INCHIESTA L’ESPRESSO – Le spese folli della Difesa

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Le spese folli della Difesa 

Ventidue miliardi per digitalizzare l’Esercito, tre miliardi per i satelliti militari, oltre 600 milioni per un’arma contraerea che resterà prototipo. Ecco alcuni dei programmi più esosi e discubitili delle forze armate

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di Gianluca Di Feo
02 maggio 2013

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Forza Nec, Sicral, Skymed, Meads. Sono progetti militari ignoti ai più che si traducono in miliardi a carico dei cittadini. Ormai tutti gli italiani conoscono il supercaccia F35, diventato l’icona della spesa bellica esagerata. Ma “‘l’Espresso” nel prossimo numero in edicola descrive il buco nero della Difesa, che inghiotte ogni anno fiumi di denaro per iniziative di dubbia utilità. Grazie a un documento redatto dal governo Monti infatti è possibile ricostruire il costo previsto per alcuni degli investimenti più sorprendenti.

POTENZA SPAZIALE. Il capitolo più discutibile riguarda l’attività spaziale. L’Italia infatti ha una costellazione di satelliti spia e da comunicazione militare: sono già costati due miliardi di euro e si prevede di spendere un altro miliardo nei prossimi anni. Sei satelliti sono già in azione, parecchi altri stanno per raggiungerli entro il 2016. Per tenere in contatto brigate, flotte e stormi è in orbita la prima coppia di satelliti Sicral, a cui stanno per seguire il nuovo Sicral2 (costo 235 milioni di euro) e gli Athena, in consorzio con la Francia (63,5 milioni). Il solo piano Mgcp per la mappatura digitale del globo inghiotte 34 milioni. Misteriosi per definizione sono i nostri satelliti spia. Quattro sono già al lavoro: i Cosmo Skymed (costo 1.137 milioni) con i loro radar scansionano senza sosta i continenti e hanno prestazioni ammirate persino dalla Cia. Ora ne stiamo allestendo altri due di nuova generazione (550 milioni). In più siamo partner con i francesi per gli Helios2 (92,5 milioni), che fanno foto ovunque con obiettivi all’infrarosso. Come se non bastasse, due anni fa si è scelto di disegnare un altro 007 stellare made in Italy, chiamato Opsis: lo stanziamento iniziale è di 13,5 milioni. Finito? No, perché nel luglio 2012 i parlamentari prima di partire per le vacanze hanno ratificato l’acquisto di un ulteriore satellite spia: l’Opsat 3000, il gioiello israeliano che garantisce immagini portentose. Il satellite ideato dal Mossad ha un costo enorme: ben 350 milioni di euro, solo l’obiettivo della fotocamera verrà 40 milioni di dollari. Il fatto singolare è che al produttore di Tel Aviv andranno 182 milioni di dollari, mentre altri 200 milioni saranno intascati da Telespazio, azienda del gruppo Finmeccanica che curerà il lancio e la gestione delle infrastrutture. Si tratta di un’altra società molto cara all’esecutivo di centrodestra e in particolare all’ex sottosegretario Gianni Letta: il quartiere generale è in Abruzzo, nella natia Conca del Fucino, cuore di tutte le avventure spaziali nostrane.

A TUTTA FORZA. “L’Espresso” analizza poi il programma Forza Nec che prevede di trasformare tutto l’Esercito in un’unica rete digitale. Il preventivo è di 22 miliardi di euro, un record che surclassa persino le stime per il supercaccia F35. E’ una passione dell’ammiraglio Gianpaolo Di Paola, che l’ha imposta nel 2006 quando era a capo delle forze armate, l’ha sostenuta poi dal vertice della Nato e come ministro tecnico l’ha salvata dall’amputazione della spending review. Ed è una gioia anche per Selex Es, società di Finmeccanica, che come “prime contractor” gestirà tutto in esclusiva. Un ottimo affare, perché da qui al 2031 tutto quello che verrà comprato dall’Esercito passerà attraverso il programma Forza Nec: fucili, elmetti, maschere antigas, autoblindo, fuoristrada, carri armati dovranno essere “digitalizzati”. I fondi di Forza Nec finora sono serviti a Finmeccanica per studiare il “Soldato futuro” ossia una serie di gadget che non sfigurerebbero nel laboratorio di Mister Q dove si riforniva James Bond. C’è il mirino Specter integrato con una microtelecamera ad infrarossi. Ci sono occhiali per la visione notturna montati sull’elmetto. Mininavigatori gps piazzati sulla spalla. Telemetri sul lanciagranate coassiale che correggono automaticamente il tiro. Per i comandanti è allo studio un tablet blindato con touch screen, anche se molti sono scettici sulla possibilità di farlo funzionare in mezzo al fango delle battaglie. Prototipi che promettono meraviglie: finora ne abbiamo finanziati una ventina, spendendo 325 milioni. Con questi denari, si stanno “digitalizzando” solo 558 soldati: veri uomini d’oro, perché ognuno si porta addosso apparati hi-tech per un valore di mezzo milione di euro, incluse ovviamente le spese di sviluppo. Il guaio è che molti degli equipaggiamenti sono provvisori: destinati a essere rimpiazzati da altri congegni che ancora non sono stati messi a punto.

