Archivio | aprile 29, 2013

Ue, solo 15 Stati dicono stop ai pesticidi-killer delle api. L’Italia vota contro

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Ue, solo 15 stati dicono stop a pesticidi-killer api

Italia vota contro. Commissione, moratoria 2 anni

29 aprile, 20:03

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BRUXELLES – Sara’ la Commissione europea a introdurre il divieto di utilizzare per due anni alcuni pesticidi-killer per la sopravvivenza delle api. Lo hanno indicato fonti qualificate all’Ansa precisando che il Comitato Ue di appello riunitosi a Bruxelles non ha espresso una maggioranza contraria alla proposta della Commissione: 15 stati hanno votato a favore, 7 con l’Italia contro, 4 le astensioni.

Il no dell’Italia e’ legato all’introduzione da parte di Bruxelles di nuovi divieti per i ‘trattamenti foliari’. La Commissione europea, pur proponendo lo stesso approccio per lottare contro la moria della api, ha tuttavia esteso la proposta iniziale con una serie di condizioni piu’ restrittive nell’applicazione delle misure. Interventi, si apprende da fonti comunitarie, che hanno oggi indotto l’Italia a votare contro nel Comitato europeo di appello mentre, il 15 marzo scorso, nel precedente Comitato di esperti europei, aveva votato a favore della proposta della Commissione europea.

Interventi, si apprende da fonti comunitarie, che hanno oggi indotto l’Italia a votare contro nel Comitato europeo di appello mentre, il 15 marzo scorso, nel precedente Comitato di esperti europei, aveva votato a favore della proposta della Commissione europea.

A favore quindi del pacchetto di interventi, aggiungono le fonti, si sono pronunciati Belgio, Bulgaria, Danimarca, Germania, Estonia, Spagna, Francia, Cipro, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Olanda, Polonia, Slovenia e Svezia.

Contrari, oltre all’Italia, Regno Unito, Ungheria, Austria,Portogallo, Romania e Slovacchia. Si sono astenute, Grecia, Irlanda, Lituania e Finlandia.

GREENPEACE, E’ UN ALTRO PASSO AVANTI
Il voto europeo sul bando temporaneo di tre pesticidi nocivi per la salute delle api ”e’ un altro passo verso il bando parziale dei pestici killer delle api e ci dice chiaramente che esiste una forte determinazione a livello scientifico, politico e civile a sostenere il bando. Adesso la Commissione deve fermare immediatamente l’uso di questi pesticidi, il primo passo per proteggere colture ed ecosistemi”. L’esortazione arriva da Greenpeace, secondo cui ”qualunque tentennamento significherebbe cedere di fronte alle pressioni di giganti come Bayer e Syngenta”. ”Il declino delle api e’ uno degli effetti piu’ visibili e inequivocabili del fallimento dell’agricoltura di stampo industriale, che inquina l’ambiente e distrugge i migliori alleati degli agricoltori, gli insetti impollinatori”, afferma Federica Ferrario, responsabile della campagna Agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia. ”E’ ora di smettere di incentivare pratiche agricole intensive basate sull’uso della chimica, per investire, invece, nello sviluppo di un’agricoltura di stampo ecologico e sostenibile sul lungo periodo”.

LEGAMBIENTE E UNAAPI, ORA COMMISSIONE UE FORMALIZZI MORATORIA
“Salutiamo positivamente la notizia dell’esito della votazione del comitato Ue sulla moratoria di due anni su tre tipi di pesticidi dannosi per molti insetti e in particolare per le api. Nonostante l’Italia sia tra i paesi che hanno votato contro questa decisione, per motivi legati alla maggiore regolamentazione dell’uso di queste molecole, stimiamo positivamente il fatto che il voto a favore espresso dalla maggioranza dei paesi membri corrisponda all’opinione più diffusa tra i cittadini e gli operatori del settore europei”. I presidenti di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, e dell’associazione degli apicoltori Unaapi, Francesco Panella, commentano così la notizia sui pesticidi-killer che arriva da Bruxelles. “Adesso – affermano – attendiamo fiduciosi la formalizzazione della moratoria da parte della Commissione europea”.

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fonte ansa.it

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Scomparso da giorni in Siria l’inviato de La Stampa Domenico Quirico

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Domenico Quirico – fonte immagine

Scomparso da giorni in Siria l’inviato de La Stampa Domenico Quirico

È entrato nel paese il 6 aprile dal Libano, per raccontare per la quarta volta il dramma della guerra civile. Tre giorni dopo l’ultimo contatto. Venti giorni di ricerche nel massimo riserbo, in collaborazione con la Farnesina, hanno dato finora esito negativo

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di Mario Calabresi
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Da venti giorni abbiamo perso i contatti con il nostro inviato Domenico Quirico, in Siria per una serie di reportage dalla zona di Homs.

