Archive | maggio 1, 2013

Usa, bimbo di 5 anni uccide la sorellina con un fucile / 5-year-old Ky. boy kills 2-year-old sister with his rifle

Una fiera di armi a Stamford, Connecticut

Usa, bimbo di 5 anni uccide la sorellina con un fucile

Tragedia in Kentucky. L’arma, progettata per minori, gli era stata regalata lo scorso anno. La vittima aveva due anni

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Nuovo, incredibile dramma delle armi in America. In Kentucky, un bambino di 5 anni ha ucciso la sorellina di 2 anni con un fucile calibro 22 progettato specificatamente per bambini che gli era stato regalato lo scorso anno e con cui giocava abitualmente.

La madre dei bambini si trovava in veranda quando ha udito lo sparo e si é precipitata in casa, trovandosi di fronte all’orrore. Secondo il medico legale Gary White, intervistato dal giornale locale The Lexington Herald-Leader, si è trattato di un incidente.

La polizia ha riferito che la bambina, Caroline Starks, è stata trasportata in ospedale, dove è stata dichiarata morta. L’arma con cui il bambino ha ucciso la sorellina è un fucile della Crickett dalle dimensioni ridotte progettato apposta per i bambini. Un regalo ricevuto l’anno scorso e conservato in un angolo di una stanza. «I genitori non sapevano che ci fossero ancora munizioni dentro», ha detto il medico legale, riportando le parole della madre.

“My first rifle”, “Il mio primo fucile”, è lo slogan che la Crickett, la casa produttrice del fucile specializzata in armi per bambini, utilizza sul suo sito web. Il fucile calibro 22, oltre ad avere le dimensioni adatte per essere imbracciato dai più piccoli, è prodotto in vari colori, tra cui il rosa per le bambine. Le foto sul sito ritraggono giovanissimi intenti a prendere la mira e sparare, alcuni sotto gli occhi fieri dei genitori. La battaglia anti-armi del presidente Barack Obama è lungi dall’essere vinta.

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fonte lastampa.it

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5-year-old Ky. boy kills 2-year-old sister with his rifle

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By Associated Press
Wednesday, May 1, 2013

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BURKESVILLE, Ky. — A 5-year-old boy accidentally shot his 2-year-old sister to death in rural southern Kentucky with a rifle he had received as a gift last year, authorities said.

The children’s mother was home at the time of the shooting Tuesday afternoon but had stepped on to the porch for “no more than three minutes,” Cumberland County Coroner Gary White told WKYT-TV.


SPECIAL COVERAGE: Second Amendment and Gun Control


White told the Lexington Herald-Leader the boy received the .22-caliber rifle as a gift. He said the rifle was kept in a corner and the family didn’t realize a bullet was left inside it.

“It’s a Crickett,” White said, referring to a company that specifically makes guns, clothes and books for children. “It’s a little rifle for a kid. … The little boy’s used to shooting the little gun.”

White said the shooting was an accident.

It wasn’t immediately clear who gave the boy the gun or exactly what led up to the shooting. White did not return a telephone call from The Associated Press on Wednesday.

State police said in a brief news release the shooting occurred when the boy was “playing” with the rifle, but did not elaborate.

It is not clear whether any charges will be filed, said Kentucky State Police spokesman Trooper Billy Gregory.

“I think it’s too early to say whether there will or won’t be,” Gregory said Wednesday.

Keystone Sporting Arms, based in Milton, Penn., produced 60,000 Crickett and Chipmunk rifles in 2008, according to its website. It also makes guns for adults, but most of its products are geared toward children.

The company’s slogan is “my first rifle” and its website has a “Kids Corner” section where pictures of young boys and girls are displayed, most of them showing the children at shooting ranges and on bird and deer hunts. The smaller rifles are sold with a mount to use at a shooting range.

“The goal of KSA is to instill gun safety in the minds of youth shooters and encourage them to gain the knowledge and respect that hunting and shooting activities require and deserve,” the website said.

No one at the company answered the phone Wednesday.

According to its website, Bill McNeal and his son Steve McNeal decided to make guns for young shooters in the mid-1990s and opened Keystone in 1996 with just four employees, producing 4,000 rifles that year. It now employs about 70 people.

Burkesville sits near the Tennessee-Kentucky state line along the Cumberland River, among the foothills of the Appalachian Mountains. The small city is about 90 miles northeast of Nashville, Tenn.

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Buone riforme, il Pd scherzava

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Buone riforme, il Pd scherzava

La legge sulla corruzione. Il falso in bilancio. Il conflitto d’interessi. L’incandidabilità dei condannati. Le unioni civili. La green economy. Queste e altre cose erano nel programma e negli ‘otto punti’. Ora Letta ha fretta di metterle nel dimenticatoio: noi gliele ricordiamo

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di Luca Sappino

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«Proprio un bel discorso», dicono molti onorevoli, dopo aver sentito Enrico Letta chiedere la fiducia alle camere. «Ecumenico», è però la descrizione più calzante, ad opera di un parlamentare democratico, che però – malpancista ma disciplinato – ha votato per il governo. Vago quanto basta per piacere a tutti ed evitare ogni attrito, è stato il discorso, ma puntuale nel nominare le cose, i tributi dovuti alle varie anime della maggioranza (su tutti, il rinvio del pagamento dell’Imu di giugno). Vago nella copertura economica delle tante promesse, preciso però, è stato, in alcune dimenticanze. Con buona pace, soprattutto, degli “otto punti” con cui Bersani, non più di un mese fa, cercava di convince i deputati 5 stelle a varare un governo «del cambiamento».

