Archivio | aprile 20, 2013

ROMA – Appalti truccati, Finanza in Campidoglio. Presunta mazzetta da 80mila euro

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Appalti truccati, Finanza in Campidoglio
Presunta mazzetta da 80mila euro

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di Sara Menafra

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ROMA – Una mazzetta da ottantamila euro per ottenere un appalto da parte del Comune di Roma. È da qui che parte l’inchiesta dei pm Paolo Ielo e Mario Palazzi che ieri ha portato gli uomini del Ros e del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza a perquisire gli uffici dell’amministrazione capitolina, della Fondazione Roma capitale investments e di alcuni dirigenti della multinazionale Accenture.

L’ipotesi della procura è che alcuni dirigenti della società specializzata in servizi informatici abbiano pagato ottantamila euro a Fabio Ulissi, responsabile dei rapporti con le imprese della Roma Capitale investment foundation. La Fondazione, di cui il sindaco Gianni Alemanno è presidente onorario, creata dal Comune nel 2011, è specializzata nei progetti di investimento che prevedono la partecipazione tra pubblico e privato (i cosiddetti P3). Tra i dirigenti della fondazione ci sono il produttore tv Giorgio Heller, l’ad di Atac Roberto Diacetti e Fabio Ulissi, di professione podologo e proprietario di una pompa di benzina e di un autolavaggio. Che nella fondazione ha un compito centrale: raccogliere finanziamenti e coordinare i progetti con le imprese.

LA DENUNCIA
L’indagine parte da un audit interno fatto dalla stessa Accenture. I vertici della multinazionale notano delle fatture sospette messe in pagamento da alcuni dirigenti della società e avviano i controlli. Da questo elemento, gli investigatori sono arrivati ad iscrivere nel registro degli indagati sei nomi, per corruzione e false fatturazioni, specificando che il collettore finale, un pubblico ufficiale, non è ancora stato identificato.

I PAGAMENTI
Secondo il decreto di perquisizione, il giro di false fatturazioni partite da Accenture arriva a 287.980 euro e i pm non escludono che parte dei soldi siano serviti a pagare altre tangenti. Il meccanismo per far sparire i soldi era quello classico: la società informatica pagava alla italiana Hig Value (per la quale sono indagati Roberto Sciortino e Massimo Alfonsi); quindi, un dirigente di Accenture, Luca Ceriani, si faceva riconoscere il ruolo di consulente della High Value per 161.503mila euro. Il pagamento si sarebbe svolto in due fasi: prima Ceriani avrebbe promesso a Fabio Ulissi «contribuzioni per la citata fondazione». Poi il senior manager Giuseppe Verardi «materialmente consegnava a Ulissi una somma non inferiore a 80mila euro, perché pubblici ufficiali incardinati preso il comune compissero atti contrari ai doveri del loro ufficio, consistenti, tra l’altro, nella violazione dei doveri di imparzialità della pubblica amministrazione, nell’aggiudicazione alla Accenture Spa, della quale erano esponenti Ceriani, Verardi e Gadaleta (Francesco, anche lui partner alla Accenture) della gara ad evidenza pubblica indetta da Roma Capitale per l’affidamento del servizio di manutenzione, supporto e sviluppo applicativo dei sistemi informativi dell’area del territorio del Comune di Roma poi effettivamente aggiudicata ad Accenture Spa».

I pagamenti sarebbero avvenuti nella sede di un autolavaggio dalle parti della Magliana, di proprietà della società La Palma srl, riconducibile ad Ulissi: «Società – spiega sempre il decreto – in cui risulta avere cointeressenze, luogo di consegna di parte delle tangenti». Guardia di finanza e Ros hanno chiesto a Roma capitale «tutta la documentazione, in forma cartacea o digitale, formale o informale relativa all’assegnazione dei lavori». Nella casa e nello studio professionale di Ulissi hanno trovato una cassaforte con documenti che saranno analizzati.

