Archive | maggio 9, 2013

Moro, ecco i verbali segreti Tutte le parole dei 55 giorni / Mistero Moro: perché era abbronzato? L’autopsia: prigioniero sul litorale romano

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Moro, ecco i verbali segreti
Tutte le parole dei 55 giorni

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Di David Sassoli e Francesco Saverio Garofani

9 maggio 2013
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Due riunioni si svolgono in modo rapido, come a sbrigare un dovere istituzionale e dimostrare all’opinione pubblica che lo Stato è presente e la situazione sotto controllo. La seduta del 16 marzo dura appena venti minuti; quella del 9 maggio dieci minuti in più. La prima comincia alle ore 11:00, due ore dopo la strage di via Fani e il rapimento di Aldo Moro. L’altra, cinquantacinque giorni dopo, alle ore 18:30, a cinque ore dal ritrovamento del “corpo inanime” del presidente della Dc.

Trentacinque anni dopo, sono consultabili nell’Archivio Centrale dello Stato, i verbali delle riunioni del Consiglio dei ministri del 1978, anno terribile della storia della Repubblica italiana. Documenti attesi dalla storiografia e dalla pubblicistica, instancabile sul caso Moro, in grado di permetterci di capire quale sia stata la reazione, pubblica e privata, il grado di conoscenza, le scelte e l’atteggiamento della classe dirigente dell’epoca nei giorni dell’attacco “al cuore dello Stato”. I documenti, infatti, ci conducono proprio alle discussioni avvenute all’interno dell’organo istituzionale più qualificato e responsabile.

La fotografia di come il governo abbia affrontato la strage di via Fani e il sequestro del leader democristiano è contenuta in cartelline un po’ ingiallite, all’interno delle quali sono conservati diversi documenti. Il dibattito in presa diretta è scritto a mano, per lo più sintetizzato dal segretario e, come vedremo, non sempre coincidente con il testo dattiloscritto che costituisce il verbale vero e proprio. In allegato, poi, sono inseriti, di volta in volta, sintesi degli interventi redatte dai singoli ministri e in alcuni casi il comunicato stampa finale che tradizionalmente viene diffuso al termine degli incontri.

I testi sono sintetici, ma ricchi di contenuti. Nel salone di palazzo Chigi c’è il potere dello Stato per antonomasia, quello in grado di prendere decisioni, ponderare risposte, assumere iniziative. Come vedremo si rivelerà un potere fragile, in un’epoca in cui però l’autorità si articola in un modo diverso dall’attuale. Siamo ancora in un’epoca di forti bilanciamenti e supplenze. La classe politica uscita dal fascismo si fida poco dello Stato. Non è propensa a delegare efficienza a organi statali che possono giocare partite in autonomia o per conto di altri poteri. Il dibattito sull’organizzazione e l’affidabilità dello Stato ha sempre impegnato la riflessione delle classi dirigenti di tutti i partiti fin dal secondo dopoguerra. In un paese di frontiera con il blocco sovietico, indebolito dal peso degli interessi stranieri, è solo la direzione politica la garanzia dell’interesse generale. Lo scarto di diffidenza fra organi politici e organi dello Stato non si è mai colmata. E lo dimostrano anche i dibattiti nelle riunioni del Consiglio dei ministri sul ruolo degli apparati di intelligence e delle forze dell’ordine. Il richiamo alla presenza di infiltrazioni straniere nei servizi di sicurezza è ripetuto e mai smentito. I ministri si mostrano più a loro agio nella discussione politica o legislativa di quanto si dimostrino in grado di maneggiare la macchina statale. Anzi, l’offensiva terrorista che colpisce al livello più alto li trova sorpresi, impreparati. Si mostrano, nelle discussioni delle ore immediatamente successive al sequestro, impauriti, travolti da una cronaca talmente imprevista da risultare inafferrabile. La distanza tra fatti e reazione è incolmabile. Solo il presidente Giulio Andreotti mostra lucidità e padronanza nell’affrontare le materie che via via affioreranno.

