2018 fara’ 35-40 mila abitanti».

LE NEW TOWN
A L’Aquila, a 4 anni dal devastante sisma, gran parte della popolazione continua a vivere nelle 19 new town lasciate a deteriorarsi perche’ senza alcuna manutenzione e per di piu’ con l’incubo incolumita’ dopo le recenti inchieste penali sulla realizzazione delle abitazioni provvisorie del progetto “Case” ma anche dei moduli abitativi provvisori (Map) per i quali i consulenti della Procura hanno accertato l’utilizzo di materiali non idonei e in taluni casi scadenti. Sotto il profilo dell’attivita’ giudiziaria, il 2012 (sentenza del 22 ottobre) e’stato segnato dalla condanna a sei anni di reclusione, per i sette scienziati della Commissione Grandi Rischi, che si riuni’ all’Aquila, una settimana prima dei tragici accadimenti.

STANOTTE, ORE 3.32
Il momento clou delle varie iniziative in ricordo delle vittime resta la Fiaccolata della Memoria, caratterizzata quest’anno da un percorso piu’ breve ed un inizio anticipato (alle 22). Ritrovo in via XX Settembre, incrocio stazione ferroviaria, successiva sosta nello stabile distrutto della Casa dello studente e arrivo a mezzanotte in Piazza Duomo. Qui sara’ celebrata la Santa Messa presieduta dall’arcivescovo metropolita monsignor Giuseppe Molinari, in suffragio delle 309 vittime del terremoto, con la lettura dei nomi durante la Preghiera Eucaristica, animata dalla Pastorale Giovanile Diocesana. Successivamente si svolgera’ la veglia di Preghiera aspettando le 3.32 (ora dela scossa di magnitudo 6.3) presieduta dal vescovo ausiliare monsignor Giovanni D’Ercole, animata dai giovani del Gruppo della Tendopoli di San Gabriele della Parrocchia di San Giovanni Battista in Pile. Alle 3.32 i rintocchi della campana ricorderanno le vittime del sisma. Sabato 6 aprile, alle ore 11.30 si svolgera’ un’altra Messa presieduta sempre da Molinari in suffragio delle vittime. Infine “Ricostruiamo la legalita’…partendo dall’Aquila”, e’ il tema di una giornata di studi organizzata per sabato 6 aprile dalla sezione abruzzese dell’Anm (Associazione nazionale magistrati) e dall’associazione Libera, con il patrocinio del Comune dell’Aquila. Tra gli invitati al convegno pubblico, in programma a partire dalle 9 nell’Auditorium del Parco del Castello, il Presidente del Senato, Pietro Grasso. Con lui presenti anche don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera che si batte contro i soprusi di tutte le mafie, il magistrato Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica di Roma e i giornalisti Gian Antonio Stella e Carlo Bonini. Il programma della giornata, che si articola in vari momenti, avra’ come filone comune la situazione dell’Aquila nel post-terremoto letta attraverso la lente d’ingrandimento rappresentata dall’azione di contrasto a ogni forma di criminalita’, organizzata e non.

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fonte primadanoi.it

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CIVITANOVA MARCHE – Moglie e marito suicidi per la crisi. E il fratello di lei si getta in mare

L’esterno delll’abitazione di via Calatafimi dove si è consumato il duplice suicidio a Civitanova Marche

Moglie e marito suicidi per la crisi
E il fratello di lei si getta in mare

La tragedia a Civitanova Marche. Lui, 62 anni, era esodato. Lei, 68, prendeva 400-500 euro di pensione. “Non avevano più i soldi per l’affitto”. A poche ore dalla morte della coppia anche il parente si toglie la vita

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Civitanova Marche

La crisi che morde, i soldi che mancano e l’affitto che diventa un problema. Una coppia di coniugi si è uccisa oggi a Civitanova Marche per difficoltà economiche. Romeo Dionisi, 62 anni, e la moglie Annamaria Sopranzi, di 68, si sono impiccati: i corpi sono stati trovati dai vicini di casa, che hanno subito avvisato i carabinieri. L’uomo era un esodato, la moglie aveva una modestissima pensione.