Due settimane di ricerche, fatte in modo silenzioso e riservato ma in ogni direzione, coordinate dall’Unità di crisi della Farnesina, non hanno dato sinora alcun risultato concreto e così abbiamo condiviso con le autorità italiane e la famiglia la decisione di rendere pubblica la sua scomparsa, sperando di allargare il numero delle persone che potrebbero aiutarci ad avere informazioni.

Domenico è entrato in Siria il 6 aprile, attraverso il confine libanese, diretto verso Homs, area calda dei combattimenti, per poi spingersi, se ce ne fosse stata la possibilità, fino alla periferia di Damasco.

Era partito dall’Italia il 5 aprile per Beirut, dove era rimasto una giornata in attesa che i suoi contatti si materializzassero: la mattina di sabato 6 aprile gli abbiamo telefonato per avvisarlo del rapimento dei colleghi della Rai nella zona di Idlib. Ci ha spiegato che il suo percorso sarebbe stato completamente diverso e che ci avrebbe richiamato una volta passato il confine. Nel pomeriggio, alle 18:10, ha mandato un sms con cui annunciava al responsabile Esteri de La Stampa di essere in territorio siriano.

Due giorni dopo, lunedì 8, ha prima mandato un messaggio alla moglie Giulietta, per confermarle che era in Siria e che era tutto ok, poi verso sera l’ha chiamata a casa. La linea era molto disturbata, ha spiegato che di lì a poco il cellulare non avrebbe preso più e che le persone con cui viaggiava gli avevano chiesto di non utilizzare il satellitare, che sarebbe stato quindi in silenzio per qualche giorno ma di non preoccuparsi.

Martedì 9 ha ancora mandato un sms a un collega della Rai nel quale diceva di essere sulla strada per Homs. E’ stato questo l’ultimo contatto diretto avuto con Domenico.

Prima di partire ci aveva avvisato che non avrebbe scritto niente mentre era in Siria e che per circa una settimana sarebbe rimasto in silenzio: la copertura della rete dei cellulari è saltata in molte zone dell’area di Homs e usare il satellitare non è prudente perché così si segnala la propria presenza.

Siamo abituati ai silenzi di Domenico, che si ripetono quasi in ogni suo viaggio, tanto che l’ultima volta che era stato in Mali non lo avevamo sentito per sei giorni. Fanno parte del suo modo di muoversi e lavorare: ha sempre sostenuto che le tecnologie e le comunicazioni sono il miglior modo per farsi notare e mettersi in pericolo. La sua strategia è di viaggiare da solo, tenendo un profilo bassissimo e mimetizzandosi tra le popolazioni, al punto di condividere con un gruppo di profughi il rischio della traversata in barcone tra la Tunisia e Lampedusa.

D’accordo con la famiglia dopo sei giorni di silenzio, lunedì 15 aprile, abbiamo avvisato l’Unità di Crisi della Farnesina del viaggio di Quirico e del suo silenzio. Il giorno dopo abbiamo fornito ogni elemento sui suoi spostamenti per far partire le ricerche. Ricerche che non si sono mai interrotte, e di cui apprezziamo gli sforzi fatti in ogni direzione, ma dal terreno fino ad oggi non sono arrivati segnali di alcun tipo.

La scelta di non dare notizia e non pubblicizzare la scomparsa è stata presa, in accordo con le autorità italiane, per evitare di attrarre l’attenzione su Domenico in una zona ad alto rischio di sequestri. Nell’ipotesi che potesse essere in una situazione di difficoltà e cercasse di uscire, ci è stato spiegato che era bene non dare visibilità alla sua presenza.

La grande angoscia delle sua famiglia e di tutti noi, colleghi e amici di Domenico, finora è stata tenuta riservata e anche gli amici che ha nelle altre testate hanno rispettato questo silenzio che speravamo favorisse una soluzione. Purtroppo non è stato così e per questo abbiamo ora deciso di rendere pubblica la sua scomparsa.

Domenico Quirico, 62 anni, è uno dei giornalisti italiani più seri e preparati nell’affrontare situazioni a rischio. Negli ultimi anni ha raccontato il Sudan, il Darfur, la carestia e i campi profughi nel Corno d’Africa, l’esercito del signore in Uganda, ha seguito interamente le primavere arabe, dalla Tunisia all’Egitto, è stato più volte in Libia per testimoniare la fine del regime di Gheddafi. Nell’agosto 2011 nel tentativo di arrivare a Tripoli veniva rapito insieme ai colleghi del Corriere della Sera Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina e di Avvenire Claudio Monici. Nel sequestro veniva ucciso il loro autista e solo dopo due giorni drammatici venivano liberati.

Nell’ultimo anno ha coperto per tre volte la guerra in Mali, è stato in Somalia e ora per la quarta volta è in Siria. Nei suoi primi due viaggi siriani era stato ad Aleppo, dove aveva raccontato i bombardamenti e la prima fase della rivolta. Nell’ultimo aveva invece seguito i ribelli spingendosi fino nella zona di Idlib.

