Archivio | aprile 13, 2013

CONFINDUSTRIA – Squinzi: “Buttato l’1% di Pil, pazienza scaduta”. Camusso, “chiudere la stagione degli strappi”

Squinzi: “Buttato l’1% di Pil, pazienza scaduta”.
Camusso, “chiudere la stagione degli strappi”

Duro attacco del presidente di Confindustria alla politica: “Chiedo di non vivere in un Paese così”. Imprenditori e sindacati a confronto su un patto comune per superare “l’irresponsabile” immobilismo di governo. Per il leader Cgil l’idea “affascina” ma servono “risposte concrete e non illusioni”

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MILANOMentre i numeri diffusi dall’Osservatorio della Cgil sulla cassa integrazione dipingono una situazione estremamente critica per il Paese, con 1 miliardo di euro sottratto ai redditi rispetto a dodici mesi fa, l’idea di Confindustria di dar vita a un patto con i sindacati per farsi carico dei problemi di imprese e lavoratori raccoglie le reazioni delle parti sociali, presenti a Torino a un convegno confindustriale. L’urgenza di superare l’impasse politica emerge chiara dall’attacco di Giorgio Squinzi: il leader degli imprenditori, dal palco di Torino, denuncia come l’assenza di governo sia costata al Paese già un punto di Prodotto interno lordo (Pil).

Come già accaduto in passato, Squinzi ha usato parole di fuoco verso la politica. Dopo il voto “siamo a più di 50 giorni di inerzia totale” il che è “rischioso e costoso”, attacca. “Grosso modo abbiamo contato di aver buttato un punto di Pil”, con “il peggior risultato che potessimo immaginare: la vittoria del non governo”, dice. E ora parlare di crescita è “un miraggio”. Alla platea di imprenditori, Squinzi dice: “Come vostro presidente, e come italiano, chiedo di non vivere così”. Dopo aver ricordato che “con la chiusura delle imprese muore il Paese”, sentenzia: “Oggi, qui a Torino, insieme al tempo è scaduta anche la nostra pazienza. Cosa deve accadere ancora e di più perché si comprenda la gravità dell’emergenza economica ed i rischi, concreti, che stiamo correndo?”, domanda retoricamente. Di frone “all’inadeguatezza politica che ci strangola”, Confindustria chiede allora “un governo di qualità”. Anche su un provvedimento tanto atteso, lo sblocco di 40 miliardi di crediti della Pa verso le imprese, Confindustria ha espresso “dubbi” sul meccanismo e l’auspicio che “il Parlamento possa svolgere un ruolo fondamentale nel rendere la norma semplice, trasparente e di rapida applicazione”.

Centrale nel convegno di oggi il tema del “patto di fabbrica”, lanciato ieri da Vincenzo Boccia: una collaborazione tra industriali e parti sociali per superare “l’immobilismo irresponsabile” della politica. Squinzi l’ha rilanciato come “patto tra produttori” per dare una “scossa” all’economia e riprendere il percorso di “crescita”, che rappresenta la “sola priorità” del Paese. Per Susanna Camusso, leader della Cgil, la priorità nelle relazioni tra imprenditori e rappresentanti dei lavoratori è però non dare “illusioni” ma partire da “cose concrete”. Per farlo, bisogna prima “riconosce le ferite che il sistema delle relazioni industriali ha e che in molte situazioni hanno complicato i nostri percorsi”. Per questo, prosegue la sindacalista, “con Confindustria, Cisl e Uil rimettiamo in ordine le relazioni tra le parti, le regole della rappresentanza. Chiudiamo – è l’esortazione – la stagione degli strappi e delle divisioni, perché avere buone relazioni è premessa per agire diversamente insieme”. Il ragionamento di Camusso parte proprio dal riconoscere che “tutti si chiedono se oggi esce un patto o no; devo dire che la Cgil non può che essere affascinata dal patto dei produttori che è di trentiniana memoria, di cui abbiamo il copyright. Ma non possiamo raccontare illusioni dobbiamo dire cose concrete”.