LA REPLICA
Immediata la reazione del Campidoglio: «L’amministrazione sta collaborando sotto ogni aspetto con gli inquirenti. A quanto risulta dagli accertamenti effettuati dagli uffici capitolini la gara oggetto dell’indagine è stata assolutamente trasparente».

La replica di Diacetti. «Alcuni articoli – replica Diacetti – mi hanno impropriamente accostato a vicende a me totalmente estranee, in virtù della carica che ricopro all’interno della Fondazione. E’ opportuno perciò svolgere alcune precisazioni: sono membro del cda della Fondazione, a titolo gratuito, in qualita’ di amministratore delegato di Atac, tanto e’ vero che sono stato nominato nel cda l’ottobre 2012 in sostituzione del precedente ad di Atac; non sono quindi un dirigente di Roma Capitale Foundation e pertanto non svolgo funzioni operative; la Fondazione non ha nulla a che fare con la gestione di appalti pubblici, avendo come mission l’attrazione di investimenti nella città; in ogni caso, alla luce di quanto pubblicato sui media, ho immediatamente sollecitato la presidenza della Fondazione, trovando peraltro totale disponibilità’, a fornire ogni supporto alla magistratura».

Sabato 20 Aprile 2013 – 09:11
Ultimo aggiornamento: 16:46
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Appello per evitare altri omicidi: «La tortura diventi reato». Per Cucchi Uva e Aldro

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«La tortura diventi reato»
Per Cucchi Uva e Aldro

Appello per evitare altri omicidi come quello di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva e tutte le altre morti

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Di Salvatore Maria Righi

20 aprile 2013

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Patrizia, Ilaria e Lucia, come sorelle, sedute nella sala stampa di Montecitorio. Una giornata istituzionale, con la regia e il coordinamento dell’associazione «A buon diritto» di Luigi Manconi, per chiedere alle istituzioni un altro indirizzo. Per chiedere ai palazzi del potere, allo Stato, che accadano più omicidi come quello di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva e tutte le altre morti bianche di questi anni balordi, con divise imputate, sospettate o semplicemente coinvolte.

Una conferenza stampa in cui Lucia Uva ha dovuto leggere le poche parole per raccontare il suo dolore permanente, e poi nemmeno quello, la voce spezzata dalla commozione. E nella quale Patrizia Moretti ha raccontato che ci sono voluti otto anni di «tortura e violenza, che continuano» su chi chiede giustizia e verità per i propri. Mentre Ilaria Cucchi, parlando del dibattimento per la morte di Stefano, simile nel canovaccio a tutti gli altri, ha parlato di «un processo ipocrita che è stato in realtà un processo a Stefano, alla sua vita, perfino ai nostri rapporti familiari».

Ilaria che sintetizza la sua presenza e quella delle altre sorelle e mamme, vedove di Stato, «il senso di tutto questo è cambiare idea a chi pensa “ma in fondo se la sono cercata”». Animatore dell’iniziativa il senatore Manconi che ha presentato un disegno di legge per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. L’intenzione era quella di sensibilizzare le forze politiche, in questo momento di transizione e all’inizio di una nuova legislatura, cioè allargare il fronte di voci che si confrontino con tematiche come la privazione delle libertà e le responsabilità dello Stato verso i propri cittadini. Hanno aderito e sono intervenuti infatti, tra una votazione e l’altra per il Quirinale, la deputata Laura Coccia (Pd), l’onorevole Anna Maria Bernini (Pdl), oltre ad un paio di esponenti di M5S, Giulia Sarti e Vittorio Ferraresi. Anche Rita Bernardini, ex deputata radicale esperta di carceri e problemi relativi agli istituti di pena, che ha citato l’articolo 13 della Costituzione: «Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà».

Nell’occasione, si è parlato anche degli esposti presentati al Csm nei confronti del pm di Varese, Agostino Abate, titolare dell’inchiesta sulla morte di Giuseppe Uva. Manconi l’ha definito una volta di più «un pm gravemente e costantemente omissivo, di straordinaria sciatteria, con una totale inerzia nelle indagini e ignoranza per quello che è successo in quelle tre ore a Giuseppe Uva nella caserma dei carabinieri di Varese». I diversi esposti erano stati presentati al Csm dall’Unione delle Camere Penali, già nel 2010, da Ilaria Cucchi, Patrizia Moretti, Domenica Ferulli, Mauro Corradini e Luigi Manconi nel 2011 e da Lucia Uva, nel 2012.

