Archivio | aprile 24, 2013

Fondi della Lega, Belsito in manette per truffa e associazione a delinquere

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Fondi della Lega, Belsito in manette
per truffa e associazione a delinquere

Arrestati anche Stefano Bonet, l’uomo degli investimenti in Tanzania coi soldi del Caroccio, e Romolo Girardelli

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MILANO – L’ex tesoriere della Lega Nord, Francesco Belsito, è stato arrestato dalla Guardia di Finanza per associazione a delinquere e truffa aggravata in relazione all’inchiesta sui fondi del Carroccio. Nella stessa indagine è stata eseguita un’ordinanza di custodia cautelare anche nei confronti di Stefano Bonet, l’uomo degli investimenti in Tanzania coi soldi del Caroccio.

La Guardia di finanza di Milano ha arrestato anche Romolo Girardelli, che era ricercato in queste ore dai militari. Girardelli, già indagato nell’inchiesta, è il procacciatore di affari che era legato, stando alle indagini, all’imprenditore veneto Stefano Bonet, anche lui già indagato e arrestato oggi. Da quanto si è saputo, una quarta persona è ricercata e sarebbe all’estero. Le richieste di custodia cautelare firmate dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini risalgono a 4-5 mesi fa e l’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata firmata dal gip Gianfranco Criscione. Da quanto si è saputo, l’esigenza degli arresti starebbe in un presunto tentativo di inquinamento probatorio. Girardelli nelle intercettazioni dell’inchiesta veniva definito «l’ammiraglio».

Spunta anche uno «yacht del valore di 2,5 milioni di euro» acquistato da Riccardo Bossi, figlio di Umberto, nell’inchiesta milanese che stamani ha portato in carcere l’ex tesoriere della Lega, Belsito. Lo yacht, stando all’ordinanza del gip, sarebbe stato comprato con l’appropriazione indebita dei fondi del Carroccio. Nell’ordinanza del gip di Milano, Gianfranco Criscione, che ha firmato gli arresti richiesti dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dai pm Paolo Filippini e Roberto Pellicano, si fa riferimento, infatti, a una nota di polizia giudiziaria del 3 ottobre scorso, dalla quale si evince che l’espulsione di Belsito dalla Lega «ha tutt’altro che interrotto il criminoso e criminogeno rapporto tra il medesimo Belsito e Girardelli, da ultimo incentrato sulle questioni relative a uno yacht». Si tratta di uno yacht «del valore di 2,5 milioni di euro, che Riccardo Bossi, figlio di Umberto Bossi, avrebbe a suo tempo acquistato avvalendosi di un prestanome grazie a un’ulteriore appropriazione indebita di Belsito». La stessa nota della Gdf, chiarisce il gip, «fa emergere pure che Belsito tuttora intrattiene poco trasparenti rapporti d’affari con un’esponente della Lega Nord di Chiavari, tale Dujany Sabrina». Il gip sottolinea, infine, per i quattro arrestati il «concreto e fortissimo pericolo di reiterazione dei reati».

Le intercettazioni. L’imprenditore Stefano Bonet e l’ uomo d’affari Romolo Girardelli, entrambi arrestati oggi parlano in una conversazione intercettata di un «incontro» che Bonet «dovrà tenere con Maroni, Castelli e Calderoli come di un’opportunità per rilanciare l’attività andando oltre Belsito». Lo scrive il gip di Milano Gianfranco Criscione nell’ordinanza di custodia cautelare. Nel corso di una conversazione del primo marzo 2012, scrive il gip, «Bonet chiede a Girardelli di riferirgli di tutti gli affari che Belsito ha realizzato con il denaro del partito». Nella circostanza, si legge ancora nell’ ordinanza, «Girardelli riferisce che Nosferatu (l’avv. Fera) e un notaio sono in possesso dei documenti del trust dietro il quale si celano tutti gli affari di Belsito». In gioco, secondo il gip, «sembra esservi anche l’eredità del rapporto con la Lega, laddove vi è nelle ambizioni di Bonet e Girardelli di proseguire comunque i loro affari nell’orbita di quel partito».