Prima di Camusso e Squinzi, il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, aveva rilanciato agli industriali la palla, dicendo che il patto “si può costruire” e può portare ad “una indicazione forte che dobbiamo dare e che deve essere recepita dalla politica”. Bonanni, che rivolgendosi agli imprenditori ha evocato l’idea di “una santa alleanza tra di noi”, ha ricordato che “siamo schiacciati dalle tasse, e da questa storia dobbiamo uscire, altrimenti l’economia non riprende”. La produzione italiana – ha precisato il sindacalista – “va salvaguardata, perchè l’occupazione si salvaguarda tutelando la produzione e i produttori devono essere alleatissimi, per dare una sveglia politica”. Parlando al convegno della situazione politica, Bonanni ha aggiunto: “Se non ci danno a tutti i costi un governo, nei prossimi giorni dovremo trovare le soluzioni migliori per farci sentire insieme”. Sicuro del fatto che “l’accordo sulla rappresentanza lo faremo e daremo una scossa alle relazioni industriali”, Bonanni ha aggiunto: “Dobbiamo tirare un pugno forte su un tavolo altrimenti non succede nulla”.

Sul tavolo c’è anche l’ipotesi di uno sciopero congiunto di imprese e lavoratori, avanzata dal segretario generale della Uil, Luigi Angeletti. Sul tema Bonanni ha chiosato: “Vedremo, non decido io, si decide tutti insieme”. (13 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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‘Proposta: esodiamo la guerra in Afghanistan’, di Massimo Fini

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By KIM GAMEL | Associated Press – Sun, Apr 7, 2013: Afghan government says airstrike kills 11 children

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Proposta: esodiamo la guerra in Afghanistan

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DI MASSIMO FINI
ilfattoquotidiano.it

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I grillini non fanno solo folclore. Giovedì hanno presentato una mozione che impegna il governo al ritiro immediato delle nostre truppe in Afghanistan, dove spendiamo circa 800 milioni l’anno (ma probabilmente sono molti di più perché dubito che vengano registrati quelli che diamo ai Talebani perché non ci attacchino). Con un miliardo non si risana un’economia, però qualche problemino potrebbe essere risolto, poniamo quello degli esodati. Ma se una guerra è giusta non se ne può fare una questione contabile, anche se, per la verità, l’art. 11 di quella Costituzione che le sinistre sbandierano ogni giorno ci vieta la partecipazione a qualsiasi guerra che non sia difensiva. Ma, al di là di questo, che pur non è poco, il fatto è che la guerra all’Afghanistan, che dura da dodici anni, è la più infame delle guerre.

Era cominciata col pretesto della lotta al terrorismo, ma a dodici anni dall’11 settembre, in cui i Talebani non ebbero alcuna parte, questa motivazione non regge più. Allora l’abbiamo trasformata nella proterva pretesa di imporre a quella popolazione le nostre istituzioni, i nostri valori, costumi, consumi. Ed è per questo che l’occupazione occidentale è stata molto più devastante di quella sovietica che fece danni materiali enormi, ma non ha stravolto la vita afghana. Noi, oltre a quelli materiali, abbiamo fatto enormi danni sul piano sociale, economico e morale. La disoccupazione, che sotto i Talebani era all’8%, oggi è al 40. Kabul aveva un milione di abitanti, adesso ne ha più di cinque.

Nell’Afghanistan talebano si poteva viaggiare sicuri anche di notte. Non c’era corruzione. Infine nel 2000 il Mullah Omar aveva proibito la coltivazione del papavero e la produzione di oppio era scesa quasi a zero. Oggi l’Afghanistan produce il 93% dell’oppio mondiale. Ma la cosa forse più grave è il degrado morale che abbiamo portato in quel Paese. Corrotto è il governo fantoccio di Karzai, corrotte sono le amministrazioni locali, corrotta è la polizia, corrottissima è la magistratura, al punto che gli afghani preferiscono rivolgersi alla giustizia talebana.

Questi sono i bei risultati della “missione umanitaria”. E allora che senso ha rimanere in Afghanistan? Per fedeltà alle alleanze e per una questione di credibilità scrive Franco Venturini sul Corriere. Gli olandesi se ne sono andati nel 2010 senza chiedere il permesso a nessuno. Così i canadesi nel 2011 e i polacchi nel 2012. I francesi stanno smobilitando. Non mi pare che nessuno di questi Paesi abbia perso la propria credibilità internazionale.