I verbali ci consegnano discussioni a margine di una gestione della crisi avvenuta con l’attacco delle Brigate Rosse a una Repubblica che ha una macchina statale su cui influiscono spinte politiche diverse fra loro. Ma c’è una rete di protezione per la giovane democrazia italiana che regge l’urto.A bilanciare le debolezze del potere istituzionale ci sono le forze sociali, i grandi partiti di massa, i corpi intermedi, i sindacati. Saranno loro, nonostante i tradimenti e gli inquinamenti, a salvare l’esperienza democratica. Il parallelo corre facilmente all’attualità. Trentacinque anni dopo cosa è cambiato?

Il potere pubblico appare ancora più fragile. Le istituzioni deboli e talvolta svuotate. Screditate, spesso anche ingiustamente, agli occhi dell’opinione pubblica. La capacità di governo è debole, i tempi delle decisioni troppo lunghi rispetto alla velocità che le risposte meritano. La globalizzazione ha allargato l’orizzonte ma ha ristretto lo spazio delle scelte. L’intero sistema istituzionale del Paese appare inadeguato, lento, vecchio. E dunque inefficiente.

Il prezzo di questa inefficienza del potere ha consumato e messo in crisi la politica in senso più ampio. I soggetti della rappresentanza, i partiti in primo luogo, ma anche i sindacati. L’indebolimento di questa rete ha contribuito a un impoverimento della cultura democratica del Paese, a una progressiva frammentazione del tessuto connettivo, a una moltiplicazione degli interessi contrapposti, dei conflitti, degli individualismi. L’apertura di nuovi canali di partecipazione e di iniziativa politica è faticosa e comunque sempre più spesso vissuta contro il sistema. La cultura della mediazione, che aveva saputo tenere insieme le varie anime del Paese, componendole in un mosaico che ricomponeva le diversità nel segno della condivisione morale di un comune destino nazionale sembra evaporare come un lontano ricordo. La stagione della diretta streaming non ne è un surrogato. La cultura democratica vive oggi una sfida difficile. Meno drammatica e traumatica di quella degli anni di piombo. Ma certamente non meno complessa nelle sue espressioni.

Oggi cosa sarebbe possibile contrapporre alla fragilità dello Stato nell’epoca della crisi del sistema politico, con partiti destrutturati e sindacati meno presenti e più corporativi? Le domande vanno nel profondo di una attualità che ci consegna intatte le questioni sulla natura dello Stato e della formazione della volontà politica. Trentacinque anni dopo, il potere si mostra ancora più fragile.

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fonte unita.it
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Il cadavere di Aldo Moro nel bagagliaio della Renault 4 lasciata in via Caetani la mattina del 9 maggio 1978 (LaPresse)

Mistero Moro: perché era abbronzato? L’autopsia: prigioniero sul litorale romano

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di Redazione Blitz

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ROMA – Il risultato dell’autopsia del cadavere di Aldo Moro dice che il presidente della Dc, quando fu ritrovato nel bagagliaio della Renault 4 lasciata in via Caetani, era abbronzato, con i muscoli in buono stato, con residui di acqua di mare e sabbia nei vestiti. Un risultato che smentirebbe una detenzione per 55 giorni nel cunicolo senza luce ricavato nell’appartamento “dell’ingegner Borghi” in via Montalcini.

Emilio Fabio Torsello, nel giorno del 35° anniversario della morte di Moro, ricostruisce su L’espresso le conclusioni dei periti. E le contraddizioni dei brigatisti.

Le Brigate Rosse hanno sempre sostenuto di aver prelevato della sabbia dal litorale di Ostia e averla messa nel risvolto dei pantaloni di Moro per depistare le indagini. Una versione che non spiega perché fu trovata dell’acqua di mare nel colletto della camicia che indossava il cadavere.