Mai citata è stata, ad esempio, la legge sui conflitti d’interesse che, nell’elenco di Bersani, era il numero 5. Sempre al 5 si parlava di «incandidabilità, ineleggibilità e doppi incarichi». Siccome per «ineleggibilità» si intende soprattutto quella di Berlusconi, nel discorso di Letta (che i voti di Berlusconi doveva avere) non c’è traccia del tema. Così come non si trova nulla sull’incandidabilità dei condannati. E non è forse quello che si aspettava Sandra Bonsanti, presidente di Libertà e giustizia, ma bisognerà continuare a firmare appelli. «Ne dovremo fare ancora di più», dice Bonsanti, «e certo non faremo sconti solo perché al governo c’è anche il centrosinistra». C’è speranza? «So che sarà difficile – continua – ma la società civile deve continuare a chiedere norme che non sono né di destra né di sinistra, ma democratiche». Prestando ancora più attenzione, poi, «perché nella volontà di modificare la seconda parte della Costituzione, come vuole fare questa maggioranza – spiega Bonsanti – si finisce per incontrare e modificare i poteri della magistratura, della Corte costituzionale, e l’argine che questi rappresentano».

Per i doppi incarichi, invece, si può prender per buona la scelta del governo di eliminare le indennità aggiuntive per i ministri già parlamentari. Il problema è molto più vasto, riguarda molti deputati, ma pazienza.

La legge anti corruzione, poi, negli otto punti non c’era, ma è stata al centro della campagna elettorale del Pd. Ieri, invece, è stata appena citata, in un passaggio ben più ampio sulla giustizia e sull’importanza di questa per le imprese. «Un importante argomento di contesto concerne la giustizia – ha detto infatti il presidente del consiglio – in quanto solo con la certezza del diritto gli investimenti possono prosperare. Questo riguarda la moralizzazione della vita pubblica e la lotta alla corruzione, che distorce regole e incentivi». E questo è quanto. Poco, secondo Claudio Fava di Sel che – al Senato – prova ad ottenere qualche dettaglio in più. «La priorità non è l’evocazione di una lotta alla corruzione, ma una vera, buona legge sulla corruzione nei primi cento giorni del suo governo», dice Fava. «Riprendo le parole di Fava sulla corruzione, sarà uno dei grandi temi sui quali lavoreremo», è la replica stringata.

Dell’assenza dei diritti civili (punto 7 dell’elenco bersaniano), se ne sono accorti molti, anche in parlamento. Pure Ivan Scalfarotto, deputato del Pd, prima di votare la fiducia, commentava amaro: «vuoi che non me ne sia accorto che non ha detto neanche una parola?». Ma la responsabilità è un dovere più forte. Gennaro Migliore, capogruppo di Sel alla Camera, lo dice così: «Non è mai il turno della responsabilità verso i cittadini omosessuali o verso chi aspetta una legge sul fine vita». Non trovano risconto nell’agenda del governo neanche le già morbide parole della Carta d’intenti, l’accordo elettorale tra Pd e Sel: «Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale – si scriveva allora – per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico». Nulla anche per la legge sull’omofobia. E mentre Sergio Lo Giudice, senatore del Partito Democratico e storico esponente di Arcigay ostenta fiducia e si affida al lavoro parlamentare («Su questi temi – dice – esiste nei due rami del Parlamento una maggioranza trasversale che ha assunto degli impegni con i propri elettori»), Andrea Maccarone, presidente del Mario Mieli, è più pessimista: «E’ vero che Pd, Sel e 5 stelle potrebbero trovare un’intesa, ma penso che il Parlamento, per non mettere a rischio il governo, eviterà certi temi». Giovanardi, effettivamente, non sarebbe il solo a fare le barricate.

E lo Ius soli, la cittadinanza ai bambini stranieri nati in Italia? Era il cavallo di battaglia del Pd, la cosa più progressista detta in campagna elettorale, ma niente da fare. Bisogna accontentarsi di un ringraziamento a Cecile Kyenge («La sua nomina significa una nuova concezione di confine, da barriera a speranza, da limite invalicabile a ponte tra comunità diverse») e di un proposito un po’ generico: «Bisogna fare tesoro – dice Letta – della voglia di fare dei nuovi italiani, così come bisogna valorizzare gli italiani all’estero».