Intanto la mattanza continua. Una settimana fa, nella regione di Kunar, l’aviazione americana, a copertura del tremebondo esercito afghano (ma perché coprire truppe di terra contro un nemico che non ha aviazione?) ha bombardato tre villaggi uccidendo, oltre a sei guerriglieri, undici bambini, due donne e facendo un numero imprecisato di feriti. La Nato ha avuto l’impudenza di affermare che non c’erano state vittime civili. Allora i capi dei villaggi hanno allineato sulla strada gli undici corpicini. A testimonianza di una vergogna indelebile che riguarda anche noi.

Massimo Fini
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it
13.04.2013

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fonte comedonchisciotte.org

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Reddito minimo: lunedì le firme al Parlamento

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Reddito minimo: lunedì le firme al Parlamento

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di | 13 aprile 2013

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Lunedì 15 aprile il comitato promotore della campagna per un Reddito minimo garantito consegnerà le 50mila firme, raccolte dal giugno al dicembre 2012, al Parlamento.

La proposta punta all’istituzione di una misura di protezione sociale di ultima istanza che consiste nell’erogazione di 600 euro al mese, per un anno, con possibilità di rinnovo, a favore di determinate categorie di persone.

Tra i requisiti, residenza in Italia da almeno 24 mesi, iscrizione alle liste di collocamento dei centri per l’impiego, reddito non superiore ad 8 mila euro annui. Il diritto decade maturati i requisiti per il trattamento pensionistico, se il beneficiario viene assunto con un contratto di lavoro subordinato o parasubordinato, se avvia un’attività lavorativa autonoma, in generale se supera la soglia degli 8 mila euro; decade anche se rifiuta una proposta di lavoro offerta dal centro per l’impiego competente, a meno che non sia inadeguata dal punto di vista del compenso, della formazione e delle professionalità acquisite e certificate dal centro stesso.

Insomma, nessuna utopia: il reddito minimo non è in contraddizione con l’attuazione di politiche attive per il lavoro e rappresenta un’occasione per semplificare un sistema di spesa sociale attualmente frammentato ed escludente, prendendo spunto, tra l’altro, da strumenti già esistenti in tutti i Paesi europei, tranne Italia e Grecia, seppure differenziati tra loro.

50mila cittadini e 170 associazioni hanno condiviso l’impostazione di questa proposta di legge di iniziativa popolare. Non abbiamo un Governo a cui sottoporla e non sappiamo quando lo avremo. Sappiamo, però, quali conseguenze sta producendo questa crisi: l’Istat ci dice che la disoccupazione continua ad aumentare – in Italia, 5,7 milioni di persone sono senza lavoro -; il Ministero del Lavoro ammette che i contratti attivati sono diminuiti del 5,8% nell’ultimo trimestre del 2012 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; la Bce registra un ulteriore calo dei posti di lavoro nei primi tre mesi del 2013.

Le istituzioni europee ci chiedono di attivare una misura di questo tipo da anni, perchè il nostro sistema di welfare costringe alla marginalità sociale tutti coloro che non hanno accesso agli strumenti di protezione tradizionali. E di certo non ci salva l’Aspi, che dimentica ancora una volta il mondo dei precari, dai collaboratori a progetto agli associati in partecipazione, dai ricercatori ai lavoratori indipendenti.

Per questo siamo stanchi di aspettare l’elezione di un nuovo Capo dello Stato, un eventuale altro scioglimento delle Camere, nuove elezioni, perché qualcosa si muova. Lunedì consegneremo comunque le firme al Parlamento, con la richiesta, alla Presidenza della Camera, di avviare un percorso urgente perché la proposta di legge sia presa in carico da una commissione di lavoro ad hoc.

