Archivio | aprile 8, 2013

RAPPORTO ISPRA 2013 – Meta’ delle acque italiane contaminata da pesticidi

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Meta’ delle acque italiane contaminata da pesticidi

Lo afferma l’Ispra nel rapporto nazionale 2013 su settore

08 aprile, 20:31

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(di Stefania De Francesco)

ROMA – Metà delle acque italiane sono contaminate da pesticidi. A lanciare l’allarme sull’aumento di di veleni sia in fiumi, laghi e torrenti, sia nel sottosuolo, è l’Ispra (Istituto per la protezione ambientale) nel Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque 2013 avvertendo che “il rischio da esposizione potrebbe essere sottostimato” e che sono sostanze “potenzialmente pericolose per l’uomo” in via indiretta, attraverso la catena alimentare, perché l’acqua potabile spesso attinge agli stessi “corpi idrici”.

Residui di pesticidi sono stati trovati nel 55,1% dei 1.297 punti in cui sono stati fatti prelievi di acque superficiali e nel 28,2% dei 2.324 punti di quelle sotterranee, per un totale di 166 tipi di pesticidi (erano stati 118 del biennio 2007-2008) individuati nella rete delle acque italiane. Nella maggior parte dei casi sono risultati residui di prodotti fitosanitari usati in agricoltura (solo in questo campo si utilizzano circa 350 sostanze diverse per un quantitativo superiore a 140.000 tonnellate) ma anche di biocidi (pesticidi per uso non agricolo). Inoltre, le analisi hanno mostrato fino a 23 sostanze diverse in solo campione.

Anche se spesso basse, le concentrazioni indicano una diffusione molto ampia della contaminazione: nel 34,4% dei punti delle acque superficiali e nel 12,3% dei punti di quelle sotterranee i livelli sono risultati oltre i limiti consentiti delle acque potabili. La tossicità di queste sostanze interessa anche gli organismi acquatici. In questo caso il 13,2% dei punti delle acque superficiali e il 7,9% di quelli delle acque sotterranee hanno concentrazioni superiori ai limiti. Il Rapporto – relativo al monitoraggio svolto nel biennio 2009-2010 sulla base di informazioni delle Regioni e delle Agenzie regionali e provinciali per la protezione dell’ambiente – spiega l’evoluzione della contaminazione a partire dal 2003 e mostra un aumento della frequenza di pesticidi come emerso dai 21.576 campioni analizzati.

La contaminazione appare più diffusa nella pianura padano-veneta sia per le caratteristiche idrologiche dell’area, sia per l’intenso utilizzo agricolo e perché le indagini sono sempre più complete e rappresentative nelle regioni del nord. Ma grazie a un miglior monitoraggio, dice l’Ispra, sta emergendo una contaminazione significativa anche al centro sud. L’Ispra spiega che questa “é una fase ancora transitoria in cui l’entità e la diffusione dell’inquinamento da pesticidi non sono sufficientemente note visto che il fenomeno è in evoluzione per l’immissione sul mercato di nuove sostanze”.

I pesticidi più rilevati nelle acque superficiali sono: glifosate, Ampa, terbutilazina, terbutilazina-desetil, metolaclor, cloridazon, oxadiazon, Mcpa, lenacil, azossistrobina.

Nelle acque sotterranee, con frequenze generalmente più basse, le sostanze presenti in quantità maggiore sono bentazone, terbutilazina e terbutilazina-desetil, atrazina e atrazina-desetil, 2,6-diclorobenzammide, carbendazim, imidacloprid, metolaclor, metalaxil.

Come in passato, continua ad essere diffusa anche la contaminazione da erbicidi triazinici come la terbutilazina, ma sono ancora largamente presenti anche sostanze fuori commercio da tempo, come l’atrazina e la simazina.

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fonte ansa.it

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Caso Cucchi, la richiesta del pm: condannare medici, infermieri e agenti

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Cucchi, la richiesta del pm:
condannare medici, infermieri e agenti

«Il giovane morì di fame e di sete». La sorella: «Abbiamo fiducia nella Corte»

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ROMA – Condannare tutti gli imputati a pene comprese tra i due anni e i sei anni e otto mesi di reclusione. Queste le richieste dei pm al termine della requisitoria nel processo per la morte di Stefano Cucchi. In particolare i pm Barba e Loy hanno chiesto la condanna più alta, sei anni e otto mesi di reclusione, per Aldo Fierro, il primario del reparto dell’ ospedale Sandro Pertini.

A seguire i pm hanno chiesto sei anni per i medici Stefani Corbi e Flaminia Bruno, cinque anni e mezzo per i medici Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo e due anni per il medico Rosita Caponetti. Quattro anni di reclusione sono stati chiesti per i tre infermieri: Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe. Due anni di reclusione è la richiesta per per gli agenti di polizia penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici.