Queste furono le dichiarazioni di Adriana Faranda alla Commissione d’Inchiesta sul caso Moro nel 1988:

PRESIDENTE. Vero che lei e la Balzerani andaste a prendere la sabbia?
FARANDA. Sì, a Ostia.
PRESIDENTE. E non era particolarmente pericoloso?
FARANDA. Siamo andate in metropolitana e con il treno. Non abbiamo incontrato alcun ostacolo.
PRESIDENTE. Ieri, nel programma di Zavoli la Braghetti parlava dell’acqua di mare sparsa sui vestiti di Moro. Mi è venuta una curiosità: come l’avete portata a Roma l’acqua di mare?
FARANDA. Non ricordo, sarà stata una bottiglietta o qualcosa del genere.
PRESIDENTE. Questo stesso depistaggio fu fatto sulla R4 rossa, sulle gomme e sulla scocca inferiore della quale venne trovata sabbia.
FARANDA. Non ricordo questo particolare. Non so se sia stata portata appositamente sulla sabbia nella zona del litorale romano. Ne dubito perché sarebbe stato troppo pericoloso.
PRESIDENTE. Comunque non è un’operazione facile spargere sabbia sulla parte inferiore di una macchina.
FARANDA. Forse si è trattato di una casualità come tante che avvengono nella vita. Non credo sia stata portata sulla sabbia perché sarebbe stato troppo pericoloso: un conto è andare a piedi e con il trenino sino ad Ostia, un conto è percorrere le strade che portano ad Ostia su una macchina rubata, sia pure con la targa contraffatta.

La perizia conduce a conclusioni diverse da quelle sostenute dalla Faranda:

“Nel risvolto sinistro del pantalone dell’On.Moro – si legge nella perizia – è stato ritrovato un elemento vegetale spinoso del diametro di circa 15 mm. e di lunghezza di 13-14 mm. comprese le spine. E’ classificabile come capolino immaturo di Centaurea Aspera, che nello stato in cui è stato repertato si presentava ancora non sbocciato”. “La formazione del capolino – proseguono – doveva essere avvenuta non più di 10-15 giorni prima che venisse raccolta dal pantalone dell’On. Moro”. Ma c’è di più: “Sembrerebbe – dicono i periti – che il capolino di Centaurea sia stato raccolto nella stessa area e, presumibilmente, nello stesso periodo in cui la sabbia è stata raccolta nel risvolto dei pantaloni dell’On. Moro”.

Sabbia e residui di vegetazione collocano la zona dei reperti ritrovati sul cadavere di Moro fra Focene e Marina di Polidoro, spiagge della provincia di Roma:

“La sabbia – scrivono i periti – è riferibile come provenienza da un’area di spiaggia del litorale tirrenico compresa tra il settore di Focene e Marina di Palidoro (Provincia di Roma)”.

“Materiale del tipo di quello esaminato – si legge nel documento – si rinviene per i luoghi sopra menzionati, ad una distanza dal bagnoasciuga molto ridotta, variabile da pochi metri ad un massimo, solo per limitatissimi settori del litorale indicato, di più di un centinaio di metri”. Gli elementi – aggiungono i periti – “lasciano presumere che entro due-tre settimane, prima del ritrovamento dell’auto la vittima abbia camminato in una zona molto prossima al bagnoasciuga ove massima è la frequenza di bitume (…) anche gli elementi vegetali rinvenuti sugli indumenti sono specifici dell’ambiente del litorale e indicano che essi sono stati raccolti in un’epoca compresa tra la fine di aprile e il maggio 1978″.

L’abbronzatura e lo stato dei muscoli sono gli ultimi due dettagli che completano un quadro che ci indica come Moro abbia passato tutta, o solo la parte finale della sua prigionia in una località marina.