Nella conversazione del 27 gennaio 2012, spiega il giudice, tra Bonet e Girardelli, infatti, «si parla dell’incontro che il primo dovrà tenere con Maroni, Castelli e Calderoli come di un’ opportunità per rilanciare l’attività andando oltre Belsito». Girardelli «precisa – si legge ancora – di aver parlato con uno (che parrebbe della Lega)». L’uomo d’affari, detto ‘l’ Ammiragliò, al telefono dice che questa persona «è con loro per il futuro … perchè comunque loro hanno una struttura romana che è number one».

Un «comitato d’affari» che utilizzava la propria influenza per gestire presunti rapporti illeciti nel mondo dell’imprenditoria italiana. Lo ipotizza la Procura di Milano nel filone di inchiesta che, in base agli approfondimenti sul capitolo Fincantieri, ha portato in carcere anche l’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito. Nell’inchiesta, per la quale sono stati arrestati anche l’imprenditore Stefano Bonet e il procacciatore d’affari Romolo Girardelli (e una quarta persona è ricercata all’estero, Stefano Lombardelli, considerato «soggetto in grado di agevolare e procurare la conclusione di affari con le imprese dai quali ricavare proventi illeciti») sono indagati per associazione per delinquere, tra gli altri, anche Bruno Mafrici, professionista calabrese che aveva un ufficio nello studio milanese Mgim e il promotore finanziario Paolo Scala. Questo filone di indagine ha ‘fotografato’ una serie di presunti rapporti illeciti ‘costruitì da Belsito, che in passato è stato nel cda di Fincantieri, grazie all’influenza acquisita per via dei suoi incarichi a livello di partito e politici. Infatti, oltre ad aver ricoperto il ruolo di tesoriere in via Bellerio, è stato anche sottosegretario del Ministero per la Semplificazione normativa all’epoca guidato da Roberto Calderoli. La tranche dell’indagine che riguarda le ordinanze di custodia cautelare di oggi, e nella quale è contestato anche il riciclaggio in relazione ai fondi della Lega investiti in Tanzania e a Cipro, è distinta dall’altro filone ribattezzato ‘The family’ e che riguarda le spese della famiglia Bossi e che è in via di chiusura.

Belsito era già indagato per appropriazione indebita e truffa aggravata nell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto di Milano, Alfredo Robledo, e dai pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini. Inchiesta che un anno fa, con le prime perquisizioni e le prime informazioni di garanzia, aveva travolto la Lega, portando anche alle dimissioni da segretario del Senatur, Umberto Bossi. L’ex leader della Lega, infatti, è indagato da mesi per truffa ai danni dello Stato, mentre i suoi due figli, Renzo il ‘Trota’ e Riccardo, sono accusati di appropriazione indebita. L’inchiesta era prossima alla chiusura e poi è arrivata la svolta di stamani con gli arresti anche per l’ipotesi di associazione per delinquere. Da quanto si è saputo, nelle nuove misure cautelari (due persone sarebbero ricercate dalla Gdf di Milano) è contestato anche il riciclaggio. Nell’ambito delle indagini i pm, stando a quanto era emerso nelle scorse settimane, avevano quantificato in circa 19 milioni di euro le spese sospette con fondi pubblici ottenuti dalla Lega, quando a guidare la tesoreria c’era Belsito.

Nei giorni scorsi i diamanti acquistati da Belsito erano stato motivo di polemica. I ‘diamanti di Belsito’, mostrati a Pontida da Roberto Maroni sono stati «una cazzata». Così aveva detto Umberto Bossi, conversando con i cronisti a Montecitorio. «Doveva portare i soldi, vendere i diamanti e portare i soldi dicendo alla gente: ‘ogni sede riceve tot soldi’ ».

Mercoledì 24 Aprile 2013 – 09:43
Ultimo aggiornamento: 15:27
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La grande truffa delle protesi al seno

La grande truffa delle protesi al seno

La grande truffa delle protesi al seno

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di ANAIS GINORI

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Molte donne non stanno bene nel loro corpo, sono fragili». Così si è difeso, qualche giorno fa, Jean-Claude Mas, proprietario della Poly Implant Prothèse, durante il maxiprocesso che si è appena aperto a Marsiglia. Mas è accusato di frode aggravata e rischia 5 anni di reclusione per aver prodotto e venduto delle protesi mammarie al silicone non conforme dal 1991 al 2010. Trentamila vittime solo in Francia, 500 mila nel mondo, 67 paesi coinvolti.