Cucchi «morì di fame e di sete, anche se c’erano una serie di patologie che lo hanno portato alla morte insieme alla mancanza di cibo» ha detto il pm Loy. «Non servivano esperti per dirci la causa di morte – ha aggiunto il pm – Bastava vedere le foto. Stefano muore perchè non è stato alimentato, curato per le patologie di cui soffriva, perchè si è rifiutato di nutrirsi e perchè nessuno dei medici si è curato di farlo nutrire. Le lesioni provocate dagli agenti penitenziari nelle celle di piazzale Clodio hanno avuto una valenza meramente occasionale sul piano della morte, non conseguenziale».

Per i rappresentanti dell’accusa, il comportamento dei medici e degli infermieri dell’ospedale ‘Pertinì (dove Cucchi morì una settimana dopo il suo arresto per droga) «non fu colposo, ma un chiaro sintomo dell’indifferenza che hanno avuto nei confronti di quel paziente». Nessun dubbio, quindi, sulla configurabilità del reato di ‘abbandono d’incapacè per il personale medico del ‘Pertinì. «Davanti ai rifiuti del giovane, un paziente maleducato, scontroso, medici e infermieri hanno lasciato perdere. Le loro carenze non sono solo negligenze, ma denotano proprio l’assoluta indifferenza nei confronti di Stefano».

Cucchi «era una persona di magrezza patologica, di quelle che abbiamo visto di rado, per lo più nei film che raccontano quanto successo ad Auschwitz» ha detto Loy. Sulla questione delle lesioni riportate dal giovane, il messaggio della pubblica accusa è stato chiaro: «Secondo tutti i periti sono modeste anche se dolorose – ha detto il pm – Siamo convinti che le lesioni causate a Cucchi dalla polizia penitenziaria più che da un pestaggio siano state lesioni lievi, probabilmente determinate da un calcio o una spinta con caduta a terra. Una violenza gratuita inflitta a un detenuto che in quel momento teneva un comportamento ritenuto insopportabile».

Per il resto, Cucchi «era lungi da essere un giovane sano e sportivo. Era un tossicodipendente con conseguenze sul suo stato fisico e sugli organi vitali che tutti possiamo immaginare. Soffriva di crisi epilettiche e sono stati documentati 17 accessi a pronto soccorso negli ultimi dieci anni. Non è normale che uno va al pronto soccorso due volte l’anno da quando aveva 18 anni. I periti definiscono le sue condizioni di grave deperimento organico. Durante la degenza al Pertini ha perso dieci chili».

La sentenza del processo ci sarà entro il 22 maggio. Per quella data infatti il presidente della III Corte d’Assise di Roma ha stabilito l’ultima udienza. Fitto i calendario: la prossima udienza è in programma il 10 aprile quando è previsto l’intervento della parte civile. Il 17 aprile i primi interventi dei difensori. Oggi in aula, come dalla prima udienza, anche al sorella di Stefano, Ilaria Cucchi insieme con la madre e il padre.

«Non posso accettare che non sia riconosciuta la verità su quello che è successo a Stefano; tutto il resto non mi interessa. La verità la sanno tutti. Speravo che entrasse anche nell’aula di giustizia. Ripongo nella Corte tutta la mia fiducia perchè ogni risposta non coerente con quanto accaduto a Stefano, ogni risposta ipocrita, non la possiamo accettare». È il commento di Ilaria Cucchi alle richieste di condanna fatte dai pm nel processo per la morte del fratello Stefano.

«Io e la mia famiglia – ha aggiunto – ci siamo sottoposti a questo processo lunghissimo e dolorosissimo sul piano emotivo. Lo abbiamo fatto perchè continuiamo a sperare che si riconosca la verità. L’atteggiamento che abbiamo notato oggi in aula è perfettamente coerente con quello che è stato l’atteggiamento della procura, tanto che spesso viene da chiedersi chi sono gli imputati nel processo per la morte di mio fratello».

Per Ilaria Cucchi, «la responsabilità dei medici è assolutamente gravissima e innegabile; non sono più degni di indossare un camice. Lo abbiamo sempre detto e continueremo a sostenerlo fino alla morte. Avrebbero potuto salvare mio fratello e non lo hanno fatto, si sono voltati dall’altra parte e non si può far finta di niente, come non si può far finta che Stefano sarebbe finito in quell’ospedale per cause che non c’entrano con il pestaggio».

Lunedì 08 Aprile 2013 – 16:17
Ultimo aggiornamento: 16:33
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Emergency riparte dall’Italia. “Il paziente classico? Non più solo gli immigrati” “Non c’è più tempo da perdere per nessun tipo di gioco di potere, per nessun motivo…”

Emergency riparte dall’Italia. “Il paziente classico? Non più solo gli immigrati”

“Non c’è più tempo da perdere per nessun tipo di gioco di potere, per nessun motivo…”

