Archivio | aprile 10, 2013

Scintille Renzi-Bersani, dal Quirinale al governo è scontro

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Scintille Renzi-Bersani, dal Quirinale al governo è scontro

Il sindaco di Firenze chiama in causa “telefonate da Roma” per bloccare la sua nomina e il segretario Democrat gli replica tranchant: “chiedete alla Telecom”, quello dei ‘grandi elettori’ e’ “l’ultimo dei miei problemi”

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Roma, 10-04-2013

La mancata designazione di Matteo Renzi tra i grandi elettori toscani per la presidenza della Repubblica innesca una nuova pesante bufera all’interno del Pd. Con il sindaco di Firenze che chiama in causa “telefonate da Roma” per bloccare la sua nomina e il segretario Democrat che gli replica tranchant: “chiedete alla Telecom”, quello dei ‘grandi elettori’ e’ “l’ultimo dei miei problemi”.

I ‘renziani’ sono comunque pronti a polemizzare contro il ‘trappolone’ teso al loro leader mentre scatta lo scaricabarile tra le correnti con gli ex Ppi che finiscono nel mirino ma si chiamano fuori da qualsiasi accusa.

Uno scambio di attacchi al vetriolo che getta ancora una volta i Democrats in un’atmosfera, di fatto, pre-congressuale con Renzi che torna in pressing e si augura che, al netto di un accordo in extremis Bersani-Berlusconi, si torni alle urne il prima possibile. Bisogna uscire dallo stallo, e’ il suo mantra. Stallo del quale Bersani respinge qualsiasi responsabilita’. “Onestamente non mi sento responsabile – puntualizza – per un banale motivo: io una proposta l’ho fatta, governo di cambiamento, convenzione a data certa per le riforme istituzionali, corresponsabilita’ in questo quadro di tutte le forze parlamentari. Mi hanno detto no”.

Il sindaco rottamatore e i suoi si sfogano, pero’, prima di tutto sulla vicenda dei ‘grandi elettori’ per la presidenza della Repubblica. “Mi avevano detto – attacca Renzi – vai avanti tranquillo, ti votiamo, ma poi e’ arrivata qualche telefonata da Roma per fare il contrario”. Bersani, comunque non chiamato in causa direttamente, nega qualsiasi suo intervento diretto in questo senso.

“Smentisco – puntualizza – di aver deciso o anche solo suggerito, o anche solo pensato alcunche’ a proposito di una scelta che riguarda unicamente il consiglio regionale Toscana”. Renzi, specificano i suoi, non aveva chiesto di entrare a far parte dei grandi elettori ma gli era stato offerto. Salvo poi, attaccano, un dietrofront che, dato che al suo posto e’ entrato un ex Dl, Alberto Monaci, vede per loro come primi indiziati gli ex popolari. Da Areadem, pero’, si nega qualsiasi coinvolgimento nella vicenda. I due consiglieri di corrente che non hanno votato per Renzi, e’ il massimo del mea culpa, hanno peccato di ingenuita’ votando la proposta del capogruppo, Marco Ruggeri, che ha dato indicazione per Monaci.

“Il buon senso politico” avrebbe dovuto far inserire Renzi tra i grandi elettori, chiude la polemica il leader di Areadem, Dario Franceschini che specifica di non aver fatto alcuna telefonata per bloccare la sua nomina. Il malumori tra i ‘renziani’ e’ pero’ forte. C’e’ chi parla di “passione per l’autogol” del Pd e chi lo disegna come una “vittima della partitocrazia”. Un “nervosismo incomprensibile” per la segreteria Dem.

Il sindaco, d’altra parte, sembra ormai sempre piu’ apertamente in campagna elettorale e da Udine dove si trova per sostenere la candidatura di Debora Serracchiani, non risparmia critiche a Bersani e ai grillini. “Quando ho visto quelle immagini dove Bersani cercava un dialogo con il M5S – afferma – a Bersani ho detto ‘reagisci’ perche’ mi sembrava che loro cercassero in qualche misura di umiliare non tanto lui, quanto la storia e il lavoro del Pd”.