Palazzo dei Marescialli afferma di averli «tempestivamente esaminati», disponendo «la trasmissione degli atti» ai titolari dell’azione disciplinare. Il pm Abate avrebbe avuto anche duri contrasti in udienza con la sorella di Giuseppe Uva, Lucia. Il Csm ha trasmesso gli atti riguardanti il caso di Giuseppe Uva al ministro della giustizia ed al Pg della Cassazione. In una nota il Csm si spiega poi che gli esposti in relazione allo svolgimento delle indagini e alla condotta tenuta in udienza nel processo per la morte di Uva, sono stati esaminati e poi archiviati dalla commissione competente».

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fonte unita.it

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Il peso dell’Irpef sul Mezzogiorno: al Sud pensionati e dipendenti più tartassati

Il peso dell'Irpef sul Mezzogiorno: al Sud pensionati e dipendenti più tartassati

Il peso dell’Irpef sul Mezzogiorno:
al Sud pensionati e dipendenti più tartassati

Si fa sentire il disordine dei conti sanitari regionali, ribaltati sui contribuenti. Per un lavoratore calabrese le addizionali Irpef ammontano a 449 euro per il 2013, seguono i pensionati molisani con 448 euro. In entrambi i casi il rincaro è superiore a 100 euro

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MILANO Su stipendi e pensioni il peso delle addizionali comunali e regionali Irpef si fa sentire soprattutto al Sud. A sostenerlo è la Cgia di Mestre, che per l’anno in corso ha preso in esame quattro tipologie di contribuenti: pensionato con reddito annuo di 16.000 euro (1.000 euro netti al mese); operaio con reddito di 20.000 euro (poco più di 1.200 euro); impiegato con 36.000 euro (2.000 euro al mese); quadro con 59.000 euro (3.000 euro al mese). In tutti i casi esaminati a sopportare il peso fiscale maggiore sono i contribuenti di Calabria e Molise.

Per il lavoratore in quiescenza, infatti, calabrese le addizionali Irpef ammontano nel 2013 a 449 euro (+135 euro sul 2010), seguono i pensionati del Molise con 448 euro (+110 euro sul 2010) e quelli del Lazio che versano alla Regione e al proprio Comune di residenza complessivamente 417 euro (+112 euro). La media nazionale è pari a 340 euro. Per l’operaio il carico delle addizionali Irpef in Calabria raggiunge quest’anno un importo annuo pari a 562 euro (+168 euro rispetto al 2010). Seguono sempre il Molise con 560 euro (+138 euro) e il Lazio con 521 euro (+140 euro). Il versamento medio nazionale si attesta su un valore pari a 428 euro.

Nel caso dell’impiegato il peso fiscale delle addizionali Irpef nelle Regioni più tartassate supera la soglia dei mille euro. In Calabria il costo annuo si attesta a 1.020 euro  (+305 euro). In Molise il versamento si ‘ferma’ a 1.016 euro (+250 euro), mentre nel Lazio si stabilizza sui 947 euro (+ 254). Il dato medio nazionale si attesta a 820 euro. Infine, quando si prende in considerazione il caso del quadro, quello occupato in Calabria deve versare ben 1.668 euro (+500). Segue sempre il Molise con 1.663 euro (+410) e al terzo posto dei più tartassati dalle addizionali Irpef si piazza il dirigente campano con 1.577 euro (+436). Il versamento medio nazionale si ‘blocca’ a 1.374 euro.