08/04/2013 ore 09.18

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“Non c’è più tempo da perdere per nessun tipo di gioco di potere, per nessun motivo. Siamo un paese che ha un bisogno urgentissimo di misure concrete per il lavoro, perché è il lavoro – come dice la nostra Costituzione – la base di tutto. Solo misure urgenti per il lavoro possono forse salvare, se siamo ancora in tempo, questo paese. Poi sento tanti discorsi che non centrano l’obiettivo. Per me non c’è da inventare niente, è tutto già scritto nei principi fondamentali della nostra Costituzione, che se fossero veramente applicati è quella lì la strada da seguire: il lavoro, la tutela della salute, le cure gratuite da garantire agli indigenti, il sostegno alla scuola, perché solo l’istruzione ci può garantire un futuro. Quando ne parlo con i politici mi dicono che la faccio troppo semplice. Forse la faccio troppo semplice: lavoro, scuola salute, per me queste sono le immediate, assolute priorità dei cittadini italiani, ma davvero bisogna fare qualcosa concretamente e in modo molto urgente, tutto il resto è una perdita di tempo che il nostro paese non si può più permettere”. Lo dice a Radio 24 Cecilia Strada, presidente di Emergency (la Onlus fondata nel ’94 da suo padre, Gino Strada, ndr) presentando in anteprima la campagna di sensibilizzazione che partirà lunedì 8 aprile, per concludersi il 28, sulle nuove povertà in Italia. “Io mi trovo davvero a disagio come Emergency a dover lavorare in questo paese, mi trovo a disagio quando guardo le facce di persone cinquantenni italiane che perdono il lavoro e che vengono da Emergency a chiedere cure odontoiatriche, o un paio occhiali, che non vengono più passati neanche a chi ha il reddito minimo. Nelle sale d’attesa degli ambulatori di Emergency oggi troviamo qualcuno che due anni fa era un nostro sostenitore e che adesso è un nostro paziente. E’ una situazione brutta, di cui si parla troppo poco.

E’ stato un trauma anche per noi trovarci a lavorare in Italia, trovarci nel nostro paese con i cittadini italiani che ci chiedono aiuto, visto che siamo nati per aiutare le vittime di guerra, delle mine anti-uomo e siamo, nella realtà e nell’immaginario collettivo, quelli che lavorano in Afghanistan, sotto le bombe, in paesi poverissimi. ” – continua ancora Cecilia Strada, che ha ricordato come Emergency abbia iniziato a lavorare in Italia nel 2006 – “con un poliambulatorio a Palermo, rivolto originariamente soprattutto ai migranti irregolari, che per ovvi motivi non riescono ad accedere a cure nel sistema sanitario nazionale. Subito ci siamo trovati a lavorare molto anche con i migranti regolari, che per una quantità di ragioni – dalla scarsa conoscenza dei propri diritti alla difficoltà linguistica e ad orientarsi tra la burocrazia del sistema sanitario nazionale – non potevano accedere alle cure a cui avevano diritto. Alla fine del 2009 abbiamo aperto un secondo poliambulatorio a Marghera e poi due ambulatori mobili. La novità grave degli ultimi anni è che sono sempre di più i pazienti italiani: ad esempio al poliambulatorio di Marghera, vicino a Venezia, un paziente su cinque è un italiano. La parola chiave è povertà”. Quali sono gli obiettivi della nuova campagna di raccolta fondi? ” Permetterci di gestire i costi dei poliambulatori di Palermo e Marghera e dei due ambulatori mobili che già abbiamo, di gestire per 5 mesi nuovi poliambulatori che stiamo per avviare a Ponticelli, vicino Napoli, e a Polistena, e acquistare e allestire due nuovi ambulatori mobili, perché abbiamo visto che funziona molto bene l’ambulatorio su ruote per tutti quei pazienti che non riescono ad arrivare all’ambulatorio. Allora devi mandare l’ambulatorio da loro. Il paziente classico è il bracciante dell’agricoltura. In Italia è un dato che fa spavento: ci sono 400mila persone coinvolte in qualche forma di caporalato nel settore agricolo, che poi è dominato dalle mafie dell’agricoltura, e ci sono persone che sono di fatto ostaggio dei loro caporali. Se si ammalano, se si fanno male non hanno nessun tipo di accesso alla salute, e allora noi mettiamo l’ambulatorio su ruote e lo portiamo dove serve: nelle campagne, nei campi nomadi, serre.

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fonte radio24.ilsole24ore.com

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Lavoro, avvocati giuslavoristi: “Da riforma Fornero impatto devastante su giustizia”

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Lavoro, avvocati giuslavoristi: “Da riforma Fornero impatto devastante su giustizia”

Fabio Rusconi, presidente dell’Agi, riassume così gli effetti della legge, che ha “generato caos negli uffici giudiziari”, introducendo una riduzione obbligatoria dei tempi dei processi, un aumento delle fasi di giudizio e una corsia preferenziale per le cause di licenziamento

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di | 8 aprile 2013

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La riforma Fornero ha avuto un “impatto devastante” sul sistema giudiziario italiano. Fabio Rusconi, presidente dell’Agi, Associazione degli avvocati giuslavoristi italiani, riassume così gli effetti della legge, che ha “generato caos negli uffici giudiziari”, introducendo una riduzione obbligatoria dei tempi dei processi, un aumento delle fasi di giudizio e una corsia preferenziale per le cause di licenziamento.

