PD- La rabbia del segretario “Matteo teme il mio successo”

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La rabbia del segretario
“Matteo teme il mio successo”

Lo sfogo con i fedelissimi: ha paura che riesca a formare un esecutivo

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di Federico Geremicca
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Roma

Pier Luigi Bersani non potrebbe mai dirlo così: ma tra le mille dichiarazioni di ieri, c’è ne è una che sottoscriverebbe a occhi chiusi. «Sarà anche vero che uno deve fare il deputato al massimo quindici anni, ma è altrettanto vero che uno non può rompere le palle per venti. Era ancora studente, e da delegato giovanile della Dc già voleva rottamare Forlani…». Destinatario dell’invettiva, Matteo Renzi, naturalmente. Mittente Gianfranco Rotondi, ex ministro berlusconiano ed ex democristiano non pentito: a riprova che, nei momenti caldi, non c’è carità cristiana che tenga…

E non c’è nemmeno bisogno di spiegare, naturalmente, perchè quello in corso sia – appunto – un momento caldo, a prescindere e già prima del rumoroso ritorno in campo di Matteo Renzi: che certo non ha raffreddato il clima. La linea “o intesa con Berlusconi o voto” proposta dal sindaco di Firenze ha spaccato orizzontalmente il Pd, raccogliendo consensi e dissensi del tutto trasversali. E ha fortemente allarmato il quartier generale bersaniano, consapevole che la prima parte della linea-Renzi (bisogna trattare con Berlusconi) raccoglie consensi crescenti, di fronte al pantano nel quale è finito il tentativo del pre-incaricato Bersani.

Il segretario ha una sua chiave di lettura per l’improvviso affondo di Renzi: «Credo cominci ad aver paura – ha spiegato ai suoi fedelissimi che io riesca a fare un governo: e che magari duri due anni, lui si brucia e perde la chanche». La possibilità che il suo tentativo – fino ad ora fermo al palo – possa invece concludersi con un successo, Bersani la affida a due fattori: la Lega è molto interessata alla nascita di un esecutivo – ha confidato il leader pd – e con un nuovo Presidente in grado di sciogliere le Camere, vedrete che molte delle posizioni in campo cambieranno., ha concluso. Interpretazioni e affermazioni che paiono lasciar trapelare un certo ottimismo, almeno per quel che riguarda la formazione di un governo. Ottimismo che nella giornata di ieri, però, è stato bilanciato dalla preoccupazione per la sortita di Matteo Renzi.

Ed è nata precisamente da qui la decisione di ricominciare a sondare gli umori nel Pd, per capire cosa e quanto sia cambiato in questi quaranta giorni di dopo-voto e se il segretario disponga ancora di una maggioranza nel partito. La ricognizione è stata affidata a Maurizio Migliavacca che ieri ha cominciato a riprendere i contatti con le diverse correnti del Pd per capire l’aria che tira. E non tira una buonissima aria, come era del resto prevedibile dopo settimane in cui ogni decisione, anche le più delicate, il segretario l’ha assunta in solitudine – questa è la contestazione – o nel ristretto cerchio emiliano (il prima temuto e poi quasi irriso “tortello magico”). Ieri, per esempio, uno dei leader dei giovani turchi – Matteo Orfini – contestava perfino la decisione di soprassedere all’insediamento delle Commissioni parlamentari: «Chi l’ha deciso? E dove, e perchè? Così regaliamo voti ai grillini, che giustamente dicono che in Parlamento si guadagna troppo e non si lavora».

La sensazione che alcuni hanno ricavato dagli incontri di Migliavacca è però che Bersani intenda tirar dritto per la sua strada e riprovare, a Presidente della Repubblica eletto, a far passare la sua idea di un “governo del cambiamento” che parta grazie alla benevolenza di Berlusconi e si guadagni la sopravvivenza provvedimento per provvedimento. Molti – da D’Alema a Bindi, da Veltroni a Finocchiaro – non sono più d’accordo (alcuni non lo sono stati dall’inizio) con l’insistenza del segretario: e temono che, pur di riuscire, Bersani «sia disposto se non a tutto, a quasi tutto». Per esempio, ad una intesa (uno scambio) con Berlusconi: lascia che il mio governo parta e eleggiamo assieme un nuovo Presidente che stia bene anche a te.

Berlusconi e Bersani si vedranno a giorni: ed è quella l’occasione di un possibile patto che affronti assieme i rebus di Quirinale e governo. E’ per questo che nel Pd molti ipotizzano che l’affondo di Renzi sia nato da qui, dal sospetto di un possibile accordo tra i due leader che tagli fuori proprio lui. In fondo, se il sindaco di Firenze è un bel problema per Bersani, certo non è un buon affare per Berlusconi, inquieto all’idea di ritrovarselo in campo come sfidante alle elezioni. «Il Cavaliere mi fa sempre tanti complimenti – raccontava Renzi un paio di giorni fa ad un amico – ma lo fa perchè sa che contro di me perde sicuro. È per questo che non mi fido». Né dell’uno né dell’altro, si potrebbe dire.

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fonte lastampa.it

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