Archive | maggio 11, 2013

Guatemala: 80 anni per genocidio all’ ex dittatore Rios Montt / FILM: Tropa de Elite – Gli Squadroni Della Morte

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Guatemala: 80 anni per genocidio all’ ex dittatore Rios Montt

19:12 11 MAG 2013

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(AGI/EFE/REUTERS) – Citta’ del Guatemala, 11 mag. – Jose’ Efrain Rios Montt, dittatore del Guatemala fra il marzo 1982 e l’agosto 1983, e’ stato oggi riconosciuto colpevole di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanita’, e condannato di conseguenza a ottant’anni di carcere: cinquanta per la prima imputazione e trenta per le altre due. E si trattava soltanto delle accuse relative all’uccisione, nel dipartimento nord-occidentale di Quiche’, di 1.771 civili appartenenti al gruppo indigeno dei Maya Ixil, quasi una goccia nel mare rispetto agli oltre 250.000 morti accertati durante la lunga guerra civile guatemalteca, dal 1960 al 1996, di cui segno’ la fase piu’ violenta e sanguinaria proprio il periodo in cui Rios Montt fu di fatto il padrone del Paese, prima di essere rovesciato con un golpe analogo a quello con cui aveva usurpato il potere. Si tratta di un verdetto clamoroso, accolto con grida di giubilo dalle centinaia di persone, per lo piu’ vittime sopravvissute o parenti di quelle decedute, assiepate nell’aula del Tribunal Primero A de Mayor Riesgo di Citta’ del Guatemala: mai era accaduto che a un ex capo di Stato una condanna per genocidio fosse inflitta da parte della magistratura nazionale, non soltanto in Centro America o in America Latina bensi’ nel mondo intero. “Giustizia!”, e’ stato il boato esploso all’esterno una volta appreso l’esito del processo contro l’ex politico democristiano e generale a riposo.
L’interessato ha ascoltato la lettura della sentenza a volto impassibile e, quando la presidente del collegio Jazmin Barros ha annunciato che gli sarebbero stati revocati gli arresti domiciliari e che sarebbe stato trasferito in carcere, si e’ limitato ad annuire. Poi pero’ ha subito preannunciato appello, definendo il giudizio “illegale” e liquidandolo come un mero “show politico internazionale”. Assolto invece il capo dei servizi segreti dell’epoca, Jose’ Rodriguez. La dittatura di Rios Mont fu contraddistinta da una brutale e sistematica applicazione della politica della terra bruciata: assassinii, torture, stupri, esecuzioni sommarie, sparizioni, interi villaggi saccheggiati e incendiati, il tutto per impedire che semplici contadini potessero prestare aiuto ai guerriglieri di sinistra che combattevano contro le Forze Armate regolari e i paramilitari filo-governativi degli ‘squadroni della morte’.

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fonte agi.it

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la storia – Andreotti, potere e misteri/2 – Il rapporto con Sindona. E l’Ambrosoli “dimenticato”

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Andreotti, potere e misteri/2 – Il rapporto con Sindona. E l’Ambrosoli “dimenticato”

Quando nel 1972 il “Divo” diventa finalmente presidente del Consiglio, il rapporto con il fiscalista che in Sicilia aveva fatto fortuna commerciando al mercato nero con la mafia e gli alleati è già saldissimo. E dopo il crac, il nome del curatore fallimentare freddato da un killer non comparirà mai sui diari del leader Dc, neppure il giorno della sua morte. Ma non è l’unica vicenda oscura del trentennio politico 1950-1980

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di | 7 maggio 2013

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Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: ecco la seconda delle quattro puntate sulla storia e i segreti del Divo raccontati dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez. Per rileggere la prima (“gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto”) clicca qui.

LOTTA AGLI EVASORI – “E pensare che quando ero all’università l’unico 18 che presi in quel periodo fu proprio in scienza delle finanze”. Nel luglio del ’55 quando Andreotti torna al governo con Antonio Segni presidente del consiglio, cerca di buttarla sul ridere. Segni gli ha affidato il ministero delle Finanze e in Italia se ne sentono quasi subito gli effetti. Andreotti a Milano conosce i grandi imprenditori lombardi. Gli speculatori. I maghi della borsa. Il conte Marinotti, patron della Snia-Viscosa, gli presenta durante una riunione della camera di commercio Michele Sindona, un fiscalista che in Sicilia aveva fatto fortuna commerciando al mercato nero con la mafia e gli alleati. Andreotti resta colpito dalla sua “genialità”.

Rientrato a Roma il neo-ministro introduce una postilla all’articolo 17 della legge Tremelloni, voluta dal suo predecessore per tentare di limitare l’enorme evasione fiscale e le speculazioni azionarie troppo spericolate. La legge, tra le polemiche, viene così vanificata. I raiders ringraziano. Poi Andreotti esenta dalle tasse i diplomatici italiani presso la Santa Sede. I beneficiati dalla norma sono solo tre. Due di loro vantano parentele importanti. Sono i nipoti di Papa Leone XIII e di Papa Pio XII, il primo grande protettore di Andreotti.

Ma non è finita. Il ministro non si accorge nemmeno dei debiti miliardari accumulati da Giambattista Giuffré, un ex impiegato di banca di Imola, che raccoglieva risparmi promettendo interessi oscillanti tra il 70 e il 100 per cento. La Guardia di Finanza indaga, è vero. Ma Giuffré, legatissimo alle gerarchie ecclesiastiche, ha qualche santo in paradiso. I rapporti delle Fiamme Gialle, corredati dagli interrogatori in cui il banchiere si difende affermando che gli alti interessi promessi erano frutto di “un miracolo della divina provvidenza”, restano lettera morta. Tutta la faccenda rimane segreta. A portarla in parlamento ci penserà il socialdemocratico Luigi Preti, successore di Andreotti alle Finanze. Giulio è nella bufera. Verrà scagionato da una commissione d’inchiesta.

Il caso Giuffré, che Andreotti, esattamente come farà con lo scandalo Montesi, andrà a rivangare nel 1980 quando si troverà coinvolto nel secondo scandalo petroli, è comunque un’avvisaglia. E’ la bandierina che segna per il Paese l’inizio di una stagione fatta di mazzette, corruzione, e lotte sotterranee di potere. Alla base del malcostume sempre più spesso c’è la pratica della raccomandazione in cui Andreotti è un vero maestro. Quando scoppia lo scandalo delle banane (una truffa che, in barba alle gare d’asta, permetteva di assegnare ad imprese amiche la commercializzazione di questo tipo di frutta), si scopre che l’amministratore delegato dell’azienda monopoli banane è un suo raccomandato.