“Premesso che non voglio dare giudizi politici sui contenuti della riforma del lavoro e che non è pensabile attribuire l’ondata di licenziamenti registrati dallo stesso ministero del welfare proprio alla riforma Fornero, va detto che l’impatto devastante è quello che la riforma del processo del lavoro produce su tutti gli uffici giudiziari, ora costretti, con gli stessi organici di prima, a un super lavoro sulle cause di licenziamento, a scapito spesso delle altre cause di lavoro”, spiega Rusconi a Labitalia.

Il flop della riforma Fornero, che dopo nove mesi ha portato a un aumento di licenziati e precari, è stato confermato dai dati degli ultimi giorni: oltre 1 milione di licenziamenti nel 2012 e 1,6 milioni di “scoraggiati” che hanno gettato la spugna (e dalle storie raccontate dai lettori de IlFattoQuotidiano.it).

La legge prevede che il primo grado sia di fatto suddiviso in due fasi di giudizio. Nella prima, l’udienza deve essere fissata entro 40 giorni dal deposito del ricorso e si conclude con un’ordinanza. “Sarebbe a dire – spiega Rusconi – che l’udienza è stata anticipata di 20 giorni rispetto a quanto prevedeva la vecchia norma del 1973 per andare, infine, a una ricognizione sommaria”. Ecco che, quindi, “praticamente tutti – aggiunge Rusconi – accedono alla seconda fase, quella con un’opposizione vecchio stile e che si conclude con una sentenza. Insomma, un primo grado praticamente raddoppiato”.

“Il fatto è” – spiega Rusconi sottolineando che parla a nome di avvocati che difendono sia datori sia lavoratori – “che per abbreviare il processo di lavoro è stata fatta una legge ad hoc che, alla già grave situazione in cui si trovano le cause ordinarie, per via della mancanza di investimenti e della scarsità di infrastrutture e organici, sovrappone una legge nuova che aggiunge un grado al rito e stabilisce una corsia preferenziale per i licenziamenti”.

Uno choc per molti tribunali che, dice ancora Rusconi, “non a caso hanno dato risposte diverse a seconda del terriorio: quelli con una gestione particolarmente manageriale come Milano hanno allungato di poco le cause ordinarie, altri come Firenze, per una concomitanza di cause, le hanno molto allungate” anche se in generale “i giudici del lavoro cercano egregiamente e disperatamente di rispettare i tempi”. Insomma, conclude Rusconi, “bisogna abolire il rito Fornero per il processo del lavoro, ritornare al rito ordinario, cercando soluzioni omogenee e ragionevoli: ora siamo in un caos di soluzioni capricciose da parte degli uffici giudiziari”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Margaret Thatcher è morta, aveva 87 anni

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Margaret Thatcher è morta, aveva 87 anni. La lady di ferro guidò la Gran Bretagna dal 1979 al 1990

L’ex premier aveva 87 anni. Colpita da un ictus, era da tempo malata. Cameron: ha salvato il Paese, sua eredità nei secoli. Obama: gli Usa perdono vera amica

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ROMA – Addio a Margaret Thatcher. L’ex primo ministro britannico, 87 anni, è morta questa mattina nella sua suite all’Hotel Ritz, nel centro di Londra, a causa di un ictus. Lo ha annunciato il suo portavoce Lord Bell.

La “lady di ferro”, prima e unica donna a ricoprire la carica di primo ministro in Gran Bretagna, era malata da tempo. Margaret Thatcher, leader del partito conservatore per un quindicennio, è stata primo ministro del Regno Unito dal 1979 al 1990. Lord Bell, amico e portavoce dell’ex premier ha detto che la baronessa Thatcher verrà ricordata come «il più grande primo ministro che il Paese ha avuto», lasciando un’eredità paragonabile solo a quella di Winston Churchill.

La Thatcher non avrà funerali di Stato, sulla base delle volontà espresse dalla stessa ex primo ministro. Downing Street fa sapere tuttavia che la cerimonia avrà uno status simile a quello tenuto in occasione dei funerali della regina madre e di Lady Diana. I funerali si terranno nella cattedrale i St.Paul a Londra e avranno gli onori militari. Saranno poi seguiti da una «cremazione privata».

Sventola a mezz’asta la bandiera britannica sul parlamento di Westminster a Londra, in onore dell’ex primo ministro.

La Thatcher, è stata una delle figure politiche più osannate e odiate della storia contemporanea britannica e internazionale, capace di incarnare il ruolo di condottiera del conservatorismo come nessun altro, dopo Winston Churchill. “Iron lady”, signora di ferro, così veniva chiamata dagli inglesi (CONTINUA A LEGGERE).

La regina ha appreso «con tristezza» la notizia della morte di Margaret Thatcher. Lo riferisce un comunicato di Buckingham Palace. «È con grande dolore che apprendiamo la notizia della morte di Margaret Thatcher», ha detto il premier conservatore britannico David Cameron, «abbiamo perso un grande leader, un grande primo ministro, un grande cittadino britannico» (CONTINUA A LEGGERE).