MISSILE DOPPIONE. Tra i tanti paradossi della tecnologia bellica a carico dei contribuenti c’è anche la scelta di finanziare due distinti programmi per la contraerea. Dieci anni fa l’Italia è entrata contemporaneamente nel consorzio europeo per il missile Samp-T e in quello con Germania e Stati Uniti per il missile Meads: entrambi destinati a fare più o meno le stesse cose. Il Samp-T adottato dall’Esercito è entrato in servizio. Per 1.200 milioni di euro potremo contare solo su cinque batterie operative: quanto basta per proteggere la capitale e Milano. Invece il più ambizioso sistema Meads concepito sull’asse Roma-Berlino-Washington è destinato al flop. La progettazione diretta dalla Lockheed è stata lenta e ha divorato fiumi di quattrini: oltre 3 miliardi di euro, inclusi 593 milioni sborsati dall’Italia. Un anno fa gli Usa hanno annunciato la fine degli stanziamenti. A quel punto i due governi europei hanno fatto pressioni d’ogni genere per convincere l’alleato a ripensarci. Il risultato è un compromesso: gli americani hanno tirato fuori 400 milioni di dollari, più o meno la stessa cifra che avrebbero dovuto pagare come penale per rompere l’accordo. Fondi che serviranno per completare solo lo sviluppo del radar, mentre il sistema Meads non diventerà mai operativo.

GENERALI IN AUTOGESTIONE. Di tutto questo, però, in Parlamento non si è mai discusso. Da oltre dieci anni generali e ammiragli sono di fatto in autogestione: programmano il loro futuro senza indicazioni a lungo termine da parte dei governi. L’ultimo “Libro Bianco” della Difesa venne redatto da Antonio Martino e presentato il 20 dicembre 2001: fu pensato in un altro mondo, che si godeva il boom economico e ancora doveva fare i conti con la guerra globale al terrorismo. Da allora spesso si prendono decisioni che rispondono più ai rapporti di potere tra le tre forze armate o alla visione del ministro in carica che non alle esigenze del Paese. La Marina, ad esempio, ha ridotto il numero di unità potenziandone il ruolo con l’ingresso in linea di due portaerei e quattro sottomarini. Con quale missione? La nostra sfera d’azione si è dilatata dalla Somalia alla Nigeria. E si cerca di giustificare l’attività dei sottomarini U212 – ultimi eredi degli Uboot tedeschi costati mezzo miliardo l’uno – affidandogli il pattugliamento del Mediterraneo contro improbabili mercantili di Al Qaeda. Spesso per giustificare la prosecuzione dei programmi, si inventa una nuova missione per i sistemi che si vuole acquistare da tempo. Così potrebbe accadere con le fregate Fremm, per le quali è prevista una spesa superiore ai cinque miliardi e mezzo. Finora sono stati stanziati soldi per costruirne sei mentre gli ammiragli ritengono che ne servano dieci. Le ultime navi allora potrebbero essere convertite alla lotta contro i missili balistici intercontinentali, per creare uno scudo navigante in caso di attacco di qualche Stato canaglia. Certo, i militari devono essere preparati a ogni minaccia: ma nell’Italia di oggi forse ci sono altri problemi, ben più urgenti delle incursioni di Teheran o di Pyongyang.

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fonte espresso.repubblica.it

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