Ha voluto tornare di nuovo per raccontare l’evoluzione di un conflitto che si è allontanato troppo dalle prime pagine dei giornali e che – ci ripeteva – nonostante i suoi orrori non scuote la società civile occidentale.

La cifra del giornalismo di Domenico Quirico è una tensione fortissima alla testimonianza, che deve essere sempre diretta e documentata. Domenico non ha mai accettato di raccontare stando al di qua del confine, attraverso le voci dei profughi o dei fuoriusciti, lo trova eticamente inaccettabile. Ci ha sempre ripetuto che bisogna stare dentro i fatti e che un bombardamento lo si può raccontare solo se si è sotto le bombe insieme alle popolazioni, con cui bisogna condividere emozioni e destini.

Per questo è partito ancora una volta: per onorare il mestiere che ama.

Noi restiamo tenacemente attaccati alla speranza di avere al più presto sue notizie, di continuare ad ascoltare i suoi racconti, e la sua capacità di analisi mai ideologica o faziosa. Lo aspettiamo insieme alla moglie, alle figlie, ai suoi amici e ai nostri lettori.

Per segnalare questa nostra attesa abbiamo deciso di mettere sulla testata del giornale un fiocchetto giallo, come fanno le famiglie che attendono il ritorno di una persona cara di cui non si hanno notizie.

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fonte lastampa.it

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GOVERNO – Letta: «Abbiamo un’ultima possibilità. Basta debiti scaricati sulle future generazioni»

«Rivedere tasse sulla prima casa». «Con gli esodati si è rotto un patto con i cittadini»

Letta: «Abbiamo un’ultima possibilità.
Basta debiti scaricati sulle future generazioni»

«Agirò come un buon padre di famiglia». Alla Camera il capo del governo cita Napolitano e ringrazia Bersani

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di Alessandro Sala

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«L’Italia e l’Europa si trovano ad affrontare un momento eccezionale. E il presidente della Repubblica ci ha concesso un’ultima opportunità di mostrarci degni del ruolo che la costituzione ci riconosce come rappresentanti della nazione». Con queste parole, e con un ringraziamento personale a Pier Luigi Bersani – accolto da un lungo applauso che ha commosso il segretari dimissionario del Pd (GUARDA il video) -, Enrico Letta ha dato il via nell’aula della Camera al discorso di presentazione del programma del suo governo. Un programma che dovrà ora essere sottoposto al voto di fiducia, atteso in serata a Montecitorio e martedì al Senato. Un intervento che arriva all’indomani della cerimonia di giuramento del nuovo esecutivo, funestata dalla sparatoria di piazza Montecitorio che ha visto il ferimento di due carabinieri e di una passante.

CONTI E RISANAMENTOProprio all’episodio dell’attentato davanti a Palazzo Chigi ha fatto riferimento il capo del governo spiegando che «non c’è più tempo» e che per evitare che il malcontento e la rabbia degenerino in episodi di violenza occorre che la politica faccia il proprio dovere. Che in una fase difficile come quella che stiamo attraversando significa anche puntare su politiche di risanamento e tenuta dei conti pubblici senza inasprimento fiscale. Letta ha puntato il dito contro il gap generazionale che caratterizza l’Italia, sottolineando che «troppo spesso in passato sono stati fatti debiti poi scaricati sulle generazioni future». E proprio le generazioni di oggi, «che hanno imparato sulla propria pelle» cosa significhi ereditare una situazione debitoria insostenibile, «non commetteranno lo stesso errore». Letta ha citato la diligenza del buon padre di famiglia, formula usata spesso anche in giurisprudenza, spiegando che «il buon padre di famiglia non fa mai debiti» che poi non può onorare.

I PRIMI INTERVENTITra i primi interventi che il governo si appresta a portare avanti vi sono la riduzione delle tasse sul lavoro, lo stop ai pagamenti dell’Imu di giugno per poi rimodulare le imposte sulla prima casa (andando così incontro alle richieste del Pdl), politiche di sostegno alla formazione e all’apprendistato, iniziative per la riduzione del divario culturale tra classi sociali (troppo spesso, ha ricordato, i figli di genitori non diplomati fanno fatica a raggiungere la laurea), interventi di moralizzazione della cosa pubblica.