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fonte ilmessaggero.it

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Grazie, Signora Thatcher (1996) – Il discorso di Danny alla premiazione

Noce MoscataNoce Moscata

Pubblicato in data 05/mag/2012

Un film di Mark Herman. Con Ewan McGregor, Tara Fitzgerald, Ronnie Stevens, Pete Postlethwaite

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MORI’ SUGLI SCI – Rinvio a giudizio dopo due anni dalla morte di mio figlio Andrea. Ecco le cause dell’incidente e del perché continuo a lottare

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Andrea Rossato – articolo: Morì sugli sci a 9 anni: «Processate il gestore dell’impianto di Cortina»

COMUNICATO STAMPA

Rinvio a giudizio dopo due anni dalla morte di mio figlio Andrea. Ecco le cause dell’incidente e del perché continuo a lottare per evitare che altri genitori possano perdere un figlio sugli sci

di Mauro Rossato

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Continuano gli incidenti sulle nevi. Anche in questa stagione, quasi conclusa, sono stati numerosi. Recentemente un altro bimbo di 9 anni ha subito un grave infortunio sulle piste andando a sbattere contro un albero a Folgarida.
Sono passati più di due anni dalla morte di mio figlio Andrea e il dolore con cui convivo quotidianamente diventa più forte ogni volta che nella cronaca leggo dell’ennesimo incidente sulle piste da sci. Proprio com’è accaduto al mio piccolo Andrea il 5 marzo del 2011 a Cortina, che a 9 anni ha perso la vita sbattendo contro un albero a bordo pista.
Il tempo passa, dunque, ma le tragedie si ripetono: la mancanza di professionalità di alcuni gestori delle piste che non predispongono le misure di sicurezza che salverebbero le vite dei nostri figli, è la causa di queste tragedie. E la mano della Giustizia, che dovrebbe accertare le responsabilità e punire chi consente agli sciatori di rischiare la vita sciando, purtroppo giunge con cronico ritardo. Anche quando una vita si spezza in una pista che si presenta chiaramente insidiosa e contraria alle regole normative.

La lentezza dei processi impedisce la formulazione di risposte concrete e tempestive necessarie a dare non solo esempio ma, soprattutto, imporre ai gestori di mettere in sicurezza le piste per evitare altri tragici lutti.
In questi due anni dalla morte di mio figlio ho rilevato personalmente, in diversi impianti del Nordest, che molte piste presentano lacune e carenze di sicurezza macroscopiche: ciò dimostra che le Leggi, sia quella Nazionale che quelle Regionali, nonostante stabiliscano precise misure di prevenzione e protezione, sono disattese.

Durante le mie esplorazioni è emersa, innanzitutto, la pericolosità degli alberi a bordo pista. Quelli che gli “esperti” chiamano “ostacoli tipici” e che non necessitano – dicono loro – di protezioni. Una conclusione, però, bocciata dalla recente Giurisprudenza che si dimostra, quindi, più attenta all’incolumità degli sciatori.
E io da sciatore ed esperto in sicurezza, ma soprattutto da padre di un bambino per il quale l’impatto con un albero è stato fatale, non concepisco per quale ragione un cannone sparaneve debba essere protetto da reti e materassini, mentre il tronco di un pino, posto al fianco di detto cannone e altrettanto pericoloso, non dovrebbe esserlo.
Questo significa ignorare drammaticamente termini e definizioni utilizzati nei processi di valutazione del rischio ben normati e conosciuti da coloro che si occupano professionalmente di sicurezza.
Questo, del resto, è quello che è accaduto, il 5 marzo 2011, in quel tratto di pista a Cortina, il Canalone di Tofana variante sud bassa, in cui mio figlio Andrea ha perso la vita: l’albero contro il quale la sua esistenza si è spezzata doveva essere protetto ma, ancor prima, quel tratto di pista non doveva essere aperto essendo privo dei requisiti tecnici di sicurezza stabiliti dalle Leggi e dalla concessione regionale.

Senza contare che in quello stesso punto, un mese prima, un altro ragazzino si era gravemente infortunato e proprio a causa di tale gravissimo episodio la Polizia aveva rilevato la mancanza di protezioni: cautele mai installate! Cautele che avrebbero salvato il mio Andrea.
Una gravissima negligenza dei gestori degli impianti delle Tofane di Cortina, ma anche delle forze dell’Ordine che non hanno imposto al gestore di installare le necessarie protezioni. Ecco perché mio figlio Andrea è morto, per la superficialità e la negligenza di coloro che dovrebbero garantire piste sicure.

Eppure, nonostante tutto, quella maledetta pista non è mai stata posta sotto sequestro, sebbene sia stata chiusa dal giorno dell’incidente occorso ad Andrea. Chiusa solo perché nessuno si è più sentito di riaprirla.
Ora finalmente il magistrato ha chiesto il rinvio a giudizio e l’udienza è fissata per il 23 aprile. Attendiamo il proseguo dell’iter processuale confidando che la Giustizia dia risposte ad evitare  che qualcun altro, o peggio, un’altra giovanissima vita si spezzi sulle piste da sci cortinesi.
Sono passati più di due anni dal 5 marzo del 2011 e il mio impegno alla ricerca di verità e giustizia non si placa: anzi, ogni giorno di ritardo in attesa di quelle risposte si accresce!

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fonte: via-email

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CRISI – Cipro o Grecia?

