Mafia, un patto fra Palermo e Canada: 21 fermi. I boss votavano il sindaco siciliano della Lega

Mafia, un patto fra Palermo e Canada: 21 fermi I boss votavano il sindaco siciliano della Lega
Juan Ramon Fernandez, l’ambasciatore di Cosa nostra canadese in Sicilia, in un’immagine di repertorio. Stanotte è sfuggito all’arresto

Mafia, un patto fra Palermo e Canada: 21 fermi
I boss votavano il sindaco siciliano della Lega

I carabinieri smantellano la cosca di Bagheria, alle porte del capoluogo, e scoprono i nuovi legami internazionali di Cosa nostra. Avviso di garanzia per il sindaco di Alimena, Giuseppe Scrivano, candidato alle Politiche con il Carroccio: è accusato di voto di scambio

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di SALVO PALAZZOLO

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Un ragazzone alto 1,90, tutto muscoli e camice griffate, passeggiava spesso lungo il corso principale di Bagheria, quello immortalato dal regista Peppuccio Tornatore nella sua Baaria. Passeggiava e incontrava tanta gente che lo ossequiava, come fosse di casa. In realtà quel giovanotto è uno spagnolo, e non è un turista. E’ un gangster cresciuto in Canada, alla corte del capomafia Vito Rizzuto. Si chiama Juan Ramon Fernandez: dopo essere stato espulso dal Canada, nell’aprile 2012, i carabinieri lo hanno seguito per mesi mentre si incontrava con il nuovo gotha della mafia di Bagheria. Ufficialmente, faceva l’istruttore di arti marziali in una palestra, in realtà progettava nuovi affari sull’asse Palermo-Montreal, soprattutto affari di droga. Le nuove alleanze di Cosa nostra sono state bloccate questa mattina dai carabinieri del comando provinciale di Palermo e dai colleghi del Ros, sulla base di un provvedimento di fermo predisposto dalla Procura distrettuale antimafia. Le manette sono scattate per 21 persone. Fernandez, però, è sfuggito all’arresto. Da un mese non faceva più le sue passeggiate a Bagheria. I militari hanno invece bloccato i nuovi padrini della cittadina alle porte di Palermo, sotto tutti vecchi nomi di Cosa nostra: Gino Di Salvo aveva assunto il ruolo di reggente del mandamento; Sergio Flamia era il capo della famiglia di Bagheria.

Il sindaco indagato
L’ultima indagine dei carabinieri ha svelato anche le complicità eccellenti dei padrini: nell’ottobre 2012, avrebbero sostenuto la candidatura alle Regionali di Giuseppe Scrivano, il sindaco di Alimena (Palermo) che è stato candidato con la lista di Nello Musumeci, il candidato di centrodestra alla presidenza della Regione. Scrivano è stato candidato anche alle ultime Politiche, come capolista della Sicilia Orientale per la Lega Nord e numero due in Sicilia Occidentale. Questa mattina ha ricevuto un avviso di garanzia per voto di scambio: le intercettazioni lo hanno sorpreso mentre contatta alcuni boss di Bagheria per avere voti alle Regionali. Secondo la ricostruzione dell’accusa, quei voti sarebbero stati pagati. Scrivano è risultato il primo dei non eletti della sua lista per le Regionali 2012, con 4.166 voti. A febbraio, poi, ha consegnato al partito di Bobo Maroni il 22 per cento dei voti di Alimena, un piccolo comune di 2000 abitanti: in lista, Scrivano si era portato la moglie e diversi parenti. E con orgoglio dichiarava: “Sono parenti, sì. Ma non ci sono amanti, come accade in altri partiti. Tremonti mi ha studiato. Ha visto che sono una persona perbene e mi ha dato via libera”.

Le intercettazioni
Nonostante gli arresti degli ultimi mesi, Cosa nostra era riuscita a mettere in campo un nuovo gruppo dirigente attorno allo storico mandamento di Bagheria, un tempo roccaforte del boss Bernardo Provenzano. “Le indagini hanno consentito di evidenziare le dinamiche interne e le manifestazioni criminali più significative”, dice il colonnello Pierangelo Iannotti, comandante provinciale dei carabinieri di Palermo. I boss avevano riorganizzato il mandamento di Bagheria attorno alle famiglie di Villabate, Ficarazzi, Altavilla Milicia. E facevano affidamento su un gruppo di giovani aspiranti mafiosi, ancora in fase di “addestramento”. Così un vecchio capomafia auspicava più rigore nella formazione delle nuove leve: “Quando vedi che nella salita fanno le bizze, piglia e colpisci con il frustino… sulle gambe… che loro il trotto non lo interrompono… purtroppo i cavalli giovani così sono”. Intercettazioni e microspie hanno consentito di svelare i retroscena di 11 estorsioni commesse nei confronti di commercianti e imprenditori, nessuno di loro aveva denunciato i ricatti dei boss.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Francesco Mazzocco e Caterina Malagoli, ha portato anche a un maxisequestro di beni per trenta milioni di euro: sigilli sono scattati per alcune attività economiche gestite dai boss, sono supermercati, centri scommesse e locali della movida palermitana, fra cui il notissimo pub Villa Giuditta. Hanno un valore complessivo di 30 milioni di euro.

“Joe Bravo”
In Canada è una vera celebrità criminale. Juan Ramon Paz Fernandez, classe 1956, è ritenuto uno dei più fidati collaboratori di don Vito Rizzuto. “Era seduto alla destra di Dio”, dicevano di lui gli investigatori della Royal Canadian Mounted Police. “Dio” è proprio Vito Rizzuto, fino al 2009 capo incontrastato della mafia canadese, poi è stato al centro di una cruenta guerra di mafia: prima gli hanno ucciso il figlio Nick, poi il padre Vito, il patriarca della famiglia. Ma Juan Ramon, detto “Joe Bravo”, è rimasto sempre fedele al suo padrino. “E’ un gangster perfetto”, scrivono gli investigatori canadesi nei loro rapporti: “E’ un idolo per molti ed è temuto da tutti”. A 22 anni è accusato della morte della fidanzata, una ballerina. Fra il 1999 e il 2001 viene espulso due volte dal Canada, verso la Spagna, ma nel giro di pochi mesi rientra a Montreal. “Vado a mostrare come ballo”, diceva lui in un’intercettazione. Ma poi finisce in carcere, per mafia e traffico di droga. Ci resta dieci anni. Nell’aprile 2012, il Canada lo espelle con il marchio di “indesiderabile”. A giugno, Joe Bravo è a Bagheria. I poliziotti canadesi mettono in allerta i carabinieri del Ros. E così l’indagine su Juan Ramon Paz Fernandez finisce presto per intersecarsi con quella sul clan mafioso di Bagheria, portata avanti già da mesi dal nucleo Investigativo dei carabinieri.
Joe Bravo non si trova. E’ di nuovo latitante. Con lui è fuggito anche un altro mafioso canadese, che nelle scorse settimane era venuto a trovarlo a Bagheria.  (08 maggio 2013)

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fonte palermo.repubblica.it

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