Per chi vuole aderire, in rete è stata lanciata anche una petizione con l’invito a organizzare una manifestazione nazionale, in occasione del primo maggio, con cui sollecitare il Parlamento ad approvare con urgenza la legge.

www.redditogarantito.it

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Bari, Berlusconi: “Governo forte oppure elezioni subito. Io candidato premier”

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Bari, Berlusconi: “Governo forte oppure elezioni subito. Io candidato premier”

“Senza un governo forte elezioni a giugno”. Il Cavaliere apre così il suo comizio. “Prodi al Colle? Tutti all’estero”. M5s? “Dilettanti allo sbaraglio”. Ancora: “Bersani non insegua Grillo, apra al Pdl”. 150mila in piazza della Libertà

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Pubblicato in data 13/apr/2013

“Senza un governo forte elezioni a giugno”. Il Cavaliere apre così il suo comizio. “Prodi al Colle? Tutti all’estero”. M5s? “Dilettanti allo sbaraglio”. Ancora: “Bersani non insegua Grillo, apra al PdL. Nei sondaggi siamo in testa”.
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di | 13 aprile 2013

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L’inno nazionale. La musica. Gli applausi. Poi il discorso. Da pura campagna elettorale. Che potrebbe essere cominciata già oggi, con il Cavaliere candidato premier. “Siete il fiume della libertà: abbiamo vinto nel ’94, dobbiamo vincere anche oggi”. Silvio Berlusconi ha iniziato così, davanti a una piazza della Libertà stracolma di gente, il suo comizio a Bari. Una piazza pienissima: i sostenitori del Pdl si sono riversati da varie pari della regione (800 i pullman, secondo gli organizzatori, arrivati nel capoluogo pugliese). Secondo una nota del Pdl sarebbero 150mila le persone che affollano Corso Vittorio Emanuele II per il discorso del leader del Pdl. Che non ha potuto non ringraziare la piazza, ricordando che la Puglia è stata la regione italiana in cui il Pdl ha conquistato il miglior risultato alle ultime elezioni. Poi il messaggio politico, forte: “O un governo stabile oppure elezioni subito, a giugno” ha detto Berlusconi, che ha scherzato sull’assenza di Nichi Vendola ed elogiato l’ex ministro Raffaele Fitto, condannato a 4 anni per corruzione. Un dato non di secondo piano, visto che subito dopo l’ex premier ha sferrato un attacco frontale alla magistratura e contro lo strumento investigativo delle intercettazioni telefoniche. Un discorso, quello di Berlusconi contro la giustizia, che arriva dalla città da cui è partito lo scandalo delle cene eleganti con Patrizia D’Addario (presente tra la folla) con protagoniste le ‘ragazze’ di Gianpi Tarantini.

Gli attacchi alla magistratura e a Vendola
“Tutti possono finire nel tritacarne giudiziario. Hanno cambiato la storia democratica del Paese e loro, i magistrati, non pagano neanche per i loro errori…” ha continuato Berlusconi, che poi ha criticato la decisione di condannare Fitto poco prima del voto del 24 e 25 febbraio. Poi, rivolgendosi all’ex ministro, il Cavaliere ha detto: “Io e te dobbiamo stare tranquilli Raffaele, tanto la gente ci ha premiato lo stesso e oggi ne abbiamo avuto la conferma: ci hanno votato e hanno bocciato gente come Antonio Ingroia“. Boato dalla piazza. Che poi ha accolto con grandi applausi le accuse di Berlusconi agli avversari, primo fra tutti Nichi Vendola. Il campo è sempre quello: la giustizia e i guai giudiziari. “Noi dobbiamo fare come Vendola” ha detto ancora Berlusconi, che ha ricordato la vicenda delle foto che immortalavano il governatore a pranzo con il giudice che lo ha assolto. “Quelle dichiarazioni che Vendola fa – ha detto ancora il Cavaliere – fanno sentire tanto stupidi perché non si capisce niente” ha aggiunto e la piazza si è lasciata andare a fischi pesanti e offese contro il presidente di Regione. “E’ una reazione rozza ma devo confessare, efficace…” ha commentato divertito l’ex premier, che poi, tornando sulle foto del leader di Sel col giudice, ha detto: “Se fosse capitato a me o a Fitto, immaginate cosa avrebbero detto Santoro, Travaglio, Floris e l’Annunziata”.