Fino al momento delle prime denunce e poi del bando da parte del governo, Pip era il terzo produttore al mondo di impianti al silicone. I casi di protesi rotte sono stati già 4100, solo in  Francia. In migliaia di altri casi si sono segnalate reazioni infiammatorie. Alcune donne hanno sviluppato tumori, anche se il legame tra il silicone incriminato e la malattia non è stato ancora accertato. Dopo lo scatenarsi della psicosi, e ancora prima di un pronunciamento dei giudici, il governo francese ha proposto l’espianto preventivo: già 11 mila donne si sono sottoposte alla nuova operazione. Il maxiprocesso di Marsiglia è uno dei più grandi scandali sanitari degli ultimi anni: 5 mila vittime hanno presentato denuncia.

Per ironia del destino, lo scandalo è scoppiato proprio mentre si celebra mezzo secolo dalle prime mastoplastiche. La protesi al seno, essenziale per le donne operate di tumore, è diventato l’intervento di chirurgia estetica più diffuso in Occidente. In rete, si è aperto un dibattito sulla presunta “fragilità” femminile, di cui ha parlato Mas nella sua testimonianza davanti ai giudici. E sui rischi che molte donne sono disposte a correre per conformarsi allo sguardo degli altri. Se ne
può discutere. Ma sarebbe meglio chiedersi come mai le autorità sanitarie hanno permesso per anni che venisse venduto un gel per protesi non omologato. Troppo facile incolpare le vittime, appellandosi a una sedicente debolezza psicologica. Qualcuno dovrà invece spiegare perché
un truffatore ha potuto agire indisturbato per così tanto tempo.

@anaisginori

(24 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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GOVERNO – Letta è il premier incaricato: «Una responsabilità forte»

antefattoblog antefattoblog

Pubblicato in data 24/apr/2013

Il Presidente del Consiglio Incaricato Enrico Letta: “”Governo di servizio ma non a tutti i costi. Domani le consultazioni, farò in fretta. C’è bisogno di risposte urgenti”.

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Letta è il premier incaricato:
«Una responsabilità forte»

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di Vittorio de Benedictis e redazione web

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Roma – Un solo giorno di consultazioni. E già oggi Giorgio Napolitano ha conferito l’incarico di formare il nuovo un governo. Ha fatto prestissimo il Capo dello Stato. Ha scelto Enrico Letta, il vicesegretario del Pd. Tocca dunque al vicesegretario del Partito democratico, che ha accettato con riserva, formare un governo di larghe intese.

Gli aggiornamenti

Napolitano soddisfatto

Dopo avere affidato ad Enrico Letta l’incarico di formare il governo, il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha detto di essere fiducioso che il nuovo esecutivo vada in porto, dopo le assicurazioni che ha ricevuto ieri da Pd e Pdl, anche perché «la prospettiva che si è aperta non ha alternative». «Sono qui per dire solo brevi parole di soddisfazione e serenità», ha detto il capo dello Stato ai media.

«Si è aperta la sola prospettiva possibile, di larga convergenza tra forze politiche che possono assicurare al governo la maggioranza in entrambe le camere», ha aggiunto. Napolitano ha voluto ricordare che nelle consultazioni di ieri i maggiori partiti non hanno posto pregiudiziali sulla scelta del premier.

«È importante che la Direzione del Pd abbia assunto quella decisione e sappiamo dell’impegno del Pdl che mi è stato ribadito nel modo più categorico dal presidente (Silvio) Berlusconi». «Ho piena fiducia nello sforzo di Enrico Letta e confido nel suo successo, indispensabile perché la prospettiva che si è aperta non ha alternative», ha concluso Napolitano.

Letta accetta l’incarico con riserva

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito a Enrico Letta, vice presidente del Partito democratico, l’incarico per la formazione del nuovo governo. Lo ha annunciato il segretario generale della Presidenza della Repubblica Donato Marra aggiungendo, come da prassi, che Letta ha accettato con riserva.

«Questo governo non nascerà a tutti i costi ma se ci saranno le condizioni. Io ce la metterò tutta perché gli italiani non ce la fanno più dei giochetti della politica. Con grande umiltà e senso del limite ma con una determinazione fortissima a dare seguito alla volontà del presidente della Repubblica» ha detto Letta al Quirinale.

«Cercherò di utilizzare il più breve tempo possibile: comincerò domani le consultazioni e spero nel più breve tempo possibile di tornare a sciogliere la riserva» dice il presidente incaricato.

