Napolitano, sette anni segnati dalla crisi e il sogno infranto di cambiare il porcellum

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Napolitano, sette anni segnati dalla crisi
e il sogno infranto di cambiare il porcellum

Per la prima volta un presidente della Repubblica viene rieletto al Quirinale: una scelta dettata dallo stallo uscito dalle urne di febbraio e dal collasso del Pd. Ecco le tappe principali della prima presidenza Napolitano, dalla travagliata vita del secondo governo Prodi fino al voto odierno

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Bersani e Alfano ‘festeggiano’ – fonte immagine

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di ALESSIO SGHERZA
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“LA NUOVA LEGISLATURA si è aperta nel segno di un forte travaglio, a conclusione di un’aspra competizione elettorale dalla quale gli opposti schieramenti politici sono emersi entrambi largamente rappresentativi del corpo elettorale”. Chissà se Giorgio Napolitano poteva immaginare che sette anni dopo queste parole – pronunciate il 15 maggio 2006 durante il suo discorso d’insediamento come 11° Presidente della Repubblica – la situazione che avrebbe dovuto affrontare sarebbe stata ancora più complessa di quella maggioranza risicata del governo Prodi.Quell’elezione arrivò al quarto scrutinio, con 543 voti su una maggioranza necessaria di 505 (oggi, al sesto scrutinio, sono stati 738). Votato solo dal centrosinistra, in questi sette anni ha tenuto fede al suo ruolo e al suo giuramento ed è stato un presidente super-partes, tanto che Silvio Berlusconi ha a lungo perorato la sua conferma al Quirinale per timore di un Presidente ostile.

Lui non ne aveva alcuna voglia: a 88 anni, aveva detto a chi gli chiedeva la disponibilità a essere rieletto, “cambiano le priorità nella vita, quando ci arriverai lo capirai”. Ma di fronte allo stallo per la scelta del suo successore è stato praticamente costretto a dare la sua disponibilità a un nuovo settennato.

La vita breve del governo Prodi. Il suo primo mandato iniziò con l’incarico a Romano Prodi di formare il suo secondo governo, esecutivo dalla storia travagliata che rimase in carica meno di due anni. Ma già dopo solo 9 mesi, nel febbraio 2007, Prodi salì al Quirinale per dimettersi dopo un voto negativo del Senato sulla politica estera. Napolitano lo rimandò alle Camere e gli garantì altri 11 mesi di vita.

Quando il governo Prodi cadde definitivamente, Napolitano tentò subito di evitare un ritorno alle urne con la legge elettorale di Calderoli, il ‘porcellum’ ancora oggi in vigore. Incaricò Franco Marini, presidente del Senato, di formare un esecutivo di scopo per riformare il porcellum e poi andare al voto. Un tentativo fallito immediatamente. Così i primi giorni di febbraio sciolse le urne e si tornò al voto, da cui uscì la solida maggioranza di centrodestra e il governo Berlusconi IV.

Quello della riforma elettorale sarà il leitmotiv della presidenza Napolitano: dopo il tentativo fallito di Marini, il presidente sollecitò una modifica condivisa prima delle elezioni 2013 (riforma mai fatta, come è noto) ed è ancora oggi una delle priorità del criticato gruppo di saggi incaricato di stilare un programma condiviso per superare la crisi di ingovernabilità scaturita dal voto del 25 febbraio. Ma un accordo su questo fronte non è ancora all’orizzonte.

Il governo Berlusconi. I tre anni e mezzo del quarto governo Berlusconi, Napolitano li ricorderà probabilmente come un periodo di relativa calma, forse di quiete prima della tempesta. Ha rinviato solo una legge alle Camere (il 30 marzo 2010), rifiutandosi di firmare una legge monstre sul lavoro per problemi relativi “alla conciliazione ed arbitrato nelle controversie individuali di lavoro” e “alla responsabilità per le infezioni da amianto”.

Negli anni delle riforme ad personam berlusconiane, si è anche attirato alcune critiche per non aver fermato la promulgazione di leggi poi bocciate dalla Consulta perché anticostituzionali, come il Lodo Alfano che sospendeva i processi delle maggiori cariche dello Stato finché in carica.

In quel caso tuonò anche la voce del suo predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, che a Repubblica disse “il capo dello Stato, tra i suoi poteri, ha quello della promulgazione. Se una legge non va non si firma. E non si deve usare come argomento che giustifica sempre e comunque la promulgazione che tanto, se il Parlamento riapprova la legge respinta la prima volta, il presidente è poi costretto a firmarla. Intanto non si promulghi la legge in prima lettura”. Napolitano non lo fece, e la firmò.

Anche nel caso del legittimo impedimento, firmata da Napolitano il 7 aprile 2010, arrivò poi la bocciatura della Consulta, a gennaio 2011. E quando diede il via libera alla legge sullo scudo fiscale fu Antonio Di Pietro a criticare fortemente il Colle. Ma va ricordato anche che il Presidente prese duramente posizione contro altre norme, ad esempio quella sulle intercettazioni o sul secondo Lodo Alfano. Altro scontro sul caso di Eluana Englaro, quando il Presidente si oppose a un provvedimento considerato incostituzionale.