Il perito Marracino rimase sorpreso del fatto che Moro fosse abbronzato. Un altro elemento inaspettato era la tonicità dei suoi muscoli, incompatibili con la condizione di uno costretto a rimanere fermo in un cunicolo per quasi due mesi. Nella tarda sera del 9 maggio, infatti, il corpo di Moro, senza vita da almeno 12 ore, non era ancora rigido: “Era ancora possibile una lieve mobilità delle articolazioni”.

Si tratta di un’autopsia che avrebbe potuto far cambiare il corso delle indagini, ma le autorità scelsero diversamente, come ricostruisce Torsello:

L’autopsia? “Ci fu l’ordine di non consegnare”. C’è infine la questione non secondaria della data della consegna: il verbale è datato 24 settembre 1978 ma, spiega il perito, “l’autopsia venne consegnata a febbraio del 1979 perché ci fu l’ordine di non consegnare. I risultati gli inquirenti li sapevano già a giugno”. Forse, fa capire a mezzabocca, venne chiesto di tenerla nel cassetto “per motivi politici”.

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fonte blitzquotidiano.it

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Emanuela Orlandi, il vero, il falso e il verosimile

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fonte immagine ilgazzettino.it

Emanuela Orlandi, il vero, il falso e il verosimile

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di | 9 maggio 2013

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Il ritorno della “ragazza con la fascetta”, con il suo carico di misteri catacombali, messaggi cifrati, teschi, flauti e ciocche di capelli, riaccende fasci di luce su una Roma underground, melmosa, oscura. Una Roma criminale che non si è mai redenta, semmai ha normalizzato il suo intreccio con i poteri. Sono passati 30 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, la tragedia è mutata in farsa, la realtà in fiction. Difficile ormai distinguere il vero, il falso e il verosimile. L’ultimo testimone si è fatto avanti consegnando un flauto, del tutto identico a quello che usava la ragazzina, ai giornalisti di Chi l’ha visto, la trasmissione di Federica Sciarelli che otto anni fa ha condotto gli investigatori sulle tracce dei segreti di Sant’Apollinare, dove per 20 anni fu sepolto Enrico De Pedis, il boss della Banda della Magliana, la stessa chiesa che Emanuela frequentava per seguire un corso di musica. Ora, attraverso lo stesso canale televisivo, lo scenario viene capovolto.

Marco Fassani Accetti, fotografo che usa l’immagine per trasmettere oscuri segnali su bambini rapiti, ragazze sepolte nella sabbia o ricomposte in una bara, uomo di cinema, si mostra molto informato. Dice di aver fatto parte di “una lobby di controspionaggio” che agiva tra opposte fazioni vaticane, batte su temi come “la gestione dello Ior, i finanziamenti a Solidarnosc, le nomine”, rivendica alcune telefonate anonime, decritta i codici usati dai rapitori (153, il numero della linea variando l’ordine indicherebbe la data dell’attentato a Wojtyla, 13 maggio). Ma insiste nel dire che fu un “sequestro bluff”. Come quello di Mirella Gregori. Le due, racconta, ora sarebbero a Parigi dove vivono felici e contente. Storiella vecchia, cui non crede più nessuno e quasi svaluta il portato di altre più interessanti rivelazioni.

L’unico dato certo è che M.F.A, sei mesi dopo la scomparsa di Emanuela, ha investito con la sua auto, uccidendolo, un ragazzino di 12 anni, figlio di un diplomatico dell’Uruguay lungo la Pineta di Castelporziano. Dove lui casualmente si trovava e dove non doveva invece trovarsi il minore, uscito di casa all’Eur per andare dal barbiere. Fu condannato soltanto per omicidio colposo, l’accusa di sequestro inizialmente ipotizzata si è persa tra i fascicoli e forte di questa definitiva sentenza può dire ormai quel che gli pare. In quel periodo adescava ragazzini, maschi e femmine, con l’esca di servizi fotografici. Il set su cui si muoveva era limitrofo a quello del sequestro Orlandi, di cui egli stesso si autoaccusa ma in ruolo marginale. Difficile capire se i suoi racconti, come le sue foto, nascano da deliri onirici o se qualcuno, conoscendo i suoi segreti, lo stia manovrando.