Sul perchè sono i contribuenti del Sud a dover sopportare il peso fiscale Irpef più pesante, il segretario Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, indica “la cattiva situazione in cui versano moltissime regioni del Sud in materia di sanità. Le Regioni in disavanzo sanitario – osserva – sono state obbligate ad elevare l’aliquota base, pari allo 0,9% sino al 2010, di 0,5%, raggiungendo così quota 1,4%. Inoltre, a partire dal 2010 quelle in disavanzo sanitario che non avevano rispettato i piani di rientro sono state costrette ad innalzare ulteriormente l’aliquota di altri 0,3 punti percentuali, arrivando a toccare la soglia dell’1,7%”. “Con il cosiddetto ‘Salva Italia’, – spiega Bortolussi – il Governo Monti ha sancito l’elevazione dell’aliquota base dallo 0,9% all’1,23%, di conseguenza le Regioni in disavanzo sanitario hanno dovuto portare l’aliquota all’ 1,73% e quelle che non avevano rispettato i piani di rientro addirittura al valore massimo di 2,03%”. (20 aprile 2013)

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fonte repubblica.it/finanza

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PD – Letta: si è dimessa l’intera segreteria, faremo congresso. Renzi: partito ha ora occasione per cambiare davvero

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Enrico Letta

Letta: si è dimessa l’intera segreteria, faremo congresso. Renzi: partito ha ora occasione per cambiare davvero

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Inizia una nuova fase per il Pd? «Si è dimessa l’intera segreteria e andremo a congresso», afferma Enrico Letta al Tg3 quando gli è stato chiesto se sarà lui il reggente del Pd dopo le dimissioni di Pier Luigi Bersani. «Adesso il Pd ha l’occasione di cambiare davvero, senza paura – scrive su twitter il sindaco di Firenze Matteo Renzi -. Ci proveremo». «Io candidato al congresso del partito? C’é tempo», risponde poi Renzi a chi gli chiede di una sua possibile candidatura al congresso del partito. «Al centro di tutto ci devono essere gli italiani – continua -. Non mi interessa quando il Pd andrà a congresso, ma che il Pd sia in sintonia con gli italiani, senza inseguire i social network». Intanto il segretario dimissionario Pier Luigi Bersani avverte: «Dobbiamo riconoscere che l’elezione del Presidente della Repubblica non può oscurare il problema politico emerso in questi giorni e le difficoltà che si sono incontrate».

Renzi: non è vittoria di Berlusconi. O politica cambia o salta in aria
La partita per la scelta del Capo dello Stato è stata una vittoria di Berlusconi? «No, oggi ha vinto l’Italia – risponde Renzi – perchè Napolitano ha accettato di mettersi in gioco». «Le vicende di questi giorni – osserva ancora il sindaco di Firenze – fanno pensare che o la politica cambia, o salta in aria». «Adesso – aggiunge- è il momento di provare a fare finalmente cose finora solo elencate e annunciate». «Il governo? Aspettiamo cosa dirà il Presidente della Repubblica».

Letta: governo? Ora serve soluzione originale
Per il governo bisogna trovare «risposte originali» e il Pd è pronto ad «affidarsi» a Giorgio Napolitano. Lo sottolinea al Tg3 il vice-segretario del Pd Enrico Letta: «Penso – afferma – ci affideremo subito al presidente della Repubblica, ma guarderemo a tutto il Parlamento, non è immaginabile che parte del parlamento si tiri fuori dalle responsabilità. Chiaro che bisogna dare risposte creative, originali, non si può immaginare di immergersi in formule vecchie, stantie».

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fonte ilsole24ore.com

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BEPPE GRILLO: #TuttiaRoma – Appello agli italiani

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#TuttiaRoma – Appello agli italiani

