Archive | maggio 3, 2013

Violenta tromba d’aria in Emilia, cento case danneggiate, 11 feriti

Violenta tromba d'aria in Emilia cento case danneggiate, 11 feriti

Violenta tromba d’aria in Emilia
cento case danneggiate, 11 feriti

Colpite le provincie di Bologna e di Modena. Rallentamenti in A13. Un centinaio le case danneggiate. Scoperchiati i capannoni e problemi sulla rete ferroviaria. Boom di chiamate ai vigili del fuoco. Trenta famiglie senza tetto

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Trombe d’aria e forti grandinate in Emilia: sono stati segnalati crolli di tetti di capannoni nella zona di Argelato, San Giorgio di Piano e Bentivoglio nel Bolognese e anche nel territorio di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena. Ci sono almeno 11 feriti, per fortuna in condizioni non gravi. Un centinaio le case danneggiate.

LE FOTO del tornado
Repubblica Bologna è su Facebook e Twitter

La grandine ha causato forti rallentamenti sull’autostrada A13, nei pressi di Altedo, in entrambe le direzioni. Boom di chiamate al centralino dei vigili del fuoco.

Trombe d’aria. Le trombe d’aria, in particolar modo, hanno creato apprensione tra la popolazione, con il vortice che a Castelfranco Emilia (Modena) è passato molto vicino ad alcune abitazioni (le foto). Il violento spostamento d’aria ha anche sradicato alberi secolari. E’ stato segnalato più di un intervento del 118. A San Giorgio di Piano, all’interporto si sono ribaltati numerosi container: erano nell’area della ditta Bologna gru e sono stati spostati di diversi metri dalla loro posizione (nessun ferito). In via Codronchi, poi, l’edificio di Villa Palau è stata completamente scoperchiata e sono state danneggiate tre abitazioni (ma non ci sono feriti). I carabinieri stanno verificando se ci siano ulteriori danni prodotti su altre costruzioni della zona e l’agibilità degli edifici lesionati.

Grandine nel Modenese. Nel Modenese chicchi di grandine fino a 5 cm. Numerose le vetture rimaste danneggiate in strada, mentre non si segnalano al momento conseguenze alle persone.

Albero caduto, ferrovia interrotta. La caduta di un albero sui binari ha causato l’interruzione della circolazione dalle 17.30 alle 18.40 sulla linea Bologna-Padova, fra le stazioni di Castelmaggiore e San Giorgio di Piano. Sono intervenute le squadre tecniche di Rete Ferroviaria Italiana (Gruppo Fs) – spiega un comunicato delle Ferrovie dello Stato – che hanno rimosso l’albero e ripristinato la piena efficienza della linea. 12 i treni coinvolti: 5 regionali e 4 a lunga percorrenza con ritardi compresi fra 30 e 60 minuti. 2 Regionali cancellati e un Frecciargento deviato via Verona, con un allungamento dei tempi di viaggio di circa un’ora.

Errani: “Il governo dia risposte rapide”. “Nelle prossime ore integreremo la richiesta di stato di emergenza nazionale già al vaglio del Governo dopo il maltempo e le frane che hanno colpito il nostro Appennino, inserendo anche questa nuova emergenza che, oggi pomeriggio, ha colpito diversi comuni della bassa pianura bolognese e modenese. E’ evidente, come abbiamo già ribadito nei giorni scorsi, che è indispensabile una risposta rapidissima ed inderogabile da parte del Governo”. Lo ha dichiarato il presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani che ha, inoltre, espresso la sua vicinanza e gli auguri di pronta guarigione ai cittadini rimasti feriti.