Il passaggio politico, le critiche a Bersani che rincorre Grillo
Berlusconi poi è passato al passaggio politico del suo intervento, ironizzando sia sulle Quirinarie dei 5 Stelle, sia sui nomi che la Rete ha proposto per la presidenza della Repubblica. “Volete Romano Prodi presidente? Saremmo costretti ad andare all’estero. Proprio lui che ci ha fatto pagare una tassa vergognosa per entrare nell’euro” ha urlato il leader del Pdl alla piazza prima di rivolgersi direttamente a Bersani. Anche in questo caso l’addebito è sempre lo stesso, con il Pd che secondo Berlusconi, pur avendo vinto con uno scarto minimo le elezioni, ha ‘scelto’ entrambi i presidenti delle Camere e ora vuole puntare su un suo nome ‘suo’ per la successione di Giorgio Napolitano. “Bersani vuole i nostri voti ma non vuole un governo con noi, allora io gli dico – ha aggiunto B. -: Bersani noi siamo moderati ma non abbiamo l’anello al naso, non stiamo a pettinare le bambole” ha sottolineato il Cavaliere, che poi ha spiegato: “Sono passati 47 giorni dal voto del 24-25 febbraio e non abbiamo ancora un governo, vi sembra normale? Vi sembra possibile – ha insistito il Cavaliere – che in una crisi così possiamo concederci questa assurda paralisi?”. In tal senso, Berlusconi ha ricordato quanto successo dal 25 febbraio a oggi: “Noi dal giorno del voto abbiamo detto che siamo disponibili a un governo con il Pd e di individuare di comune accordo un candidato per la presidenza della Repubblica. E, invece – ha continuato – questi signori ci hanno detto di no per un governo insieme e con lo 0,3% in più, che hanno ottenuto con la loro nota professionalità nelle operazioni di scrutinio e la prossima volta dovremmo farlo anche noi- non si sono aperti a nessun accordo con noi e anzi tentano di prendersi tutte le 5 cariche istituzionali dello Stato”. Berlusconi, poi, ha presentato gli ultimi sondaggi: “Ho qui i dati. Siamo al 34%, abbiamo 4 punti in più degli avversari” ha detto Berlusconi, che si è rivolto nuovamente a Bersani: “Smettila di inseguire Grillo, tratta con noi oppure andiamo subito al voto”.

Le critiche al M5S e l’annuncio: “Se si vota io candidato presidente del Consiglio”
Il Cavaliere ne ha avute anche per il Movimento 5 Stelle, i cui elettori “volevano il cambiamento ma si sono ritrovati una banda di dilettanti allo sbaraglio. Fanno venire i brividi a guardarli, a sentirli, a incontrarli in Parlamento e credo facciano la stessa impressione a chi li ha votati per pura protesta senza conoscerli. Sono guidati dalla Premiata Ditta Grillo-Casaleggio che smentisce qualsiasi loro affermazione” ha urlato l’ex premier, che poi ha ricordato di aver fermato tutti i leader della sinistra dal 1994 ad oggi.Non poteva mancare l’annuncio a effetto. Che Berlusconi ha piazzato al centro del suo discorso: “Noi siamo già pronti per votare, questa di oggi potrebbe essere la prima tappa della nuova campagna elettorale in cui io sarò il candidato alla presidenza del Consiglio” ha detto, sottolineando che si tratta di “una responsabilità grande e dolorosa da cui non mi posso sottrarre. Bersani la smetta di rincorrere Grillo e si apra a collaborare con noi”. ”La sinistra è stata a un passo dal potere ma ha trovato Silvio Berlusconi e tutti noi sulla sua strada e sono impazziti” ha continuato Berlusconi, che poi ha attaccato il centrosinistra anche sulla questione morale: “Non vi è consentito di dare lezioni su chi è presentabile e chi non lo è, né di negare a qualcuno patenti di libertà e democrazia, abbiate rispetto di chi ha capito le cose 50 anni prima di voi –  – ha proseguito il Cavaliere – Voi avete sbagliato tutte le scelte e non avete alcun titolo per ergervi a maestri di politica e, tanto meno, di morale”.