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Ci sono momenti decisivi nella storia di una Nazione. Oggi, 20 aprile 2013, è uno di quelli. E’ in atto “un colpo di Stato” (*). Pur di impedire un cambiamento sono disposti a tutto. Sono disperati. Quattro persone: Napolitano, Bersani, Berlusconi e Monti si sono incontrate in un salotto e hanno deciso di mantenere Napolitano al Quirinale (**), di nominare Amato presidente del Consiglio, di applicare come programma di Governo il documento dei dieci saggi di area pdl/pd che tra i suoi punti ha la mordacchia alla magistratura e il mantenimento del finanziamento pubblico ai partiti. Nel dopoguerra, anche nei momenti più oscuri della Repubblica, non c’è mai stata una contrapposizione così netta, così spudorata tra Palazzo e cittadini. Rodotà è la speranza di una nuova Italia, ma è sopra le parti, incorruttibile. Quindi pericoloso. Quindi non votabile. Il MoVimento 5 Stelle ha aperto gli occhi ormai anche ai ciechi sull’inciucio ventennale dei partiti. Il M5S da solo non può però cambiare il Paese. E’ necessaria una mobilitazione popolare. Io sto andando a Roma in camper. Ho terminato la campagna elettorale in Friuli Venezia Giulia e sto arrivando. Sarò davanti a Montecitorio stasera. Rimarrò per tutto il tempo necessario. Dobbiamo essere milioni. Non lasciatemi solo o con quattro gatti. Di più non posso fare. Qui o si fa la democrazia o si muore come Paese.
Una raccomandazione: nessun tipo di violenza, ma solo protesta civile. Isolate gli eventuali violenti.

(*) che avviene furbescamente con l’utilizzo di meccanismi istituzionali.
(**) “Il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato.” Carlo Azeglio Ciampi

Diffondi su Twitter: #TuttiaRoma

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fonte beppegrillo.it

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Napolitano, sette anni segnati dalla crisi e il sogno infranto di cambiare il porcellum

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Napolitano, sette anni segnati dalla crisi
e il sogno infranto di cambiare il porcellum

Per la prima volta un presidente della Repubblica viene rieletto al Quirinale: una scelta dettata dallo stallo uscito dalle urne di febbraio e dal collasso del Pd. Ecco le tappe principali della prima presidenza Napolitano, dalla travagliata vita del secondo governo Prodi fino al voto odierno

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Bersani e Alfano ‘festeggiano’ – fonte immagine

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di ALESSIO SGHERZA
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“LA NUOVA LEGISLATURA si è aperta nel segno di un forte travaglio, a conclusione di un’aspra competizione elettorale dalla quale gli opposti schieramenti politici sono emersi entrambi largamente rappresentativi del corpo elettorale”. Chissà se Giorgio Napolitano poteva immaginare che sette anni dopo queste parole – pronunciate il 15 maggio 2006 durante il suo discorso d’insediamento come 11° Presidente della Repubblica – la situazione che avrebbe dovuto affrontare sarebbe stata ancora più complessa di quella maggioranza risicata del governo Prodi.Quell’elezione arrivò al quarto scrutinio, con 543 voti su una maggioranza necessaria di 505 (oggi, al sesto scrutinio, sono stati 738). Votato solo dal centrosinistra, in questi sette anni ha tenuto fede al suo ruolo e al suo giuramento ed è stato un presidente super-partes, tanto che Silvio Berlusconi ha a lungo perorato la sua conferma al Quirinale per timore di un Presidente ostile.

Lui non ne aveva alcuna voglia: a 88 anni, aveva detto a chi gli chiedeva la disponibilità a essere rieletto, “cambiano le priorità nella vita, quando ci arriverai lo capirai”. Ma di fronte allo stallo per la scelta del suo successore è stato praticamente costretto a dare la sua disponibilità a un nuovo settennato.

La vita breve del governo Prodi. Il suo primo mandato iniziò con l’incarico a Romano Prodi di formare il suo secondo governo, esecutivo dalla storia travagliata che rimase in carica meno di due anni. Ma già dopo solo 9 mesi, nel febbraio 2007, Prodi salì al Quirinale per dimettersi dopo un voto negativo del Senato sulla politica estera. Napolitano lo rimandò alle Camere e gli garantì altri 11 mesi di vita.

Quando il governo Prodi cadde definitivamente, Napolitano tentò subito di evitare un ritorno alle urne con la legge elettorale di Calderoli, il ‘porcellum’ ancora oggi in vigore. Incaricò Franco Marini, presidente del Senato, di formare un esecutivo di scopo per riformare il porcellum e poi andare al voto. Un tentativo fallito immediatamente. Così i primi giorni di febbraio sciolse le urne e si tornò al voto, da cui uscì la solida maggioranza di centrodestra e il governo Berlusconi IV.