I sindaci: “Siamo come terremotati”. “Siamo come terremotati”. Il sindaco di Bentivoglio, Vladimiro Longhi, definisce così la situazione dopo la tromba d’aria che ha colpito il suo paese nella pianura tra Bologna e Ferrara. “Ci sono case scoperchiate – ha detto – alcune completamente demolite. Stiamo provvedendo a cercare soluzioni di emergenza per una trentina di famiglie. Fortunatamente la tromba d’aria ha risparmiato il centro abitato”. Un fenomeno come quello che si è visto nel pomeriggio “da queste parti non si era mai visto, a memoria di persone anche di 70-80 anni”, ha detto un altro primo cittadino, Andrea Tolomelli di Argelato. “Abbiamo già avuto il terremoto – ha proseguito, ricordando che il proprio comune è all’interno del cratere -. Ora anche questa, ci mancano solo le rane e le cavallette”. I danni più grossi “sono stati alle aziende e alle attrezzature agricole”, ha aggiunto Tolomelli spiegando anche ci sono cavi tranciati e case, soprattutto nelle zone di campagna, senza elettricità. (03 maggio 2013)

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fonte bologna.repubblica.it

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Lite sulla Convenzione, Pd boccia Berlusconi. Pdl, “no a veti”

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fonte immagine lolingtonpost.it

Lite sulla Convenzione, Pd boccia Berlusconi. Pdl, “no a veti”

22:21 03 MAG 2013

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(AGI) – Roma, 3 mag. – Parte centrale del programma del governo, le riforme costituzionali riaprono le fibrillazioni all’interno delle larghe intese che compongono la maggioranza.
Al cuore del problema l’autocandidatura di Silvio Berlusconi a quella Convenzione che, proposta dai 10 saggi di Giorgio Napolitano, dovrebbe diventare una via di mezzo tra una Assemblea Costituente ed una Bicamerale.

Se Berlusconi ha fatto filtrare piu’ volte nei giorni scorsi il suo interesse a guidarla, da parte del Pd oggi il fuoco di sbarramento si e’ fatto particolarmente intenso. Tutte le anime del partito si sono ricompattate contro il vecchio nemico, oggi alleato sopportato.

A scatenare le polemiche il viceministro all’economia e deputato del Pd, Stafano Fassina, che chiude all’ipotesi di affidare a Silvio Berlusconi la guida della Convenzione: “dobbiamo trovare una figura in grado di dare garanzie a tutte le forze poltiiche rappresentate in Parlamento – ha spiegato l’esponente Pd – e temo che il senatore Berlusconi non sia fra questi”. A rincarare la dose arrivano le parole di Matteo Renzi: “E’ inaudito fare Berlusconi capo della costituente”, ha detto il sindaco di Firenze. “Non capisco perche’ dobbiamo dargli il compito di scrivere la Costituzione dei prossimi 50 anni”.

La reazione del Pdl e’ affidata al coordinatore Sandro Bondi: “tutto si puo’ discutere, ma nessuno ha il diritto di porre veti o pregiudiziali sulle persone, tantomeno su chi ha reso possibile la nascita di questo governo come del resto di quello precedente”. Mentre il capogruppo azzurro alla Camera, Renato Brunetta, rivendica il rispetto degli accordi: “Noi rimaniamo ai patti che avevamo prima con Bersani e con Letta poi. La presidenza della Convenzione deve andare al Pdl e cosi’ sara’”. Secondo Maurizio Gasparri “il Pd sbaglia a porre pregiudiziali. Proseguiamo piuttosto con spirito collaborativo e andiamo al merito delle questioni”. Luciano Violante, ex presidente della Camera e uno dei componenti del comitato dei Saggi voluto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, parlando con l’Agi propone invece di affidare la presidenza della Convenzione all’attuale ministro per le Riforme, il pidiellino Gaetano Quagliariello: “Chi ha fatto il premier ha le capacita’ per guidare la convenzione delle riforme. Ma Berlusconi non e’ l’unico ex premier”, spiega Violante. “Oltretutto – ha aggiuto – credo non sia conveniente che il partito politico che esprime il ministro per le Riforme, presieda anche la Convenzione”.

Sull’argomento e’ interventuto anche il segretario della Lega Nord, Roberto Maroni, che si e’ detto “interessato” a una partenza “rapida” della convenzione. “La Lega vuole essere protagonista della Convenzione, perche’ deve introdurre il Senato federale che’ e’ un copyright della Lega”, ha spiegato l’esponente del Carroccio. Ma, ha proseguito, “come nel governo non ci interessano le poltrone; ci interessa che la convenzione parta rapidamente”.