Appresa la notizia, anche il fratello della donna si è tolto la vita. Il corpo dell’uomo è stato ripescato nelle acque antistanti il molo sud del porto di Civitanova: anche lui è un pensionato, 73 anni, con un passato da opraio nel settore calzaturiero. Viveva nell’abitazione adiacente a quella della coppia. Secondo quanto si è appreso, quando l’uomo è arrivato sul luogo del duplice suicidio, non avrebbe retto al dolore. Si è così diretto al porto, che dista meno di un chilometro dalla sua abitazione, e si è gettato in mare. Il suo corpo è stato notato da alcuni pescatori, che hanno allertato i vigili del fuoco e il pronto soccorso. Intorno alle 11, è stato recuperato ma ogni tentativo di rianimarlo è risultato vano.

I coniugi suicidi non avevano neppure i soldi per pagare l’affitto. Abitavano in un appartamento in via Calatafimi. Secondo quanto hanno potuto ricostruire sinora i carabinieri, diretti dal capitano Domenico Candelli, l’uomo aveva lavorato come impiegato in una ditta calzaturiera, e non aveva trattamento pensionistico. La donna, invece, era un’artigiana in pensione. Prendeva circa 500 euro al mese. La coppia non aveva figli, e i parenti più prossimi non sono stati ancora rintracciati. Dalle prime testimonianze raccolte, sembra che la coppia non riuscisse a tirare avanti, avendo come unica fonte di reddito la piccola pensione della moglie. Il doppio suicidio risalirebbe a questa mattina, o alla tarda serata di ieri. È stato scoperto stamane intorno alle 8 dai vicini che hanno trovato aperta la porta del garage. I sanitari del 118, intervenuti sul posto, non hanno potuto far altro che constatare il decesso. Ancora non si sa se i due abbiamo lasciato un biglietto per spiegare i motivi del gesto.

I due coniugi hanno lasciato un biglietto in cui chiedono perdono per il loro gesto e indicano il luogo, uno stanzino sul retro del palazzo, in cui trovare i loro corpi. Il biglietto, sul quale i coniugi avrebbero anche lasciato il numero di cellulare della sorella di lei, era stato appoggiato accanto a un’auto, nel garage, in modo da essere visto. La coppia abitava nello stesso palazzo del presidente del consiglio comunale di Civitanova Marche, Ivo Costamagna, che di recente aveva parlato con loro e li aveva invitati in Comune per parlare con i servizi sociali, ma i coniugi gli avevano riposto che non lo avrebbero fatto perché si vergognavano. Dionisi, si è appreso, era disoccupato, dopo aver lavorato in una ditta edile di Napoli che aveva chiuso, e non riusciva a versare i contributi previdenziali obbligatori. Sembra anche che dovesse riscuotere dei soldi dalla ditta, che però non arrivavano.

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fonte lastampa.it

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DENUNCIA DI AMNESTY INTERNATIONAL – Condannato a essere reso paralitico. Sentenza choc in Arabia Saudita

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Saudi Arabia Sentences Man To Be Paralyzed

LA DENUNCIA DI AMNESTY INTERNATIONAL

Condannato a essere reso paralitico
Sentenza choc in Arabia Saudita

Dieci anni fa accoltellò un amico rendendolo paraplegico. Adesso subirà la stessa sorte se non pagherà il risarcimento