COSTI DELLA POLITICALetta ha annunciato in aula («gli stessi membri del governo ancora non lo sanno») che uno dei primi atti concreti sarà quello dell’eliminazione dello «stipendio» dei ministri parlamentari, che dunque non perseguiranno una doppia indennità. Ha poi richiamato la necessità di intervenire sul finanziamento della politica, che oggi è «eccessivo» e «mascherato», e evidenziato la necessità di controlli sulle spese delle Regioni. Ha poi indicato l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione sulla democrazia interna ai partiti come uno degli obiettivi da perseguire senza indugio. Per fare tutto questo, ha sottolineato il capo del governo, bisogna riuscire a votare insieme anche da posizioni eterogenee, ma quella che stiamo vivendo è una situazione eccezionale perché dalle urne non è uscita una maggioranza e perché quello dell’astensione è stato di fatto il primo partito. «Vorrei che questo governo non fosse un canto del cigno sul sistema imploso sulle sue degenerazioni – ha puntualizzato -, ma che fosse un governo d’impegno per una ricostruzione politica che parta da un esercizio autentico e non simulato di autocritica».

LAVORO E REDDITO MINIMOLetta ha poi ricordato che la priorità del suo governo sarà quella del lavoro, piaga che affligge soprattutto il sud e i giovani, e che l’obiettivo è «prevenire l’incubo dell’impoverimento». «Dobbiamo mettere il Mezzogiorno nelle condizioni di crescere da solo – ha detto Letta -, riconoscendo l’esistenza di un divario tra nord e sud senza mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi». Una situazione, ha ammesso il premier, figlia delle inadempienze di chi avrebbe dovuto intervenire e dell’azione della criminalità organizzata, che va fronteggiata con maggiore forza. Quanto al welfare, Letta ha citato il caso degli esodati, evidenziando che con questa vicenda si è «rotto un patto» con i cittadini che ora va ristabilito. «Andranno migliorati gli ammortizzatori sociali – ha poi aggiunto -, estendendoli a chi ne è privo a partire dai precari e si potranno studiare forme di reddito minimo per famiglie bisognose con figli».

RIFORME IN 18 MESI Un accenno particolare è andato alla politica estera (il premier ha insistito sulla necessità di lavorare per gli Stati uniti d’Europa e ha annunciato l’avvio di un tour europeo per incontrare Merkel, Barroso e Van Rompuy) e alle riforme istituzionali. Letta ha detto di confidare nella possibilità di dare vita ad una Convenzione che riveda l’assetto complessivo della Repubblica, con il superamento del bicameralismo perfetto e l’introduzione di un vero federalismo fiscale. E di ritenere indispensabile una nuova legge elettorale possa dare maggiore rappresentatività ai cittadini. «La Convenzione per le riforme deve partire subito – ha detto Letta -. Se tra 18 mesi non sarà avviato il processo delle riforme istituzionali ne trarrò le conseguenze».

IL VOTO DI FIDUCIA – Il voto di fiducia (che Letta ha chiesto con un parallelo con Davide e Golia, dove il governo è un Davide in attesa di affrontare il suo gigante utilizzando non solo una fionda e una manciata di ciottoli ma anche il «coraggio» e, appunto, la «fiducia») non dovrebbe riservare sorprese. Non a Montecitorio, dove la maggioranza è solidissima. E neppure a Palazzo Madama, dove l’intesa tra Pd, Pdl e Scelta Civica consente un agevole superamento del quorum (che nella fattispecie è la maggioranza semplice). Dalla Lega Nord potrebbe arrivare un segnale distensivo con una non partecipazione al voto, considerando che al Senato, come previsto dal regolamento, l’astensione equivarrebbe ad un no. Scontati, invece, i voti contrari di Sel, di Fratelli d’Italia e del Movimento 5 Stelle a cui Letta ha rivolto un pensiero nella sua replica: «Sono rimasto colpito e dispiaciuto del fatto che i partiti non della maggioranza non abbiano ripreso alcun riferimento alla Costituente: la rilancerò perchè sono sempre più convinto di quello “scongelatevi” perchè le riforme dobbiamo farle insieme. Le riforme fatte a maggioranza semplice sono state sbagliate».

Alessandro Sala
twitter@lex_sala

29 aprile 2013 | 19:19

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fonte corriere.it

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DIRITTI – È reato spacciarsi per un altro in chat. Il nickname entra nella giurisdizione

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È reato spacciarsi per un altro in chat.
Il nickname entra nella giurisdizione

La Cassazione ha confermato la condanna di una donna che aveva divulgato volutamente in rete il cellulare della sua ex datrice di lavoro e questa aveva ricevuto telefonate ed sms di persone interessate a incontri erotici

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ROMA  – Chi si spaccia per un’altra persona nelle chat rischia una condanna. E’ quanto emerge da una sentenza con cui la Cassazione ha confermato la condanna di una donna che aveva divulgato su una chat il numero di telefono cellulare della sua ex datrice di lavoro, con la quale aveva in corso una causa civile. La vittima, ignara di tutto, si era trovata all’improvviso a ricevere telefonate e sms di persone interessate a incontri erotici, alcune delle quali l’avevano apostrofata con insulti, inviandole anche mms con immagini porno.