«Sarà un governo di servizio al paese, l’obiettivo è anche quello di moralizzare la vita pubblica del paese che ha bisogno di nuova linfa».

Il M5S dice no a Napolitano. E si candida a guidare l’opposizione:

Giovannini: «Premier deciderà se usare lavoro saggi»

«Sarà il Premier e le forze politiche che lo sosterranno a decidere se è come recepire il nostro documento, certo è che, almeno sulla parte economica e sociale, abbiamo identificato alcuni possibili interventi, molti dei quali di natura amministrativa e dunque attuabili senza bisogno di nuove leggi». Lo ha detto il presidente dell’Istat Enrico Giovannini, uno dei saggi nominati dal presidente Giorgio Napolitano.

«Esiste – ha aggiunto – il problema di definire un nuovo modello di sviluppo. Ci sono state iniziative in giro per il mondo per andare oltre il Pil come misura di successo del Paese o che guardano a una sostenibilità, non solo ambientale, e all’equità. Da questo punto di vista, lo sforzo fatto da Istat e Cnel può servire a capire dove intervenire per rispondere alle esigenze di una società eterogenea come quella italiana».

Amato: «Soddisfatto per l’incarico a Letta»

Soddisfatto di Enrico Letta presidente del Consiglio incaricato? «Assolutamente sì». Sono le uniche parole di Giuliano Amato, arrivato ora al Vittoriano per la presentazione della mostra su Machiavelli

Alfano al Pd: «Diremo no a un governicchio balneare»

«E’ bene chiarire al Pd che per noi non ci sarà un nuovo caso Marini, non daremo il sostegno a uno di loro cui loro non daranno un sostegno reale, visibile. Se si tratta di un governicchio qualsiasi, semibalneare, lo faccia chi vuole, ma noi non ci stiamo».

Questa la dichiarazione del segretario Pdl: «Abbiamo la netta impressione che il Pd un governo forte non voglia farlo, ma non possa dirlo. È desolante la lettura, sui giornali di questa mattina, delle dichiarazioni di numerosissimi esponenti del Partito Democratico. Un florilegio di attacchi al Popolo della Libertà, al suo leader e alla storia del nostro partito, unito a organigrammi, nomi, poltrone e cadreghe varie. Il tutto aggravato da una inquietante sudditanza psicologica a una sorta di primato dei tecnici.

Prima ancora di sapere chi sia il presidente incaricato, è bene chiarire al Pd che per noi non ci sarà un nuovo caso Marini. Non intendiamo pagare altri prezzi per la nostra lealtà e ribadiamo che o il governo è forte, politico (con i tecnici abbiamo già dato), duraturo e capace di affrontare la crisi economica oppure, se si tratta di un governicchio qualsiasi, semibalneare, lo faccia chi vuole, ma noi non ci stiamo».

Enrico Letta verso l’incarico

Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano sarebbe orientato a dare l’incarico per la formazione del nuovo governo a Enrico Letta, vice segretario del Partito democratico. Lo dice una fonte politica a poche ore dall’annuncio ufficiale del Qurinale. Da giorni Letta è considerato, insieme all’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, la figura politica più accreditata per guidare l’esecutivo di larghe intese chiesto ai partiti dal Presidente della Repubblica.

L’ipotesi Amato è forte subito dopo le consultazioni

Fino all’inizio della mattinata, l’ipotesi forte era ancora quella di Giuliano Amato. Socialista e protagonista dell’era Craxi nella Prima Repubblica. Due volte Presidente del Consiglio, una anche nella Seconda Repubblica, uomo di centrosinistra ma ben visto da Silvio Berlusconi. E ora, a quasi 75 anni, pronto a ritagliarsi uno spazio anche nella terza Repubblica su espresso parere dell’ottantottenne Presidente della Repubblica.

Alla faccia del rinnovamento chiesto dal paese con il voto del 24 e 25 febbraio. È durata soltanto una notte la candidatura di Matteo Renzi, il sindaco piddino di Firenze che sembrava la carta a sorpresa da giocare. È stato Silvio Berlusconi (che lo teme) a bocciare la candidatura del giovane e scalpitante pretendente ma anche Napolitano era d’accordo: meglio un nome già conosciuto che soddisfi l’establishment europeo e finanziario.