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Un tribunale dell’Arabia Saudita ha condannato un uomo a «essere reso paralitico se non pagherà un milione di riyal sauditi (circa 270mila dollari) di risarcimento». Lo denuncia Amnesty International, rivolgendo un appello al Paese e al mondo intero perché fermi la condanna emessa il 2 aprile scorso sulla base. La sentenza si basa sulla legge del taglione: nel 2003, all’età di 14 anni, Ali al-Khawahir aveva infatti accoltellato un suo amico, che era rimasto paralizzato agli arti inferiori. Adesso, dopo dieci anni, una corte di Al-Ahsa ha stabilito che il «colpevole dovrà subire la medesima sorte» se non riuscirà a reperire la somma richiesta. Una durissima condanna alla sentenza arriva anche dalla Gran Bretagna: «Siamo fortemente preoccupati per questa decisione», ha detto un portavoce del ministero degli Esteri britannico, che ha parlato di fatto «grottesco» e pena «proibita dalla leggi internazionali».

«PENE SIMILI A TORTURA» Amnesty afferma di essere a conoscenza di un’altra sentenza simile, emessa nel 2010, ma che non risulta essere stata eseguita. Le leggi dell’Arabia Saudita – continua l’ong – prevedono un’ampia gamma di pene rientranti nell’ambito delle punizioni corporali. La fustigazione è prevista obbligatoriamente per numerosi reati e può essere inflitta dal giudice, a sua discrezione, come pena alternativa o aggiuntiva al carcere. L’amputazione, invece, è prevista per i reati di furto (taglio della mano destra) e rapina in autostrada (taglio della mano destra e del piede sinistro). Nell’ambito delle pene retributive – riporta ancora l’organizzazione – alcuni imputati sono stati condannati all’estrazione degli occhi o dei denti, oltre che a morte. «Amnesty International continua a chiedere l’abolizione di queste pene crudeli e illegali»», simili alla «tortura».

Redazione Online

4 aprile 2013 | 18:29

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fonte corriere.it

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NEW YORK – Paghe da fame, sciopero nei fast-food / VIDEO: Hundreds of New York fast food workers go on strike over pay

USNewsWorldUSNewsWorld

Pubblicato in data 04/apr/2013

Centinaia di lavoratori di fast food di New York sono scesi in sciopero il Giovedi nel più grande tale azione che abbia mai colpito deliberatamente bassi salari industrie.

Gli organizzatori della protesta per la stima che circa 400 lavoratori fuori o stare lontano da loro posti di lavoro in tutta la città in una mossa studiata per influenzare almeno 70 ristoranti di grandi catene come McDonalds, Wendy, KFC, Burger King e Pizza Domino.

I lavoratori chiedevano un salario di 15 dollari l’ora, e il diritto di organizzare senza paura di ritorsioni o intimidazioni. Ne consegue proteste precedenti a New York nel novembre dello scorso anno, quando 200 lavoratori hanno scioperato.

In una manifestazione al di fuori del Pizza Domino a Brooklyn, un gruppo di circa 30 lavoratori e sostenitori detenuti segni: “Meritiamo meglio pagare”, e cantato il salario minimo di $ 7,25 non era sufficiente per vivere. Gregory Reynoso, 26 anni, in piedi davanti al ristorante – dove lavora – e ha detto che era difficile far quadrare il bilancio su un basso salario.

“E ‘impossibile. Ho un bambino e ho una moglie. Per noi, è impossibile sopravvivere. Abbiamo meritato più lavoro”, ha detto.

Scene simili giocate in decine di siti in tutta la città in gruppi di protesta e picchetti formate fuori del ristorante nell’East Village, Brooklyn, i paesi Midtown, Harlem e altri.

Jonathan Westin, direttore della campagna di fast food in avanti, ha detto che vi è una necessità urgente di aumentare i salari nel fast-food, in cui molti lavoratori messi in lunghe ore sul salario minimo, e quindi sono rimasti in condizioni di povertà. Ci sono circa 50.000 lavoratori del fast food di New York, che, secondo gli organizzatori, guadagnano tra $ 10.000 e $ 18.000 di un anno – il che rende difficile ottenere, in una città nota per i suoi altissimi affitti e prezzi elevati. “Non possono pagare l’affitto. Questo è esattamente i capi opposti delle aziende per cui lavorano per guadagnare enormi profitti,” ha detto.