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‘Margaret Thatcher, macché pionera. Fu nemica delle donne’, di Caterina Soffici / ‘Ding Dong!’: Margaret Thatcher’s foes celebrate death of former PM

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Margaret Thatcher, macché pionera. Fu nemica delle donne

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di | 10 aprile 2013

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E’ stata la prima donna in Gran Bretagna a diventare primo ministro, ma questo non  basta per fare di Margaret Thatcher una pioniera del femminismo, come sembra leggendo i giornali, ascoltando i giornali radio e i tg. Non è affatto così. Anzi.

Rompere il soffitto di cristallo, come si dice, non significa automaticamente aver contribuito alla lotta per i diritti delle donne e l’uguaglianza dei sessi. La “Iron Lady” ha dettato la linea ai grandi del mondo, tutti uomini. Ma non basta. Nel caso della Thatcher è vero il contrario. Se ci fu una donna poco amica delle donne quella fu la lady Thatcher.

“Odiava le femministe anche se è stato in gran parte grazie ai progressi del movimento che i britannici furono pronti ad accettare l’idea che un primo ministro potesse essere una donna” ha ricordato giustamente ieri Morrissey, il cantante degli Smiths (che l’aveva già mandata la patibolo nella celebre canzone “Margaret on the guillotine“).

Tra le persone che festeggiavano la sua morte in piazza a Brixton, periferia sud di Londra, quartiere popolare che negli anni Ottanta è stato teatro di scontri feroci tra gli oppositori della Thatcher e la polizia, c’era una donna di una certa età. Intervistata da un programma tv, mi pare la Bbc, ha detto: “Questa donna ha distrutto la mia vita”. E lo stesso potrebbero dire molte delle operaie e delle donne della working class nelle roccaforti industriali della Gran Bretagna. Ha distrutto la loro vita e le loro comunità.

Alla fine Margaret Thatcher è stata una donna di successo (e di potere), però non ha mai voluto porsi come modello per le donne in politica. Dura e determinata, ha usato gli stessi metodi di potere degli uomini perché aveva una mentalità da uomo. Non ha favorito l’elezione e la crescita di altre parlamentari. Non ha creato una coscienza. Dopo di lei nel partito conservatore non è nata una generazione di donne impegnate in politica e la sua eredità si vede perfettamente nel machismo dei nuovi Tory, che hanno problemi con le elettrici e perfino di comunicazione con la metà femminile del mondo.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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‘Ding Dong!’: Margaret Thatcher’s foes celebrate death of former PM

April 9, 2013

Nick Miller

Nick Miller

Europe Correspondent

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USUALLY, when a public figure dies, even their staunchest enemies briefly suspend hostilities in respect for the dead.

Thatcher described Nelson Mandela as a ‘terrorist’. I was there. I saw her lips move. May she burn in the hellfires.

George Galloway

But with Margaret Thatcher that was never going to be the case. She was loathed by too many, for too long.

Revellers celebrate the death of Britain's former prime minister Margaret Thatcher at a party in Brixton, south London. Picture: ReutersRevellers celebrate the death of Britain’s former prime minister Margaret Thatcher at a party in Brixton, south London. Photo: Reuters

For some, the wounds left by Thatcher’s Britain are still raw.

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By mid-afternoon on the day of Lady Thatcher’s death, the editor of the London Daily Telegraph announced he had closed comments on every Thatcher story.

“Even our address to email tributes is filled with abuse,” he said.

A women celebrates the death of the former British PM.A woman celebrates the death of the former British PM. Photo: AFP

Social media was overflowing with people writing “Ding Dong!” in reference to the Wizard of Oz song, and posting pictures of themselves drinking in celebration of “Margaret Thatcher Death Day”.

Hundreds of people took to the streets in Brixton, an area of south London which suffered serious rioting in the 1980s, to celebrate Lady Thatcher’s death. Holding notices saying ‘‘Rejoice – Thatcher is dead’’, about 200 people gathered in the neighbourhood, a hotspot of alternative culture, and toasted her passing by drinking and dancing to hip-hop and reggae songs blaring from sound systems.

‘‘I’m very, very pleased. She did so much damage to this country,’’ said one man brandishing an original newspaper billboard from 1990 announcing Thatcher’s resignation. Others scrawled ‘‘Good Riddance’’ on the pavement.