Anche il vicesegretario del Pd Enrico Letta, che proprio ieri ha guidato la delegazione del Pd al Quirinale, era in corsa. Il quadro politico che si delinea è questo: Silvio Berlusconi, cioè il Pdl, appoggia convinto il governo basta che sia duraturo e stabile; ci sta anche il Pd nonostante molti mal di pancia interni, e anche Scelta Civica di Monti – lo dice il portavoce Andrea Olivero – è della partita.

No invece di Sel, del Movimento 5 Stelle – che però valuterà il voto caso per caso – di Fratelli d’Italia e anche della Lega Nord. Giorgio Napolitano ha ottenuto pieni poteri dai partiti che sono andati a pregarlo di prendere in mano la situazione, confermandolo al Quirinale. Evento mai accaduto nella storia della Repubblica e che il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, continua a definire «un subdolo colpo di Stato».

“Re Giorgio” intende sfruttare questo enorme potere che gli è stato conferito, confezionando un governo di larghe intese. Governo politico e non più tecnico come è stato quello di Mario Monti. Se i partiti scantoneranno da questa linea, lui ha già detto che si dimetterà. Il partito di Nichi Vendola, Sel, siederà all’opposizione. Non ci sta nemmeno Fratelli d’Italia (anche se Giorgia Meloni è disposta a «un patto generazionale con Renzi») e pure la Lega con Roberto Maroni si chiama fuori e boccia sia Amato sia Monti.

Strano andamento quello del Carroccio: avversario di Monti con annesso e solenne giuramento che non si sarebbe mai più alleato con Berlusconi. Infatti. Di nuovo con il Cavaliere alle elezioni. E ora il ritorno all’opposizione. Sta dall’altra parte della barricata anche il Movimento 5 Stelle: «Valuteremo caso per caso» annuncia la capogruppo alla Camera Roberta Lombardi, «ma abbiamo capito che i partiti sono contro ogni nostra proposta».

Il capogruppo al Senato Vito Crimi poi la butta lì: «La rielezione di Napolitano era già programmata e decisa». Se è vero, si sono persi inutilmente tanti giorni e tante brutte figure. E poi c’è il Pd. Pierluigi Bersani si congeda accusando il partito «anarchismo e feudalizzazione». Alla direzione lo applaudono.

Tocca al vice segretario Enrico Letta guidare la delegazione al Quirinale. Il Pd chiede due cose al governo che verrà (e che dovrà durare uno o due anni): occuparsi di lavoro e crisi sociale ed economica e fare le riforme della politica. Poi si torni alle urne. Tutto accade mentre il ministro Vittorio Grilli sostiene che ora l’Italia «è più solida dopo un anno di sacrifici» e invece Beppe Grillo dice che «in autunno il Paese andrà in bancarotta». Il leader dei Cinque Stelle risponde anche a Berlusconi che l’ha definito «uno squilibrato»: «Detto da lui è un onore».

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fonte ilsecoloxix.it

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Articolo 21: 120mila firme contro querele anti-Gabanelli

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Articolo 21: 120mila firme
contro querele anti-Gabanelli

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Centoventimila firme «per dire no ai nuovi bavagli e a quelli che già ci sono» e per una nuova legge sulla diffamazione che fermi le intimidazioni tramite legali e al tempo stesso rispetti la privacy dei cittadini: è il risultato della petizione on line lanciata da Articolo21 e da Change.org con Libera informazione dopo la stratosferica richiesta di danni avanzata dall’Eni contro Report e la sua autrice e conduttrice Milena Gabanelli per un’inchiesta giornalistica andata in onda lo scorso dicembre.

Le associazioni hanno presentato l’iniziativa presso la Federazione nazionale della stampa (Fnsi), il cui segretario, Franco Siddi, ha manifestato «timori per questa legislatura» e ha sottolineato che serve una legge «che apra le porte alla libera informazione, non che le chiuda». Beppe Giulietti di Articolo 21 ha messo l’accento sulla preoccupazione per il programma dei ‘saggi’ che «non contiene nulla sul conflitto di interessi e non ha una riga sul diritto di cronaca. C’è molto, invece, sulla limitazione delle intercettazioni. Fateci scalare posizioni dal 57mo posto nel mondo, nella classifica della libertà di informazione». Le querele “temerarie vengono fatte da chi querela per intimidire con cifre che preoccupano qualsiasi editore, preoccuperebbero anche Mondadori, senza dimenticare che servono a colpire giornalisti precari che guadagnano 5 euro ad articolo”, ricorda Stefano Corradino, il direttore di Articolo 21.