Westin ha detto che era il secondo colpo è stato finalizzato alla costruzione, al momento della prima protesta, che in precedenza era il più grande evento per entrare nel settore. Si tratta di una protesta aggiunto al già intenso dibattito nei media a causa di un aumento bassi salari economia in America, mentre l’economia fatica a riprendersi.

Westin ha detto che alcuni lavoratori a New York ristoranti fast-food sono stati avvertiti i loro leader non di partecipare a qualsiasi ulteriore azione. “Le aziende sanno che le organizzazioni dei lavoratori. Hanno detto che non hanno bisogno di agire e c’è la possibilità che possano essere licenziato,” Westin ha detto.

Tuttavia, questo non ha scoraggiato i lavoratori come Naquasia Legrand, 21 anni, dipendente di Brooklyn-nato da KFC. Legrand ha detto che era a malapena in grado di fare abbastanza per tirare avanti, come il suo stipendio era così basso. “Bisogna decidere se nutrire la loro famiglia, o Metrocard in modo da poter andare a lavorare. Oppure è possibile scegliere tra pagare l’affitto o l’alimentazione del bambino”, ha detto.

Legrand, che ha anche preso parte alla campagna nel mese di novembre dello scorso anno, ha insistito che non aveva paura del suo datore di lavoro per rappresaglia piedi al lavoro. “Abbiamo il diritto di farlo. Se succede qualcosa, saremo tornati per vendicarsi”, ha aggiunto.

Fast food è un tentativo di colpire l’ultima dei diritti dei lavoratori, gruppi target a bassa retribuzione parte dell’economia americana. Sulla scia della crisi, molti posti di lavoro sono stati creati negli Stati Uniti, i salari bassi. In realtà, i fast food sono stati aggiunti i lavori di più di due volte più veloce rispetto alla media per il resto dell’economia, perché la ripresa è iniziata nel giugno 2009. Lo scorso anno ha visto anche un’ondata di scioperi ha colpito la vendita al dettaglio gigante Wal-Mart.

Gli organizzatori dicono che il boom dei lavoratori a basso salario e danneggiare l’economia contribuisce alla disuguaglianza. Dicono anche che molti di questi lavoratori a basso salario nei ristoranti possono beneficiare di aiuti di Stato, come ad esempio i buoni pasto, e così il governo efficace sovvenzionare i lavoratori nelle grandi aziende. “Le aziende stanno costruendo un basso reddito dell’economia. È l’economia che abbiamo, ma abbiamo bisogno di sollevare tali persone dalla povertà”, ha detto Westin.

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A New York

Paghe da fame, sciopero nei fast-food

In agitazione centinaia di dipendenti delle catene più importanti: McDonald’s, Burger King, Domino’s Pizza

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Paghe da fame, sotto la soglia della povertà. Ecco perchè gli addetti dei fast food di New York (cassieri e cuochi) hanno scioperato giovedì 4. Ad incrociare le braccia sono stati centinaia di dipendenti dei marchi più importanti: McDonald’s, Burger King, Domino’s Pizza, Wendy’s and Yum Inc’, KFC e Taco Bell. L’agitazione, convocata da una organizzazione chiamata Fast Food Forward che si batte per migliorare le condizioni di lavoro della fascia più bassa della ristorazione della «Grande mela», ha coinciso con l’anniversario dell’assassinio di Martin Luther King. «È una battaglia per la dignità dei lavoratori», ha detto Jonathan Westin della New York Communities for Change, uno degli sponsor dello sciopero. Il padre dei diritti civili fu ucciso 45 anni fa a Memphis dove si era recato per appoggiare una protesta di netturbini sottopagati.