Quello della riforma elettorale sarà il leitmotiv della presidenza Napolitano: dopo il tentativo fallito di Marini, il presidente sollecitò una modifica condivisa prima delle elezioni 2013 (riforma mai fatta, come è noto) ed è ancora oggi una delle priorità del criticato gruppo di saggi incaricato di stilare un programma condiviso per superare la crisi di ingovernabilità scaturita dal voto del 25 febbraio. Ma un accordo su questo fronte non è ancora all’orizzonte.

Il governo Berlusconi. I tre anni e mezzo del quarto governo Berlusconi, Napolitano li ricorderà probabilmente come un periodo di relativa calma, forse di quiete prima della tempesta. Ha rinviato solo una legge alle Camere (il 30 marzo 2010), rifiutandosi di firmare una legge monstre sul lavoro per problemi relativi “alla conciliazione ed arbitrato nelle controversie individuali di lavoro” e “alla responsabilità per le infezioni da amianto”.

Negli anni delle riforme ad personam berlusconiane, si è anche attirato alcune critiche per non aver fermato la promulgazione di leggi poi bocciate dalla Consulta perché anticostituzionali, come il Lodo Alfano che sospendeva i processi delle maggiori cariche dello Stato finché in carica.

In quel caso tuonò anche la voce del suo predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, che a Repubblica disse “il capo dello Stato, tra i suoi poteri, ha quello della promulgazione. Se una legge non va non si firma. E non si deve usare come argomento che giustifica sempre e comunque la promulgazione che tanto, se il Parlamento riapprova la legge respinta la prima volta, il presidente è poi costretto a firmarla. Intanto non si promulghi la legge in prima lettura”. Napolitano non lo fece, e la firmò.

Anche nel caso del legittimo impedimento, firmata da Napolitano il 7 aprile 2010, arrivò poi la bocciatura della Consulta, a gennaio 2011. E quando diede il via libera alla legge sullo scudo fiscale fu Antonio Di Pietro a criticare fortemente il Colle. Ma va ricordato anche che il Presidente prese duramente posizione contro altre norme, ad esempio quella sulle intercettazioni o sul secondo Lodo Alfano. Altro scontro sul caso di Eluana Englaro, quando il Presidente si oppose a un provvedimento considerato incostituzionale.

Napolitano non ha mai inviato messaggi alle Camere, pur avendo scritto ai presidenti di Camera, Senato e del Consiglio per parlare dell’iter legislativo di provvedimenti specifici.

Le grazie. In questi anni, naturalmente Napolitano ha fatto uso del potere di grazia che la Costituzione gli concede per 22 volte. E l’ha fatto anche in alcuni casi molto controversi. A dicembre 2006, graziò Salvatore Piscicelli, medico palermitano che aveva ucciso suo figlio autistico dopo averlo assistito per oltre 40 anni; nel 2008 bloccò l’iter per Bruno Contrada, mentre la grazia a Ovidio Bompressi arrivò nei primi giorni del suo settennato ma come atto finale di una procedura iniziata da Ciampi.

In questi ultimi mesi si sono aggiunti due casi molto diversi, ma mediaticamente e politicamente molto rilevanti. La prima è la grazia a Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, che sarebbe dovuto finire in carcere per una condanna per diffamazione. E l’altra, venerdì 5 aprile, quella concessa al colonnello Usa Joseph Romano, condannato per il rapimento di Abu Omar.

La nascita del governo Monti. Napolitano ha nominato un solo senatore a vita: Mario Monti. E lo ha fatto nei giorni che hanno segnato la svolta del suo settennato, nel novembre 2011, quando la crisi di fiducia dei mercato colpisce e travolge il governo Berlusconi, facendo schizzare lo spread e convincendo il Cavaliere, pressato da più parti, che le dimissioni erano l’unica scelta possibile. Da quell’atto nacque il governo dei tecnici, un governo del Presidente appoggiato da Pd, Pdl, Udc e altre forze presieduto dal neosenatore a vita Mario Monti.