Al punto 6 dei propositi dell’ex segretario c’erano poi «l’economia verde e lo sviluppo sostenibile». Enrico Letta ne parla due volte, la prima sulla ricerca («La ricerca italiana – dice – può e deve rinascere nei nuovi settori di sviluppo, come ad esempio l’agenda digitale, lo sviluppo verde, le nanotecnologie, l’aerospaziale, il biomedicale»), la seconda sull’energia («Le nuove tecnologie – fonti rinnovabili ed efficienza energetica – vanno maggiormente integrate nel contesto esistente»). Il passaggio che più lascia insoddisfatti è però quello – assente – sul consumo di suolo. Niente, ovviamente, sull’acqua pubblica e sul risultato, da tutelare, degli ultimi referendum sui beni comuni e contro il nucleare.

Il parlamento uscito dalle urne, poi, aveva fatto ben sperare per il reddito minimo, che era nel programma di Sel e Movimento 5 stelle e nelle corde di molti democratici. Infatti Letta la parola la usa, ma forse a sproposito. Maria Pia Pizzolante, portavoce di Tilt, una delle associazioni che hanno depositato in parlamento – col plauso di Sel e M5s – proprio la legge sul reddito minimo, lo bacchetta: «La prego presidente Letta, il reddito minimo garantito è per le persone, non per le “famiglie bisognose”», come invece ha detto lui. «Il reddito minimo – spiega Pizzolante – è per tutti coloro che vivono sotto la soglia degli 8 mila euro: è per i singoli, anche per i precari, e non ha nulla a che fare col welfare familistico».

Ricordate poi quante parole scritte e dette sul taglio degli armamenti e sul programma di acquisto degli F-35? Acqua passata. Ora è il tempo, in Italia e in Europa, di «un rinnovato impegno per una politica estera e di difesa comuni, tese a rinnovare l’impegno per il consolidamento dell’ordine internazionale, un impegno che vede le nostre Forze Armate in prima linea, con una professionalità e un’abnegazione seconda a nessuno». Peccato. Anche perché, «proprio dal taglio delle spese per gli armamenti», dice Massimo Paolicelli, presidente dell’Associazione Obiettori Nonviolenti e autore di “Caro Armato”, un’inchiesta sui costi della Difesa, «in un momento di crisi potrebbero arrivare risorse prezione». Soldi utili anche per finanziare le molte promesse di Letta. «Vedremo – dice comunque Paolicelli – se l’assenza è casuale e dovuta alla difficoltà di tenere tutti i temi in un solo discorso». Ci vuole fiducia.

Impietoso è, alla fine – come fu per il documento dei saggi di Napolitano – il bilancio di corrispondenza con gli otto punti di Bersani e quelli di Berlusconi. Certo, si è detto di voler dare copertura a tutti gli esodati, ma – come fa notare Rosy Bindi – «per loro, a differenza che per l’Imu, non si è ritenuto di indicare una data di soluzione». Il bottino del leader del Pdl è impressionante. All’Imu, alla detrazione per le assunzioni, alla riforma della giustizia, all’elezione diretta del capo dello Stato e ai poteri aumentati per il presidente del consiglio, si aggiunge la citazione per il caso dei Marò: «Lavoreremo – dice Letta concludendo il suo discorso – per trovare una soluzione equa e rapida alla dolorosa vicenda dei due Fucilieri di Marina trattenuti in India, che ne consenta il legittimo rientro in Italia nel più breve tempo possibili». En plein.

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in edicolaIl giornale in edicola

fonte espresso.repubblica.it

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Letta incontra Hollande a Parigi: “Politiche europee per la crescita”

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01/05/2013 – VIAGGIO ESPLORATIVO IN EUROPA

Letta incontra Hollande a Parigi:
“Politiche europee per la crescita”

Il premier rassicura l’Europa: «Manterremo i nostri impegni»
«Abolire l’Imu? La supereremo».
Riscrivere le riforma Fornero? «Serve un po’ meno di rigidità».
E il presidente francese scherza sull’ottimo francese del premier

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di Marco Zatterin
CORRISPONDENTE DA BRUXELLES
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Da Berlino a Parigi. Dalla cristianodemocratica rigorista Angela Merkel, al socialista anticiclico François Hollande. Dal paese più forte e potente dell’Europa, a quello che – un anno dopo il voto presidenziale che ha segnato la svolta transalpina a sinistra – cerca ancora una sua identità e una collocazione precise. Il presidente del Consiglio, Enrico Letta, si intrattiene un’ora abbondante col primo cittadino della Republique, parla (in francese) della crescita che non c’è e dell’ambizione condivisa di costruire un’Europa più forte e integrata. Quando termina l’incontro all’Eliseo, una breve dichiarazione e qualche risposta per ribadire che, al summit europeo di fine giugno, «senza perdere tempo, l’Europa deve mettersi in condizione di fare il massimo per la crescita, che non è alternativa alla stabilità di bilancio, ma va perseguita con la medesima determinazione».

Il progetto a dodici stelle deve essere il centro di tutto, fatto che spiega il viaggio nelle tre capitali di queste ore. I due leader si intendono. «Se le politiche della crescita sono globali, allora è possibile far ripartire la fiducia – afferma il premier -. Ma se questa dimensione europea non c’è, tentare di compiere in Italia scelte che non si vogliono fare in Europa è come scalare una montagna, non ce la possiamo fare». Il che porta direttamente all’adesione del nuovo governo agli obiettivi concordati da predecessore Monti con Bruxelles: «A Van Rompuy e Barroso confermerò la scelta del nostro governo, quella di mantenere gli impegni presi con l’Unione europea e di fare all’interno di questi le scelte che riterremo necessarie per trovare gli spazi di riduzione fiscale che consentano alle persone di avere più lavoro e possibilità di consumo».