Magari per far archiviare un’inchiesta, che ha impegnato generazioni di magistrati e servizi segreti, e che vede al centro il Vaticano, la mafia e quant’altro. Il procuratore aggiunto Capaldo teme una nuova campagna di intossicazione. Allo scadere dei 30 anni, meno di due mesi, deve dimostrare che Emanuela fu uccisa se non vuole che cali il silenzio della prescrizione. La trama ricostruita finora si fonda sul racconto di Sabrina Minardi, sventurata amante di De Pedis. Quel Renatino che avrebbe sequestrato Emanuela, per poi farla uccidere e gettare in un pilone di cemento, su consiglio del vescovo americano Marcinkus. Così “chi doveva capì capiva”. Uno che doveva capire era Wojtyla, in effetti il Papa polacco capì al volo e rivelò ciò che doveva restare segreto, durante l’ora dell’Angelus: Emanuela era stata rapita, non era una “scappata di casa”. Il contrario di quanto oggi afferma M.F.A.

Sullo sfondo i soldi dei boss riciclati nello Ior, il crac dell’Ambrosiano, la caduta del Muro di Berlino, insomma la prima trattativa tra mafia e poteri della storia d’Italia, con corollario di ricatti e omicidi a partire da Roberto Calvi. Protostoria di altre future tragedie, che ho cercato di ricostruire nel mio libro Storie di alti prelati e gangster romani, sfrondando il sequestro Orlandi da ogni ammiccamento. Ma se quanto racconta M.F.A dovesse rivelarsi vero dovremmo ricrederci. Tutto precipita nella piccola storia di un potenziale serial killer, finora in realtà morboso “guardone” che aveva il torto di girare negli ambienti sbagliati. Un canovaccio utilizzato da altri per costruire il “grande ricatto”? Chissà. Ieri è iniziata la perizia sul flauto, se fosse quello vero dimostrerebbe che l’obliquo testimone ha in mano prove concrete. A favore di chi o contro chi? Magari anche stavolta “chi deve capire capisce”.

(autrice del libro: Storia di alti prelati e gangster romani, Fazi editore 2009)

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Imu, ipotesi mini-rinvio a settembre Fmi: «Riforma sia parte di ampia strategia»

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fonte immagine comune.sanveromilis.or.it

Imu, ipotesi mini-rinvio a settembre
Fmi: «Riforma sia parte di ampia strategia»

«I sacrifici devono partire da chi ha compiti di governo». Nel testo il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga

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Fabrizio Saccommanni (Ansa)Fabrizio Saccommanni (Ansa)
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Mini rinvio, fino a settembre, e solo per la prima casa: il decreto legge che il governo si appresta a varare potrebbe lasciar fuori capannoni e fabbricati. Il consiglio dei ministri è in corso e non è escluso che le misure possano essere ampliate durante il confronto nel governo. Con un tempismo forse non casuale si è fatto vivo il Fondo monetario: «Ogni riforma fiscale in Italia deve far parte di una strategia più ampia, che renda il sistema fiscale più efficiente e più giusto», ha affermato il portavoce Gerry Rice aggiungendo che il nostro paese «deve perseguire l’obiettivo di un bilancio strutturale che rispetti gli impegni dell’Europa e che rispetti le attuali condizioni economiche. Le correzioni di bilancio devono essere compatibili con la crescita, equilibrando il mix di tagli alla spesa e abbassamenti delle tasse».