8 DOLLARI l’ORA – A New York lavorano nei fast food 50mila persone: la maggior parte non arriva a salari di otto, nove dollari l’ora, pari a stipendi annuali di meno di 18mila dollari, ai limiti della povertà. Lo sciopero, culminato in una marcia a Harlem, è il secondo in pochi mesi: un altro fu organizzato a novembre e stavolta in sostegno dell’iniziativa sono intervenute numerose organizzazioni religiose.

Brooklyn, la protesta davanti un fast-food della catena Wendy'sBrooklyn, la protesta davanti un fast-food della catena Wendy’s

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LAUREA ALLA CASSA – Per male che stiano gli scioperanti di New York, sono fortunati ad avere un lavoro. In Massachusetts per essere assunti alla cassa in una filiale di McDonald’s è richiesta la laurea. In un inquietante esempio di come sia diventato competitivo per i giovani il mercato del lavoro un fast food di Winchedon ha messo una inserzione per un posto di cassiere a tempo pieno insistendo che facciano domanda solo ragazzi che hanno finito il college, possibilmente con uno o due anni di esperienza.

L’ANNUNCIO – Nell’annuncio, scoperto dal sito jobdiagnosis.com, il McDonald’s si dice in caccia di «gente amichevole col sorriso sulle labbra e capace di servire molti clienti ogni giorno». E anche in questo caso non si naviga nell’oro: il salario promesso per un posto dichiaratamente di management è di dieci dollari all’ora, poco più di quanto pagato ai dipendenti che rivoltano i Big Mac.
Redazione Online

4 aprile 2013 (modifica il 5 aprile 2013)

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fonte corriere.it

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Tangenti sulla sanità lombarda: “Il grande capo era Formigoni”

Tangenti sulla sanità lombarda: "Il grande capo era Formigoni"
Il senatore pdl Roberto Formigoni

Tangenti sulla sanità lombarda: “Il grande capo era Formigoni”

L’imprenditore Giuseppe Lo Presti, arrestato nell’inchiesta sugli appalti truccati, confessa la corruzione nei confronti di Guarischi, già consigliere regionale di Forza Italia. E cita espressamente l’ex governatore

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di DAVIDE CARLUCCI

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Non parlavano di Toro Seduto e nemmeno del saggio pellerossa reso celebre dai comici Lillo e Greg. Il Grande Capo di cui parlava nelle intercettazioni telefoniche l’imprenditore Giuseppe Lo Presti era Roberto Formigoni. Il titolare della Hermex Italia arrestato dalla Dia scioglie l’enigma nel verbale dell’interrogatorio del 25 marzo davanti al pm Claudio Gittardi, confessando la corruzione nei confronti di Gianluca Guarischi, ex consigliere di Forza Italia e «amico personale» del senatore pdl già governatore della Regione Lombardia.

IL GRANDE CAPO. Gittardi sottopone a Lo Presti un’intercettazione del 16 febbraio 2012 con un medico dell’Istituto Tumori. L’imprenditore lo informa che «è partita l’operazione» che riguarda l’istituto — la fornitura dell’acceleratore lineare “Vero” finanziata dalla Regione — e dice di aver «parlato direttamente con “il grande capo”». Il pm chiede di spiegare: «Ho esagerato — dice Lo Presti — È evidente che con il grande capo ci aveva parlato Guarischi». Incalzato, il manager conferma che Guarischi «mi aveva confermato che era in via di emanazione il finanziamento per l’acquisto del Vero all’Istituto Tumori» ma resta sul vago: «Suppongo che queste informazioni le avesse ricevute o dall’assessorato alla Sanità o addirittura dalla presidenza della giunta regionale e quindi dalle persone fisiche Lucchina (Carlo, ex direttore generale della Sanità), Bresciani (Luciano ex assessore alla Sanità) o Formigoni». Il «grande capo» ritorna il 2 agosto in un’altra conversazione di Lo Presti con il figlio Massimiliano: «Intendevo Formigoni», chiarisce il padre.