Andreotti non si scompone. Dalle colonne della sua rivista “Concretezza”,  dopo aver ricordato l’esempio di Enrico Di Nicola che mai ne aveva fatta una, spiega che quello dei deputati come lui è un “nobile interessamento” e una “routine pesante non priva di incomprensioni e amarezze”. “Onore a Di Nicola”, dunque, “ma onore anche a quanti servono il prossimo in un modesto contatto umano […]”.

LA DIFESA DI ANDREOTTI – Non basta. Dopo la commissione d’inchiesta sul caso Giuffré, Andreotti finisce al sotto i riflettori di una seconda commissione. E’ quella per il cosiddetto scandalo di Fiumicino, l’aeroporto di Roma costruito sui terreni acquitrinosi di proprietà della duchessa Anna Maria Torlonia, autorevole esponente di una delle più influenti famiglie dell’aristocrazia vaticana. L’area, acquistata al prezzo di 754.000 lire all’ettaro, non sembrava particolarmente indicata, ma, secondo la stampa dell’epoca, per interessamento di Andreotti, i sondaggi stratigrafici erano stati egualmente eseguiti rapidamente. Nel 1961 tre mesi prima dell’inaugurazione la pista numero uno però sprofonda. Si scopre così che la ditta cui era stata appaltata l’edificazione dell’aerostazione aveva anche costruito la sede della Dc all’Eur. E che, fatto ancor più grave, la direzione dell”Ufficio Progetti” per Fiumicino era stato affidato al colonnello Giuseppe Amici, già condannato per collaborazionismo.

Sospeso dal servizio Amici era diventato un consulente di ditte edili. Aveva, infatti, buone entrature in Vaticano. Era amico del presidente dell’Azione Cattolica, era intimo di monsignor Angelini e soprattutto era organizzatore del centro Pio XII “Per un mondo migliore”. La commissione finirà per criticare Andreotti. Giulio in qualità di ministro della Difesa aveva ordinato accertamenti sul passato del colonnello ex collaborazionista. In senato però aveva riferito “affrettatamente” i risultati delle indagini coprendo le responsabilità di Amici. Alla fine l’aeroporto costò decine di miliardi più del previsto. Indro Montanelli commenta: “Fiumicino è il classico pasticciaccio in cui è sempre destinata a sprofondare un’amministrazione tergiversante e spezzata da interessi di ogni genere, dove i funzionari non sono sicuri che la legge conti più del ministro […]”.

Durante gli anni che Andreotti trascorre alla Difesa, un ministero chiave che lo mette al riparo dagli agguati e gli attentati politici organizzati contro di lui da altre correnti democristiane, accadrà però molto di peggio. Sono gli anni delle schedature di oltre 150.000 italiani da parte del Sifar. E’ il periodo in cui il generale Giovanni De Lorenzo minaccia un golpe e un piano di deportazione degli avversari di sinistra. E’ il periodo in cui Pietro Nenni di fronte al rischio del colpo di stato accetta, a malincuore, di entrare nel secondo governo Moro. I servizi segreti lavorano a pieno ritmo. Persino su Mario Scelba, “reo” di avere un’amante. L’ex potentissimo ministro degli Interni, infatti, per usare le parole del suo biografo, Corrado Pizzinelli, “è fuori dubbio che tra il ‘63 e il ’65 fosse minacciato da un ricatto”.

Pizzinelli racconta: “Una mattina qualcuno ha telefonato a casa di Scelba chiedendogli se poteva ricevere al più presto due ufficiali dell’Arma. I due […] riferiscono di aver ricevuto l’ordine di condurre indagini su di lui… Nel pomeriggio Scelba, in Transatlantico, vede Andreotti e, davanti a testimoni, gli chiede se è vero che sta facendo un’inchiesta su di lui. Il ministro della Difesa nega[…] Scelba se ne va credendo più ai colonnelli che a lui”. Fatto sta che Scelba, il quale aveva deciso di schierare i suoi centristi contro il governo di centro-sinistra presieduto da Aldo Moro, cambia improvvisamente idea. Prima, il 13 settembre, annuncia in parlamento che lui e i suoi non daranno a Moro la fiducia.  Poi, il giorno dopo, legge un duro attacco dell’Osservatore Romano. E si riunisce con la sua corrente. Si sente Scelba gridare: “Il signor Papa, il signor Papa non può usare questi termini e coartare la nostra coscienza”. Tutti urlano. Protestano. Ma alla fine decidono di obbedire. Il voto arriva.

Andreotti, che pure era il responsabile politico dei servizi, dichiarerà sempre di non aver saputo nulla dell’attività di De Lorenzo e del Sifar. Pietro Nenni nei suoi diari si chiede: “E allora, a chi faceva capo il Servizio?”.

In quel periodo Andreotti, come gli americani e il Vaticano, è ormai approdato su posizioni favorevoli al centro-sinistra. Il progetto politico è quello di staccare sempre più il Psi dal Pci. I tempi, rispetto al comizio di Arcinazzo, sono insomma cambiati. Anche il ministero della Difesa può ormai essere abbandonato. Nel gennaio del ’66, Giulio trasloca all’Industria. Le cronache dell’epoca raccontano che per trasportare nei nuovi uffici il suo archivio vengono utilizzati sei camion militari.

ANDREOTTI, IL PRESIDENTE – Nel 1972 Giulio Andreotti riesce finalmente a diventare presidente del Consiglio, prima con un monocolore Dc che non ottiene la fiducia delle Camere e poi, dopo le elezioni, con il tripartito Dc-Psdi-Pli. Ma, l’esperienza, almeno dal punto di vista giudiziario, non sarà delle migliori. La pratica del sottogorverno fa aumentare gli scandali e le ruberie in maniera esponenziale.

Un coraggioso vice-direttore generale del Tesoro, Amos Carletti, sventa una truffa da 50 miliardi e spiega come grazie a pratiche irregolari sponsorizzate dalla classe politica un gruppo d’importanti imprese avesse cercato di farsi rimborsare falsi danni di guerra. Tra chi sollecitava i pagamenti, come dimostrerà una lettera sequestrata nel corso delle indagini, c’era anche il neopresidente del Consiglio.

I rapporti tra Andreotti, il resto della classe politica e le imprese diventano sempre più incestuosi. Tra il ’66 e il ’73 la maggioranza approva una lunga serie di provvedimenti a favore dei petrolieri. E questi allungano, in cambio, tangenti a piene mani. Nel giro di sei anni almeno 13 miliardi finiscono al sistema dei partiti. Tra i leader beneficiati c’è anche Andreotti, il cui nome in codice (Andersen), sarà ritrovato in alcuni appunti sequestrati nel corso dell’indagine. La vicenda però non avrà seguito. Così come sarà archiviata dall’inquirente una denuncia per interesse privato in atti d’ufficio presentata contro di lui dai magistrati di Torino in occasione del secondo scandalo petroli.