È inevitabile che saranno proprio questi ultimi due anni a segnare in futuro l’opinione sulla prima presidenza di Giorgio Napolitano. Che ha accompagnato l’esecutivo dei tecnici passo passo, garanzia di fronte ai partner internazionali dell’europeismo dell’Italia e collante di partiti molto diversi e molto lontani. Tredici mesi durante i quali il presidente, come detto, ha cercato anche in tutti i modi di spronare le forze politiche a trovare un accordo per una nuova legge elettorale.

Lo scontro con la procura di Palermo. L’altro importante evento che ha segnato il 2012 e che rimarrà eredità di questo settennato è lo scontro con la procura di Palermo sulle intercettazioni delle telefonate con Nicola Mancino nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Registrazioni che non sono state mai considerate rilevanti e mai trascritte dalla procura, ma che hanno portato a un conflitto sollevato davanti alla Consulta perché il Presidente sostenne (opinione confermata dalla Corte Costituzionale) che le sue chiamate non possono essere conservate sotto alcuna forma e devono essere distrutte. Una decisione che suscitò un ampio dibattito, con posizioni pro e contro Napolitano.

C’è una tragedia che corre parallela a quella dello scontro con la procura di Palermo, ed è l’attacco e le polemiche che hanno travolto il suo consigliere Loris D’Ambrosio. “Un infaticabile e lealissimo servitore dello Stato democratico”, come lo definì Napolitano stesso. D’Ambrosio morì all’improvviso, a 65 anni, il 26 luglio 2012, per un’infarto. Non si può sapere quanto lo stress di quella situazione influì, se influì, nella sua scomparsa.

Rimarrà nella storia la reazione composta e durissima di Napolitano, il quale affidò il suo “profondo dolore” a un comunicato che – pur nel suo formalismo – non si può non definire feroce: “Atroce è il mio rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose cui era stato di recente pubblicamente esposto, senza alcun rispetto per la sua storia e la sua sensibilità di magistrato intemerato, che ha fatto onore all’amministrazione della giustizia del nostro Paese”.

Gli ultimi mesi. La caduta di Monti, arrivata con dimissioni e non con un voto di sfiducia nel dicembre 2012, ha costretto il presidente a sciogliere le Camere e a chiudere la legislatura senza riuscire a cancellare il porcellum. Il risultato è stato un Senato spaccato in tre tronconi, con consultazioni che sono state “non risolutive”, un pre-incarico a Bersani che è finito in archivio e l’innovazione molto criticata della task force di saggi. Ma anche la decisione di non dimettersi per far presente al mondo (soprattutto finanziario) che l’Italia c’è ancora e non è allo sbando. Anche se prende tempo.

La nuova legislatura, la sedicesima, si è quindi aperta come la quattordicesima: con un “forte travaglio”. Forse durerà poco (la legislatura) e forse si tornerà al voto ancora una volta con il porcellum. E il “forte travaglio” potrebbe persistere. E sarà di nuovo Napolitano a doversene preoccupare.

Articolo pubblicato per la prima volta il 7 aprile 2013; modificato il 20 aprile.

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fonte repubblica.it
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Quirinale, Napolitano accetta la ricandidatura: «Mi apetto responsabilità da tutti». Alle 15 la sesta votazione / Diretta canale satellitare Camera dei deputati

Diretta canale satellitare Camera dei deputati

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Quirinale, Napolitano accetta la ricandidatura: «Mi apetto responsabilità da tutti». Alle 15 la sesta votazione

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ROMA – Napolitano accetta la ricandidatura al Quirinale dopo il pressing di Pd, Pdl, Scelta civica e Lega. «Mi attendo responsabilità da tutti», scrive in una nota il Capo dello Stato. Alle 15 la sesta votazione.