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fonte agi.it

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LIBERTA’ D’INFORMAZIONE – Sulla gazzarra contro Yoani Sánchez a Perugia, a mo’ di chiosa…

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Sulla gazzarra contro Yoani Sánchez a Perugia, a mo’ di chiosa…

Se Yoani Sánchez è stata bravissima a costruire la propria immagine come una sorta di Biancaneve dell’opposizione anticubana, chi può essere così stupido da travestirsi da strega cattiva? Chi può minimamente pensare che uno solo dei presenti al Festival del Giornalismo potesse simpatizzare per chi si presentava come aggressore rispetto all’aggredita?

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Ci sono poche cose insopportabili più del “come volevasi dimostrare”. Eppure… Già lo scorso 5 aprile avevo avvisato (dissociandomene senza malintesi possibili) dell’atto di ripudio contro Yoani Sánchez, puntualmente verificatosi in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Avevo ingenuamente offerto in alternativa la mia disponibilità a tenere a Perugia un seminario universitario sulla figura dello scomparso presidente venezuelano Hugo Chávez, che studio da molti anni e sul quale ritengo di aver molto da dire, sulla recente campagna elettorale, che ho vissuto in prima persona a Caracas, su Nicolás Maduro, che ho avuto occasione di conoscere proprio nel mio ultimo viaggio, magari arricchendolo con le mille conversazioni con amici cubani sulle difficili riforme nell’isola. Cose complesse, non contenibili in slogan, come non è contenibile in slogan lo iato tra la storia della Cuba di oggi, pienamente parte del processo integrazionista latinoamericano e quella dei vetero-procubani a prescindere. Questi pretenderebbero che Cuba non cambiasse mai in un revanscismo uguale e contrario a quello dei banditi amici di Yoani che stanno a Miami. La differenza è che i primi sono innocui e a Yoani fanno gioco permettendole di passare da vittima. I secondi sono pericolosissimi come testimoniò il caso di Fabio di Celmo, l’italiano assassinato a Cuba e per l’assassino del quale nessun governo italiano si è mai degnato di chiedere l’estradizione.

Hanno preferito cancellare il seminario. Smaniavano per l’atto di ripudio, che noia un’occasione di condivisione di conoscenza. E così si sono fatti il loro spettacolino retrò a base di “yankee go home” offrendo un pessimo servizio innanzitutto alla Rivoluzione cubana, che può fare a meno di tali pasdaran che ne umiliano la complessità e le persistenti ragioni per riproporre una stantia contrapposizione frontale dalla quale Cuba in ogni modo tenta di sfuggire e che riesce perfino a far fare bella figura ad un personaggio opaco come Yoani Sánchez. Io ovviamente ero già lontano da Perugia, nonostante qualche disinformatore antilatinoamericano abbia provato diffamatoriamente a chiamarmi in causa.

Se Yoani Sánchez è stata bravissima a costruire la propria immagine come una sorta di Biancaneve dell’opposizione anticubana, chi può essere così stupido da travestirsi da strega cattiva? Chi può minimamente pensare che uno solo dei presenti al Festival del Giornalismo potesse simpatizzare per chi si presentava come aggressore rispetto all’aggredita? Neanche l’ultimo dei miei studenti in scienze della comunicazione sarebbe stato così grossolano come i contestatori di Yoani. Neanche il più dogmatico dei difensori cubani della rivoluzione poteva pensare che fosse utile a quella causa il solo fumo del sospetto di voler mettere a tacere Yoani. Chi ha dato il passaporto a Yoani se non il governo cubano? Anche induttivamente come vi salta in mente di impedirle di parlare? Bisognerebbe essere addentro a certi dibattiti, alle sofferte riflessioni di un Abel Prieto e di decine di intellettuali cubani sulla voglia di aprire, di liberare, anche il sistema mediatico e il dramma delle difficoltà di farlo rispetto ad un nemico che resta pericolosissimo.