LO SCANDALO PETROLI NUMERO DUE – Nel 1974, il generale Raffaele Giudice é scelto dal Governo come comandante della Guardia di Finanza. Nel corso degli anni successivi Giudice, che aveva un figlio al vertice di una raffineria di petrolio a Civitavecchia, renderà di fatto impossibile ogni indagine su un vastissimo contrabbando di combustibili che causò evasioni fiscali per 2000 miliardi.

Per sponsorizzare la sua nomina una cordata di importanti petrolieri aveva organizzato una colletta. Nel luglio del ‘74 centocinquanta milioni erano arrivati alla segreteria politica del Psdi che allora, attraverso Mario Tanassi, controllava il ministero delle Finanze. Quattrocentocinquanta milioni erano invece andati nel ‘73 a Dc e Psi.  Andreotti, allora, era di nuovo ministro della Difesa. E in quelle vesti aveva concordato con il responsabile delle Finanze la nomina di Giudice.

L’ex allievo di De Gasperi come risulterà, dalle inchieste, riceve una serie di lettere di raccomandazione da parte del cardinale Ugo Poletti. E assieme a Tanassi si da fare per inserire il nome del generale nella terna dei candidati papabili. Giudice, non ha i titoli necessari per aspirare a qull’incarico. Durante il consiglio dei ministri, però, Salvo Lima, sottosegretario alle Finanze, e proconsole di Andreotti in Sicilia, si batte per lui come un leone. E ottiene ovviamente ragione. Immediatamente il neocomandante dichiara guerra al colonnello, Salvatore Florio, capo dello’ufficio I della Finanza, colpevole di aver condotto un’indagine sulle attività di Licio Gelli. Tra i due volano parole grosse, poi Florio muore in un incidente stradale.

Subito dopo la nomina di Giudice, Andreotti cambia di nuovo poltrona. Nel novembre del ’74 é ministro del Bilancio. Ma il suo arrivo è immediatamente salutato dalle dimissioni da membro del comitato tecnico scientifico del ministero di Paolo Sylos Labini. Lo stimato economista protesta perché Andreotti ha scelto Lima come sottosegretario anche nel suo nuovo dicastero. Sylos Labini scrive una lettera nella quale sostiene che «l’operato dell’onorevole Lima nella gestione del comune di Palermo è stato tale da attirare ripetutamente l’attenzione del giudice penale» e «da indurre la Camera ad accordare per ben quattro volte l’autorizzazione a procedere». Racconterà poi l’economista: «Prima di affrontare in modo così risoluto la questione, avevo tentato di conseguire lo stesso risultato attraverso altre vie. Avevo chiesto a Nino Andreatta di fare intervenire l’onorevole Aldo Moro. Andreatta, dopo qualche giorno, mi disse che aveva posto il problema a Moro e che questi aveva confessato la propria impotenza commentando che Lima “era troppo forte e pericoloso”».

Il caso Giudice-Lima, complice l’inquirente, si risolve in una bolla di sapone. In quel periodo, del resto, per una certa politica era assolutamente normale favorire l’imprenditoria privata ricevendo in cambio tangenti e finanziamenti illeciti. Lo dimostra la vicenda dei fratelli Caltagirone (Gaetano, Francesco e Camillo), i tre palazzinari romani che nel 1975 ottengono prestiti dall’Itlacasse per 209 miliardi di lire.

Intimi di Andreotti e elemosinieri della sua corrente, i Caltagirone, il 4 giugno del ‘77 festeggiano la nomina di loro fratello Gaetano a Cavaliere della Repubblica con un ricevimento cui vengono invitati oltre all’amico Andreotti, Franco Evangelisti, il ministro del lavoro Vincenzo Scotti, quello del tesoro Gaetano Stammati e ovviamente il comandante della Guardia di Finanza, Raffaele Giudice. A quell’epoca Gaetano Caltagirone dichiara 68 milioni di reddito e tra case all’estero, barche e casinò conduce una dispendiosissima vita da nababbo.

Le sue aziende sono però in crisi. E Gaetano non è quindi in grado di onorare gli impegni. La situazione viene più volte segnalata dall’agenzia Op del giornalista Mino Pecorelli, che attacca frontalmente Andreotti e l’Italcasse, noto feudo democristiano. Pecorelli è un caterpillar. Si prepara a pubblicare le fotocopie di una serie di assegni a suo dire “consegnati brevi manu” direttamente al presidente del Consiglio, Evangelisti lo blocca dandogli 30 milioni ricevuti proprio da Caltagirone. Poi candidamente racconta, in un’intervista, che dai Caltagirone arrivavano soldi a palate. Gaetano chiedeva “a Fra’ che te serve” e apriva i cordoni della borsa.

LE BOBINE TAGLIATE – Quando, il 12 marzo del ’74, Giulio Andreotti ridiventa, dopo otto anni, ministro della Difesa, il generale Gian Adelio Maletti, capo dell’ufficio “D” del Sid sta lavorando ormai da un anno su tutti tentativi eversivi ( a partire dal golpe Borghese) avvenuti tra il 1970 e il 1974. Andreotti lo incoraggia ad andare avanti. A fine giugno Maletti gli consegna un rapporto di 56 pagine. In ottobre il ministro riferisce al Parlamento gli esiti dell’inchiesta. E spiega che le conclusioni sono state inviate alla magistratura. La sua immagine di ne esce ovviamente rafforzata. Mino Pecorelli però prende di nuovo ad attaccarlo. Parla di “malloppo” e di “malloppino” lasciando chiaramente intendere che il rapporto di Maletti era stato alleggerito.

Non aveva torto. Almeno a sentire le dichiarazioni rese anni dopo alla magistratura milanese dal capitano del Sid Antonio Labruna, l’ufficiale che, nel corso dell’inchiesta di Maletti, aveva registrato una serie di conversazioni con i più stretti collaboratori di Valerio Borghese. Secondo l’agente segreto nel tentato golpe Borghese, oltre alla mafia, era coinvolto anche Licio Gelli, numero uno della Loggia P2, in quel periodo in grande espansione. E tra gli aspiranti golpisti compariva anche uno stretto collaboratore di Andreotti: un altro piduista, l’avvocato Franco De Jorio, direttore del settimanale “Politica e strategia”.

Fatto sta che il nome di Gelli e degli altri complici, tutti alti ufficiali dei carabinieri, dell’esercito e della marina, più molti professionisti e magistrati militari, scompaiono dai nastri. Nel corso di una riunione tenuta nel proprio studio, a fine luglio del ‘74, é Andreotti in persona a stabilire che cosa tagliare discutendone con il comandante generale dell’Arma, Enzo Mino, col capo del Sid, l’ammiraglio Mario Casardi. L’ex allievo di De Gasperi copre dunque la P2 e i suoi adepti. Ma il Paese se ne renderà conto solo qualche anno dopo in occasione del crac di Michele Sindona.