«Come si fa – si legge nell’incipit della petizione – per impedire a un giornalista di indagare e permettere ai cittadini di conoscere la verità? Fascismo, stalinismo e logge massoniche avevano i loro metodi coercitivi. Oggi la censura preventiva e l’intimidazione si attuano con espedienti più moderni, e solo apparentemente meno perversi e repressivi. Ad esempio intentando una causa nei confronti di una giornalista e chiedere un risarcimento milionario perché una sua inchiesta ha cercato di fare luce sulle zone d’ombra di una multinazionale».

Le 120mila firme vengono consegnate oggi alla presidente della Camera Laura Boldrini da una delegazione dei promotori, della quale farà parte anche Milena Gabanelli.

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fonte unita.it

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Lavoro: quasi 1, 5 mln disoccupati in piu’ tra 1977 e 2012

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Lavoro: quasi 1, 5 mln disoccupati in piu’ tra 1977 e 2012

11:34 24 APR 2013

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(AGI) – Roma, 24 apr. – Quasi un milione e mezzo di disoccupati in piu in 35 anni. In particolare, il numero dei senza lavoro e’ cresciuto da 1 milione 340 mila del 1977 a 2 milioni 744 mila del 2012. L’incremento ha interessato sia la componente maschile (+863 mila) sia quella femminile (+541 mila). Il dato e’ stato diffuso dall’Istat, che ha ricostruito le serie storiche trimestrali e di media annua dal 1977 ad oggi dei principali aggregati del mercato del lavoro. Fasi alterne di crescita e di contrazione hanno caratterizzato il tasso di disoccupazione. Tra il 1977 e il 1987 il tasso e’ aumentato di 3,9 punti percentuali (dal 6,4% al 10,3%), mentre nei successivi quattro anni e’ stato registrato un calo fino all’8,6%. Dal 1991 al 1998 il tasso e’ tornato a crescere raggiungendo l’11,3% per poi calare nei successivi dieci anni toccando il valore minimo del 6,1% nel 2007. Dal 2008 il tasso e’ salito fino a portarsi al 10,7% del 2012. Il numero di inattivi tra i 15 e i 64 anni e’ diminuito di circa 600 mila individui negli ultimi 35 anni, passando da quasi 15 milioni a 14 milioni 386 mila. Tale calo e’ sintesi della crescita della componente maschile, che e’ passata da 3 milioni 820 mila a 5 milioni 140 mila, piu’ che compensata dalla diminuzione della componente femminile. Il tasso di inattivita’ e’ sceso dal 42,5% del 1977 al 36,3% del 2012. Tra il 1977 e il 2012 il numero medio annuo di occupati e’ passato da 19 milioni 511 mila a 22 milioni 899 mila. L’incremento occupazionale complessivo ha beneficiato in misura determinante della crescita della partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Il numero di donne occupate e’ aumentato da 6 milioni 150 mila a 9 milioni 458 mila, con un’incidenza sul totale degli occupati che e’ salita dal 31,5% al 41,3%. L’andamento del tasso di occupazione negli anni si e’ articolato in diverse fasi: tra il 1977 e il 1980 risulta in crescita; seguono cinque anni di calo, nel corso dei quali il tasso di occupazione scende dal 54,6% al 53,3%; in moderato aumento tra il 1986 e il 1991 e di nuovo in forte riduzione ? dal 54,9% al 52,5% ? nei quattro anni successivi; in aumento tra il 1996 e il 2008 (dal 52,9% al 58,7%) e ancora in discesa fino a toccare il 56,8% nel 2012. (AGI) .