Anche l’eliminazione dell’Imu su cui il Pdl minaccia la crisi di governo è un tema che salta nella conferenza stampa all’Eliseo, ma Letta si batter per evitare ogni contesa. «Vedo polemiche che non hanno attinenza con la realtà», rileva. Il governo, spiega il presidente del Consiglio, ha deciso la sospensione della rata di giugno. Cioè «è necessario per rivedere tutto il sistema, giacché il ministro dell’Economia è in carica da 72 ore e ha bisogno di tempo per mettere a punto le proposte che servono. Data la particolarità del nostro laboratorio politico, il centro di decisione è il governo; il dibattito avverrà in quella sede». Dove «potremo insieme ridiscutere le modalità del superamento di questa tassa».

Stesso discorso per la legge Fornero. «Va riscritta?», chiedono a Letta. «Rimando al testo del mio discorso – risponde –. Lì è precisato che vi sono alcuni punti che, in questa fase, hanno creato dei problemi, penso alle limitazioni sui contratti a termine». In altre parole il premier è convinto che in tempi ordinari magari avrebbe magari funzionato, ma che in piena doppia recessione gli effetti non possano essere quelli virtuosi auspicati. Ci saranno delle modifiche, è la linea: «Serve un pochino meno di rigidità».

Letta è arrivato all’Eliseo sotto un sole finalmente primaverile poco prima delle tre, per la seconda tappa di un tour europeo che in serata lo porta a Bruxelles e fra qualche giorno a Madrid. Ieri, alla cancelliera Merkel, ha illustrato “la forza e la fragilità dell’Italia”. Con Hollande, come col premier belga Elio Di Rupo (socialista come il francese) che vede a Bruxelles, l’intento è invece mettere a punto un fronte per la crescita da opporre a quello – spesso troppo dogmatico – dell’austerità ispirata dai falchi di Berlino. Il premier ha affermato davanti alla cancelliera Merkel l’adesione alla piena adesione al rigore di bilancio, ma ha pure sottolineato che non si vive di solo consolidamento e che la crescita deve essere porta ala centro del palcoscenico. “Nessuna tensione nemmeno amichevole – ha reiterato – Abbiamo un obiettivo comune, quello di trovare delle soluzioni efficaci per la crescita al vertice di giugno».

L’asse italo francese, almeno a parole, pare funzionare benissimo. Letta sfodera un ottimo francese e Hollande racconta che la sua insegnate di lingua, di Strasburgo, ha cercato di mettersi in contatto con lui. “Creeremo il contatto”, assicura il presidente, che scivola sul «Carramba che sorpresa!». Sono generosi i conferenza stampa i due leader, l’incontro dura più del previsto e la conferenza stampa finisce tutto alle 17.15. Di Rupo lo attende alle 19, speriamo che non ci sia traffico, in terra e cielo. Alle venti, appuntamento col presidente del Consiglio Van Rompuy. Domani mattina alle otto, quello della Commissione Barroso. «Ma in questo primo faccia a faccia – dice Letta – non parlerò ancora dei miei piani e del loro riflesso sui conti pubblici». Un secondo colloquio è ormai già scritto nelle stelle a stretto giro.

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fonte lastampa.it

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GOVERNO – Letta: «Lavoro è priorita. O falliremo»

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Mercoledì volerà a Parigi, da Hollande

Letta: «Lavoro è priorita. O falliremo»

Il premier interviene da Berlino, dove ha incontrato Merkel. Il ministro Giovannini: «Modificare la riforma Fornero»

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«Il lavoro è il cuore di tutto. Se noi riusciamo sul lavoro a dare dei segnali positivi ce la faremo. Se sul lavoro non ci riusciamo, sono sicuro che non ce la faremo». E’ netto, il neopremier Enrico Letta, nel giorno della ricorrenza del Primo Maggio, intervenendo da Berlino: il primo ministro, ottenuta la fiducia, è subito partito per un tour continentale, prima tappa appunto a Berlino, ospite della cancelliera tedesca, mentre mercoledì volerà da Hollande a Parigi.

«MERKEL SENSIBILE ALLA CRESCITA» Ecco, Angela Merkel; è sensibile all’ esigenza di crescita in Europa? «Mi è sembrato che questa sensibilità ci sia», risponde Letta. «Credo che ci sia in fondo l’idea – continua il neo premier – che o l’Europa tutta cresce; oppure non è che qualcuno si salva da solo. Questa a me pare che sia una delle valutazioni che ci accomuna». E continua: «Ho spiegato quanto crediamo nel fatto che l’Europa deve andare più avanti, quanto chiediamo alla Germania di fare passi perchè l’Europa sia molto più unita di quanto lo è stata fino adesso». Il neo presidente del Consiglio ha poi rivolto a un pensiero alle due dipendenti della regione Umbria uccise da un imprenditore disperato che poi si è suicidato: «Sono col cuore con loro a Perugia – ha aggiunto – anche per ricordare il loro sacrificio».