SINDONA, LA MAFIA E I FRATELLI DI LOGGIA – “Povero Sindona avvelenato con un caffè..” sospira un falso Amintore Fanfani dall’angolo destro di una vignetta di Alfredo Chiappori. Da quello sinistro un’altrettanto falso Andreotti lo guarda e considera: “più lo mandava giù e più si tirava su”. Era il 20 marzo del 1986 e il finanziere di Patti, il grande elemosiniere della Dc (2 miliardi come sovvenzione al referendum contro il divorzio più 15 milioni al mese di bustarelle) era appena morto suicida (così ha stabilito la magistratura) nel carcere di Voghera.  Il vero Andreotti poteva tirare un sospiro di sollievo. Tra tutti gli esponenti Dc, era, infatti, lui quello che aveva avuto i rapporti più intensi con il bancarottiere.

Sindona protagonista prima di una travolgente ascesa nel mondo della finanza internazionale e poi di un’altrettanto repentina cauta, aveva tentato di salvarsi rivolgendosi contemporaneamente ai confratelli della P2, alla mafia e alla Democrazia Cristiana. Ma non ci era riuscito.

 A costo della propria vita gli si era opposto Giorgio Ambrosoli, il curatore fallimentare dei suoi istituti di credito italiani, che, solo nella lotta, aveva trovato ad appoggiarlo un coraggioso vice direttore generale della Banca d’Italia: Marco Sarcinelli. Sindona negli anni ’50 si era impiantato a Milano in via Turati conquistandosi una buona fama di fiscalista. Tra i suoi clienti, accanto ai maggiori industriali lombardi c’era più di un uomo d’onore. Nel ‘57 Cosa Nostra lo aveva scelto come consulente. Stessa cosa avrebbe fatto dopo qualche anno il Vaticano dove era stato introdotto da Massimo Spada, il responsabile dell’Istituto di Opere Religiose, la banca del Papa.

Proprio per questo i rapporti tra Sindona e Andreotti saranno particolarmente buoni. Nel ‘73, 12 mesi prima che venga spiccato dai giudici di Milano un mandato di cattura nei suoi confronti per bancarotta fraudolenta, Sindona invita Andreotti a un pranzo di gala organizzato a New York al Woldorf Astoria.  L’ex ambasciatore d’Italia a Washington Egidio Ortona, consiglia al politico democristiano di non andare, facendogli capire, sia pure con parole prudenti e misurate, che Sindona è un delinquente.  Andreotti risponde che il suo è un viaggio da libero cittadino, e che farà quello che vuole. Entra così al Woldorf Astoria dove, tra il pubblico, come testimonieranno i presenti, c’è il gotha della mafia italoamericana. Davanti a loro Andreotti celebra Sindona come “il salvatore della lira”.  Il banchiere lusingato ricambia finanziando la campagna referendaria Dc contro il divorzio.

Sindona, in quei mesi, è ancora sicuro di sé. Crede davvero di potersi tirare fuori dai guai. Ma gli andrà male. Il ministro del Tesoro Ugo La Malfa nega la propria autorizzazione all’aumento di capitale della Finambro, una delle società di Sindona. E’ il crac.

Inseguito dalla magistratura italiana il bancarottiere si rifugia negli Usa. Qui, prima elabora un piano di salvataggio che, se approvato, verrebbe a costare al contribuente 257 miliardi dell’epoca, poi inizia a ricattare la Dc.

Nel 1976, quando Andreotti diventa nuovamente presidente del consiglio, Sindona è dunque un latitante a tutti gli effetti. Ma è tranquillo, perché, come racconterà il massone italo-americano Philip Guarino, amico di Licio Gelli, a uno degli avvocati del bancarottiere, il primo ministro “aveva assicurato il suo completo interessamento” per evitare l’estradizione.

In settembre Sindona scrive ad Andreotti una lettera. Lo ringrazia “dei rinnovati sentimenti di stima che ha recentemente manifestato a comuni amici” e gli illustra la sua strategia partendo dalle “pressioni sull’apparato giudiziario e amministrativo”. Sindona vuole la “revoca della liquidazione” delle sue banche. E, con gentilezza, butta lì un primo avvertimento: “Farò presente con le opportune documentazioni che sono stato messo in questa situazione per volontà di persone e di gruppi politici a Lei noti che mi hanno combattuto perché sapevano che combattendo me, avrebbero danneggiato altri gruppi cui io avevo dato appoggi con tangibili e ufficiali interventi”.

Il 5 ottobre dello stesso anno Andreotti parte per un viaggio di tre giorni negli Usa dove, secondo quanto racconterà proprio il banchiere, incontra di nuovo il suo vecchio amico siciliano. Nei diari di Andreotti il nome di Sindona comparirà una volta sola. Sul fatto che Andreotti appoggi il piano di salvataggio ideato da Sindona non esistono però dubbi. Nel ‘78 Evangelisti, sottosegretario alla presidenza del consiglio, incontra anche lui a New York il latitante Sindona. Poi i rapporti con il bancarottiere vengono tenuti attraverso il presidente del consiglio di amministrazione del Banco di Roma, Fortunato Federici e, l’avvocato Rodolfo Guzzi, difensore del bancarottiere. Avvengono decine di riunioni.

Guzzi, agende alla mano, ricorda di aver parlato per telefono con Andreotti tre volte. Andreotti, interrogato, nega. “Forse era Noschese” dice tirando in ballo il popolare imitare di voci. Noschese, morto suicida da qualche mese, non può smentire. Andreotti in ogni caso informa dell’esistenza del piano il ministro del Tesoro, il piduista Gaetano Stammati, il quale effettua sondaggi in Banca d’Italia. Il direttore generale, Carlo Azelio Ciampi, dice che l’operazione non è possibile. Stessa risposta ottiene Evangelisti dal vice direttore Sarcinelli. Anche un altro piduista, il numero uno del banco ambrosiano, Roberto Calvi si fa portavoce del fratello di loggia Sindona, presso Andreotti. Ma nonostante tutti gli sforzi la situazione non si sblocca. Il curatore Ambrosoli e la Banca d’Italia, nella persona di Sarcinelli, sono irremovibili.

Nel ‘79, però qualcosa cambia. In marzo, a Roma, il giudice di destra Antonio Alibrandi arresta Sarcinelli “per pretestuose imputazioni” (così scrivono i magistrati milanesi) e l’11 luglio un killer della mafia uccide Ambrosoli. Sulle sue agende aveva annotato, tra l’altro: “…Andreotti è il più intelligente della Dc, ma il più pericoloso” e ancora, “Andreotti vuol chiudere la questione Sindona ad ogni costo”.

Nei diari di Andreotti, invece, Ambrosoli non verrà mai citato. Nemmeno il giorno dell’omicidio. L’assassinio in ogni modo è stato un errore. Da quel momento Sindona è davvero indifendibile.