Celebrating: people gather during a 'party' after the death of Margaret Thatcher.Celebrating: people gather during a ‘party’ after the death of Margaret Thatcher. Photo: AFP
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source: smh.com.au

Quirinale, Bersani ha una rosa di nomi

Pier Luigi BersaniPier Luigi Bersani

Doppio binario, vaste convergenze, governo di scopo

Quirinale, Bersani ha una rosa di nomi

Dopo giorni di ambasciate e ambasciatori, Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani hanno finalmente avuto il loro incontro faccia a faccia per discutere – in primis – del prossimo candidato al Quirinale

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Roma, 10-04-2013

“Le linea del Pd è un no a un governissimo Pd-Pdl. Ma questo non significa che non ci voglia la responsabilità di tutti, a partire dal leader che ha vinto le elezioni, per aprire un dialogo costruttivo sulle riforme istituzionali e sulle misure urgenti per aiutare il Paese”. Alessandra Moretti, già portavoce e responsabile della campagna
per le primarie di Bersani, ribadisce in un’intervista alla Stampa il credo della segreteria: doppio binario, nessun governissimo con il PdL, ricerca di intese sul Quirinale. Su un nome espresso dal Pd.

Faccia a faccia
Il colloquio Bersani-Berlusconi si è tenuto in una sede istituzionale: la Camera. Dopo giorni di ambasciate e ambasciatori, Silvio Berlusconi e Pier Luigi Bersani hanno finalmente avuto il loro incontro faccia a faccia per discutere – in primis – del prossimo candidato al Quirinale. Molti depistaggi e poche conferme: nelle stanze della commissione Trasporti al quinto piano ci sarebbe stata una prima fase ‘allargata’ – alla presenza di Enrico Letta e Angelino Alfano – e una seconda in cui B.& B. sarebbero rimasti da soli.

Primo passo
Un colloquio durato complessivamente oltre un’ora che – al netto delle comunicazioni ufficiali rispettivamente di Letta e Alfano – viene definito ‘interlocutorio’, tipica parola del politichese che si usa per dire che non è andato bene, ma neanche troppo male, di certo che non è stato ‘risolutivo’. Infatti i due si dovranno rincontrare, probabilmente più a ridosso del 18 aprile, giorno in cui cominceranno le votazioni per il presidente della Repubblica. Nel frattempo la manifestazione del Pdl prevista persabato a Bari sarà all’insegna dei toni soft.

Perplessità
Al suo rientro a palazzo Grazioli, dicono, Silvio Berlusconi non si è mostrato particolarmente soddisfatto dell’esito. Nessun problema dal punto di vista umano, sia chiaro. Ma restano degli scogli nella definizione della doppia partita Quirinale e governo. Non a caso da entrambe le parti si affrettano a dire che si sarebbe parlato solo dell’elezione del prossimo capo dello Stato. Le comunicazioni ufficiali, infatti, concordano sostanzialmente sulla necessità di cercare un nome che sia il più condiviso possibile, di alto profilo e garante di unità. Angelino Alfano è ancora più esplicito: non può essere “ostile” al Pdl. Berlusconi, insomma, avrebbe chiesto garanzie sul fatto che non spunti un nome alla Prodi e nemmeno alla Zagrebelsky, per strizzare l’occhio ai grillini.

Niente governissimo
Ma è sulla questione della formazione del governo che la discussione si sarebbe arenata, facendo convenire sulla necessità di un ulteriore incontro. Ancora una volta il Cavaliere avrebbe spiegato che, in virtù del suo 30% di consensi e dei milioni di voti ottenuti alle elezioni, al Pdl va garantito un peso specifico. E questo si può tradurre in due modi: o presidente della Repubblica espressione del centrodestra oppure un capo dello Stato non ostile ma accompagnato alla nascita di un governo in cui il Pdl sia rappresentato.

Strategia bersaniana
Ma su questo tasto Bersani non sente: prima un’intesa sul nome del prossimo inquilino del Colle, poi si tornerà al nodo governo. Nella segreteria Pd c’è la ferma convinzione che il nuovo presidente non scioglierà le Camere e confermerà l’incarico a Bersani. Di più, la speranza bersaniana è che il nuovo presidente non condivida la linea di Napolitano, ferma sulla necessità di un governo con maggiornaza certa, e possa magari inviare il premier incaricato alle Camere, alla ricerca di una fiducia che apra lo scenario di un governo di minoranza. Una volta al lavoro, l’agenda Bersani dispiegherebbe già nelle prime settimane il suo potere di attrazione sui senatori grillini più possibiilsti circa una collaborazione con il Pd.