Rispetto alla cappa oppressiva della disinformazione e della propaganda mainstream contro il grande continente progressista, che contributo credevano di dare i protagonisti della gazzarra della Sala de’ Notari? Rispetto alla verità su quella Yoani che Ruggero Po di Radio Rai chiama “Olgiata Habanera”, la ricca signora che fa la dissidente negandosi al telefono e facendo rispondere dalla cameriera credono di avere aggiunto qualcosa? È così che pensate di diffondere informazione contro-egemonica? Sarà il destino cinico e baro il responsabile del fatto che le vostre istanze siano del tutto marginali?

Risultano -e chiudo- particolarmente tristi ed irricevibili le critiche al Festival Internazionale del Giornalismo e ad Arianna Ciccone. Non è forse la rassegna perugina ad aver rotto lo scorso anno il neo-maccartismo italiano contro Gianni Minà che ho potuto intervistare nella bella cornice del Teatro del Pavone facendone uno degli eventi chiave del Festival 2012? Arianna Ciccone andava bene lo scorso anno e invece è una nemica del popolo quest’anno? Ma per favore!

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

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fonte gennarocarotenuto.it

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La neo ministra Kyenge: «Sono nera e fiera di esserlo»

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La neo ministra Kyenge:
«Sono nera e fiera di esserlo»

Letta e Alfano: anche noi fieri di lei. Anche Maroni contro gli insulti razzisti di Borghezio

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ROMA – «Sono nera e italo-congolese e ci tengo a sottolinearlo. Dentro di me ci sono due Paesi. Non sono di colore, sono nera, lo dico con fierezza»: è quanto ha detto il ministro per l’Integrazione, Cecile Kyenge, nella sua prima conferenza stampa, sottolineando la necessità di «cominciare ad usare le parole giuste».

«L’Italia non è un Paese razzista, ha una cultura dell’accoglienza ben radicata, ma c’è una non conoscenza dell’altro, non si capisce la diversità è una risorsa», ha continuato il ministro dell’Integrazione, dopo gli attacchi subiti nei giorni scorsi. «Da questi attacchi – ha aggiunto – ho imparato tante cose». Dopo gli attacchi ricevuti «c’è stato un sostegno da parte del premier e di tutti i componenti del Governo. Sicuramente avrebbe dovuto uscire anche un sostegno pubblico, ma sulla solidarietà rispetto a questi attacchi io mi sento abbastanza tutelata», ha poi sottolineato il ministro.

«La risposta più forte – ha aggiunto Kyenge – deve darla la società civile, il Paese. E la società sta reagendo a questi attacchi, perché esiste anche un’altra Italia, accogliente». «È chiaro che questo cambiamento doveva esserci – ha proseguito il ministro riferendosi alla sua nomina – dobbiamo affrontarlo tutti insieme, ma anche all’interno del Governo posso dire che oltre al ministro Idem anche gli altri hanno dimostrato solidarietà. Questo è un buon segno e per questo motivo non ho risposto, e non credo che sia il caso di soffermarsi su singole voci che possono parlare più forte ma che non sono la maggioranza».

«Certo bisogna dare risposte ai tanti figli di stranieri che nascono e crescono in Italia e non si sentono né italiani né del Paese di origine dei loro genitori», ha detto ancora il ministro dell’Integrazione a proposito della legge sulla cittadinanza. «Ma le cose si possono cambiare senza urlare». «Faccio parte di una squadra – ha precisato – nel Governo ci sono altre forze politiche diverse dalla mia come ad esempio il Pdl o Scelta Civica, dobbiamo cercare uno spazio comune e un terreno condiviso, sempre nel rispetto dell’altro, senza mai offendere».

«La violenza sulle donne è un tema che non riguarda solo gli italiani o solo gli immigrati. La violenza non ha colore. Quello che bisogna cambiare è la cultura sulle donne», ha poi osservato Kyenge, commentando quanto denunciato dalla presidente della Camera, Laura Boldrini, sul rischio di messaggi razzisti e sessisti sul web.

«Cecile Kyenge è fiera di essere nera e noi siamo fieri di averla
nel nostro governo come ministro per l’Integrazione». Lo scrivono in una nota congiunta il premier Enrico Letta e il ministro dell’Interno e suo vice, Angelino Alfano rivolgendole «piena solidarietà a fronte degli attacchi razzisti che ha ricevuto». «A lei va, anche pubblicamente – si legge nella nota – la nostra piena solidiarietà. Come sottolineato in sede di insediamento dell’esecutivo alle Camere – proseguono Letta e Alfano – bisogna fare tesoro della voglia di fare dei nuovi italiani, e la presenza di Cecile Kyenge nel governo riteniamo dia una nuova concezione del confine, che da barriera diventa speranza. La speranza di costruire, a partire da scuole e università, una vera comunità dell’integrazione».