La nota di Napolitano.
«Nella consapevolezza delle ragioni che mi sono state rappresentate, e nel rispetto delle personalità finora sottopostesi al voto per l’elezione del nuovo Capo dello Stato, ritengo di dover offrire la disponibilità che mi è stata richiesta. Mi muove in questo momento il sentimento di non potermi sottrarre a un’assunzione di responsabilità verso la nazione, confidando che vi corrisponda una analoga collettiva assunzione di responsabilità». «Naturalmente – aggiunge Napolitano – nei colloqui di questa mattina, non si è discusso di argomenti estranei al tema dell’elezione del Presidente della Repubblica». Il riferimento è alle indiscrezioni in base a cui il Capo dello Stato avrebbe chiesto in cambio ai partiti una garanzia sulla formazione di un governo.

Il quinto voto.
Nuova fumata nera alla quinta votazione dopo la bocciatura di ieri da parte dell’Aula della candidatura Prodi. Il Pd, così come Lega e Scelta civica, aveva annunciato scheda bianca e il Pdl ha deciso di non partecipare ai lavori dell’Assemblea. Secondo i dati ufficiali, al quinto scrutinio Stefano Rodotà si ferma a quota 210 voti, pari a tre voti in più della somma M5S e Sel, mentre le preferenze per Giorgio Napolitano sono state 20. A seguire: Rosario Monteleone (15), Emma Bonino (9), Claudio Zinna (4), Annamaria Cancellieri (3), Massimo D’Alema (2), Franco Marini (2). Schede bianche 445, nulle 17, 14 quelle disperse.

Il pressing su Napolitano. PSu Napolitano, fin da stamani è partito un forte pressing. Bersani, Berlusconi e Monti, il quale prima ha avuto un colloquio con il segretario dimissionario del Pd, sono andati al Colle. I democratici hanno chiesto esplicitamente a Napolitano un secondo mandato. Scelta civica ha messo da parte il nome di Anna Maria Cancellieri chiedendo a Napolitano «di accettare la ricandidatura, nel superiore interesse del Paese». Anche un gruppo bipartisan di presidenti di Regione e grandi elettori ha incontrato il presidente della Repubblica.

Restano divisioni. Ma comunque anche su Napolitano non c’è unità. Il M5s ribadisce la candidatura Rodotà e anche Sel sostiene il costituzionalista. «Anche se propongono Napolitano, il Movimento Cinque Stelle resta su Rodotà. E lo stesso discorso vale per la Cancellieri. I cittadini vogliono lui, vogliono il cambiamento. Ci hanno dato questo mandato e lo rispettiamo», sottolinea Roberta Lombardi, capogruppo del M5S alla Camera.

Un appello a Napolitano affinché prenda in mano la situazione è arrivato anche dalla Cei.
«Questa grande figura – che il Signore gli dia veramente salute, forza – possa prendere il mano le situazioni, per consapevolizzare in maniera adeguata il mondo politico per una scelta di vera dignità e di grande responsabilità», ha detto monsignor Giancarlo Bregantini, capo commissione Cei.

Le indiscrezioni.
Il Capo dello Stato avrebbe chiesto una serie di garanzie: prima fra tutte che l’accordo tra le forze politiche non sia limitato al solo suo nome ma sia legato a doppio filo a un’intesa sul prossimo governo. Un’intesa definita in via preliminare. Fonti del Pd in particolare spiegano che il presidente non può in alcun caso essere messo nella situazione di dover riaprire consultazioni al buio con il rischio di sentirsi riproporre i veti di poche settimane fa. Fonti del centrodestra invece sottolineano come la difficoltà principale sia proprio la spaccatura del Pd e le conseguenti incognite nel segreto dell’urna.

Il Pd. Su Napolitano converge anche la corrente renziana del pd: «Sarebbe positivo se accettasse», aveva detto il sindaco di Firenze aggiungendo: «Il Pd esiste ma ora c’è da risolvere la questione del presidente della Repubblica, un problema alla volta». Il Pd intanto smentisce l’indiscrezione secondo cui traccerà il voto nella sesta votazione, ovvero sulla scheda indicherà il candidato concordato in modo tale che siano individuabili gli eventuali franchi tiratori.

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fonte ilmessaggero.it

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