I timori berlusconiani
Il Cavaliere avrebbe cercato di convincere il segretario Pd dell’opportunità di appoggiare larghe intese e di dare vita a un governo che abbia una durata almeno di un paio di anni. D’altra parte – avrebbe sottolineato – quell’esecutivo potrebbe essere guidato dallo stesso segretario democratico ed evitare quel ritorno alle urne che vedrebbe l’arrivo prepotente in campo di Matteo Renzi. Insomma, il Cavaliere spera che con il passare dei giorni – e vista la debolezza di Bersani all’interno del suo stesso partito – il segretario venga a più miti consigli. Di converso, il numero uno Pd sa che quella del voto in estate e un’arma che rischia di essere spuntata vista la ristrettezza della finestra temporale, e che sia il Cavaliere – una volta nominato un ‘garante’ sul Colle – ad abbassare le sue pretese, magari accontendadosi di tecnici d’area e consentendo la nascita di un governo di scopo.

Per questo, dopo Mario Monti e Berlusconi, Bersani vedra’ giovedi’ Roberto Maroni. Sarà affidato invece ai capigruppo Roberto Speranza e Luigi Zanda il contatto con Roberta Lombardi e Vito Crimi del Movimento 5 Stelle. Il leader del Pd e l’ex premier si sono lasciati con l’intenzione di rivedersi a ridosso dell’elezione del Presidente e a quel punto si parlerà di nomi.

Papabili
Al momento i più accreditati restano Giuliano Amato, Massimo D’Alema, Pietro Grasso e Franco Marini, che raccoglierebbe un consenso trasversale. Ma rumors parlamentari dicono che ieri Bersani con Silvio Berlusconi abbia fatto due nomi, entrambi di donne, come candidate per la presidenza della Repubblica: Emma Bonino e Paola Severino.

Nonostante lo sforzo di Bersani di sgomberare il campo dal tema governo, sono in molti a pensare che dall’esito della partita del Quirinale dipendano le sorti della legislatura. “Se eleggiamo il presidente della Repubblica entro i primi tre scrutini bene, altrimenti i voti non li controlla nessuno e si va a elezioni a giugno”, ha spiegato un ex popolare.

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fonte rainews24.it

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Usa, “tutti i 104 reattori nucleari attivi hanno problemi di sicurezza” / ‘Irreparable’ safety issues: All US nuclear reactors should be replaced, ‘Band-Aids’ won’t help

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Usa, “tutti i 104 reattori nucleari attivi hanno problemi di sicurezza”

La clamorosa affermazione viene da Gregory B. Jaczko, ex-chairman della “Nuclear Regulatory Commission”, l’organo che si occupa di sovrintendere alla sicurezza degli impianti. Da anni molti gruppi ambientalisti si rivolgono, praticamente inascoltati, all’opinione pubblica

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Tutti i 104 reattori nucleari operativi negli Stati Uniti hanno problemi di sicurezza che non possono essere risolti. Quindi, dovrebbero essere chiusi. La clamorosa affermazione viene da uno che di nucleare americano dovrebbe intendersene, e cioè da Gregory B. Jaczko, ex-chairman della “Nuclear Regulatory Commission”, l’organo che si occupa di sovrintendere alla sicurezza degli impianti. Secondo Jaczko, chiudere nello stesso momento tutti i 104 reattori sarebbe ovviamente impossibile. La sua soluzione è un’altra: non rinnovare le autorizzazioni ai reattori, “non continuare a mettere un cerotto dopo l’altro agli impianti” e far sì che questi chiudano progressivamente.

La preoccupazione per impianti obsoleti e pericolosi non è ovviamente nuova. Da anni molti gruppi ambientalisti e contrari al nucleare si rivolgono, praticamente inascoltati, all’opinione pubblica. La novità, in questo caso, sta proprio nella figura di chi lancia l’allarme. Gregory Jaczko è stato fatto membro della “Nuclear Regulatory Commission” da George W. Bush nel 2005, divenendone chairman nel 2009. Nel giugno 2012 ha rassegnato clamorosamente le dimissioni, diventando uno dei più tenaci critici dell’industria nucleare Usa. Le ultime dichiarazioni, riprese dal “New York Times”, sono state fatte nel corso della “Carnegie International Nuclear Policy Conference” di Washington, dove a Jaczko hanno chiesto come mai chiede proprio ora la chiusura dei reattori. La sua risposta è stata: “Sono arrivato a questa conclusione solo recentemente”.