LE TANGENTI A GUARISCHI. Quattro pagine dei verbali sono coperte da omissis: il resto delle rivelazioni di Lo Presti è segreto. Non le modalità della corruzione nei confronti di Guarischi, cerimoniere delle vacanze di Formigoni come Piero Daccò. «Ho consegnato a Guarischi una somma superiore a quella che mi è stata contestata… «, rivela Lo Presti, che spiega a cosa servissero quei soldi: «Guarischi mi disse che aveva entrature politiche in Regione e che la somma era necessaria per ottenere e velocizzare i finanziamenti dalla Regione».

«STANNO TUTTI BENE». Ecco la spiegazione di due strane telefonate. È il 26 luglio. Il giorno prima, Guarischi, dopo aver ricevuto una tranche da 85mila euro della mazzetta da 320mila di Lo Presti, chiede un incontro con Formigoni al Pirellone, dove si reca fisicamente. L’indomani Lo Presti chiede con insistenza a Guarischi se a casa «stanno tutti bene» e l’ex consigliere gli risponde di sì. Lo Presti riferisce il contenuto della conversazione al figlio Gianluca — assistito dall’avvocato Giuseppe Lucibello, da ieri è ai domiciliari — rassicurandolo sulle “buone condizioni di salute” della famiglia Guarischi. In realtà, ammette il 20 marzo Lo Presti ai pm Gittardi e Antonio D’Alessio, «io chiedevo in modo allusivo a Guarischi se le persone che avevano ricevuto la somma di denaro che io avevo fatto pervenire a Guarischi fossero contente della disponibilità di tale somma e se Guarischi l’avesse effettivamente consegnata. Io però non conoscevo i nominativi di tali persone».

«CONTRAENTE DEBOLE». I pm stanno stringendo sugli altri beneficiari delle mazzette. «L’entità di tale somma (320mila) non è compatibile con una destinazione riferita solo a Guarischi», fanno notare a Lo Presti, che risponde: «Non so precisare a quali pubblici ufficiali Guarischi versasse questo denaro… mi disse che aveva delle spese e che tra queste erano anche compresi i versamenti a pubblici ufficiali». Anche per questo, «le richieste di denaro da parte di Guarischi» — partito con una retribuzione di 5mila euro al mese e arrivato a 12mila a gennaio — «erano continue» ed erano «così esose che alla fine pensavo che attraverso una partecipazione societaria potessi limitare l’esborso di denaro. Io ero un contraente debole rispetto a lui e quindi, nonostante questi pagamenti fossero un grande sforzo economico, era l’unico modo per conseguire le forniture». (05 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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PD- La rabbia del segretario “Matteo teme il mio successo”

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La rabbia del segretario
“Matteo teme il mio successo”

Lo sfogo con i fedelissimi: ha paura che riesca a formare un esecutivo

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di Federico Geremicca
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Roma

Pier Luigi Bersani non potrebbe mai dirlo così: ma tra le mille dichiarazioni di ieri, c’è ne è una che sottoscriverebbe a occhi chiusi. «Sarà anche vero che uno deve fare il deputato al massimo quindici anni, ma è altrettanto vero che uno non può rompere le palle per venti. Era ancora studente, e da delegato giovanile della Dc già voleva rottamare Forlani…». Destinatario dell’invettiva, Matteo Renzi, naturalmente. Mittente Gianfranco Rotondi, ex ministro berlusconiano ed ex democristiano non pentito: a riprova che, nei momenti caldi, non c’è carità cristiana che tenga…

E non c’è nemmeno bisogno di spiegare, naturalmente, perchè quello in corso sia – appunto – un momento caldo, a prescindere e già prima del rumoroso ritorno in campo di Matteo Renzi: che certo non ha raffreddato il clima. La linea “o intesa con Berlusconi o voto” proposta dal sindaco di Firenze ha spaccato orizzontalmente il Pd, raccogliendo consensi e dissensi del tutto trasversali. E ha fortemente allarmato il quartier generale bersaniano, consapevole che la prima parte della linea-Renzi (bisogna trattare con Berlusconi) raccoglie consensi crescenti, di fronte al pantano nel quale è finito il tentativo del pre-incaricato Bersani.