GIOVANNINI: «MODIFICARE FORNERO»Tornando al tema del lavoro, interviene anche nuovo il titolare del dicastero dedicato, Enrico Giovannini. Che pensa a eventuali modifiche alla riforma Fornero: «E’ stata disegnata in modo molto coerente per una economia in crescita, ma può avere problemi per un’economia in recessione. Bisogna capire cosa modificare, ma il mercato del lavoro ha bisogno di stabilità delle regole. Occorre rimettere in movimento interi settori economici fiaccati dalla peggiore crisi economica della storia del nostro Paese».

«MA I SEGNALI POSITIVI CI SONO» – Giovannini ha aggiunto di vedere comunque «segnali importanti» come la manifestazione unitaria tra i sindacati. In proposito ha informato di aver già contattato i segretari generali e le associazioni professionali per «mettersi subito al lavoro e dare concretezza alle misure da prendere». Ha poi citato un passaggio del documento dei cosiddetti saggi dove si sottolineava come «eventuali economie realizzate, dovevano andare a sostenere le famiglie in difficoltà ». Perchè c’è da non dimenticare, ha concluso, che «solo una crescita sostenibile può dare lavoro duraturo».

Redazione Online

1 maggio 2013 | 11:35

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fonte corriere.it

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DOPO CHAVEZ – Venezuela, botte da orbi in Parlamento / VIDEO: Punch-up in Venezuelan parliament linked to election dispute

Punch-up in Venezuelan parliament linked to election dispute

beytullah vapur beytullah vapur

Pubblicato in data 01/mag/2013

Political consensus was evidently in short supply on Tuesday when a fight broke out in Venezuela’s parliament. Punches were thrown when opposition members were denied the right to speak in…

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Un deputato feritoUn deputato ferito

Il dopo Chavez

Venezuela, botte da orbi in Parlamento

E’ accaduto dopo che il presidente dell’Assemblea Nazionale Diosdado cabello, ha deciso di togliere il diritto di parola agli esponenti dell’opposizione che non riconoscono la vittoria di Nicolas Maduro

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Caracas, 01-05-2013

 Megarissa in Parlamento in Venezuela tra deputati di maggioranza e opposizione, alcuni dei quali sono comparsi poi davanti alle telecamere con occhi gonfi e volti sanguinanti. E’ accaduto dopo che il presidente dell’Assemblea Nazionale Diosdado cabello, ha deciso di togliere il diritto di parola agli esponenti dell’opposizione che non riconoscono la vittoria di Nicolas Maduro, erede designato da Hugo Chavez, alla guida del paese.

L’opposizione ha gridato al golpe ed e’ scattata la rissa: pugni, calci, schiaffi, lancio di oggetti. ”Non sono il solo ad essere stato colpito. Hanno colpito diversi parlamentari”, ha detto il deputato Julio Borges, comparendo poco dopo in Tv con un occhio gonfio e il volto sanguinante. Oltre a lui sarebbero rimasti feriti anche le parlamentari Maria Corina Machado e Norah Bracho.

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fonte rainews24.it

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MACELLERIA GIUDIZIARIA – Il caso Tortora trent’anni dopo / Enzo Biagi: “E io difendo Tortora”, la Repubblica – 4 agosto 1983

Il caso Tortora trent'anni dopo Tortora in tribunale

Il caso Tortora trent’anni dopo

Nel giugno del 1983 l’arresto del popolare conduttore televisivo. Le accuse dei pentiti, la gogna pubblica, l’assoluzione in Cassazione, la malattia e la morte. Per quello che Giorgio Bocca definì “il più grande esempio di macelleria giudiziaria” nessuno ha mai pagato

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di CARLO VERDELLI

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Qualsiasi cosa ci sia dopo, il niente o Dio, è molto probabile che Enzo Tortora non riposi in pace. La vicenda che l’ha spezzato in due, anche se ormai lontana, non lascia in pace neanche la nostra di coscienza. E non solo per l’enormità del sopruso ai danni di un uomo (che fosse famoso, conta parecchio ma importa pochissimo), arrestato e condannato senza prove come spacciatore e sodale di Cutolo. La cosa che rende impossibile archiviare “il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso del nostro Paese” (Giorgio Bocca) è il fatto che nessuno abbia pagato per quel che è successo. Anzi, i giudici coinvolti hanno fatto un’ottima carriera e i pentiti, i falsi pentiti, si sono garantiti una serena vecchiaia, e uno di loro, il primo untore, persino il premio della libertà.