Il banchiere organizza allora un falso sequestro. Finge di essere stato rapito da un gruppo terroristico e sbarca in Sicilia ospitato dal ghota di Cosa Nostra. Da lì tenta un ennesimo ricatto: paventa il rischio che venga resa pubblica la lista dei 500 esportatori di valuta che aggirando la legge avevano utilizzato le sue banche per portare denaro all’estero. Gli va male. I magistrati che tengono sotto controllo i telefoni dell’avvocato Guzzi svelano il trucco. E quando processeranno il banchiere per l’omicidio di Ambrosoli sosterranno a chiare lettere che quella morte non sarebbe avvenuta se Andreotti non avesse appoggiato il suo piano di salvataggio.

Il 4 ottobre del 1984 si apre in parlamento il dibattito sulle responsabilità politiche di Andreotti. L’aula è semideserta. Il Pci decide di astenersi. Giulio Andreotti, ministro degli Esteri nel governo Craxi, non è costretto a dimettersi.

(2/4 – continua)

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fonte ilfattoquotidiano.it

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LA STORIA – Andreotti, potere e misteri/1. Gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto

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Andreotti, potere e misteri/1. Gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto

Ai tempi di Pio XII era definito “il soldato del papa”. Poi l’incontro con De Gasperi che gli chiede: “Ma lei non ha di meglio da fare?”. E in pochi anni lo vuole come braccio destro nel governo. La prima base elettorale in Ciociaria, lo scandalo Wilma Montesi usato per tagliar fuori gli avversari. Poi la prima corrente nella Dc: “Primavera”. E l’accordo (pesante) con il fanfaniano Salvo Lima

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di | 6 maggio 2013

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Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: la storia e i segreti del Divo raccontati in quattro puntate dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez

Nato a Roma sotto il segno del Capricorno, il 14 gennaio del 1919, al terzo piano di via dei Prefetti 18, a un passo dalla Camera dei Deputati, Giulio Andreotti inizia in salita. Il padre, maestro elementare, muore di pleurite quando Giulio ha due anni lasciando senza redditi e pensione la famiglia. Elementari alla “Gianturco”, liceo al Tasso dove studiano anche i figli del duce, Andreotti da ragazzo si mantiene lavorando come claqueur nei teatri romani. Deciso a diventare medico s’iscrive invece a giurisprudenza e si laurea con una tesi sulla “Personalità del delinquente nel diritto della Chiesa”.

«Non scrivo la storia, mi accontento della cronaca», è una delle sue frasi più citate. Ma la sua vita, sempre sospesa tra la cronaca politica e quella giudiziaria, rappresenta il pezzo più ingombrante degli ultimi 70 anni di storia italiana.

E’ stato per sette volte presidente del Consiglio. Per trentatré volte ministro. Ha retto per anni dicasteri importanti come quelli delle Finanze, della Difesa, degli Esteri, del Bilancio e del Tesoro. Tra il 1969 e l’84 ha visto il suo nome finire per 26 volte davanti alla commissione inquirente. Ma tutte le denunce sono state archiviate. Poi è stato processato. Per mafia a Palermo. Per omicidio a Perugia. Dall’accusa di omicidio l’hanno prima assolto, poi condannato e infine ancora assolto. Da quella di mafia l’hanno in parte assolto e in parte prescritto, ma solo uno degli oltre 35 collaboratori di giustizia che lo accusavano è stato indagato per calunnia.

Non è un caso. Come non è un caso che i giudici siciliani nella loro sentenze abbiano utilizzato il secondo comma dell’articolo 530, una norma che, secondo gli esperti di diritto, equivale alla vecchia insufficienza di prove. Nel 1989 aveva detto: “Chi non vuole far sapere una cosa, in fondo non deve confidarla neanche a se stesso”. La sua biografia dimostra come questa sia stata l’unica legge che ha sempre rispettato.

IL SOLDATO DEL PAPA – L’Andreotti politico muove i primi passi subito dopo il liceo. Appena diciottenne entra a far parte della Fuci, la federazione degli universitari dell’azione cattolica. Qui trova come guida un giovane monsignore: Giovan Battista Montini, poi salito al Soglio pontificio con il nome di Papa Paolo VI. La Fuci, tollerata a fatica dal regime, era allora il centro dell’antifascismo culturale appoggiato dalla chiesa. Nel 1938, durante un convegno tenuto da Giorgio La Pira, Andreotti vede Adriano Ossicini prendere la parola per sostenere che compito del cristiano “é quello di combattere il fascismo con tutte le forze concrete”. Giulio, seduto in prima fila, rimane sbalordito e a fine intervento lo avvicina chiedendo: “Vorrei capire bene che cosa hai detto”.

I due diventano amici. Cominciano a discutere sulla conciliabilità di marxismo e cristianesimo, a scriversi e a giocare a ping-pong: interminabili tornei cui partecipavano oltre a Ossicini, futuro capogruppo degli indipendenti di sinistra, Luciano Barca, futuro responsabile economico del Pci, e Franco Rodano, l’uomo che più di ogni altro spingerà Enrico Berlinguer verso il compromesso storico. Qualche mese dopo l’incontro con Ossicini, Andreotti conosce anche Alcide De Gasperi, perseguitato dai fascisti e ospitato dal Vaticano per evitargli il carcere. Non é un colpo di fulmine, ma poco ci manca. Giulio entra nella biblioteca della Santa Sede alla caccia di volumi che gli dovevano servire per una tesina sulla marina pontificia. Il bibliotecario, un uomo di mezza età dalla faccia ossuta, lo guarda storto e gli chiede: “Ma lei non ha di meglio da fare?”. Era De Gasperi.

Sarà lui ad offrire a Andreotti la possibilità di collaborare con il “Popolo”, il giornale clandestino che sarebbe poi diventato l’organo ufficiale della Dc. Così nel 1940 Andreotti si trova catapultato alla testa della Fuci, diventandone però ufficialmente presidente solo nel febbraio del ‘42. Prende il posto di Aldo Moro che, più vecchio di tre anni, deve partire militare. Andreotti invece non va in guerra. Per insufficienza toracica è assegnato ai servizi sedentari e poi riesce a farsi trasferire in Vaticano come “guardia palatina”. In pratica è un soldato di Pio XII.

Con Moro sotto le armi, Andreotti ha il campo libero.  Papa Eugenio Pacelli apprezza la sua pacatezza. Giulio può andare da lui senza appuntamento e restare nel suo studio per ore. Pio XII lo utilizza come un occhio sul mondo cattolico e gli chiede notizie sui ragazzacci della sinistra cristiana che intrattenevano segretamente rapporti con i pericolosi comunisti.