Invero, aggiungono i giudici della Suprema Corte, “non può non rilevarsi al riguardo che il reato di sostituzione di persona ricorre non solo quando si sostituisce illegittimamente la propria all’altrui persona, ma anche quando si attribuisce ad altri un falso nome o un falso stato ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, dovendosi intendere per ‘nome’ non solo il nome di battesimo ma anche tutti i contrassegni di identità”.

In tali contrassegni, spiega la Cassazione, “vanno ricompresi quelli, come i cosiddetti nicknames (soprannomi) utilizzati nelle comunicazioni via internet che attribuiscono una identità sicuramente virtuale, in quanto destinata a valere nello spazio telematico del web, la quale tuttavia non per questo è priva di una dimensione concreta, non essendo revocabile in dubbio che proprio attraverso di essi possono avvenire comunicazioni in rete idonee a produrre effetti reali nella sfera giuridica altrui, cioè di coloro ai quali il ‘nickname’ è attribuito”.

Il nickname, nel caso in cui “non vi siano dubbi sulla sua riconducibilità ad una persona fisica”, assume infatti “lo stesso valore – conclude la Cassazione – dello pseudonimo ovvero di un nome di fantasia, la cui attribuzione, a sè o ad altri, integra pacificamente il delitto di cui all’articolo 494 cp.”, ovvero il reato di sostituzione di persona. (29 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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Perseguitati dal fascismo, svelati i dossier segreti

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Perseguitati dal fascismo, svelati i dossier segreti

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di Marco Grasso

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Genova – Ogni scheda è un romanzo, il resoconto dettagliato di dieci, a volte anche venti anni di vita. Dentro ci sono le preferenze politiche, le inclinazioni sessuali, la corrispondenza intercettata, il ritratto delle prezzolate «fonti confidenziali». Persino minuziose descrizioni fisiche: la «fronte concava» o il «naso adunco», le «orecchie ovali» e il «viso rettangolare». Sono le vite degli altri, migliaia di anonimi cittadini schedati perché sospetti «sovversivi». La versione fascista – rimasta in realtà in funzione fino agli anni Sessanta – e italianissima di ciò che l’omonimo film ha raccontato della Germania Est.

Quella mole enorme di informazioni, conservate fino a poco tempo fa solo in forma cartacea nel gigantesco archivio del cosiddetto “Casellario politico centrale”, il database della polizia politica di Benito Mussolini, è adesso disponibile e consultabile online . Su internet, catalogati per nome, luogo e professione, ci sono più di 150mila nomi. Sospetti «eversivi», pedinati anche solo perché considerati «oziosi», come accadeva ad esempio a pittori e attori. Tra questi 4.373 liguri, 1.671 genovesi. L’elenco non ha solo un valore storico, ma potrebbe essere determinante per risolvere un cold case sullo sterminio di una famiglia di Pegli, avvenuto dopo la Liberazione.

Ci sono voluti settant’anni per avere chiarezza; perché queste informazioni fossero digitalizzate, e dunque rese effettivamente fruibili. Gli spiati non potranno più cercare giustizia, con ogni probabilità sono tutti morti. Questo compito spetterà ai nipoti e ai figli.

A quasi settant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale lo Stato restituisce così un mare di informazioni rubate, rende accessibili migliaia di rapporti segreti stilati sui suoi oppositori: in qualche caso perseguitati apertamente, in altri ignari dell’attenzione riservata dalla dittatura. Un ritardo poco giustificabile, come lo è del resto la palese continuità con cui gli apparati di sicurezza hanno continuato in seguito ad attingere da quegli schedari, anche quando l’Italia era ormai repubblicana e democratica.

L’articolo completo sul Secolo XIX di oggi: leggilo nell’edicola digitale

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fonte ilsecoloxix.it

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Berlusconi “padre costituente”: “Presiederò la Convenzione per le riforme”

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Berlusconi “padre costituente”: “Presiederò la Convenzione per le riforme”

Dopo aver fatto fallire la Bicamerale del ’97 presieduta da D’Alema, il Cavaliere ci riprova. Forte di due condanne e tre prescrizioni (una per corruzione di giudici), dice: “Sarò io a guidarla”

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Una Convenzione per le riforme per dare una nuova architettura allo Stato di un Paese altrimenti ingovernabile. Silvio Berlusconi, con questo ragionamento, si candida a presiedere l’organismo per avviare il dialogo tra le forze parlamentari per un rinnovamento della struttura istituzionale. Oltre al programma del governo – che sarà presentato nel pomeriggio da Enrico Letta alla Camera – il presidente del Consiglio lancerà anche la Convenzione. ”Si farà una convenzione per le riforme – ha spiegato lo stesso ex presidente del Consiglio alla Telefonata di Canale 5 – e nel corso delle trattative per la formazione del governo si è determinato che, alla guida di questo organismo, vada un esponente indicato dal Pdl. Immagino che sia io a guidarla, perché nei nove anni che sono stato presidente del Consiglio ho avuto modo di verificare le difficoltà di guidare il Paese”.

