PEGGIO CHE SCHIAVI – Bangladesh, oltre 300 morti nel crollo: operai obbligati a lavorare nonostante il pericolo di cedimento

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Pubblicato in data 26/apr/2013

http://it.euronews.com/ Protestano contro le precarie condizioni di sicurezza in cui sono costretti a lavorare. Gli impiegati del tessile e dell’abbigliamento, il settore che regge l’economia del Bangladesh, non sono rimasti in silenzio di fronte alla morte di quasi 300 loro colleghi, sepolti nel crollo di un edificio alla periferia di Dacca. Non sono mancati, in un tale contesto di animosità, atti di vandalismo e scontri con la polizia.

Un rappresentante sindacale, Ramesh Roy, chiede che il governo, i proprietari dell’edificio crollato e le cinque imprese di abbigliamento che avevano la loro sede all’interno del palazzo, concorrano in parti uguali ai risarcimenti economici.

A due giorni dal crollo, continuano le ricerche dei sopravvissuti. Giovedì sera, 41 persone sono state estratte da una stanza al quarto piano, rimasta miracolosamente intatta. Altre 20 sono state localizzate, vive, ma al momento non è stato ancora possibile raggiungerle. In tutto, 300 o 400 persone sarebbero sotto le macerie.

E intanto il proprietario dell’edificio, un politico del partito di maggioranza, risulta latitante.

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Il palazzo di otto piani crollato a Dacca, 24 aprile 2013 (MUNIR UZ ZAMAN/AFP/Getty Images) – fonte

Bangladesh, oltre 300 morti nel crollo:
operai obbligati a lavorare
nonostante il pericolo di cedimento

Prendevano 14 centesimi al giorno. Arrestati 8 proprietari delle imprese tessili ospitate nell’edificio. Una donna ha partorito tra le macerie

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ROMA – È salito a 340 il numero dei cadaveri estratti dalle macerie dell’edificio di nove piani crollato mercoledì nel quartiere di Savar, alla periferia di Dacca. L’edificio ospitava cinque laboratori tessili che confezionavano abiti per alcuni grandi nomi di moda low cost, tra i quali l’inglese Primark, Mango, Matalan, Premier Clothing. I lavoratori morti sotto le macerie lavoravano per 14 centesimi all’ora. Ieri violenti disordini si sono registrati a Dacca quando una folla oceanica, inclusi migliaia di lavoratori dell’industria tessile del Bangladesh, è scesa in strada per protestare: ci sono stati scontri con la polizia.

Tra i superstiti estratti dal palazzo di Dacca c’è anche una donna che ha partorito un bambino mentre era intrappolata sotto le macerie. Lo riferisce l’agenzia di stampa del Bangladesh BSS. Non è dato sapere quali sono le condizioni della madre e del neonato, subito ricoverate in un ospedale. A quattro giorni dalla sciagura, i soccorritori continuano a estrarre persone vive dall’edificio, scavando con le mani, dopo che diversi testimoni hanno sentito urla di persone intrappolate tra le macerie. Il lavoro è reso più difficile oggi dalla pioggia. Da ieri sera almeno 23 persone sono state salvate grazie a dei «tunnel» scavati tra i lastroni di cemento armato. Il Daily Star riferisce che i soccorritori continuano a udire delle voci che chiedono aiuto dal terzo piano dell’edificio. Per raggiungere le persone intrappolate sono state chiamate persone di corporatura minuta in grado di infilarsi tra le fessure dello stabile crollato. Intanto viene «pompato» dell’ossigeno sotto i detriti per garantire aria sufficiente a coloro che sono bloccati. Nella speranza di salvare ancora superstiti, il responsabile dell’esercito (che guida i soccorsi) ha deciso di rinviare l’uso dei bulldozer. L’utilizzo dei macchinari per rimuovere le macerie era, infatti, previsto stamattina, allo scadere delle 72 ore.

I soccorritori hanno pubblicato una lista di 761 persone date per disperse dai familiari nel crollo del palazzo alla periferia di Dacca. Lo riferisce il sito internet bdnews24.com. L’elenco è stato compilato sulla base delle informazioni dei parenti di coloro che lavoravano nel complesso del «Rana Plaza» e che non hanno più notizie dei loro cari. La lista comprende nomi e foto delle persone scomparse.