Il segretario ha una sua chiave di lettura per l’improvviso affondo di Renzi: «Credo cominci ad aver paura – ha spiegato ai suoi fedelissimi che io riesca a fare un governo: e che magari duri due anni, lui si brucia e perde la chanche». La possibilità che il suo tentativo – fino ad ora fermo al palo – possa invece concludersi con un successo, Bersani la affida a due fattori: la Lega è molto interessata alla nascita di un esecutivo – ha confidato il leader pd – e con un nuovo Presidente in grado di sciogliere le Camere, vedrete che molte delle posizioni in campo cambieranno., ha concluso. Interpretazioni e affermazioni che paiono lasciar trapelare un certo ottimismo, almeno per quel che riguarda la formazione di un governo. Ottimismo che nella giornata di ieri, però, è stato bilanciato dalla preoccupazione per la sortita di Matteo Renzi.

Ed è nata precisamente da qui la decisione di ricominciare a sondare gli umori nel Pd, per capire cosa e quanto sia cambiato in questi quaranta giorni di dopo-voto e se il segretario disponga ancora di una maggioranza nel partito. La ricognizione è stata affidata a Maurizio Migliavacca che ieri ha cominciato a riprendere i contatti con le diverse correnti del Pd per capire l’aria che tira. E non tira una buonissima aria, come era del resto prevedibile dopo settimane in cui ogni decisione, anche le più delicate, il segretario l’ha assunta in solitudine – questa è la contestazione – o nel ristretto cerchio emiliano (il prima temuto e poi quasi irriso “tortello magico”). Ieri, per esempio, uno dei leader dei giovani turchi – Matteo Orfini – contestava perfino la decisione di soprassedere all’insediamento delle Commissioni parlamentari: «Chi l’ha deciso? E dove, e perchè? Così regaliamo voti ai grillini, che giustamente dicono che in Parlamento si guadagna troppo e non si lavora».

La sensazione che alcuni hanno ricavato dagli incontri di Migliavacca è però che Bersani intenda tirar dritto per la sua strada e riprovare, a Presidente della Repubblica eletto, a far passare la sua idea di un “governo del cambiamento” che parta grazie alla benevolenza di Berlusconi e si guadagni la sopravvivenza provvedimento per provvedimento. Molti – da D’Alema a Bindi, da Veltroni a Finocchiaro – non sono più d’accordo (alcuni non lo sono stati dall’inizio) con l’insistenza del segretario: e temono che, pur di riuscire, Bersani «sia disposto se non a tutto, a quasi tutto». Per esempio, ad una intesa (uno scambio) con Berlusconi: lascia che il mio governo parta e eleggiamo assieme un nuovo Presidente che stia bene anche a te.

Berlusconi e Bersani si vedranno a giorni: ed è quella l’occasione di un possibile patto che affronti assieme i rebus di Quirinale e governo. E’ per questo che nel Pd molti ipotizzano che l’affondo di Renzi sia nato da qui, dal sospetto di un possibile accordo tra i due leader che tagli fuori proprio lui. In fondo, se il sindaco di Firenze è un bel problema per Bersani, certo non è un buon affare per Berlusconi, inquieto all’idea di ritrovarselo in campo come sfidante alle elezioni. «Il Cavaliere mi fa sempre tanti complimenti – raccontava Renzi un paio di giorni fa ad un amico – ma lo fa perchè sa che contro di me perde sicuro. È per questo che non mi fido». Né dell’uno né dell’altro, si potrebbe dire.

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fonte lastampa.it

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