Adesso per loro in Vaticano tira una gran brutta aria. Andreotti fin che può cerca di proteggerli, poi li abbandona al loro destino. Ormai ha quasi 25 anni. De Gasperi per coptazione gli affida incarichi sempre più importanti.  Prima lo mette al vertice dei “Gruppi di studio e propaganda della Dc”, poi lo fa nominare delegato al congresso nazionale della democrazia cristiana. Accanto a sé adesso Giulio ha un nuovo amico, Franco Evangelisti, destinato a diventare il suo braccio destro.

IL DOMENICANO VENUTO DA WASHINGTON – In Italia tutto sta cambiando. Il fascismo é sconfitto. Gli alleati sono sbarcati nella penisola. Sul finire della guerra l’Oss, l’antenata della Cia, aveva preso a finanziare segretamente, in funzione antifascista e anticomunista, la neonata Dc. Dopo i primi contatti con don Luigi Sturzo, l’ex leader dei popolari, un agente segreto americano aveva aperto un canale anche con De Gasperi. Con i fondi di Washington s’inaugura così a Roma il centro universitario Pro Deo, la cui direzione è affidata a un domenicano. Si chiama padre Felix. A. Morlion. Si devono a lui i rapporti sulla situazione italiana che a partire dal ’44 arrivano a Washington. Morlion é, di fatto, una spia. E come scriverà lui stesso accanto a sé “ad assisterlo nella pubblicità c’é un giovane mandatogli da De Gasperi di nome Giulio Andreotti”. Da quel momento gli americani cominceranno ad inviare fondi allo scudocrociato. Nel corso degli anni, secondo il Congresso Usa, arriveranno in Italia circa 100 milioni di dollari.

Sempre i servizi segreti americani, come é pacificamente documentato dai dispacci dell’Oss, per risolvere la questione del fronte sud e riuscire finalmente a sbarcare in Italia, avevano preso accordi con Cosa Nostra. Nel ‘42 avevano trattano con Lucky Luciano organizzando uno sbarco di agenti prima e di truppe alleate poi nella Sicilia occupata dai nazisti. I primi mafiosi e i primi 007 arriveranno nell’isola nel gennaio e nel febbraio del ‘43. Dopo la liberazione gli amministratori locali legati al vecchio regime saranno sostituiti da uomini d’onore. A guerra finita molti di loro diventeranno democristiani e formeranno la base elettorale dei Dc seguaci di Bernardo Mattarella. La vicenda è fondamentale per comprendere i fenomeni successivi rappresentati da Vito Ciancimino e Salvo Lima (pupillo proprio di Mattarella).

Nell’aprile del ‘45 gli anglo-americani dilagano nell’Italia settentrionale. E in maggio, con l’aiuto delle brigate partigiane, costringono i tedeschi a capitolare. L’Italia é finalmente libera. Il 2 giugno del 1946 Andreotti viene eletto deputato all’assemblea costituente. Un anno prima si era sposato con Livia Danese, figlia di un funzionario delle ferrovie. I rapporti con De Gasperi, presidente del consiglio dal ‘45 al ‘53, e gli americani sono sempre più intensi. Tanto che quando il 10 giugno del ‘47 De Gasperi, dopo un viaggio negli Usa, pone fine al periodo dei governi di “Unità antifascista”, Giulio Andreotti diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il suo grande sponsor, l’uomo che spinge per la nomina è Giovan Battista Montini. Andreotti ha 28 anni. Ricoprirà l’incarico fino al gennaio del 1954.

Per conto di De Gasperi Andreotti svolge missioni delicate. Quando nel ‘48 il governo italiano si trova tra le mani il documento costitutivo del Cominform, l’ufficio d’informazione creato un anno prima dai paesi del blocco sovietico, Andreotti va a Parigi e consegna il carteggio al governo francese perché lo faccia pubblicare. Il rapporto sul Cominform provoca sdegno in Italia e assieme all’emozione causata dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia contribuisce alla vittoria della Dc nelle elezioni del successivo 18 aprile.

ARCHIVI E MINI-ASSEGNI – Il giovane Andreotti, insomma, comincia da subito a imparare l’importanza degli archivi, dei servizi segreti e della stampa. De Gasperi gli affida in custodia l’elenco segreto degli intellettuali italiani che erano stati, finanziati dal Miniculpop, il ministero della cultura popolare fascista. Le potenzialità ricattatorie di quei documenti sono evidenti.

Ma non basta. Andreotti, con l’ormai inseparabile Evangelisti, si occupa anche di propaganda elettorale. E’ un mago della politica clientelare a tutti i livelli letta, a suo dire, con l’ottica della carità cristiana. E’ lui per esempio a decidere a chi intestare buona parte delle migliaia di assegni da 2000 lire inviati come sussidio dalla presidenza del Consiglio nei primi anni della Repubblica a famiglie di elettori bisognosi. E sarà lui ad organizzare periodicamente ricevimenti per dipendenti pubblici sulla via della pensione che potranno tornare a casa vantandosi di essere stati “invitati da Andreotti”.

Nasce così in Ciociaria la sua prima base elettorale. A Frosinone, la fabbrica di materassi Permaflex apre una propria succursale. La dirigerà, a partire da metà degli anni ’50 un ex fascista, il futuro capo della P2 Licio Gelli. La Permaflex gode dei finanziamenti della Cassa per il mezzogiorno. Sul finire degli anni ’60, Gelli consegnerà ai servizi segreti un appunto nel quale sostiene che fu Andreotti ad attivarsi per far arrivare i fondi pubblici alla sua impresa. Gelli, secondo il documento, si sarebbe sdebitato allungando al politico, tra il ‘56 e il ’60, mazzette per 20 milioni. Nel ’58 a Frosinone, Gelli diventerà amico anche di Giuseppe Ciarrapico, destinato a essere, negli anni 80 e 90, il più andreottiano di tutti gli imprenditori andreottiani. Nel 1983, la commissione inquirente, archivierà una denuncia presentata contro Andreotti per aver favorito la Permaflex in una gara per la fornitura di 40.000 materassi alla Nato.

Fedele alla chiesa e agli americani Andreotti negli anni ’50 guarda a destra per allargare l’elettorato. Mentre in parlamento e sui giornali infuria la polemica sulla legge truffa (un premio di maggioranza del 15 per cento dei seggi che doveva essere garantito al partito che superasse il 50 per cento dei consensi), Andreotti tiene un comizio ad Arcinazzo in Ciociaria dove, equipaggiate di cestini merenda forniti dall’organizzazione, accorrono 5000 persone. Tra di loro c’é anche l’ex maresciallo d’Italia, il repubblichino  Rodolfo Graziani. Il maresciallo, che proprio ad Arcinazzo qualche mese prima aveva organizzato un campo di simpatizzanti missini (definito “paramilitare” dalla stampa), davanti ad Andreotti, dice “se qualcosa abbiamo ottenuto in questa valle, l’abbiamo avuto da quando De Gasperi é al governo”. I due al termine del discorso si abbracciano. Scoppia lo scandalo.