Non fosse stato per i radicali (da Pannella al neo ministro Bonino, da Giuseppe Rippa a Valter Vecellio) che lo elessero simbolo della giustizia ingiusta e lo fecero eleggere a Strasburgo. Non fosse stato per Enzo Biagi che proprio su Repubblica, a sette giorni da un arresto che, dopo gli stupori, stava conquistando travolgenti favori nell’opinione pubblica, entrò duro sui frettolosi censori della prima ora (da Giovanni Arpino, “tempi durissimi per gli strappalacrime”, a Camilla Cederna, “se uno viene preso in piena notte, qualcosa avrà fatto”) con un editoriale controcorrente: “E se Tortora fosse innocente?”. Non fosse stato per l’amore e la fiducia incrollabile delle figlie (tre) e delle compagne (da Pasqualina a Miranda, prima e seconda moglie, fino a Francesca, la convivente di quell’ultimo periodo). Non fosse stato per i suoi avvocati, Raffaele Della Valle e il professor Alberto Dall’Ora, che si batterono per lui con una vicinanza e un ardore ben al di là del dovere professionale.
Non fosse stato per persone come queste, i 1.768 giorni che separano l’inizio del calvario di Enzo Tortora (17 giugno 1983, prelevato alle 4 del mattino all’Hotel Plaza di Roma) dalla fine della sua esistenza (18 maggio 1988, cancro ai polmoni, nella sua casa milanese di via Piatti 8, tre camere più servizi), sarebbero stati di meno, nel senso che avrebbe ceduto prima.

L’articolo integrale su Repubblica in edicola o su Repubblica+

(01 maggio 2013)

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fonte repubblica.it

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Enzo Biagi: “E io difendo Tortora”, la Repubblica – 4 agosto 1983

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Signor Presidente della Repubblica, non le sottopongo il caso di un mio collega, ma quello di un cittadino. Non auspico un suo intervento, ma non saprei perdonarmi il silenzio. Vicende come quella che ha portato in carcere Enzo Tortora possono accadere a chiunque. E questo mi fa paura.

   Lei è il massimo esponente dell’organo supremo dei Magistrati: e deve sapere. Ho un sincero e profondo rispetto per i giudici che, come i giornalisti, hanno pagato, e pagano, un duro conto con il crimine. Conoscevo Alessandrini, e voglio bene ai figli del dott. Galli. Credo nell’onestà e nel scrificio di quelli che lottano, a Napoli e ovunque, contro la camorra e la mafia.

   Ma ci sono aspetti del “blitz” contro i cutoliani che lasciano perplessi: dalla data, una settimana o poco prima delle elezioni, agli sviluppi. Dalle conferenze-stampa trionfalistiche, alla caccia all’uomo con cineprese al seguito, dal segreto istruttorio largamente violato, al numero degli arrestati e dei dimessi.

   Su 350, se le cronache sono esatte, 200 sono tornati fuori: ma, hanno detto gli inquirenti, e mi scuso per l’odioso e usatissimo termine che suscita il ricordo di antiche procedure, molti rientreranno in cella. Come dire, che si può sbagliare fino a tre volte: arresto, scarcerazione, altra cattura. Ma qual è la buona?

   Tortora è denunciato da un tale Pandico, che fa il suo nome dopo tre interrogatori: guarda caso, un personaggio così popolare non gli viene in mente subito. Le conferme vengono da un certo Barra, conosciuto nell’ambiente come “O’animale”: è lui che parla dello “sgarro”, e che fa andar dentro il sindaco D’Antuono, rilasciato poi al trentanovesimo giorno di detenzione per mancanza di indizi. È sempre lui che riferisce della visita a Cutolo dei Gava e dei servizi segreti, per tirare fuori dagli impicci l’amico Cirillo, ma di questa impresa non si discute.

   Gli avvocati che difendono il presentatore non hanno potuto leggere neppure i verbali degli interrogatori del loro assistito; ci sono periodici che hanno pubblicato i testi delle deposizioni dei due camorristi accusati. Chi glieli ha dati?

   Ogni mattina, la stampa ha ricevuto la sua dose di indiscrezioni: Tortora fu iniziato col taglio di una vena, Tortora ha spacciato droga per 80 milioni e non ha consegnato l’incasso, Tortora ha riciclato denaro sporco, Tortora era amico di Turatello: smentisce la madre del bandito, smentisce ed è a disposizione, il suo braccio destro. Nessun segno sui polsi. Ma ci sarebbe la conferma di una “contessa”, che non può testimoniare perché, guarda caso, è morta.

   C’è la prova che dovrebbe mettere in difficoltà Tortora: una lettera di Barbaro Domenico per dei centrini andati perduti alla Rai. Esiste un carteggio tenuto dall’ufficio legale della Tv di Stato, ma non significa nulla. Conta, invece, la parola di due assassini.

   Poi ci sarebbe l’altro seguace di Cutolo, che messo in libertà avrebbe dovuto far fuori il compare Tortora che ha tradito, tanto è vero che ha scritto il nome dell’autore di “Portobello” nella sua agenda che è come se Oswald avesse segnato sul calendario: «Mercoledì: sparare a Kennedy».

   È pensabile che i misteriosi tipi che stanno sconvolgendo la nostra vita, per far fuori uno, o per far saltare un automobile, abbiano bisogno di aspettare che un detenuto torni in circolazione? Si ha l’impressione che, dopo aver messo le manette a Tortora, stiano cercando le ragioni del provvedimento.

   Ma ecco che arriva il colpo sensazionale: col caldo che imperversa, il dottor Di Persia corre a Milano, perché ha trovato finalmente chi può schiacciare quel finto galantuomo di Tortora.