E’ tutto da capire se la Convenzione avrà poteri “referenti” o “redigenti”, come si dice in linguaggio di diritto costituzionale. Da una parte i testi devono essere esaminati preventivamente, per relazionare alle Camere prima dell’approvazione. In sede redigente, oltre ad esaminare il testo del disegno di legge,  possono, su delega dell’Assemblea, elaborare il testo definitivo dei singoli articoli. In questo caso il testo dovrà essere approvato, ma senza dichiarazioni di voto, dall’Assemblea sia per singoli articoli che globalmente. In questo secondo caso, tuttavia, si tratterebbe di leggi costituzionali che avrebbero bisogno di due letture per ogni ramo del Parlamento.

Verosimilmente tutto questo non potrà trovarsi all’interno del discorso di Letta alle Camere. Ma i punti forti sono comunque due. Da una parte la riforma dei regolamenti parlamentari per cercare di snellirli e andare verso una velocizzazione dell’iter legislativo. Dall’altra – forse il capitolo più importante – la riformulazione del sistema di governo: premierato forte o semipresidenzialismo alla francese che potrebbe dare il via anche alla riforma elettorale disegnata sui meccanismi di quel Paese. La nuova bicamerale da cui dovrà scaturire soprattutto la nuova legge elettorale: in questa discussione ovviamente il centrodestra potrà fa valere il suo peso nella formazione del governo.

Dunque Berlusconi si ritaglia un ruolo da statista, da padre costituente. Nonostante a oggi abbia messo in fila una prescrizione per corruzione dei giudici nella vicenda Mondadori (che poi ha dato il via alla causa e al maxi-risarcimento dovuto a De Benedetti), un’altra prescrizione per il finanziamento illecito a Bettino Craxi, le due sentenze di non luogo a procedere in diversi processi perché il suo governo ha cambiato la legge sul falso in bilancio, due sentenze di condanna per violazione del segreto d’ufficio e evasione fiscale (con pene rispettivamente di un anno e 4 anni) e un processo – ancora in corso – per concussione e prostituzione minorile (il caso Ruby).

Durante il colloquio con i suoi nuovi ministri, ieri il Cavaliere ha vantato addirittura una paternità ideale del governo, rivendicandolo come risultato di una strategia lucidamente perseguita dal giorno successivo alle elezioni: la politica delle larghe intese. “Dopo che mi sono battuto per farla digerire al Pd – è il ragionamento – come avrei io potuto tirarmi indietro all’ultimo momento?”. Il suo pensiero è già avanti, a un quadro di spericolate scomposizioni e ricomposizioni del quadro politico che oggi potrebbero sembrare pura fantascienza: i moderati tutti insieme alleati, e gli estremisti di ogni sorta relegati nell’angolo. “Per dare vita al governo Letta – ha ribadito – abbiamo posto una precisa condizione e cioè che si approvino subito le misure di rilancio dello sviluppo che abbiamo indicato nel nostro programma”, che mette la restituzione dell’Imu e una sostanziale “museruola” a Equitalia ai primi posti contro quelli che chiama “le sue prepotenze e metodi violenti”. Quindi ha sottolineato che si aspetta segnali da Letta sui “punti irrinunciabili per noi che il premier si è impegnato a realizzare, o quantomeno “si è impegnato – osserva ancora – a citarli nel suo discorso”. E comunque, se questo governo dovesse fallire, l’unica strada sarà il voto, anche se sarà difficile presentarsi davanti agli italiani dopo un simile fallimento.

Certo, “l’anima grigia” del Cavaliere fa capire cosa covi sotto ai tappeti: “Il nostro senso di responsabilità è stato amplissimo. Ma non è infinito – dichiara Renato Brunetta alla Stampa – Sul programma di governo ci aspettiamo che il presidente Letta rispetti gli impegni che ha preso con noi”. E l’ex ministro spinge sull’acceleratore: ”La decisione sull’Imu dev’essere immediata, anche perché a giugno si paga la prima rata. Come è fondante la detassazione delle assunzioni dei giovani; la ridefinizione di Equitalia nel senso della non vessazione di cittadini e imprese; la riforma delle autorizzazioni burocratiche, l’attacco al debito e le riforme del fisco, della giustizia, dell’assetto istituzionale, e della legge elettorale”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Pazzo-meteo: ombrelli aperti al Nord, quasi estate al Centro-Sud. In Ucraina ci sono 30 gradi, nevica in Scozia

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Pazzo-meteo: ombrelli aperti al Nord, quasi estate al Centro-Sud. In Ucraina ci sono 30 gradi, nevica in Scozia

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Ombrelli aperti al Nord, quasi estate al Centro Sud. È questo, in sintesi, il tempo che ci aspetta per i prossimi giorni. Lo dice il meteorologo di 3bmeteo.com, Francesco Nucera, descrivendo un’Italia divisa in due: ”Al Nord la primavera non ha per il momento intenzione di allungare il passo. Corpi nuvolosi più o meno organizzati’pettineranno il nostro settentrione dando luogo, seppur ad intermittenza, a precipitazioni diffuse, anche abbondanti su Alpi e prealpi. Le nubi si alterneranno alle schiarite al Centro-sud con bassa probabilità di precipitazioni. Qualche fenomeno atteso sulla Toscana, in compenso il clima sarà decisamente mite”, sottolinea Nucera.