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Cipro o Grecia?

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L’Italia finirà come Cipro o come la Grecia? Beppe Scienza. Dipartimento di Matematica dell’Università di Torino, www.beppescienza.it

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La sorte delle banche cipriote ha spaventato molti risparmiatori italiani. Al riguardo due “notizie“, una buona e una cattiva:
1. L’Italia non finirà come Cipro
2. L’Italia può finire come la Grecia.
Vediamo perché.

L’Italia come Cipro?
Le banche di Cipro sono rimaste chiuse per dodici giorni, poi aperte con fortissime limitazioni (un massimale giornaliero di 300 euro prelevabili in contanti, uno mensile di 5.000 per le carte di credito ecc.). Ma il peggio è la mannaia abbattutasi sui conti correnti della Banca di Cipro (Τραπεζα Κυπρου) e della Banca Popolare (Λαικη Τραπεζα). Per ogni conto corrente solo 100.000 euro sono rimasti disponibili. Per quanto eccede tale cifra non è neppure chiaro se resterà qualcosa fra imposte straordinarie, conversione forzosa in azioni della banca ecc. L’alternativa a tali misure era comunque il fallimento di tali banche.
La vicenda cipriota è un’ulteriore smentita delle frottole care alle banche italiane e ai giornalisti ai loro ordini, che blaterano di “lotta al contante come battaglia di civiltà” (Giovanni Sabatini, direttore dell’ABI, l’associazione delle banche italiane). È tutto falso: nessun altro mezzo di pagamento offre pari protezione e uguale garanzia di disponibilità. BCE ha inviato a Cipro contenitori con 5 miliardi di euro in banconote, non in carte di credito. Vedi il mio intervento “Viva il contante! Lo dice la Bundesbank“: vedi: L’indecenza delle banche
Ma tornando alle preoccupazioni dei risparmiatori, c’è il rischio che capiti lo stesso con le banche italiane? La risposta è no. Cipro ha (o aveva) affinità semmai con Malta o il Lussemburgo, non con l’Italia o la Spagna. La maggior parte dei depositi nelle sue banche era di stranieri (russi, britannici…), in gran parte evasori fiscali o peggio, attratti da vantaggi fiscali. Non è così per le banche italiane.
Si può sostenere addirittura che le banche cipriote fossero tali di nome, agendo nella sostanza come fondi o società d’investimento in prodotti speculativi. Non è così per le banche italiane. Se però uno vuole stare più tranquillo e prelevare soldi in contanti dal suo conto, per metterli in cassetta di sicurezza, è libero di farlo senza limiti. E se gli dicono il contrario, magari me lo segnali (beppe.scienza@unito.it).

L’Italia come la Grecia?
Molto maggiori invece le affinità con la situazione greca prima dell’insolvenza. Senza indulgere nel catastrofismo, è innegabile che l’attuale cocktail sia venefico. Esso è composto da un altissimo debito pubblico (appare vicino il 130% rispetto al PIL ed è una brutta percentuale), una crisi economica e una classe politica non all’altezza della situazione, per non dire peggio. Una fine come la Grecia non è certo prossima, ma a medio termine non si può escludere. Di fatto non la escludono i mercati finanziari. Cosa significa infatti uno spread di 300-350 punti ovvero un rendimento dei titoli di stato italiani superiore del 3-3,5% a quelli tedeschi? In qualche modo significa attribuire anche più del 3% di probabilità all’insolvenza dello stato italiano.
È pura edulcorazione servile sostenere che lo spread dipenda invece dalla diversa liquidità o volatilità dei titoli italiani. Balle! Dipende dal maggior rischio percepito di default. Ma il giornalismo economico italiano è la fiera degli strafalcioni. Vedi l’editoriale di Enrico Romagna-Manoja, direttore del settimanale il Mondo, dove leggiamo che il salvataggio (?) della Grecia è avvenuto “senza toccare i singoli risparmiatori” (29-3-2013, pag. 7). È invece stato un massacro per i risparmiatori greci, italiani, tedeschi ecc. che possedevano tali titoli con perdite nell’ordine del 70%: vedi «La Grecia è in default» del 30-4-2012: http://www.youtube.com/watch?v=WVrIy5-xkss. Volendo dirigere un giornale, noto per altro per le sue figuracce, potrebbe dedicare un po’ di tempo ad aggiornarsi. Da tempo il limite di protezione dei conti correnti non è più di 103 mila euro cioè 200 milioni di lire, come scrive Romagna-Manoja nello stesso editoriale, ma di 100 mila euro.

Col che possiamo concludere con considerazioni solo parzialmente rassicuranti. L’esito della crisi cipriota ha infatti confermato la volontà di salvaguardia dei depositi bancari fino a 100.000 euro, ritenuta in qualche modo la soglia sotto cui si colloca il piccolo risparmio. Fra l’altro anche per le obbligazioni Alitalia operò in qualche modo tale limite.
Appare però quantitativamente arduo, per non dire impossibile, garantire una tale protezione in caso di default dell’Italia: i risparmiatori italiani sono troppi.”