Giulio é dunque un conservatore. E non solo in politica, dove si colloca decisamente più a destra di De Gasperi. Anche nel mondo della cultura. Nelle sue vesti di sottosegretario presidenza del Consiglio con delega alla Spettacolo e allo Sport, non si limita a ricostruire il cinema italiano, ma tenta anche di condizionarlo. Nel ‘52 manda una lettera a Vittorio De Sica in cui critica il pessimismo di “Umberto D”, la storia di un orfano, e gli chiede di far brillare “un raggio di sole in più”. Secondo i giornali ad Andreotti non piace il neorealismo perché “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Lui, come spesso é accaduto, negherà di aver pronunciato la frase.

SCANDALI E RICATTI – La sua abilità, i suoi contatti, la sua capacità di raccogliere decine di miglia di preferenze, la sua giovane età, gli attirano addosso odi e malumori. Anche nel suo partito molti lo vorrebbero fare fuori. L’occasione sembra arrivare nel ‘53, quando con De Gasperi malato, nella Dc si scatena la guerra per la successione. In pole position c’é l’ex segretario della Dc Attilio Piccioni, vice-presidente del Consiglio in carica. L’11 aprile del ’53, però, sulla spiaggia di Torvaianica viene trovata morta – senza né calze, né reggicalze – una ragazza poco più che ventenne: Wilma Montesi. Inizialmente si parla di disgrazia. Poi salta fuori una storia oscura, fatta di festini e cocaina, che sembra coinvolgere direttamente un figlio del vice-primo ministro. Emergono una serie di coperture politiche democristiane attivate per soffocare lo scandalo. Piccioni esce di scena distrutto.

Ancor oggi non é chiaro chi abbia manovrato l’intera vicenda. Tutti gli storici sono comunque concordi nell’asserire che l’affaire fu utilizzato da correnti interne alla Dc per evitare che Piccioni succedesse a De Gasperi. Molti puntano il dito su Amintore Fanfani. Andreotti dal canto suo ha dimostrato di sapere benissimo come andarono realmente le cose. E nel  marzo del ‘74, quando si vedrà minacciato dal primo scandalo dei petroli, dirà in un’intervista all’amico giornalista Lino Jannuzzi: “Se veramente ci fosse qualcuno che mi vuole tirare dentro  […] ha sbagliato i suoi calcoli. Proprio in questo periodo stavo cercando di ricostruire come nacque veramente l’affare Montesi, e chi lo manovrò”. L’abitudine di andare a rivangare il passato e di minacciare, quando attaccato, rivelazioni clamorose sarà una costante della sua vita. All’epoca dello scandalo Montesi risale anche il primo grande mistero della storia della Repubblica.

E’, infatti, il 1954 quando Fanfani diventato presidente del consiglio, nomina Andreotti ministro degli Interni in un governo destinato a durare, proprio a causa della vicenda Montesi, solo 23 giorni. Il 9 febbraio, 24 ore prima, che Fanfani rassegnasse le dimissioni Gaspare Pisciotta, l’assassino del bandito Salvatore Giuliano, viene ucciso in carcere da un caffè avvelenato. Con sé Pisciotta porta tutti i suoi segreti. Durante un processo aveva ammesso di aver ucciso Giuliano (smentendo così la versione ufficiale che voleva il bandito morto in un conflitto a fuoco con i carabinieri), e aveva sostenuto di aver contrattato l’uccisione direttamente con il ministro siciliano degli Interni, Mario Scelba. La Dc, infatti, secondo Pisciotta, voleva morto il bandito perché Bernardo Mattarella e i deputati monarchici Alliata e Leone di Marchesano, lo avevano coperto ed erano stati mandanti di una serie di delitti politici da lui commessi.

Dopo la morte di Pisciotta sarà proprio Scelba ad andare al governo tenendo per sé ad interim anche la carica di ministro degli Interni.  Il giovane Andreotti invece resta fuori. In giugno parte per gli Stati Uniti  e al ritorno fonda una corrente tutta sua. Si chiama “Primavera”. E’ collocata su posizioni di destra, ma ha seguito solo nel Lazio e nel mondo del Vaticano. Gli andreottiani, infatti, saranno,  per anni destinati ad essere una forza minoritaria della Dc, finché nel ’69 non viene stretto un accordo con il fanfaniano Salvo Lima, ex sindaco di Palermo, figlio di un uomo d’onore e citato 149 volte nelle conclusioni della commissione antimafia. Nel 1956 Carlo Alberto Dalla Chiesa, ancora colonnello,  aveva parlato per la prima volta di lui in un’intervista a Giorgio Bocca “La mafia non c’è”, aveva detto con amara ironia, “Ci sono solo delle strane combinazioni. Per esempio c’è un tale Salvatore Lima. Lo hanno votato in massa tutti i dipendenti dell’azienda tranviaria diretta da un amico di Vassallo. Non conosce Vassallo? Faceva il carrettiere, poi ha costruito mezza Palermo”.

(1/4 – continua)

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Epifani è il nuovo segretario del Pd: “Ricostruire il rapporto con il Paese”. Letta: “Buona notizia per il governo”

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Epifani è il nuovo segretario del Pd:
“Ricostruire il rapporto con il Paese”
Letta: “Buona notizia per il governo”

L’ex Cgil eletto con l’85% dei voti. Renzi: “Io pronto a dare una mano”

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Roma

Guglielmo Epifani è il nuovo segretario del Pd. Il tanto temuto terremoto non c’è stato, ma l’ex leader della Cgil ha rilevato il timone del partito da Pier Luigi Bersani con 458 voti dell’assemblea, meno della metà dei delegati ufficiali, segno che le lacerazioni delle ultime settimane sono tutt’altro che superate e che al momento nel Pd vige una tregua armata.

Se si arriverà a una vera pacificazione si vedrà da qui al congresso e molto dipenderà da quella «collegialità e condivisione» che è nel mandato di Epifani. Di certo, dalla giornata di oggi esce rafforzato l’esecutivo e non è un caso che nel suo intervento alla Nuova Fiera di Roma il premier Enrico Letta abbia definito la scelta dell’ex sindacalista «una buona notizia per il governo».