«Ho parlato con Borghezio al telefono e gli ho detto che non condivido le sue espressioni, mi paiono francamente fuoriluogo». Lo ha detto il leader della Lega e presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, riferendosi alle affermazioni fatte dell’europarlamentare del Carroccio Mario Borghezio nei riguardi del ministro Kyenge. «Vedremo», ha poi aggiunto Maroni rispondendo ad una domanda sulla possibilità di provvedimenti da parte del Carroccio nei confronti dell’europarlamentare. «Comunque – ha ribadito – l’ho chiamato per dirgli che non condivido perché si può essere d’accordo o no con il governo, ma queste affermazioni non mi piacciono, non ha senso farle, si prestano solo a critiche senza alcun vantaggio».

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fonte ilmessaggero.it

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ACCUSE GRAVISSIME – Maresciallo capo dei Carabinieri denuncia “Mi impedirono di catturare Messina Denaro. Fui fermato dal Ros”

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Il volto del boss mafioso Matteo Messina Denaro realizzato secondo la tecnica dell’age progression (Ansa)

Il maresciallo Masi: «Mi impedirono di catturare i boss. Fui fermato dal Ros»

Il caposcorta del pm Di Matteo: «A un passo da Messina Denaro e Provenzano. Fui fermato dal Ros»

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Accuse tremende, chiare, circostanziate. Sono quelle rivolte dal maresciallo Saverio Masi ai colleghi del Ros, rei a suo dire di avergli impedito di arrestare Bernardo Provenzano prima, Matteo Messina Denaro poi.

Masi, che ora è capo della scorta assegnata al pm Nino Di Matteo, capo dell’accusa nel processo sulla trattativa Stato-mafia e in quello contro gli ex ufficiali dei carabinieri accusati di aver agevolato la latitanza di Provenzano, le ha messe in ordine in una relazione che ha consegnato alla procura di Palermo.

FATTI INIZIATI NEL 2001. Il tutto è stato rivelato dal Corriere della sera, che ha riportato un’indagine condotta dalla squadra di Report in un articolo firmato da Sigfrido Ranucci.
Sono i ricordi e l’esperienza personale di Masi, che entrato nel Nucleo provinciale di Palermo nel 2001 chiese subito di occuparsi della caccia ai latitanti, ma fu mandato Caltavuturo, sulle Madonie. Masi però cominciò a condurre indagini da solo, richerche che lo portorano in più di un’occasione a un passo da Provenzano (poi arrestato solo nel 2006) e da Messina Denaro.

Masi ha raccontato di aver scoperto e ricostruito i movimenti dei due latitanti, di aver rintracciato i loro complici e aver chiesto di poterli pedinare, ricevendo sempre un netto rifiuto da parte dei suoi superiori.

In un’intercettazione, addirittura, sarebbe spuntato il nome di Silvio Berlusconi, che un italo americano avrebbe voluto invitare negli Usa per il Columbus day, con l’intermediazione di un mafioso siciliano.

TROVÒ LA PRESUNTA MACCHINA PER SCRIVERE DEI PIZZINI. Ma i fatti salienti citati da Masi sono altri. Come quando in un casotto nel parco demolizioni di Ficano, cognato del postino di Provenzano, trovò una macchina per scrivere che poteva essere stata usata per compilare i pizzini riservati al boss, ma nessuno volle approfondire la vicenda. O come quando un tentativo di piazzare le cimici nel casolare di Provenzano fallì perché gli uomini del Ros avevano dimenticato gli attrezzi da scasso.
«Noi non abbiamo intenzione di prendere Provenzano! Non hai capito niente allora? Ti devi fermare!». Queste le parole che Masi si sarebbe sentito dire da un superiore che gli offriva addirittura un posto di lavoro per la sorella disoccupata pur di metterlo a tacere.