La posizione di questo fisico è così riassumibile: molti degli impianti cui è stata concessa l’autorizzazione ad operare per altri 20 anni, oltre i 40 anni canonici, non arriveranno al limite dei 60 anni. Quindi, vanno chiusi. In nessun modo poi va consentito che le aziende proprietarie dei reattori possano chiedere la licenza per altri 20 anni. Questo porterebbe a 80 anni la vita di un reattore; un periodo oggettivamente troppo lungo e che può produrre rischi terribili. Durante il congresso di Washington, il dottor Jaczko ha anche esposto la sua teoria per evitare il ripetersi di disastri come quelli di Fukushima (Giappone): reattori più piccoli, il cui calore non raggiunge temperature capaci di fondere le barre del combustibile nucleare.

Sullo sfondo delle dichiarazioni di Jaczko c’è una delle guerre più feroci combattute da decenni sul nucleare americano. Jaczko ha rassegnato le sue dimissioni, nel maggio 2012, dopo mesi di scontri e polemiche con gli altri quattro membri della Commissione. L’accusa, nei suoi confronti, portata sino al Congresso degli Stati Uniti, era quella di autoritarismo, eccessi verbali, scarsa condivisione delle informazioni in suo possesso. In realtà, nei mesi precedenti la sua uscita di scena, Jaczko si era trovato spesso solo nel chiedere controlli di sicurezza più severi agli impianti e una riconsiderazione delle licenze distribuite dalla Commissione. La sua battaglia più famosa, vinta ma probabilmente fatale alla sua carriera, fu l’opposizione al progetto di smantellamento delle scorie radioattive che avrebbe dovuto aver luogo nella Yucca Mountain, in Nevada (acerrimo nemico del piano era il capogruppo democratico al Senato, Harry Reid, che è anche il padrino politico di Jaczko).

Dopo di allora, più volte, l’industria nucleare Usa ha attaccato Jaczko, accusato di avere un PH.D in fisica teoretica e di non conoscere problemi e interessi dell’industria nucleare. La riuscita defenestrazione dello scomodo chairman non sembra però essere riuscita a mettere il bavaglio alle sue opinioni poco ortodosse. La battaglia sul nucleare non sembra comunque destinata a mettere in discussione gli interessi della grande industria, almeno nel breve periodo. Il nuovo segretario all’Energia nominato da Barack Obama all’inizio di marzo, Ernest Moniz, è noto, oltre che per essere stato nel Technology Advisory Council di British Petroleum, anche per i suoi legami con l’industria nucleare. Dal 2002 al 2004 ha collaborato con USEC, una società che fornisce uranio arricchito agli impianti di energia nucleare. USEC, che ha chiesto due miliardi di prestiti garantiti al Dipartimento all’Energia per un progetto in Ohio, ha ovviamente accolto con entusiasmo la nomina di Moniz.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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An aerial view of the Limerick Generating Station, a nuclear power plant in Pottstown, Pennsylvania. (AFP Photo / Stan Honda)

‘Irreparable’ safety issues: All US nuclear reactors should be replaced, ‘Band-Aids’ won’t help

Published time: April 09, 2013 22:46
Edited time: April 10, 2013 01:23

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All 104 nuclear reactors currently operational in the US have irreparable safety issues and should be taken out of commission and replaced, former chairman of the US Nuclear Regulatory Commission, Gregory B. Jaczko said.

The comments, made during the Carnegie International Nuclear Policy Conference, are “highly unusual” for a current or former member of the safety commission, according to The New York Times. Asked why he had suddenly decided to make the remarks, Jaczko implied that he had only recently arrived at these conclusions following the serious aftermath of Japan’s tsunami-stricken Fukushima Daichii nuclear facility.

“I was just thinking about the issues more, and watching as the industry and the regulators and the whole nuclear safety community continues to try to figure out how to address these very, very difficult problems,” which were made more evident by the 2011 Fukushima nuclear accident in Japan, he said. “Continuing to put Band-Aid on Band-Aid is not going to fix the problem.”

According to the former chairman, US reactors that received permission from the nuclear commission to operate for an additional 20 years past their initial 40-year licenses would not likely last long. He further rejected the commission’s proposal for a second 20-year extension, which would leave some American nuclear reactors operating for some 80 years.