La piazza in attesa del discorso di Berlusconi
Prima del discorso di Berlusconi, ad intrattenere i partecipanti musica, balli e canti. In piazza tante bandiere con il simbolo del Pdl e le bandiere con i colori dell’Italia. La novità sono i cartelli a forma di mano con la scritta ‘Giù le mani da Silvio’. Per Berlusconi è il secondo ‘bagno di folla’, a un mese e mezzo dalle elezioni, dopo quello in Piazza del Popolo a Roma il 23 marzo scorso, nella quale il popolo del centrodestra ha manifestato “contro l’oppressione fiscale, burocratica e giudiziaria”. Tantissimi gli slogan. “Berlusconi costruisce, la sinistra demolisce”. Oppure: “Zio Silvio se li mangia tutti” si legge su un altro striscione esposto vicino al palco. “Berlusconi Highlander” recita invece il grande striscione al centro della piazza, che dà dell’immortale a Berlusconi (rifacendosi al film del 1986 con Christopher Lambert). Più piccoli e nelle mani dei tanti bambini che sono in piazza e per strada gli striscioni con le scritte “giustizia giusta” e “Anch’io con Silvio”. Tra gli slogan più gettonati “chi non salta comunista è” o “chi non salta Bersani è”. Ma il messaggio più forte si trova proprio sul fondale del palco in piazza della Libertà, proprio dietro alle spalle del podio da cui parlerà Silvio Berlusconi: “Governo forte o subito elezioni” è scritto a lettere cubitali. “Felicemente impresentabili”, invece, è scritto su un altro degli striscioni che punteggia la piazza.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Veneto, nella Lega espulsioni con scontri e bandiere a lutto. Cacciati 35 “bossiani”, intervengono i carabinieri

7GoldTelePadova 7GoldTelePadova

Pubblicato in data 13/apr/2013

Un centinaio di contestatori al Consiglio della Lega Nord che sancisce 35 espulsioni. Volano insulti e spintoni

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Pubblicato in data 13/apr/2013

Un centinaio di militanti della Lega Nord si sono radunati di fronte alla sede del consiglio nazionale dove si sta discutendo sulle possibile espulsioni dei dissidenti di Pontida. Con i cerotti sulla bocca hanno inscenato una protesta muta, destinata a fare però molto rumore.

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Veneto, nella Lega espulsioni con scontri e bandiere a lutto cacciati 35 "bossiani", intervengono i carabinieri
Uno degli espulsi, Giovanni Furlanetto (ansa)

Veneto, nella Lega espulsioni con scontri e bandiere a lutto. Cacciati 35 “bossiani”, intervengono i carabinieri

Scontro a Noventa Padovana dopo le decisioni del consiglio della lega Veneta, guidato dal sindaco di Verona Flavio Tosi

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SPINTONI e ceffoni tra i militanti “bossiani” e alcuni componenti del Consiglio nazionale della Lega del Veneto, che ha decretato stamani 35 espulsioni  a carico di militanti che avevano preso parte alle proteste a Pontida o a iniziative di dissenso nel Veneto. L’assemblea era retta dal segretario Flavio Tosi, alla presenza del governatore Luca Zaia. I militanti seguaci del Senatùr hanno approfittato dell’uscita di Zaia, che aveva appena confermato i provvedimenti manifestando il suo disaccordo (“Io non ho diritto di voto altrimenti avrei votato contro”) per assaltare la sede sorprendendo così il Consiglio. Poi, dopo la “bagarre” sono arrivare le parole di Bossi intervistato dal Tg regionale della Lombardia: “La Lega non sarò io a romperla”: ribadendo quanto già affermato ieri sera. Alla domanda se sia andato dal notaio, Bossi ha replicato “chiedete a Leoni, è andato lui mica io dal notaio, per un giornale di una associazione culturale”.

La raffica di espulsioni era nell’aria sin dal mattino, nell’assemblea dei maggiorenti leghisti riunita a Noventa Padovana: varie decine di fogli di via  contro militanti e dirigenti bossiani, fra i quali nomi di spicco come il consigliere regionale Giovanni Furlanetto e molti dirigenti veneziani. La tensione è rimasta alta per ore, con i “dissidenti” che esibivano cerotti sulla bocca e sciarpe verdi.  Poi, nel rocambolesco finale, l’ex segretario veneziano Pizzolato (fra gli epurati) e il deputato veronese Bragantini si sono messi le mani addosso. Il primo è finito a terra, e i suoi hanno chiamato i carabibieri. Pizzolato è stato condotto via in ambulanza, mentre il sindaco di Verona Flavio Tosi, segretario della Lega veneta e capo dell’ala “intransigente”,  ha dovuto lasciare la riunione scortato dagli agenti.