Otto arresti. Almeno otto persone sono state arrestate, tra cui due responsabili di aziende di abbigliamento, in connessione con il crollo del palazzo. Lo riporta l’agenzia di stampa nazionale Bss citando fonti di polizia.Tra gli arrestati ci sono Mahbubur Rahman Tapas e Bazlul Samad Adnan, proprietari della New Weave Bottoms e della New Weave Style, la moglie del proprietario del “Rana Plaza”, Mitu Akter, e due ingegneri della municipalità di Savar, Imtemam Hossain e Alam Miah, accusati di aver minimizzato la gravità dei cedimenti registrati dalla struttura dell’edificio all’inizio della settimana. Sono stati prelevati dalle proprie abitazioni in un raid notturno. È stato anche detenuto un cugino, Jahangir Hossain, del proprietario del palazzo di otto piani Sohel Rana, un esponente del partito di maggioranza dell’Awami League. L’uomo risulta irreperibile ed è ricercato dalla polizia. il «Rana Plaza» ospitava un centro commerciale, una banca privata e cinque aziende di abbigliamento con circa tremila dipendenti.

Da tre giorni si scava tra le macerie. Le squadre di soccorso che nelle ultime ore sono riuscite a raggiungere altre 14 persone ancora in vita, recuperando però anche 13 cadaveri.

Operai obbligati a lavorare nonostante il rischio del crollo. Secondo Asia News, gli operai erano stati obbligati a tornare al lavoro nonostante la polzia avesse avvertito i proprietari delle industrie del pericolo crollo: gli operai sarebbero stati ricattati dai proprietari che minacciavano di non pagarli. Alcuni video girati poco prima del crollo mostrano delle crepe nelle mura con evidenti segni di riparazione e alcuni pilastri privi di cemento, mentre la polizia parla con i dirigenti, probabilmente nel tentativo di convincerli a far evacuare l’edificio.

Le polemiche. Qual è il costo in vite umane della maglietta a basso costo comprata nelle catene di high street come Gap o H&M o nei grandi magazzini discount come Walmart? Il New York Times ha alzato la voce: «Il crollo ha puntato di nuovo i riflettori sulle pessime condizioni in cui milioni di operai producono abiti per i consumatori europei e americani». In novembre, ricorda il quotidiano in un editoriale, ci fu un rogo in un altro impianto che produceva per Walmart e Sears: i morti in quell’inferno furono 112. «La gravità e la frequenza di questi disastri è un atto di accusa contro l’industria globale dell’abbigliamento e di dettaglianti come Gap, Walmart e H&M che comprano miliardi di abiti dal Bangladesh ma finora si sono rifiutati di chiedere e di pagare per adeguate misure di sicurezza negli impianti che producono le loro ordinazioni».

Polemiche in Gran Bretagna: secondo John Hilary, direttore della Ngo War on Want, l’industria del vestito a basso costo è «automaticamente collegata a questo tipo di disastri». Per quanto uno cerchi di acquistare «eticamente», in materia di vestiti ogni aspirazione del genere è veramente difficile, ha scritto sul Guardian la columnist Susanna Rustin: «Tutte le grandi catene, compresa Primark che si riforniva nell’edificio distrutto a Rana Plaza e che ha promesso di ‘aiutare dove possibilè le famiglie dei morti, hanno politiche etiche che possono essere consultate online, ma nessuna ha una etichetta Fairtade nelle vetrine dei negozi, ed è dunque impossibile sapere se la maglietta che indosso oggi è macchiata di sangue».

Condoglianze da Mario Monti. Il presidente del Consiglio uscente e ministro degli Esteri ad interim, Mario Monti, ha inviato al ministro degli Esteri del Bangladesh, Dipu Moni, un messaggio di condoglianze per la tragedia avvenuta in Bangladesh. «È con profonda costernazione – si legge in un comunicato della Farnesina – che ho appreso del tragico incidente che è costato la vita a centinaia di persone nella capitale Dacca. Esprimo a nome mio personale e del Governo italiano le più vive condoglianze a Lei e a tutte le famiglie delle vittime».

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fonte ilmessaggero.it

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