LA COPERTURA – Saranno anticipi di Tesoreria e della Cassa Depositi e Prestiti, garantiti dal Tesoro, a finanziare i Comuni al posto dell’acconto Imu sulla prima casa di giugno che viene rinviato. Lo slittamento dell’acconto Imu vale due miliardi, ma tecnicamente non ha bisogno di copertura perchè si tratta solo di un rinvio. Da coprire, per quel che riguarda i soldi dovuti ai Comuni, sono soltanto gli interessi sulle somme anticipate dal Tesoro (e dalla Cdp) che sono, tuttavia, di modesta entità. Il decreto stabilisce che i Comuni dovranno calcolare l’Imu dovuta sulla base dei dati del dipartimento delle Finanze in vista di pubblicazione a breve. Ad ogni modo ha detto il portavoce del Fmi, Gerry Rice, che «ogni riforma fiscale in Italia deve far parte di una strategia più ampia, che renda il sistema fiscale più efficiente e più giusto».

GLI ATTI DEL GOVERNO – All’ordine del giorno del consiglio dei ministri convocato per le 18 ci sarebbe anche l’eliminazione dello stipendio dei ministri parlamentari e il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga. Nell’annunciare che si terrà il primo Consiglio dei ministri operativo, Letta aveva questa mattina spiegato che «il primo atto che il governo compirà non è un atto che riguarda gli altri, ma noi stessi perchè i sacrifici» devono partire da chi ha compiti di governo». «Come avevo annunciato – ha spiegato – il primo atto formale sarà l’eliminazione dello stipendio dei ministri aggiuntivo rispetto all’indennità parlamentare». Un «gesto», ha proseguito il premier, che «sarà usato a copertura degli strumenti a tutela di chi perde il lavoro».

I NUMERI – Il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga invece sarà garantito dai fondi interprofessionali per la formazione e dalle risorse iscritte a bilancio per la detassazione del salario di produttività. L’obiettivo è di reperire 1,5 miliardi compresi però gli 800 milioni già stanziati con la Legge di stabilità. Finora il governo avrebbe garantito «i primi 500 milioni», ne mancherebbero altri 200.

IL RICHIAMO DI CAMUSSO – Intanto è arrivato il primo appello del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, che ha chiesto un incontro urgente a Letta: «Oltre a incontrare le organizzazioni delle imprese, sarebbe urgente che incontrasse anche i sindacati», riferendosi alla presenza di Letta all’assemblea annuale di Rete Imprese Italia.

F.Sav.

9 maggio 2013 | 18:39

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fonte corriere.it

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GITE FUORI PORTA – Berlusconi, dopo la condanna Pdl in piazza sabato a Brescia: ci sarà anche il Cavaliere

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Berlusconi, dopo la condanna Pdl in piazza sabato a Brescia: ci sarà anche il Cavaliere

Il Cavaliere alla manifestazione di Brescia dopo la conferma della condanna a quattro anni per frode fiscale nel processo Mediaset

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ROMA – La Procura di Napoli ha chiesto il rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi per la vicenda della presunta compravendita dei senatori. Analoga richiesta è stata formulata per l’ex senatore Sergio De Gregorio e l’ex direttore dell’Avanti Valter Lavitola.

Silvio Berlusconi sarà in piazza sabato, dopo la conferma della condanna a 4 anni nel processo Mediaset, con l’aggiunta di 5 anni di interdizione dai pubblici uffici, per frode fiscale.

«Il Popolo della Libertà scende in piazza in difesa di Silvio Berlusconi. La manifestazione si svolgerà sabato 11 maggio a Brescia, alle 16 in piazza Duomo, con la partecipazione del presidente del Popolo della Libertà» si legge in un comunicato del Pdl.

Berlusconi cambia quindi il suo programma e decide di ripristinare la manifestazione in programma sabato a Brescia per le ore 18. Il Cavaliere aveva infatti deciso nei giorni scorsi di trasformare il comizio in un incontro con la stampa. Ieri, invece, la decisione di tornare all’idea originaria. L’ex premier terrà quindi una manifestazione e dopo una cena con gli imprenditori bresciani.