   C’è uno che lo ha visto, nientemeno, consegnare della polvere bianca in cambio di una mazzetta di banconote, a un terzetto di farabutti, ed ha assistito alla scena in compagnia della sua gentile signora.

   Il dottor Di Persia non si informa sui precedenti del «noto pittore», che si chiama Giuseppe Margutti, ed è tanto riservato, odia tanto la pubblicità, e dà dello stesso fatto versioni differenti: una ad un redattore di Stop, l’altra al Sostituto Procuratore.

   Bene, l’artista, che si è fatto denunciare dal Louvre per una mostra delle sue opere non richiesta, che inventa, per andare con una donna, un rapimento, che mette in circolazione francobolli con la sua faccia, che dichiara guerra agli Usa che lo hanno buttato fuori, che immagina un sequestro che non c’è mai stato, che denuncia i critici che non lo capiscono, che si fa incatenare nella Galleria di Milano, che chiama i fotografi per farsi ammirare mentre imbianca i muri sudici dell’asilo di sua figlia è il teste chiave.

   I giudici di Napoli spiegano poi agli avvocati Dall’Ora, Della Valle e Coppola, tutori di Tortora, che le chiacchiere di Margutti costituiscono «un importante risultato sul piano probatorio».

   Signor Presidente, chi risarcirà Tortora di queste calunnie? Col pappagallo, dovra forse andare a distribuire i pianeti della fortuna? Del resto, visto come va la giustizia, a chi si dovrebbe affidare?

Enzo Biagi, la Repubblica, giovedì 4 agosto 1983

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fonte marteau7927.wordpress.com

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Boldrini: “Da vittime a carnefici per crisi lavoro”. Manifestazione nazionale sindacati a Perugia

Boldrini: "Da vittime a carnefici per crisi lavoro" Manifestazione nazionale sindacati a Perugia

Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, e il segretario della Cgil, Susanna Camusso

Boldrini: “Da vittime a carnefici per crisi lavoro”
Manifestazione nazionale sindacati a Perugia

I segretari generali di Cgil, Cisl e Uil hanno deciso di celebrare la festa dei lavoratori nella città umbra dove, a marzo, avvenne l’omicidio di due impiegate della Regione uccise da un imprenditore, poi suicidatosi. Tesserato Pd a Fassino: “Ci avete deluso”

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“L’emergenza lavoro” fa sì che “la vittima diventi carnefice, come purtroppo è successo nei giorni scorsi davanti a Palazzo Chigi”: lo ha detto da Palermo la presidente della Camera, Laura Boldrini, auspicando dal governo “risposte tempestive all’emergenza delle emergenze”.

E proprio per ricordare un’episodio di disperazione legato al lavoro, i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti hanno scelto Perugia per la manifestazione nazionale del Primo maggio: nella città umbra, all’inizio dello scorso marzo, avvenne l’omicidio di due impiegate della Regione uccise da un imprenditore che, poi, si è suicidato. Un episodio divenuto simbolo, per Cgil, Cisl e Uil, della necessità di restituire centralità al lavoro. Tema su cui da tempo insistono.

”Senza lavoro il Paese muore e questo Paese non può morire…Tutte le risorse disponibili, a partire da quelle derivanti dalla lotta all’evasione fiscale, siano dedicate alla redistribuzione del reddito da un lato ed alla creazione di lavoro dall’altro”, ha chiesto Susanna Camusso. “Una piazza simbolica per ricordare quanto c’è bisogno di lavoro” nel Paese, aggiunge Camusso, ricordando le due impiegate della Regione uccise qui lo scorso marzo “Daniela e Margherita che hanno perso la vita dentro un dramma del lavoro, della disperazione”. Il Paese vive “una straordinaria difficoltà”, conclude il leader della Cgil.

Occorre un impegno “straordinario” e da parte di tutti per difendere l’occupazione e frenare la disoccupazione, è stato l’appello del leader della Cisl, Raffaele Bonanni, che insiste sulla priorità del lavoro e sulla urgenza di abbassare le tasse sui lavoratori dipendenti, i pensionati e le imprese che investono ed assumono. “Il nostro impegno è chiamare tutti i lavoratori a raccolta per affrontare con coraggio una situazione che non si affronta con scaricabarili. Chiediamo all’Italia, alla classe politica di cambiare, di non dedicarsi ai litigi ma di occuparsi dei fondamentali dell’economia, delle questioni concrete”. Poi l’esortazione: ”Basta a litigi e furbizie, l’Italia deve essere percossa da uno spirito nuovo di servizio. Il servizio, come dice Papa Francesco, è potere”.

Sulla necessità di abbassare le tasse ha insistito anche il leader della Uil, Luigi Angeletti: “La priorità del Paese è creare posti di lavoro, riducendo le tasse: non è l’unica soluzione, ma è quella che abbiamo a disposizione oggi. “La disoccupazione è una vera tragedia, la gente ha sempre meno soldi in tasca”, aggiunge Angeletti insistendo sulla necessità di intervenire per far fronte a questa situazione. “O si risolve il problema di dare lavoro o il Paese affonderà” e affonderà “se non cambiamo la politica economica”. E infine: “Al governo diciamo che ci sono delle priorità e che bisogna rispettare i patti” cominciando a risolvere il problema delle risorse per la cassa integrazione in deroga e per gli esodati e “a ridurre le tasse sul lavoro”.