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fonte beppegrillo.it

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Rom e sinti, gli appuntamenti per la Giornata internazionale

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Rom e sinti, gli appuntamenti per la Giornata internazionale

Riconosciuta dall’Onu nel 1979, si celebra l’8 aprile. Eventi in tutta Italia. La presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, riceverà a Montecitorio una delegazione di ragazzi dai 14 ai 26 anni che rappresentano l’eterogeneità delle comunità rom

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di

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“Bahtalo romano dives” significa “buona giornata del popolo rom”, Giornata internazionale di rom e sinti (riconosciuta dall’Onu nel 1979) che si celebra l’8 aprile.

L’8 aprile 1971 a Londra si riunì il primo congresso mondiale dei rom. In quell’occasione venne fondata l’International romani union (Irm), si scelse come inno “Jelem Jelem”, composto da Janko Jovanovic, e che la bandiera, a strisce orizzontali, avesse in alto il colore del cielo, l’azzurro, e in basso il colore della terra, il verde. Al centro una ruota di carro rossa, a simboleggiare il nomadismo.

Il 7 e 8 aprile in particolare tra Milano e Roma, diversi incontri e appuntamenti sono stati organizzati in occasione della Giornata internazionale. L’8 aprile la presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, riceverà alle 10 a Montecitorio una delegazione di giovani rom, “ragazzi dai 14 ai 26 anni che rappresentano – come spiega il presidente dell’ Associazione 21 luglio, Carlo Stasolla – l’eterogeneità delle comunità rom in Italia, tra le problematiche che vivono e i desideri che nutrono”. Il 7 l’Associazione 21 luglio ha organizzato l’incontro “Il tempo dei rom” al teatro Valle occupato di Roma, “dedicato alla realtà, alla condizione umana e sociale, alla cultura dei rom e dei sinti”. Si comincia alle 17.30 con l’autore e attore Pino Petruzzelli di “Non chiamarmi zingaro (ed. Chiarelettere), estratto dal suo repertorio teatrale, per proseguire, tra i vari appuntamenti, con una tavola rotonda, moderata dalla giornalista Bianca Stancanelli, cui parteciperanno le comunità rom di Roma e i rappresentanti delle organizzazioni: Amnesty International (che ha aperto gli appuntamenti dedicati alla Giornata internazionale con l’evento “L’arte e la cultura contro ogni forma di discriminazione”), Arci solidarietà, Caritas diocesana, Casa dei diritti sociali, Comunità di Sant’Egidio, Cooperativa Bottega solidale, Cooperativa sociale Ermes, Popìca onlus.

Nel pomeriggio è previsto un videocollegamento tra il teatro romano e il Centro culturale San Fedele di via Hoepli a Milano, dove alle 18 di oggi è programmata la prima presentazione del libro “Buttati giù, zingaro” di Roger Repplinger, edito in Italia dall’associazione Upre Roma. Il libro, spiega Paolo Cagna Ninchi, presidente di Upre Roma, «racconta la storia di Johann Trollmann, pugile sinto, chiamato il pugile danzante per il suo stile, che venne privato dai nazisti del titolo di campione e ucciso in un campo di concentramento». Alla presentazione intervengono, oltre all’autore, Giacomo Costa, presidente Fondazione San Fedele, Carlo Feltrinelli, presidente gruppo Feltrinelli, Marco Granelli, assessore alla sicurezza e alla coesione sociale del Comune di Milano, Moni Ovadia, Radames Gabrielli, vicepresidente Federazione Rom e Sinti insieme e Dijana Pavlovic, portavoce Consulta rom e sinti di Milano. Seguirà la proiezione di “Romiland” di Alessandro Aleotti, direttore di Milania: mockumentary dedicato alla questione abitativa delle comunità Rom.

“Buttati giù, zingaro” verrà presentato anche l’8 aprile alle 11 alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. In particolare, la mattinata si aprirà con un incontro dedicato agli studenti del liceo artistico “Boccioni”, cui parteciperanno Marco De Giorgi, direttore generale Unar, Chiara Daniele, direttrice Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Carlo Feltrinelli, gli assessori del Comune di Milano, Marco Granelli e Pierfrancesco Majorino, Corrado Mandreoli, Tavolo rom di Milano 
e Giorgio Bezzecchi, Federazione rom e sinti.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Quirinale, un gioco di burattini e burattinai: quando le forze oscure guidano l’elezione

Quirinale, un gioco di burattini e burattinai:  quando le forze oscure guidano l'elezione

Quirinale, un gioco di burattini e burattinai:
quando le forze oscure guidano l’elezione

L’inchiesta / 4. I segretari generali e la lotta di potere che condiziona i candidati. Come diceva Francesco Cossiga: “Il potere ha bisogno di gente che sa stare al microfono e di gente che regala sintonia. E’ più importante chi manovra l’audio di chi parla”

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di CONCITA DE GREGORIO

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I BURATTINAI, le salamandre, gli spioni. C’è un mondo sopra, ombre semivisibili nella nebbia che sempre prelude al conclave del Quirinale, e un mondo sotto, un mondo dietro. Ancora più impalpabile, ineffabile, innominabile.