Il silenzio dei manifestanti, prima del botto finale, era stato rotto solo da applausi per l’arrivo di Zaia, che nei giorni scorsi era stato sostenitore di una linea di maggiore tolleranza nei confronti degli “eretici”, e da fischi nei confronti di Tosi,  “inquisitore” dei ribelli, che nel Consiglio nazionale ha la stragrande maggioranza.

Poi gli incidenti: i protestatari, alla notizia che il Consiglio aveva deciso, hanno insultato soprattutto Tosi e persone a lui vicine, come Leonardo Muraro e gli assessori veneti Daniele Stival e Marino Finozzi, accusandoli di  di aver distrutto la Lega. Alcuni componenti del consiglio nazionale hanno cercato di bloccare l’entrata dei manifestanti e in queste fasi gli animi si sono agitati. Spintoni, minacce e urla. Ceffoni.  E alla fine resta a terra Pizzolato, intervengono i carabinieri e mettono tutto a verbale.   Ma “sono stato io ad essere aggredito – lamenta  Bragantini, vice capogruppo del Carroccio alla Camera –  Pizzolato mi ha picchiato. Andrò al pronto soccorso per farmi medicare e refertare”.

In conseguenza delle espulsioni, bandiere listate a lutto nella sede di Mestre (Venezia) del Provinciale della Lega, in segno di solidarietà e per esprimere dissenso. (13 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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Bersani: «No al governissimo». Poi attacca Renzi: «Indecente chi dice fate presto»

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Bersani: «No al governissimo». Poi attacca Renzi: «Indecente chi dice fate presto»

A Roma manifestazione del Pd contro la povertà

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Pubblicato in data 13/apr/2013

“La gente fuori lo vuole un governo, le persone sono disperate” afferma Pier Luigi Bersani dal palco del Mitreo, il museo di arte contemporaneo del quartiere Corviale, periferia di Roma. “Noi non vogliamo un governessimo perché non è la soluzione”.

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ROMA – Manifestazione del Pd contro la povertà e per un governo di cambiamento stamani al centro policulturale Il Mitreo, in via Marino Mazzacurati, nel quartiere romano di Corviale.

«Noi dobbiamo spiegare perché non vogliamo il governissimo: perché non è la risposta ai problemi», ha detto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, ribadendo così il suo no alle larghe intese e rilanciando la sua proposta di governo. A un manifestante che gli chiede di non cedere a Berlusconi, il leader Pd assicura: «Certo che non cedo».

Il Quirinale. «Noi siamo fedeli alla Costituzione, che dice che il presidente della Repubblica rappresenta l’unità nazionale. Faremo una ricerca onesta fino a prova contraria della soluzione più largamente condivisa in Parlamento», ha quindi osservato Bersani, ribadendo l’intenzione di trovare un accordo su un candidato condiviso per il Colle. L’elezione del presidente della Repubblica, ha continuato, «non c’entra niente con il governo che fa un altro mestiere. Il presidente della Repubblica rappresenta l’unità nazionale, il governo deve trovare una soluzione alla crisi e dare segnali di cambiamento per superare la sfiducia dei cittadini».

«L’ho detto anche in cinese: ci siamo se serviamo alla causa. Se sono di intralcio mi faccio da parte. Io testardo, ma dove siamo arrivati? C’è una politica disinteressata e costituzionale», ha poi ribadito respingendo la rappresentazione di chi lo descrive ostinato ad andare avanti nonostante le difficoltà.

L’attacco a Renzi. «Siamo ad un incrocio e questo è un ulteriore elemento di difficoltà in una fase difficile ma è indecente che in questa fase si dica “la politica faccia presto”. Se poi troverà Grillo al 70% non venga da me a dire “mi raccomando”. Di qualunquismo in giro ce ne è già troppo». Così poi Bersani ha attaccato Matteo Renzi senza nominarlo, riferendosi al tentativo del Pd di trovare una qualche forma di intesa con i 5 stelle. «Qualcuno di noi, di noi non di loro, mi ha detto – ha proseguito Bersani riferendsoi a Renzi -: “ci vuole dignità”. Io una frase così non l’avrei accettata neanche da mio padre. Per il bene del partito sto zitto. Perché l’arroganza umilia chi ce l’ha», si è poi sfogato il segretario.