Tra Nord e Sud divario anche di 15 gradi. Al Centro Sud le temperature, complici i venti di Scirocco, si porteranno sopra le medie del periodo di 3/5 gradi. Si prevedono valori diffusamente superiori ai 24/25 gradi su molte località con punte di 28/30 gradi su Tirreniche e Sicilia. Al Nord il clima sarà relativamente più fresco e le temperature oscilleranno tra 15 e 20 gradi.

Per il Primo maggio il tempo sarà discreto con qualche incertezza su Alpi e Nord Ovest. Clima mite ovunque, un po’ di caldo al Sud e sulla Sicilia.

”Questi capricci di stagione non interessano solamente l’Italia”, avverte Nucera. Tra Ovest ed Est Europa, infatti, ”si passa in poco più di 2mila chilometri dall’autunno all’estate, valori superiori ai 30 gradi si registrano tra Balcani ed Ucraina”. Di contro su penisola iberica, Francia e Germania le temperature difficilmente superano i 10/12 gradi; in Scozia nevica a quote basse. Tutto questo, conclude l’esperto, ”è causato da una accesa dinamicità meteorologica che è tipica di questi periodi di transizione”.

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fonte ilsole24ore.com

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Sparatoria Palazzo Chigi, la rabbia degli agenti: “I politici tirano troppo la corda”

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Sparatoria Palazzo Chigi, la rabbia degli agenti: “I politici tirano troppo la corda”

In un bar vicino al luogo dell’attentato lo sfogo dei militari: “I politici non lo sanno che vuol dire prendere 800 euro al mese” e l’ipotesi che quello di Preiti non sia il gesto di un pazzo, ma l’azione di chi voleva colpire le istituzioni, rafforza la visione da chi dall’altra parte della transenna guarda sfilare chi dovrebbe risolvere i problemi e non diventarne obiettivo

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di | 28 aprile 2013

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“Una guerra fra poveri” di cui pagano il conto i “servitori dello Stato”. L’amarezza è soltanto mormorata ma è enorme. L’Huffingtonpost ha raccolto lo sfogo tra le lacrime di un carabiniere, collega dei due militari feriti davannti a Palazzo Chigi mentre il governo, guidato da Enrico Letta, giurava nelle mani del presidente della Repubblica. “E’ il gesto di un disperato. I politici non lo sanno che vuol dire prendere 800 euro al mese, entrare in un negozio e non poter comprare nulla a tuo figlio… Ecco cosa succede se non lo sanno”. “Si capiva che era un gesto di rabbia, ma loro non lo sanno, vivono in un mondo loro, non capiscono che poi la gente se la prende con noi che facciamo servizio in strada…” raccontano ai giornalisti.

In un bar vicino al luogo dell’attentato dove giornalisti e agenti cercando di dare una spiegazione al gesto di Luigi Preiti c’è anche un poliziotto rassegnato: “Stanno tirando troppo la corda” ragiona con una cronista del fattoquotidiano.it e l’ipotesi che quello dell’uomo non sia l’urlo di disperazione un pazzo, ma l’azione di chi – stremato – voleva colpire i politici e la politica, rafforza la visione da chi dall’altra parte della transenna guarda sfilare chi dovrebbe risolvere i problemi non diventarne obiettivo.

“La sparatoria avvenuta a Roma difronte a Palazzo Chigi rappresenta un episodio molto preoccupante che non va sottovalutato e al quale va prestata la massima attenzione per il significato che riveste” è l’invito rivolto dal segretario nazionale dell’Ugl Polizia di Stato, Valter Mazzetti, al neo ministro dell’Interno Angelino Alfano. “Il ferimento dei due carabinieri avvenuto oggi a Roma rappresenta l’ennesimo tributo di sangue versato dalle forze dell’ordine che giunge ad un giorno di distanza dalla rapina nel Casertano, dove un altro carabiniere è stato ucciso ed un altro ancora ferito. Si tratta – afferma Mazzetti –  di un bilancio pesante che colpisce una categoria di lavoratori, quella delle forze dell’ordine, troppo spesso sovraesposta e che, nonostante venga sovente bistrattata, continua a rappresentare un simbolo della presenza dello Stato e per questo colpita. Esprimo – conclude – a nome di tutti i poliziotti dell’Ugl Polizia di Stato, la piena solidarietà ai colleghi dell’Arma ed alle loro famiglie che ieri nel casertano ed oggi a Roma hanno offerto il loro tributo anche estremo per il bene della collettività”.  Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni ritiene che tutti debbano  “abbassare i toni, per evitare che si verifichino nel paese altri episodi di violenza”, dice il segretario. “Dobbiamo affrontare il problema della disoccupazione e le gravi emergenze sociali con più concertazione, assumendoci ciascuno la propria parte di responsabilità per fare uscire il paese dalla crisi“.