L’INCHIESTA PARTE 1 / PARTE 2 / PARTE 3

Nomi che non si leggono mai, quasi mai sui giornali. Una battaglia silenziosa di manovre felpate, coi buoni e i cattivi che somigliano  –  per dirlo a chi ha meno di trent’anni  –  a certi eserciti delle saghe fantasy. Sono tutti tessitori di trame ma alcuni difendono l’Impero, altri lo insidiano. Portano maschere, cambiano aspetto. Chi ha vinto lo si capisce sempre dopo, a guerra finita.

“Perché il potere è fatto così  –  disse Francesco Cossiga durante un viaggio in cui era molto di buon umore, andava nei Paesi Baschi ad incontrare di nascosto alcuni fiancheggiatori dell’Eta, una sua passione  –  il potere ha bisogno di gente che sa stare al microfono e di gente che regola la sintonia della radio. Io ora faccio tutt’e due le cose, ma se dovessi scegliere direi che è certo più importante quello che manovra l’audio di quello che parla. Chi parla è un burattino, chi manovra è il burattinaio” (…)

L’ARTICOLO INTEGRALE SU REPUBBLICA IN EDICOLA E REPUBBLICA+
(08 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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Pablo Neruda sarà riesumato, si riapre il giallo: nuova autopsia a 40 anni dalla morte

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Pablo Neruda sarà riesumato, si riapre il giallo: nuova autopsia a 40 anni dalla morte

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Salvador Allende e Pablo Neruda – fonte immagine

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di Marco Berti

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ROMA Pablo Neruda fu ucciso dal cancro o dai sicari di Augusto Pinochet? Una domanda a cui si tenterà di dare una risposta definitiva, a quarant’anni dalla sua morte, con la riesumazione della salma che riposa vicino a quella della terza moglie, Matilde Urrutia, nel cimitero di Isla Negra, a un centinaio di chilometri dalla capitale cilena. L’ordine di riaprire le indagini sulla morte del poeta, mai chiarite, è arrivato dal giudice cileno Mario Carrozza, a seguito di una nuova denuncia.

INVISO ALLA DITTATURA
Inviso al regime di Santiago, considerato pericoloso per la dittatura, sottoposto a vessazioni dagli uomini di Pinochet, Neruda morì ufficialmente per un cancro alla prostata nella clinica Santa Maria di Santiago il 23 settembre del 1973, dodici giorni dopo il golpe. Una versione, quella diffusa dal regime, che non ha mai convinto nessuno. Due persone in particolare, il suo ex autista, Manuel Araya, e l’avvocato del partito comunista, a cui il poeta aveva aderito, Eduardo Contreras. E’ stato proprio Araya (oggi ha 66 anni) con le sue accusa a far riaprire il caso, convinto che Neruda sia stato ucciso da un killer, inviato da Pinochet, con una iniezione letale. «Sono orgoglioso – ha commentato – di essere riuscito a raggiungere la meta che mi ero posto tanti anni fa».

LA DENUNCIA
A presentare la denuncia per omicidio e associazione a delinquere nei confronti degli uomini del regime di Pinochet è stato l’avvocato Contreras il quale ha raccontato come Neruda fosse rientrato in patria nel 1972 (viveva in Francia) proprio a causa della sua malattia, il cancro alla prostata. A pochi giorni dal sanguinoso golpe di Pinochet una squadraccia fece irruzione nell’abitazione del poeta, a Isla Negra, mettendola a soqquadro e occupandola di fatto. Neruda era isolato, con lui c’era solamente la moglie Matilde e l’autista. Si fece avanti il governo del Messico con la proposta di ospitare il poeta e così, racconta ancora Contreras nella sua denuncia, «Matilde e Manuel Araya iniziarono a preparare il trasferimento di Neruda a Santiago per poi andare in esilio», precisando che il poeta venne portato in un’ambulanza nella clinica Santa Maria della capitale. Il giorno prima di morire fu visitato dall’ambasciatore messicano: Araya assicura che durante quel colloquio le condizioni di Neruda erano quasi normali.

Ed ecco i momenti finali, quelli che condussero il poeta cileno alla morte, descritti minuziosamente nell’atto giudiziario. «La domenica che morì Neruda chiese a Matilde e Manuel di recarsi a Isla Negra per raccogliere alcuni oggetti di valore. Rimase in compagnia della sorella Laura. Nel pomeriggio telefonò a Matilde e Manuel ai quali chiese però di tornare, perché mentre dormiva erano entrate delle persone che gli avevano fatto un’iniezione nell’addome. I due arrivarono poco dopo e lo trovarono con la febbre e il viso un po’ gonfio. Venne chiamato il medico, il quale disse a Manuel che Neruda doveva prendere quanto prima una medicina che a Santiago poteva essere acquistata solo in una farmacia molto distante. L’autista uscì, ma pochi isolati dopo venne bloccato dai militari. Venne rinchiuso all’Estadio Nacional, dove venivano portati gli oppositori e fu lì che venne informato della morte del poeta». Sarà una squadra di 17 esperti a eseguire gli esami sui resti di Neruda.

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fonte ilmessaggero.it

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