Generation jobless, il ritratto (impietoso) dell’Economist

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Generation jobless, il ritratto (impietoso) dell’Economist

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di Fabio Savelli

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Titolo: Generation jobless. Sottotitolo: the global rise of youth unemployment. L’immagine di giovani in caduta libera da un braccio meccanico. E a terra un mucchio di corpi inermi, come i 300 milioni di ragazzi di età compresa tra i 15 e i 24 anni senza lavoro in tutto il mondo.

La generazione perduta (e senza lavoro), in realtà, non è tema nuovissimo. Il salto di qualità sta però nella mutata percezione del problema da parte della Bibbia del giornalismo anglosassone. Il settimanale – termometro dell’intellighenzia occidentale – ammette ora che il problema numero uno degli anni ’10 sia proprio questo.

Se per decenni era stato confinato ai Paesi in via di sviluppo e il corollario ne era la massiccia immigrazione verso quelli avanzati (con le relative tensioni sociali per i cambiamenti demografici che ciò comportava) ora la Grande Crisi certifica per la prima volta il dietrofront nelle condizioni di vita delle nuove generazioni. Costrette a ripensare i propri stili di vita, rispetto alle scelte (anche in termini di consumi) dei propri genitori.

Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro e autore del famoso pacchetto che disciplinò il lavoro interinale e le forme contrattuali atipiche, dice alla Nuvola che “l’emergenza non è comune a tutti Paesi dell’area Ocse, tanto meno dell’area Euro se la Germania – ad esempio – vive il momento di massimo splendore in tema di occupazione giovanile”, con percentuali di senza lavoro persino al di sotto della soglia fisiologica di un’economia matura (4%).

Le ricette, in questi anni, ne sono state presentate tante. Come i fallimenti, perché finora nessuno è riuscito a contestare l’assunto alla base delle teorie macro-economiche, secondo il quale solo la crescita produce occupazione. E allora in una situazione di stagnazione persistente, con un decennio di crescita zero (o negativa) l’Italia come può mitigare gli effetti della generation jobless?

“Il punto di partenza – dice Treu – deve essere lo Youth Guarantee”. E’ un vasto programma nato sotto l’egida dell’Unione Europea che ha lo scopo di assicurare a tutti i giovani al di sotto dei 25 anni offerte di lavoro di buona qualità, una formazione senza interruzioni, un apprendistato o un tirocinio entro quattro mesi dal momento in cui restino disoccupati o abbandonino gli studi.

La Finlandia – ad esempio – ha introdotto nel 1996 una sorta di Youth Guarantee finalizzata ad offrire servizi di collocamento personalizzati ai giovani. Unito alle politiche attive del mercato del lavoro il progetto si è rivelato piuttosto popolare: nel 2011, l’83,5% dei giovani alla ricerca di un impiego ha beneficiato di un intervento di successo entro tre mesi a partire dal momento in cui si è registrato come disoccupato.

Al netto delle best practice di estrazione nordica il quadro per l’Europa mediterranea risulta rovesciato. Se la Grecia e Spagna hanno percentuali di disoccupazione giovanile oltre il 50%, in Italia il dato è più basso ma è altrettanto preoccupante (37,1%). “Sono numeri frutto del combinato disposto della Crisi e delle politiche di allungamento dell’età pensionabile per adeguare meglio l’età lavorativa alle aspettative di vita”, dice Treu.

Eppure al netto di riforme sacrosante come quella previdenziale (che ha messo in sicurezza i conti pubblici), la sensazione di sfiducia che colpisce la generazione Millennials finisce anche per investire anche i meccanismi della rappresentanza e rischia di premiare i movimenti euro-scettici a causa di un’architettura comunitaria politicamente ancora molto fragile.

Così anche mettere in atto misure palliative spesso è un mero esercizio di stile. Rileva Treu che le politiche di sostegno al reddito di tipo passivo – i vari ammortizzatori sociali, dal 2015 sostituiti dall’universale Aspi dalla riforma Fornero – hanno soltanto rimandato il problema: “Sostenere economicamente migliaia di lavoratori di aziende ormai decotte, senza immaginare un loro ricollocamento sul mercato del lavoro attraverso la formazione e le politiche di tipo attivo è un errore magistrale”.

Non solo, a valle della filiera, tentando di ricalibrare le competenze di ciascuno. Ma anche a monte, direbbe qualcuno. Una volta le si sarebbe chiamate politiche industriali. Ed è quello che invita a fare Treu: “la Germania ha scommesso fortemente sulla ricerca e lo sviluppo applicati alle energie rinnovabili. E la green economy ha creato migliaia di posti di lavoro”.

In un quadro così fosco – all’interno di una congiuntura internazionale così sapientemente descritta dall’Economist – Treu sottolinea anche le luci. Come l’ultimo decreto sulle start-up (e azzeramento del cuneo contributivo per le nuove assunzioni) che incentiva le iniziative imprenditoriali in ambito tecnologico e artigianale: “Si riparta da qui, anche attraverso una Banca per i giovani, che eroghi credito a tassi agevolato magari con la copertura statale che si assuma il rischio-insolvenza dei debitori” (attraverso la Cassa Depositi e Prestiti?).

Per ora c’è solo la caduta libera, di migliaia di giovani.

twitter@FabioSavelli

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fonte corriere.it

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