«Vengono a dire a noi che la situazione è drammatica e bisogna fare qualcosa dopo che per anni hanno detto che i ristoranti erano pieni. Basta con la demagogia dopo demenziali panzane e alla politica attorcigliata sugli interessi di qualcuno», attacca ancora Bersani, con un chiaro riferimento alle dichiarazioni di Silvio Berlusconi.

Il lavoro è il tema cruciale, ha detto ancora Bersani, parlando di misure urgenti per affrontare la crisi. «È chiaro che il grande tema è la questione del lavoro, con una nuova politica a livello europeo, spazio per investimenti che diano lavoro, attenzione alla piccola impresa, attenzione alla corruzione perché stiamo parlando di economia, e meccanismi per mettere in moto una nuova politica industriale», ha spiegato. «Serve una scossa dal lato sociale e una scossa dal lato della moralità pubblica – ha avvertito -. Con meno di questo è molto difficile che l’Italia possa riprendere il suo cammino».

«Ci dicono che per fare il minimo ci sarà da coprire gli ammortizzatori sociali, le missioni all’estero, minimo minimo bisogna tirare fuori 7-8 miliardi, e sono ottimisti», afferma ancora Bersani. «E si apre il dibattito perché un giornale parla di buchi e il ministro dice non si ci sono buchi. Il dibattito è surreale, uno parla della realtà, un altro di contabilità. Li lascio alla fame tutti quanti? Me lo dici», si chiede il segretario del Pd. «Non si parla più un linguaggio che la gente capisca. Il ministro del Tesoro deve dire che non ci sono buchi nel senso che non lascio senza un pezzo di pane centinaia di migliaia di persone. Non possiamo più tollerare che ci raccontino che gli asini volano», continua.

«Ai Cinque Stelle dico: predicavate il cambiamento e ora? Siete ancora lì a dire che c’è l’inciucio Berlusconi-Bersani? Avanti sulla distruzione del Paese», ha detto poi Bersani, ricordando che il Movimento 5 stelle «ha detto no alla proposta di un governo di cambiamento su otto punti».

«Adesso dico una cosa a voi romani. Ci vuole un signor sindaco come Ignazio Marino può essere. Ci vuole un sindaco che sia dentro un popolo che partecipi», ha detto ancora Bersani. «Non si governa in altro modo – ha aggiunto – la rete va bene ma bisogna scendere per strada e guardare in faccia le persone».

«Questo luogo è stato aperto grazie ad una mia legge. Ne ho fatte parecchie, ma tutte con una caratteristica: cambiare qualcosa sul serio. Cambiare si può, non è vero che siamo tutti uguali, non è vero», sottolinea ancora Bersani, rivendicando così, durante la manifestazione a Corviale, il merito per aver promosso una legge nel ’97 per aprire luoghi di aggregazione in zone periferiche.

La manifestazione del Pd. Una iniziativa «per stare tra la gente e i suoi problemi e non nei massimi sistemi della politica». Così Gad Lerner ha spiegato il senso dell’iniziativa che Bersani ha promosso al Corviale, quartiere periferico di Roma dominato dal controverso complesso edilizio chiamato dai romani “il serpentone”. La manifestazione si svolge in un centro culturale aperto grazie a una legge del ’99 voluta dal segretario del Pd, allora ministro, per incentivare l’apertura di luoghi di aggregazione in zone periferiche e difficili.

Ed è la lotta alla povertà il filo conduttore dell’iniziativa alla quale partecipano anche il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, il neocandidato sindaco del Pd, Ignazio Marino, mentre è assente il segretario regionale Enrico Gasbarra, freddo a quanto si apprende per la linea a livello nazionale e le ripercussioni rischiano di essere negative sul voto a maggio per il Campidoglio.

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fonte ilmessaggero.it

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