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fonte agi.it

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Pd, Serracchiani accusa: “Perché il governissimo?”. Ma Bersani non risponde

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Pd, Serracchiani accusa: “Perché il governissimo?”. Ma Bersani non risponde

La direzione nazionale dà una delega in bianco a Napolitano e non affronta nessuno dei motivi che hanno portato alla frana in Parlamento. La presidente del Friuli: “Perché si è scelto Marini? Perché i no a Prodi e a Rodotà?”. Il leader: “Non confondere governo e Quirinale”. La “scissione” ormai è più generazionale che politica

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L’aria è pesante. La riconciliazione sotto l’ombrello di Giorgio Napolitano e la strana e improvvisa alleanza sotto il labaro di Matteo Renzi contano fino a un certo punto. Doveva essere, insomma, il momento della resa dei conti nel partito, degli stracci che volavano, delle verità sputate in faccia. Al contrario la direzione nazionale riunita poco prima dell’incontro al Quirinale per le consultazioni non decide granché. Anzi: nulla. Un modo per non mettere in vetrina (cioè in streaming) tutte le contraddizioni esplose nel momento più alto della vita della repubblica, cioè l’elezione del suo presidente. Proprio dietro al paravento (Napolitano) si sistemano tutti i dirigenti. Resta solo la conferma delle dimissioni di Bersani come unica assunzione di responsabilità.

Il Pd non fa i conti con se stesso. C’è chi prova a riportarlo alla realtà. La “scissione”, se c’è, non è solo tra correnti, ma anche e soprattutto tra generazioni. Da una parte Serracchiani, Civati, Orfini, dall’altra Franceschini, Finocchiaro, Marini. Debora Serracchiani lo aveva detto da lontano: “Sono incazzata con il partito”. Aveva ripetuto: “Perché non votiamo Rodotà?”. Poi ha fatto il miracolo, strappando il Friuli Venezia Giulia al centrodestra dopo giorni in cui il partito è stato demolito grazie all’incessante lavorio delle correnti impazzite. Ma neanche oggi è riuscita ad acquisire il diritto di farsi rispondere ponendo peraltro domande che larga base dell’elettorato democratico – più che smarrito – si è fatto negli ultimi giorni. Perché si è scelto Marini? Perché è saltato Prodi? Perché no a Rodotà? Perché siamo al governissimo quando si era votato due volte di no?

La Serracchiani è l’unica che prova a rimettere al centro l’esame dei motivi dello sfarinamento di un partito dato per stravincente e gaudente fino a due mesi fa. Il suo l’intervento è il più breve di tutti, ma le basta per scandire che ”è mancata ogni spiegazione: vorrei capire perché sono state fatte due direzioni per poi fare un accordo sul nome di Marini. Vorrei capire come mai il no a Prodi ed il no a Rodotà. Vorrei capire come mai siamo arrivati all’elezione di Napolitano. Non sto dicendo che non condivido” queste scelte ”o che le contrasto, ma semplicemente voglio capire per poterlo spiegare ai nostri elettori”.

La risposta però non le arriva. ”Capisco bene che nell’opinione pubblica – replica Bersani – la sovrapposizione temporale tra il tema del governo e quello della Presidenza della Repubblica può aver determinato degli sbandamenti. Ma in Direzione avevamo detto ‘no’ al governissimo, ma anche una apertura per soluzioni condivise sui temi istituzionali. Se non distinguiamo tra il tema del governo e il tema istituzionale facciamo attenzione, perché galoppiamo verso un’altra Repubblica”. Insomma: come si sia arrivati a Marini e ai no a Prodi e Rodotà e a un disastro simile non è dato sapere.

Divisioni sotto al tappeto, spalle coperte da Napolitano
Il Pd sceglie dunque di trincerarsi in un incondizionato sostegno al capo dello Stato e, d’altronde, è il minimo dopo avergli chiesto di ricandidarsi al Colle a 88 anni. Insomma: lo sforzo per dirsi la verità dentro il partito è posticipato a data da destinarsi. La direzione nazionale pare un banale replay delle dichiarazioni di questi ultimi giorni e, se possibile, con toni ancora più appannati, blandi, svogliati. Gli unici accenti di richieste di chiarimento (il più diretto quello della neopresidente del Friuli Venezia Giulia) finiscono per essere incartate nella gommapiuma. Nessuna operazione verità, dunque.

Il risultato della direzione è stato quello di approvare a larghissima maggioranza il documento con cui il partito dà pieno sostegno al tentativo del presidente Napolitano di dare vita a governo “mettendo a disposizione la propria forza parlamentare e le proprie personalità”. Tutto a posto? “Sette voti contrari, 14 astenuti su 223 membri in un voto destinato ad essere ricordato come storico. Più del 90 per cento – chiosa Arturo Parisi – Ancora una volta, come è sempre accaduto dalla sua nascita la Direzione del Pd si conclude in modo pressoché unanime quando il voto è palese. Ecco da dove vengono i franchi tiratori quando il voto è segreto”. Tra gli astenuti ci sono Civati, Bindi, Orfini, Sandra Zampa, Laura Puppato. Tra i contrari molti prodiani, tra cui Franco Monaco.