C’è sconcerto e grande tristezza alla caserma Baldissera, sul Lungarno Pecori Giraldi a Firenze, sede del Sesto Battaglione Carabinieri Toscana, dove sono in servizio il brigadiere Giuseppe Giangrande e il carabiniere scelto Francesco Negri. C’è poca voglia di parlare fra i colleghi dei due militari che li definiscono “due bravissimi ragazzi, che si sacrificano. Questo – viene spiegato – è un lavoro che si fa solo con la passione, è un mestiere che chiede molto, che ti tiene lontano dalla famiglia e dagli affetti. Qua condividiamo tutto, esperienze di vita, tensioni, ansie e gioie”.  Il contingente toscano era arrivato a Roma da qualche giorno “siamo a disposizione del Comando generale – viene aggiunto – che ci impegna non solo in Toscana, ma laddove ci sia bisogno: dalle emergenze di Lampedusa a quelle per la Tav, al servizio pubblico durante le partite”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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IL GIURISTA – «Cui prodest? Solo al governo per la fiducia» Becchi all’attacco dopo la sparatoria

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I carabinieri feriti sono il brigadiere Giuseppe Giangrande (nella foto), 50 anni, e il carabiniere scelto Francesco Negri, 30 anni, entrambi effettivi al Battaglione Toscana – fonte immagine

Il giurista vicino al Movimento 5 Stelle

«Cui prodest? Solo al governo per la fiducia»
Becchi all’attacco dopo la sparatoria

Puntare il dito contro i toni del Movimento 5 Stelle significa «prendere due piccioni con una fava»

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Il giurista e uno degli ideologi del movimento 5 StelleIl giurista e uno degli ideologi del movimento 5 Stelle
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«Due carabinieri feriti e uno in modo piuttosto grave, proprio nel momento in cui il nuovo governo al Quirinale giura fedeltà alla Costituzione. Il gesto eclatante ed isolato di un disoccupato stanco della vita a cui manca solo un’ultima pallottola per darsi il colpo di grazia? Può essere», osserva il professore Paolo Becchi, considerato tra gli ideologi di riferimento dei 5 Stelle (leggi il profilo tracciato da Aldo Grasso). «Ma in casi come questi resta sempre aperta la questione cui prodest?», incalza.

«IL SOLITO CLICHE» -«Un attentato come questo – riprende – ricompatta con il solito vecchio cliché: uniti contro la violenza e, al contempo, uniti contro chi semina la violenza e qui il messaggio è chiaro. Del gesto eclatante vi è comunque un responsabile: il M5S che con il suo linguaggio inciterebbe ad atti di questa natura. E così si prendono due piccioni con una fava». «Ma il M5S – annuncia – non si farà impallinare tanto facilmente. Questo governo porterà il Paese alla catastrofe ma di questo è responsabile il Modello Unico e non il M5S che sarà l’unica vera opposizione».

I COMMENTI La riflessione del giurista pubblicata dal blog arriva al culmine di una giornata molto tesa. Con l’inevitabile presa di distanza dalla sparatoria di palazzo Chigi da parte di Beppe Grillo, accusato a più riprese da gran parte del mondo politico di fomentare l’odio e di istigare la violenza. In audio pubblicato sul blog La Cosa il comico ha detto: «Noi raccogliamo firme ai banchetti, facciamo referendum e leggi popolari». E ha auspicato «che si tratti di un episodio isolato». Certo è che la base del movimento è in fermento dopo il via libera al governo di larghe intese, con Letta premier e Alfano vice-premier e in molti sul blog si auguravano altre potenziali vittime (i ministri, ad esempio) e non i due sfortunati carabinieri. Molti affermazioni di questo genere sono state censurate, ma fanno a dire a Vittorio Bertola, consigliere comunale del M5 Stelle a Torino, che il vero problema è tutto qui: «Ci sono alcuni milioni di italiani che pensano “peccato che non abbia fatto secco almeno un ministro”», suscitando gli strali di Cesare Damiano e di Alessandra Moretti del Pd che le hanno definite «parole vergognose».

Redazione Online

28 aprile 2013 | 23:49

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fonte corriere.it

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