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fonte ilmessaggero.it

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Nazismo, il gigantesco rogo di libri del maggio 1933

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Nazismo, il gigantesco rogo di libri del maggio 1933

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di | 9 maggio 2013

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Il 10 maggio 1933 è una delle date più plumbee della storia della cultura europea. In varie città della Germania, il nazismo giunto al potere da alcuni mesi organizza giganteschi roghi di libri svuotando le biblioteche delle principali città universitarie tedesche. Senz’altro il più vasto e pianificato incendio di libri della storia contemporanea, per quanto l’atto non sia affatto nuovo nel corso delle vicende umane. Uno degli esempi più vicini e metodici è quello dell’Inquisizione, con la Congregazione dell’indice che compilava l’elenco dei libri proibiti il cui destino era la distruzione. Frequenti sono anche i richiami letterari al rogo di libri dal Shakespeare de La Tempesta ad Almansor di Heine Heinrich del primo Ottocento di cui è noto il passaggio: “Dove arde il libro, in fin si abbrucia l’uomo”.

Il rogo di libri è un atto di devastante violenza psicologica poiché assume i tratti di un annientamento simbolico dell’uomo, del suo sapere, delle sue idee. Dal marzo 1933, in Germania, sono già attivi i campi di concentramento per gli oppositori politici. A fine febbraio l’incendio del parlamento, organizzato dai nazisti e attribuito alle sinistre, è servito a intensificare le azioni repressive di Hitler.

A prendere fuoco in quel 10 maggio – come nei giorni precedenti e successivi – sono tutti quei libri giudicati contrari allo spirito tedesco e colpiscono gli autori ebrei – Sigmund Freud tra questi – i comunisti, i socialisti e tutti coloro che sono stati sostenitori dell’appena abbattuta Repubblica di Weimar. In quello stesso giorno, a testimonianza dell’impeto distruttore del nazismo, è sequestrato il patrimonio del principale partito di opposizione (il Partito socialdemocratico) e vengono espropriate le sue oltre cento tipografie.

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A colpire è la partecipazione della popolazione a queste manifestazioni, organizzate con precisi rituali come nella piazza del Teatro dell’Opera di Berlino, il rogo notturno più noto, trasmesso anche dalla radio, che diventa la spinta per altri falò nelle principali città tedesche, come nelle minori, sin oltre la metà del mese di giugno. Sono manifestazioni che mobilitano i militanti nazisti alle quali dà corpo il diffuso quotidiano del partito “Volkischer Beobachter”. Spesso in prima linea nei roghi – come a Berlino – ci sono gli studenti davanti all’entusiasta ministro della propaganda Paul Josef Goebbels. E’ una violenza che crea consenso e consenso attraverso il terrore. Accadrà lo stesso per successivi eventi pubblici come le arianizzazioni e la notte dei cristalli del 1938 quando sono infrante le vetrine di decine di migliaia di negozi ebrei in tutta la Germania. Dopo i libri tocca agli artisti e agli autori, ridotti al silenzio e costretti a emigrare, tra gli altri: Heinrich Mann, Thomas Mann premiato con il Nobel per la letteratura nel 1929  e Bertold Brecht.

E’ il delirio nazista e pangermanista della dittatura in atto che nasconde paure profonde come quella, evidente già durante l’Ottocento, di essere contaminata dagli slavi ad est e dalla Francia a ovest. Come ogni assolutismo iconoclasta, i roghi sono  una fuga dalla realtà. In questo caso l’avversione alla cultura mostrata dai nazisti maschera la preoccupazione del mantenimento del consenso. Il dominio del Partito nazista è certificato dalla costruzione di un articolato apparato di simboli. Il lavoro, ad esempio, è innalzato a elemento sacro in funzione della nazione e del popolo, ma spogliato di ogni diritto. Quanto all’accesso all’istruzione, il nazismo non manca di ribadire gerarchie razziali arrivando a negare l’accesso alla scuola per gli ebrei e a proibire la letteratura e ogni rudimento di alfabetizzazione per gli slavi nei territori occupati durante la guerra. Altrettanto noto è l’atteggiamento di uno degli uomini più potenti del Reich nazista, Hermann Göring che quando sentiva parlare di cultura, “metteva mano alla pistola”.