Jaczko’s comments are quite significant as the US faces a mass retirement of its reactors and nuclear policy largely revolves around maintaining existing facilities, rather than attempting to go through the politically hazardous process of financing and breaking ground on new plants.

Though the US maintains a massive naval nuclear program, all of the country’s current civilian reactors began construction in 1974 or earlier, and a serious incident at Three Mile Island in 1979, along with an economic recession, essentially caused new projects to be scrapped.

A modest revival of enthusiasm for nuclear power emerged in the early part of the last decade, leading to the construction of four reactors at existing facilities within the last three years, slated to be completed by 2020. Despite the lack of new projects, the US is still the world’s biggest producer of nuclear power, which represents 19% of its total electrical output.

Fittingly, Jaczko’s comments came during a panel discussion of the Fukushima incident, which has brought greater attention to aging US reactors – some of which were quite similar to the General Electric-designed models overwhelmed by the earthquake and subsequent tsunami in 2011.

In response to those comments, Marvin S. Fertel, president and chief executive of the Nuclear Energy Institute, told the Times that the country’s nuclear power grid has, is, and will operate safely.

“US nuclear energy facilities are operating safely,” said Fertel. “That was the case prior to Greg Jaczko’s tenure as Nuclear Regulatory Commission chairman. It was the case during his tenure as NRC chairman, as acknowledged by the NRC’s special Fukushima response task force and evidenced by a multitude of safety and performance indicators. It is still the case today.”

Since the first nuclear reactor went operational in the US, there have been very few fatal incidents at nuclear power facilities, though there were a number of high profile stories written over the inherent dangers of large nuclear reactors during the mid-1970s. One of the most recent incidents at a US reactor was in April of 2013, when an employee was killed at the Arkansas Nuclear One plant while moving part of a generator.

Jaczko served as chairman of the nuclear regulatory agency since 2009, and according to the Times resigned in 2012 following conflicts with colleagues. He was seen as an outlying vote on a number of safety issues, and had advocated for more stringent safety improvements during his tenure.

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source: rt.com

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FS, sindacati confermano lo sciopero: il 12 aprile treni fermi per otto ore su tutta la rete, Toscana esclusa

FS, sindacati confermano lo sciopero: il 12 aprile treni fermi per otto ore

FS, sindacati confermano lo sciopero: il 12 aprile treni fermi per otto ore

Dalle 9 alle 17 di venerdì prossimo incrocerà le braccia tutto il personale di Trenitalia. L’iniziativa promossa da Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl Trasporti e Fast Ferrovie: “Protesta per la mancata soluzione dei problemi posti all’azienda in materia di occupazione”. Toscana esclusa

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ROMA E’ stato confermato lo sciopero di 8 ore – dalle 9 alle 17 – di venerdì 12 aprile di tutto il personale di Trenitalia. A proclamare la protesta che interessa sia gli addetti alla circolazione dei treni sia quelli degli impianti fissi, comprese biglietterie e officine, ad esclusione del personale che opera in Toscana, sono unitariamente Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl Trasporti e Fast Ferrovie.

“Alla base dello sciopero – spiegano i sindacati – la mancata soluzione alle tematiche poste a Trenitalia in materia di occupazione, in particolare sulla reinternalizzazione delle attività di manutenzione, sul potenziamento del settore della Vendita e dell’Assistenza, sulla gestione dei turni di lavoro degli equipaggi e sullo smantellamento Divisione Cargo”.

La commissione di garanzia ha imposto l’esclusione della Toscana perché in base alla legge 146/90 che regola il diritto di sciopero nei servizi pubblici, l’astensione dal lavoro del personale sarebbe caduta a troppo breve distanza dallo sciopero del personale di bordo di Trenitalia della Toscana attuato dalle 21 di sabato 6 alle 21 di domenica 7 aprile da Orsa. (09 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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E Berlusconi disse: non consentirò un esecutivo di minoranza

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E Berlusconi disse: non consentirò un esecutivo di minoranza

Prove di accordo, i paletti su palazzo Chigi però restano inalterati

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di Marco Conti

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ROMA – Un pareggio, come quello tra Roma e Lazio. Un pareggio che non serve a nessuno per fare passi in avanti nella scelta del successore di Napolitano. Ma che basta a Bersani e Berlusconi per tornare dalle rispettive tifoserie senza aver perso la faccia e, soprattutto, senza che uno scatto o un’immagine comunichi più di quello che dopo un’ora faranno i comunicati disgiunti dei due ”accompagnatori” d’eccezione: Enrico Letta e Angelino Alfano. Poco più di un’ora di colloquio a quattro che inizia con Berlusconi che prova a ribadire il concetto di sempre: «Noi siamo disponibili a trovare con voi un nome per il Quirinale che garantisca tutti, ma è assurdo slegarlo dal governo». Un incipit che permette al Cavaliere di tenere il punto, ma il tono non impedisce a Bersani di chiedere al suo interlocutore di procedere «un passo alla volta. Ora pensiamo al Quirinale, poi il governo».