L’urgenza di dare risposte e segnali positivi nel mondo del lavoro è stata sottolineata dal premier Enrico Letta, che ha lasciato Berlino, dove ieri ha incontrato Angela Merkel, per volare a Parigi: “Il lavoro è il cuore di tutto. Se noi riusciamo sul lavoro a dare dei segnali positivi ce la faremo. Se sul lavoro non ci riusciamo, sono sicuro che non ce la faremo”.

“Dobbiamo dare le risposte che la società si aspetta” sul lavoro, sono state le parole del ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, a margine della cerimonia per l’omaggio ai caduti sul lavoro davanti alla sede dell’Inail, a cui ha preso parte il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. “Non é un impegno facile e va risolto anche in un’ottica europea”, ha aggiunto. Poi, il neoministro, rispondendo a chi gli chiedeva se la riforma del mercato del lavoro sarà modificata, ha spiegato che “una riforma disegnata in modo coerente per un’economia che cresce può avere problemi per un’economia in recessione. Dobbiamo capire cosa modificare – ha aggiunto -, ma il mondo del lavoro ha bisogno della stabilità delle regole”.

E nel corso dell’udienza generale a San Pietro, Papa Francesco ha ricordato l’importanza del lavoro che “ci dà la dignità. Invece quelli che non lavorano non hanno questa dignità. Ma tanti sono quelli che vogliono lavorare e non possono. Quando la società è organizzata in modo che non tutti hanno la possibilità di lavorare, quella società non è giusta”. Nel mondo, ha aggiunto, tante persone sono “schiave” del lavoro e occorre una “decisa scelta contro la tratta delle persone, all’interno della quale compare il lavoro schiavo”. Poi, rivolgendosi ai politici, Papa Bergoglio ha detto: “Dico ai responsabili della cosa pubblica di fare ogni sforzo per dare nuovo slancio all’occupazione, di preoccuparsi per la dignità della persona”.

Torino, tesserato Pd a Fassino: “Ci avete deluso” “Ci avete deluso con questa alleanza Fassino, sono tesserato da 35 anni prima al Pci e poi al Pd. Questa alleanza non si doveva fare”. Così a Torino un cittadino al sindaco Piero Fassino, in marcia al corteo del primo maggio. “E quale alleanza si doveva fare allora, con quale maggioranza?”. Gli ha risposto il sindaco. “Non con Berlusconi”, ha ribattuto il militante. “È importante la ricorrenza del primo maggio – ha poi detto Fassino ai cronisti – proprio in un periodo di crisi, in cui manca il lavoro e si sente il disagio di tante famiglie. E’ doveroso da parte di chi ha delle responsabilità dare risposte”.  Durante il corteo, un gruppo di persone finora non identificate, ha lanciato uova cariche di vernice nera. Le uova hanno colpito personale delle forze dell’ordine.

Milano, slogan contro Fornero
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Slogan contro l’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero, nel corteo a Milano per denunciare la sempre più pesante disoccupazione. La manifestazione, alla quale sono presenti tante categorie, da poliziotti ad agricoltori da ricercatori a operai, come ha spiegato il segretario generale della Camera del lavoro milanese Graziano Gorla ”è più partecipata” rispetto all’anno scorso. Ad aprire la manifestazione le bandiere di Cgil, Cisl e Uil e una delegazione di esodati e di lavoratori over 55 che hanno perso il lavoro prima di poter accedere alla pensione. “Senza redditi né pensione mobilitati ed esodati” recita uno striscione che apre questo spezzone del corteo. In manifestazione anche molti immigrati, rappresentanti dei partiti e delle associazioni.

Bologna, sindacati e Unindustria in piazza. Primo Maggio inusuale in Piazza Maggiore a Bologna: davanti alla basilica di San Petronio, a fianco dei sindacati Cgil, Cisl e Uil, scendono anche gli imprenditori di Uninidustria, rappresentata dal presidente Alberto Vacchi, e Legacoop Bologna, con il suo presidente Gianpiero Calzolari, a comporre una sorta di fronte comune innanzi ad una crisi economica, ormai in corso da anni, che sta lacerando il tessuto produttivo dell’intero Paese. L’inedita ‘mescolanza’ tra mondo dell’impresa e mondo sindacale va in scena in una celebrazione, quella del Primo Maggio – intitolato quest’anno, ‘Priorità Lavoro’ – storico bastione delle rivendicazioni del sindacato e che vede alternarsi, all’interno di una tavola rotonda, voci diverse, a condividere, per una volta, lo stesso palco. “Sono qui in punta di piedi, soprattutto per ascoltare, posso capire le contestazioni ma penso che in un momento difficile come questo ci possano essere risultati con la condivisione”, ha detto Alberto Vacchi.
(01 maggio 2013)

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fonte repubblica.it

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