Bersani e Franceschini: “Non si possono ascoltare internet e la piazza”
Bersani conferma le dimissioni e neanche questa è una notizia, visto che le aveva annunciate subito dopo che il padre fondatore del partito Romano Prodi era stato impallinato da 101 franchi tiratori. “Si può dire – ammette Bersani – che le elezioni le abbiamo vinte o no ma alla prima prova non abbiamo retto e se non rimuoviamo il problema rischiamo di non reggere nelle prossime settimane e mesi. Insieme a difetti di anarchismo e di feudalizzazione si è palesato un problema grave di perdita di autonomia. Non si pensi che quanto successo sia episodio, c’è qualcosa di strutturale”. Ma nelle dichiarazioni che seguono non ci sono mea culpa. C’è la caccia alle responsabilità all’esterno. Si continua a difendere la strategia che ha avuto i risultati sotto gli occhi di tutti (cioè “rovinosa”, come l’ha definita Stefano Rodotà). Quindi abbasso le critiche, abbasso i social network.

La direzione ha applaudito Bersani che criticava “una deriva personalistica” del partito e invitava a credere nel Partito Democratico. ”La metafora” della mancanza del rispetto del principio democratico interno, ha detto in direzione Bersani, “ce l’ha data Gherardo Colombo (che aveva detto di volersi iscrivere al Pd solo per bruciare la tessera, ndr) entro in uno spazio per mettere in luce la mia soggettività. E forse troveremo pure un circolo che gli darà la tessera. Oppure un parlamentare che prima di presentare gli emendamenti alla Finanziaria li mette su Facebook per avere suggerimenti”. Dario Franceschini la dice ancora più chiara e cioè che non si possono ascoltare né internet né le piazze: “Siamo davanti ad una scelta per la democrazia. Non abbiamo scelto Rodotà non perché non è un uomo della sinistra ma perché in un sistema non presidenziale decide il Parlamento, non la piazza. Mille, 5000 persone che impongono al Parlamento un presidente non va bene neanche se è San Francesco”.

Il dibattito? “Governo più politico o meno politico?”
Alla fine ciò che resta è un dibattito sulla lana caprina. Al centro non c’è un confronto tra chi vuole e chi non vuole un governo insieme al centrodestra. Ma tra chi lo vuole più politico e chi meno. Franceschini è convinto che non si sta facendo “nessun governassimo o pasticcio: ma siamo a un bivio. Se usciamo dall’aggressività di un pezzo di Italia – ha proseguito – troviamo i problemi reali, come la Cig da rifinanziare o l’Iva che aumenta di un punto da luglio. O ci facciamo carico di un po’ di impopolarità anche nel nostro mondo o ci intimoriamo, inseguiamo e andiamo alle elezioni. E tanto Grillo e Berlusconi non hanno nulla da perdere”. Matteo Orfini prova a raddrizzare la mira: “Napolitano ha chiesto qualcosa, di assumersi una responsabilità, non di cederla a lui, come mi sembra sia il documento che viene proposto in direzione”. Ma appena Orfini parla di “paletti” nella delega a Napolitano la sala lo sovrasta con un brusio di scandalo.

Anna Finocchiaro intende galvanizzare: bisogna metterci la faccia, dice, “mettendo a disposizione proprie personalità, evitando un governo tecnico. E si lamenta perché “forse i gruppi dirigenti vanno anche minimamente tutelati: continuo a essere aggredita come Dario, Rosy e molti altri”. “Ci vuole un governo politico!” spinge il mancato presidente Franco Marini e Bersani gli fa complimenti pubblici: “Che non potesse essere un presidente della Repubblica non mi convincerete mai, dite quello che volete…”. Rosy Bindi vuole un governo “di scopo”, “del presidente”, con meno politici. Umberto Ranieri, più napolitaniano di Napolitano, è l’unico che lancia il nome di Matteo Renzi (che alla fine tramonta per primo). Francesco Boccia non vede vie di uscita: “Non possiamo più permetterci di restare in mezzo al guado con il Parlamento diviso in tre blocchi”. E quindi la soluzione è una: governare con Berlusconi.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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