CONSULTAZIONI
Berlusconi acconsente, anche perché al primo incontro con il leader del Pd sembra volersi accontentare della centralità ritrovata anche se il segretario del Pd gli dice che intende incontrare anche la Lega di Roberto Maroni e, se lo vorranno, i grillini, che però lascerebbe volentieri ai due capigruppo del Pd Speranza e Zanda. Il segretario del Pd parla a lungo di «metodo» e non un nome esce dalla sua bocca. Ricorda precedenti elezioni e sottolinea più volte la necessità che ha il Paese di «non lacerarsi» nella scelta del Capo dello Stato. Berlusconi e Alfano, ancora diffidenti e per certi versi incerti tra la tentazione della piazza (sabato saranno a Bari) e la voglia di non rimanere tagliati del tutto fuori dalla trattativa del Quirinale, assecondano l’auspicio fatto il giorno prima dal Capo dello Stato.

GRUPPI PD
Oltre le due delegazioni non sono andate, anche perché ha spiegato Bersani: «Non posso non tener del dovuto conto che noi arriveremo in aula con 490 grandi elettori, ed è giusto che per prima cosa senta quali sono le indicazioni dei miei». Una sottolineatura che ha preoccupato la coppia Berlusconi-Alfano che teme la ricerca da parte dei gruppi del Pd di un candidato che possa concedere a Bersani l’incarico per metter su un governo anche di minoranza. «Scegliere un nome di garanzia va bene, ma sia chiaro – ha ribadito Alfano . che ciò non ci impedirà di rivolgerci poi a lui per dire tutta la nostra contrarietà al govero di minoranza».

Scongelati i rapporti e promesso un nuovo incontro, «stavolta con una rosa di nomi», la riunione nell’ufficio di Bersani della Camera si è sciolta con grandi strette di mano e un Cavaliere non perfettamente soddisfatto dell’incontro, malgrado Alfano abbia più volte sottolineato che, mancando ancora dieci giorni al voto in aula, difficilmente si sarebbe potuto andare oltre. Il disgelo tra i due, che comunque si stanno reciprocamente simpatici, non sembra però aver rimosso più di tanto i paletti iniziali.

PAURE PDL
Ieri mattina le bordate rifilate in tv dal segretario del Pd al «governissimo» e quel «ti conosco mascherina» rifilato al Cavaliere, avevano fatto traballare l’appuntamento che in un primo tempo da pomeridiano era divenuto serale. Poi la scelta di Berlusconi di rompere ogni indugio recandosi alle cinque e mezza nell’ufficio di Bersani con il segretario del Pdl, per poi ritrovarsi a palazzo Grazioli con i più stretti collaboratori, Gianni Letta in testa, per valutare sino a che punto si può contare sulla contrarietà dei grillini a qualsiasi intesa con il Pd. Memore di come è andata nell’elezione dei presidenti di Camera e Senato, il Cavaliere non si fida molto della compattezza del M5S e teme che i gruppi del Pd possano alla fine ritrovarsi su un nome che intercetti non solo i centristi di Monti, ma anche i grillini. Con i quali il Pd sta flertando sul tema-commissioni.

TIMORI PD
Rinviata sine die la direzione del partito e silenziati di nuovo i vecchi big del partito, Bersani ha ora il non facile compito di far nascere dentro i corposi gruppo del centrosinistra una rosa di candidature in grado di tenere insieme le diverse anime del partito e, soprattutto, che nella rosa ci siano anche nomi di possibili presidenti – come forse Marini, Monti e Prodi – che abbiano poi voglia di tentare la strada del governo di minoranza.

Mercoledì 10 Aprile 2013 – 08:13
Ultimo aggiornamento: 08:13

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fonte ilmessaggero.it

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