DUE VOLTE VICINO AL BOSS. A Messina Denaro ci andò anche più vicino. Una volta, ne è convintò, lo identificò seduto a un tavolo con altre persone in un casolare, un’altra rischiò un incidente d’auto proprio con il boss, e dopo aver evitato lo scontro lo seguì.
In entrambi i casi, però, il suo lavoro venne ostacolato.

Accuse gravissime che promettono di accendere i prossimi appuntamenti con i due processi condotti da Di Matteo, che nel frattempo ha ricevuto minacce di morte. «Amici romani di Matteo (Messina Denaro, ndr) hanno deciso di eliminare il pm Nino Di Matteo in questo momento di confusione istituzionale, per fermare questa deriva di ingovernabilità. Cosa nostra ha dato il suo assenso, ma io non sono d’accordo». E le ombre della stagione delle stragi tornano ad allungarsi sull’Anti mafia.

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fonte lettera43.it

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INCHIESTA L’ESPRESSO – Le spese folli della Difesa

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Le spese folli della Difesa 

Ventidue miliardi per digitalizzare l’Esercito, tre miliardi per i satelliti militari, oltre 600 milioni per un’arma contraerea che resterà prototipo. Ecco alcuni dei programmi più esosi e discubitili delle forze armate

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di Gianluca Di Feo
02 maggio 2013

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Forza Nec, Sicral, Skymed, Meads. Sono progetti militari ignoti ai più che si traducono in miliardi a carico dei cittadini. Ormai tutti gli italiani conoscono il supercaccia F35, diventato l’icona della spesa bellica esagerata. Ma “‘l’Espresso” nel prossimo numero in edicola descrive il buco nero della Difesa, che inghiotte ogni anno fiumi di denaro per iniziative di dubbia utilità. Grazie a un documento redatto dal governo Monti infatti è possibile ricostruire il costo previsto per alcuni degli investimenti più sorprendenti.

POTENZA SPAZIALE. Il capitolo più discutibile riguarda l’attività spaziale. L’Italia infatti ha una costellazione di satelliti spia e da comunicazione militare: sono già costati due miliardi di euro e si prevede di spendere un altro miliardo nei prossimi anni. Sei satelliti sono già in azione, parecchi altri stanno per raggiungerli entro il 2016. Per tenere in contatto brigate, flotte e stormi è in orbita la prima coppia di satelliti Sicral, a cui stanno per seguire il nuovo Sicral2 (costo 235 milioni di euro) e gli Athena, in consorzio con la Francia (63,5 milioni). Il solo piano Mgcp per la mappatura digitale del globo inghiotte 34 milioni. Misteriosi per definizione sono i nostri satelliti spia. Quattro sono già al lavoro: i Cosmo Skymed (costo 1.137 milioni) con i loro radar scansionano senza sosta i continenti e hanno prestazioni ammirate persino dalla Cia. Ora ne stiamo allestendo altri due di nuova generazione (550 milioni). In più siamo partner con i francesi per gli Helios2 (92,5 milioni), che fanno foto ovunque con obiettivi all’infrarosso. Come se non bastasse, due anni fa si è scelto di disegnare un altro 007 stellare made in Italy, chiamato Opsis: lo stanziamento iniziale è di 13,5 milioni. Finito? No, perché nel luglio 2012 i parlamentari prima di partire per le vacanze hanno ratificato l’acquisto di un ulteriore satellite spia: l’Opsat 3000, il gioiello israeliano che garantisce immagini portentose. Il satellite ideato dal Mossad ha un costo enorme: ben 350 milioni di euro, solo l’obiettivo della fotocamera verrà 40 milioni di dollari. Il fatto singolare è che al produttore di Tel Aviv andranno 182 milioni di dollari, mentre altri 200 milioni saranno intascati da Telespazio, azienda del gruppo Finmeccanica che curerà il lancio e la gestione delle infrastrutture. Si tratta di un’altra società molto cara all’esecutivo di centrodestra e in particolare all’ex sottosegretario Gianni Letta: il quartiere generale è in Abruzzo, nella natia Conca del Fucino, cuore di tutte le avventure spaziali nostrane.

