Bangladesh, donna viva sotto le macerie dopo 17 giorni, mille vittime. Camicie Benetton dalla fabbrica distrutta

https://i2.wp.com/foreignpolicyblogs.com/wp-content/uploads/IMG_0289.jpgLa foto-simbolo della tragedia di Dacca che sta facendo il giro del mondo – fonte immagine foreignpolicyblogs.com

Bangladesh, donna viva sotto le macerie dopo 17 giorni, mille vittime. Camicie Benetton dalla fabbrica distrutta

Più di mille i morti nel palazzo crollato. L’azienda italiana ammette: una piccola fornitura era stata subappaltata

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La donna estratta viva dalle macerie dopo 17 giorni dal crollo

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ROMA – Una donna è stata trovata viva sotto le macerie del palazzo crollato vicino Dacca, in Bangladesh, il 24 aprile scorso.

La superstite, Reshma, rimasta sotto le macerie per 17 giorni, è stata recuperata praticamente illesa e date le circostanze, relativamente in buone condizioni. Intanto è salito a 1.033 morti il bilancio delle vittime. Stamani i soccorritori hanno estratto una ventina di corpi dalle macerie del Rana Plaza, l’edificio di nove piani di Savar, città a 30 chilometri a sud della capitale. Sotto i resti del palazzo ci sono ancora un numero imprecisato di dispersi.

Gli scavi hanno raggiunto l’uscita del palazzo a pian terreno dove molti operai si erano ammassati dopo i primi segni di cedimento dello stabile. «Molti dei corpi recuperati negli ultimi giorni erano sotto le rampe di scale dove forse avevano cercato riparo», ha detto il generale Azmal Kabir, che guida un team di genieri impegnati nelle sgombero. Sembra che l’uscita del palazzo fosse chiusa al momento del crollo. Intanto continua il difficile riconoscimento dei corpi che sono in avanzato stato di decomposizione dopo 17 giorni. Finora sono stati seppelliti in fosse comuni oltre 150 corpi, mentre oltre 100 cadaveri sono in attesa di essere identificati attraverso l’esame del dna.

Benetton. Intanto ieri il sito americano Huffington Post ha aperto la sua home page con questo titolo: «Sangue sulle camicie. Il ceo di Benetton ammette i legami del suo gruppo con la tragedia del Rana Plaza». Nel pezzo una intervista con Biagio Chiarolanza, la prima dell’amministratore delegato del gruppo italiano da quando il palazzo di Dacca è crollato facendo strage di operai, due dei quali uniti in un ultimo abbraccio in una drammatica foto che ha fatto il giro del mondo.

Chiarolanza ha detto al sito americano che Benetton aveva acquistato tra dicembre 2012 e gennaio 2013 una partita relativamente piccola di camicie – circa 200 mila – da una società chiamata New Wave Style, che gestiva una delle fabbriche dentro il Rana Plaza. «New Wave al tempo del disastro non era una dei nostri fornitori ma uno dei nostri diretti fornitori indiani aveva subappaltato due ordini», ha detto l’amministratore delegato.

Le affermazioni del manager contrastano con quelle con cui Benetton, subito dopo il crollo, aveva negato via Twitter ogni coinvolgimento con le fabbriche presenti nel palazzo: «Nessuna delle aziende coinvolte sono fornitrici del gruppo Benetton o dei suoi brand», aveva garantito l’azienda italiana. Anche se poi cinque giorni dopo il gruppo di Ponzano Veneto, sempre via Twitter, aveva cambiato versione e ammesso che un unico ordine era stato completato e consegnato da uno dei produttori che operavano nel palazzo crollato molte settimane prima del disastro.

Una parziale marcia indietro, provocata anche dalla scoperta di etichette del marchio dei “Colori Uniti” tra le macerie dell’edificio crollato assieme a quelle del colosso svedese H&M, dell’irlandese Primark, del canadese Joe Fresh, e dell’americano Wal-Mart.

Ma l’intervista di Chiarolanza è servita anche a puntare i riflettori sul labirinto di appalti e subappalti – per Benetton oltre 700 aziende in 120 paesi – che tengono in piedi il sistema della moda a buon mercato, rendendo a volte impossibile tracciare con certezza il cammino di magliette e jeans dalla fabbrica al consumatore. «Non lasceremo il Bangladesh. Noi possiamo aiutare quel Paese a migliorare le proprie condizioni. Ma occorrono un ambiente di lavoro migliore e migliori misure di sicurezza», ha detto Chiarolanza al sito americano.

Intanto però nelle fabbriche di Dacca si continua a morire: ieri 8 persone, tra cui i direttori della fabbrica, sono bruciate nel rogo della Tung Hai Sweater.

Venerdì 10 Maggio 2013 – 09:03
Ultimo aggiornamento: 15:37
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