Il libro non è sempre portatore di conoscenza, complessità, dubbio. I roghi e l’ascesa dei fascismi (che arrivano a minacciare pure la Francia) si spiegano anche con la proliferazione di una vasta letteratura razzista e antisemita che dall’Ottocento arriva fino all’affermazione del nazismo ed è naturalmente ben conosciuta a Hitler e al suo gruppo dirigente. Nei primi anni della Repubblica di Weimar ottiene un grande successo il romanzo razzista segregazionista di Hans Grimm ambientato in Africa, Un popolo senza spazio, a riprova di quanto siano bene accolte queste tesi fra la borghesia istruita.

Ordine, segregazione, autorità diventano lo sfogo anche alla frustrazione di masse avvilite, nel giro di pochi anni, da due epocali crisi economiche. Masse abbacinate da soluzioni semplici quanto violente saranno poi complici di un più grande disegno di distruzione e di morte.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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L’Italia è il Paese con i conti correnti più cari, Bruxelles va all’attacco

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L’Italia è il Paese con i conti correnti più cari, Bruxelles va all’attacco

La Commissione Ue è stanca di aspettare che le banche trovino da sole il modo di andare incontro ai consumatori e prepara una direttiva per garantire un conto corrente base a tutti i cittadini. Richiesta anche una maggiore trasparenza e la possibilità di cambiare istituto in 15 giorni

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di | 8 maggio 2013

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L’Italia è il Paese europeo dove aprire un conto corrente costa di più (250 euro in media) e dove è meno semplice accedere alle informazioni sui costi per comparare le offerte degli istituti. Le tariffe bancarie sono infatti particolarmente opache nel nostro Paese, con tempi per cambiare banca troppo lunghi. Una situazione che ha fatto scendere in campo la Commissione europea, decisa a lanciare una nuova normativa per tagliare drasticamente i tempi e costringere gli istituti alla trasparenza sulle spese.

“Abbiamo avuto risultati deludenti dall’autoregolamentazione e quindi abbiamo deciso di intervenire”, ha spiegato il commissario al mercato interno, Michel Barnier, stanco di aspettare che le banche trovino da sole il modo per andare incontro ai consumatori. Gli ambiti d’intervento della nuova direttiva sono tre.

Prima di tutto assicurare che tutti abbiano un conto in banca e per questo la Commissione chiede agli Stati di “garantire questo diritto”, così come avviene per la carta d’identità. Le banche non avranno quindi più scuse per negare l’apertura di un conto e dovranno abbattere tutti gli ostacoli, mentre lo Stato dovrà garantire che almeno un istituto per ogni Paese dia un conto anche a chi non può permettersi di sostenere spese bancarie, riducendo i costi al massimo o concedendolo gratuitamente.

Il secondo ambito di intervento riguarda le tariffe di un conto che devono essere trasparenti: le banche avranno quindi l’obbligo di pubblicare un opuscolo con tutti i costi dei maggiori servizi e commissioni, nonché i costi di chiusura del conto, spesso introvabili. E gli Stati dovranno creare un sito web indipendente dove pubblicare tutte le tariffe delle banche in modo da rendere semplice il confronto per il consumatore.

Il terzo punto afferma infine che il cambio di banca deve essere semplice e rapido, quindi la Commissione stabilisce un massimo di 15 giorni per compiere l’operazione e chiede di garantire che tutte le domiciliazioni siano spostate automaticamente nella nuova banca, qualora un cliente decida di cambiare istituto. “Deve essere facile trasferire tutte le operazioni”, ha spiegato il commissario ai consumatori, Tonio Borg, “ad esempio il trasferimento delle domiciliazioni avviene difficilmente e scoraggia i clienti dal cambiare banca”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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