A TUTTA FORZA. “L’Espresso” analizza poi il programma Forza Nec che prevede di trasformare tutto l’Esercito in un’unica rete digitale. Il preventivo è di 22 miliardi di euro, un record che surclassa persino le stime per il supercaccia F35. E’ una passione dell’ammiraglio Gianpaolo Di Paola, che l’ha imposta nel 2006 quando era a capo delle forze armate, l’ha sostenuta poi dal vertice della Nato e come ministro tecnico l’ha salvata dall’amputazione della spending review. Ed è una gioia anche per Selex Es, società di Finmeccanica, che come “prime contractor” gestirà tutto in esclusiva. Un ottimo affare, perché da qui al 2031 tutto quello che verrà comprato dall’Esercito passerà attraverso il programma Forza Nec: fucili, elmetti, maschere antigas, autoblindo, fuoristrada, carri armati dovranno essere “digitalizzati”. I fondi di Forza Nec finora sono serviti a Finmeccanica per studiare il “Soldato futuro” ossia una serie di gadget che non sfigurerebbero nel laboratorio di Mister Q dove si riforniva James Bond. C’è il mirino Specter integrato con una microtelecamera ad infrarossi. Ci sono occhiali per la visione notturna montati sull’elmetto. Mininavigatori gps piazzati sulla spalla. Telemetri sul lanciagranate coassiale che correggono automaticamente il tiro. Per i comandanti è allo studio un tablet blindato con touch screen, anche se molti sono scettici sulla possibilità di farlo funzionare in mezzo al fango delle battaglie. Prototipi che promettono meraviglie: finora ne abbiamo finanziati una ventina, spendendo 325 milioni. Con questi denari, si stanno “digitalizzando” solo 558 soldati: veri uomini d’oro, perché ognuno si porta addosso apparati hi-tech per un valore di mezzo milione di euro, incluse ovviamente le spese di sviluppo. Il guaio è che molti degli equipaggiamenti sono provvisori: destinati a essere rimpiazzati da altri congegni che ancora non sono stati messi a punto.

MISSILE DOPPIONE. Tra i tanti paradossi della tecnologia bellica a carico dei contribuenti c’è anche la scelta di finanziare due distinti programmi per la contraerea. Dieci anni fa l’Italia è entrata contemporaneamente nel consorzio europeo per il missile Samp-T e in quello con Germania e Stati Uniti per il missile Meads: entrambi destinati a fare più o meno le stesse cose. Il Samp-T adottato dall’Esercito è entrato in servizio. Per 1.200 milioni di euro potremo contare solo su cinque batterie operative: quanto basta per proteggere la capitale e Milano. Invece il più ambizioso sistema Meads concepito sull’asse Roma-Berlino-Washington è destinato al flop. La progettazione diretta dalla Lockheed è stata lenta e ha divorato fiumi di quattrini: oltre 3 miliardi di euro, inclusi 593 milioni sborsati dall’Italia. Un anno fa gli Usa hanno annunciato la fine degli stanziamenti. A quel punto i due governi europei hanno fatto pressioni d’ogni genere per convincere l’alleato a ripensarci. Il risultato è un compromesso: gli americani hanno tirato fuori 400 milioni di dollari, più o meno la stessa cifra che avrebbero dovuto pagare come penale per rompere l’accordo. Fondi che serviranno per completare solo lo sviluppo del radar, mentre il sistema Meads non diventerà mai operativo.