Napolitano non ha mai inviato messaggi alle Camere, pur avendo scritto ai presidenti di Camera, Senato e del Consiglio per parlare dell’iter legislativo di provvedimenti specifici.

Le grazie. In questi anni, naturalmente Napolitano ha fatto uso del potere di grazia che la Costituzione gli concede per 22 volte. E l’ha fatto anche in alcuni casi molto controversi. A dicembre 2006, graziò Salvatore Piscicelli, medico palermitano che aveva ucciso suo figlio autistico dopo averlo assistito per oltre 40 anni; nel 2008 bloccò l’iter per Bruno Contrada, mentre la grazia a Ovidio Bompressi arrivò nei primi giorni del suo settennato ma come atto finale di una procedura iniziata da Ciampi.

In questi ultimi mesi si sono aggiunti due casi molto diversi, ma mediaticamente e politicamente molto rilevanti. La prima è la grazia a Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, che sarebbe dovuto finire in carcere per una condanna per diffamazione. E l’altra, venerdì 5 aprile, quella concessa al colonnello Usa Joseph Romano, condannato per il rapimento di Abu Omar.

La nascita del governo Monti. Napolitano ha nominato un solo senatore a vita: Mario Monti. E lo ha fatto nei giorni che hanno segnato la svolta del suo settennato, nel novembre 2011, quando la crisi di fiducia dei mercato colpisce e travolge il governo Berlusconi, facendo schizzare lo spread e convincendo il Cavaliere, pressato da più parti, che le dimissioni erano l’unica scelta possibile. Da quell’atto nacque il governo dei tecnici, un governo del Presidente appoggiato da Pd, Pdl, Udc e altre forze presieduto dal neosenatore a vita Mario Monti.

È inevitabile che saranno proprio questi ultimi due anni a segnare in futuro l’opinione sulla prima presidenza di Giorgio Napolitano. Che ha accompagnato l’esecutivo dei tecnici passo passo, garanzia di fronte ai partner internazionali dell’europeismo dell’Italia e collante di partiti molto diversi e molto lontani. Tredici mesi durante i quali il presidente, come detto, ha cercato anche in tutti i modi di spronare le forze politiche a trovare un accordo per una nuova legge elettorale.

Lo scontro con la procura di Palermo. L’altro importante evento che ha segnato il 2012 e che rimarrà eredità di questo settennato è lo scontro con la procura di Palermo sulle intercettazioni delle telefonate con Nicola Mancino nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Registrazioni che non sono state mai considerate rilevanti e mai trascritte dalla procura, ma che hanno portato a un conflitto sollevato davanti alla Consulta perché il Presidente sostenne (opinione confermata dalla Corte Costituzionale) che le sue chiamate non possono essere conservate sotto alcuna forma e devono essere distrutte. Una decisione che suscitò un ampio dibattito, con posizioni pro e contro Napolitano.

C’è una tragedia che corre parallela a quella dello scontro con la procura di Palermo, ed è l’attacco e le polemiche che hanno travolto il suo consigliere Loris D’Ambrosio. “Un infaticabile e lealissimo servitore dello Stato democratico”, come lo definì Napolitano stesso. D’Ambrosio morì all’improvviso, a 65 anni, il 26 luglio 2012, per un’infarto. Non si può sapere quanto lo stress di quella situazione influì, se influì, nella sua scomparsa.

Rimarrà nella storia la reazione composta e durissima di Napolitano, il quale affidò il suo “profondo dolore” a un comunicato che – pur nel suo formalismo – non si può non definire feroce: “Atroce è il mio rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose cui era stato di recente pubblicamente esposto, senza alcun rispetto per la sua storia e la sua sensibilità di magistrato intemerato, che ha fatto onore all’amministrazione della giustizia del nostro Paese”.

Gli ultimi mesi. La caduta di Monti, arrivata con dimissioni e non con un voto di sfiducia nel dicembre 2012, ha costretto il presidente a sciogliere le Camere e a chiudere la legislatura senza riuscire a cancellare il porcellum. Il risultato è stato un Senato spaccato in tre tronconi, con consultazioni che sono state “non risolutive”, un pre-incarico a Bersani che è finito in archivio e l’innovazione molto criticata della task force di saggi. Ma anche la decisione di non dimettersi per far presente al mondo (soprattutto finanziario) che l’Italia c’è ancora e non è allo sbando. Anche se prende tempo.

La nuova legislatura, la sedicesima, si è quindi aperta come la quattordicesima: con un “forte travaglio”. Forse durerà poco (la legislatura) e forse si tornerà al voto ancora una volta con il porcellum. E il “forte travaglio” potrebbe persistere. E sarà di nuovo Napolitano a doversene preoccupare.

Articolo pubblicato per la prima volta il 7 aprile 2013; modificato il 20 aprile.

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fonte repubblica.it
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