GENERALI IN AUTOGESTIONE. Di tutto questo, però, in Parlamento non si è mai discusso. Da oltre dieci anni generali e ammiragli sono di fatto in autogestione: programmano il loro futuro senza indicazioni a lungo termine da parte dei governi. L’ultimo “Libro Bianco” della Difesa venne redatto da Antonio Martino e presentato il 20 dicembre 2001: fu pensato in un altro mondo, che si godeva il boom economico e ancora doveva fare i conti con la guerra globale al terrorismo. Da allora spesso si prendono decisioni che rispondono più ai rapporti di potere tra le tre forze armate o alla visione del ministro in carica che non alle esigenze del Paese. La Marina, ad esempio, ha ridotto il numero di unità potenziandone il ruolo con l’ingresso in linea di due portaerei e quattro sottomarini. Con quale missione? La nostra sfera d’azione si è dilatata dalla Somalia alla Nigeria. E si cerca di giustificare l’attività dei sottomarini U212 – ultimi eredi degli Uboot tedeschi costati mezzo miliardo l’uno – affidandogli il pattugliamento del Mediterraneo contro improbabili mercantili di Al Qaeda. Spesso per giustificare la prosecuzione dei programmi, si inventa una nuova missione per i sistemi che si vuole acquistare da tempo. Così potrebbe accadere con le fregate Fremm, per le quali è prevista una spesa superiore ai cinque miliardi e mezzo. Finora sono stati stanziati soldi per costruirne sei mentre gli ammiragli ritengono che ne servano dieci. Le ultime navi allora potrebbero essere convertite alla lotta contro i missili balistici intercontinentali, per creare uno scudo navigante in caso di attacco di qualche Stato canaglia. Certo, i militari devono essere preparati a ogni minaccia: ma nell’Italia di oggi forse ci sono altri problemi, ben più urgenti delle incursioni di Teheran o di Pyongyang.

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in edicola

Il giornale in edicola

fonte espresso.repubblica.it

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Imu e Tares sui capannoni, l’aumento sara’ esplosivo

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fonte immagine lamanutenzione.it

Imu e Tares sui capannoni, l’aumento sara’ esplosivo

Secondo Cgia Mestre i rincari previsti comporteranno aumenti fino al 15,5%

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La Cgia (Associazione artigiani e piccole imprese) di Mestre lancia un nuovo allarme sugli aumenti di imposta rispetto al 2012: con il previsto rincaro dell’Imu sui capannoni l’aggravio oscillerà tra i 459 e i 623 euro per un capannone di 500 mq; tra i 998 e i 1.444 euro per uno di 1.000 mq e arriverà fino ai 2.591 euro nel caso di un fabbricato di 2.000 mq.

Nel 2013, spiega la Cgia Mestre, l’Imu sui capannoni sarà più “gravosa” anche nel caso in cui l’aliquota rimanga quella applicata nel 2012, poiché il coefficiente moltiplicatore utilizzato per la determinazione della base imponibile passerà da 60 a 65. Due sono le ipotesi considerate: nella prima viene utilizzata l’aliquota media nazionale applicata nel 2012 (9,5 per mille), mentre nella seconda si considera l’aliquota massima applicabile (10,6 per mille).

La Tares sui capannoni, inoltre, comporterà un aumento pari al 15,5%, ulteriormente superiore rispetto a quanto pagato l’anno scorso. Questa percentuale corrisponde all’incremento del gettito medio nazionale necessario per coprire i costi totali del servizio di asporto e smaltimento dei rifiuti, condizione prevista dall’introduzione della Tares.

Se si considerano gli aumenti di imposta rispetto al 2011, anno in cui si applicava ancora l’Ici, la situazione appare ancora più preoccupante: per il capannone da 500 mq l’aggravio (a seconda dell’aliquota applicata) varia tra i 1.409 e i 1.572 euro; per un capannone di 1.000 mq l’aumento va da 3.288 e 3.734 euro e infine, per un fabbricato da 2.000 mq l’incremento varia tra i 5.870 e i 6.583 euro.

“Siamo tutti d’accordo che l’Imu sulla prima casa deve essere abolita o sensibilmente ridotta” spiega il Segretario della Cgia Mestre Giuseppe Bortolussi, “ma è altrettanto necessario che venga scongiurato l’aumento del coefficiente moltiplicatore sui capannoni, altrimenti l’effetto combinato con la Tares provocherà un incremento di imposta difficilmente sostenibile. Se si continua ad aumentare sensibilmente il livello di tassazione sulle imprese non si può pretendere che queste rimangano competitive e riescano a creare nuovi posti di lavoro. Anzi, il pericolo è che la situazione peggiori ulteriormente, visto che con l’aumento dell’Iva dal 21 al 22% i consumi subiranno un’ulteriore contrazione”.

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fonte edilone.it

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