«Non ho cercato questo incarico, ma non potevo sottrarmi», ha premesso Epifani. «Stiamo correndo il rischio di toccare il fondo», ha ammonito, «dobbiamo reagire. Va ricostruito il tessuto del partito per dare forza al governo» a «il rapporto con il Paese». E proprio sull’esecutivo ha a lungo insitito. «Il governo sa di poter contare lealmente sul Pd. Mettiamoci la faccia. Ma il tempo delle risposte deve arrivare presto». Dal canto suo, Letta ha tracciato di nuovo davanti a quello che più che mai è il suo partito, il programma di governo. «Sono a qui a dire quanto senta sulle mie spalle l’eccezionalità di questa situazione, in un governo che non è quello per cui ho lottato. Ho lottato per un altro governo, non è il mio governo ideale, non è nemmeno il mio presidente del Consiglio ideale?», ha scherzato. Da Sarteano, ha annunciato, uscirà il programma delle riforme della politica, compresa l’abolizione dei finanziamenti pubblici ai partiti. E ha promesso che il lavoro, quello dei giovani in particolare, sarà la sua priorità. Le parole rassicuranti del premier non hanno certo spazzato via i malumori e i dubbi sul governo con il Pdl. Matteo Renzi si affida al pragmatismo: «Se lo subiamo regaliamo un rigore a Berlusconi», ha chiarito.

Tormentati invece gli interventi di Rosy Bindi e della prodiana Sandra Zampa, così come di Laura Puppato e di Pippo Civati. E l’insofferenza è scoppiata sulla manifestazione del Pdl a Brescia, con Stefano Fassina che con Bindi ha stigmatizzato la presenza del vicepremier Angelino Alfano. Ma oggi il Pd ha guardato soprattutto al proprio futuro. «Serve un nuovo inizio del Pd», ha ammonito Bersani nel suo ultimo discorso da segretario, «e unire un partito senza padroni è responsabilità di tutti». In quel «tutti» si gioca il destino del Pd e della segreteria Epifani. Sulla carta la sua nomina è pro tempore, ma oggi nessuno scommette che l’ex leader della Cgil non si ricandiderà a ottobre. Lui non ha fatto nessun accenno alla questione e anche Letta l’ha chiamato «segretario senza altri aggettivi». Certo in tanti hanno chiesto garanzie di collegialità e imparzialità, e sono stati i prodiani e l’area non trascurabile dell’astensionismo: le schede nulle sono state 59 e le bianche 76. Non hanno votato i prodiani. E non ha votato Civati: «Mi sono astenuto, ma spero che sia l’ultima scheda bianca, ho dovuto troppe volte optare per l’astensione», ha detto.

Da questa sera Epifani sarà al lavoro per organizzare la macchina del partito e quella del congresso. L’ipotesi più accreditata è che l’ex leader della Cgil si circondi di una squadra snella e rinnovata, a chiederlo sono soprattutto i giovani turchi, con un nuovo responsabile dell’Organizzazione, degli Enti locali e un nuovo coordinatore della segreteria. Dallo staff di Matteo Renzi hanno smentito che vi sia già un’intesa, ma si fa con insistenza il nome di Luca Lotti per l’organizzazione. Potrebbe entrare in segreteria, secondo diverse fonti, anche il portavoce di Bersani, Stefano Di Traglia. Sono in molti a dare a chiedere una gestione in qualche modo unitaria, con rappresentanti delle varie anime, in un partito eternamente dilaniato tra richieste di collegialità da una parte e duri attacchi al correntismo dall’altro. Poi si dovrà istituire la commissione congresso, fissato genericamente entro la fine di ottobre. Di questo si occuperà probabilmente una direzione da convocare entro la settimana.

In ballo c’è anche la modifica dello statuto per separare il segretario dal candidato premier. Il tema non è stato neppure accennato, ma potrebbe essere dirimente per il futuro del Pd. Con Letta a palazzo Chigi, per esempio, Matteo Renzi potrebbe trovarsi all’angolo se continuasse a insistere nel non volersi candidare alla segreteria. Oggi il sindaco di Firenze ha confermato la sua linea. «Darò una mano da semplice militante», ha assicurato.

Per oggi il partito si stringe, e in qualche caso si aggrappa, a Epifani pronto però a quello scontro di linee che finora è mancato. «You’ll never walk alone» (Non camminerai mai da solo), ha detto Letta a Epifani prendendo a prestito lo slogan del Liverpool. Mai? Di certo fino al congresso, dopo chissà. «È una legge della politica che, si vince assieme e si perde da soli», è stato l’amaro lascito di Bersani.

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fonte lastampa.it

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GITA ANDATA A MALE – Manifestazione Pdl Brescia, Berlusconi contestato: “Vergogna, buffone, mafioso”

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Manifestazione Pdl Brescia, Berlusconi contestato: “Vergogna, buffone, mafioso”

Piazza Duomo spaccata tra sostenitori e anti berlusconiani. Da una parte le urla contro il Cavaliere. Dall’altra le grida “Silvio, Silvio, Silvio” dei militanti. Lo scontro comincia ancora prima del comizio davanti all’albergo dove soggiornano i deputati del Popolo della libertà e prosegue anche al termine del discorso dell’ex premier quando rimangono a fronteggiarsi le due parti avverse che si scambiano insulti gettandosi addosso le rispettive bandiere

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di | 11 maggio 2013

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Un piazza spaccata tra contestatori e sostenitori. Da una parte le urla “vergogna!”, “buffone!”, “mafioso”. Dall’altra le grida “Silvio, Silvio, Silvio” dei militanti Pdl accorsi a sostegno di Silvio Berlusconi, sceso in piazza Duomo a Brescia per una manifestazione “contro l’uso politico della giustizia”.

Fischi e applausi che si contrappongono continuamente durante il comizio del Cavaliere. Una situazione a cui Berlusconi non è abituato, ma che ultimamente si è già trovato a fronteggiare. Come a Udine quando durante il comizio in occasione delle elezioni regionali il 18 aprile scorso, si trovò di fronte non solo ai supporter osannanti ma anche molti contestatori soprattutto appartenenti al Movimento 5 stelle.

Ora, però, i contestatori sono molto più numerosi e appartenenti a più correnti, dai centri sociali al M5s. Lo scontro comincia ancora prima che Berlusconi comincia  parlare Piazza del Duomo è piena (diverse persone affacciate a finestre e balconi, anche), ma sostanzialmente divisa a metà. Nella prima, immediatamente sotto il palco, i sostenitori del Pdl, con anche una bandiera della Lega; nella seconda i contestatori che fischiano Berlusconi durante il suo intervento, gli gridano ‘buffonè, sventolando bandiere di Sel e Azione Antifascista. Mentre davanti, simpatizzanti del suo partito chiedono con uno striscione ‘Aiuto Silvio, no comunismò, più indietro un altro cartello avverte ‘occhio gente, Silvio mentè. Per chi assiste al comizio da metà piazza in su è quasi impossibile sentire chiaramente le parole dell’ex premier.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Milano, picconate sui passanti: un morto. L’aggressore è un 31enne con precedenti

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Milano, picconate sui passanti: un morto
L’aggressore è un 31enne con precedenti

L’uomo, arrestato dai carabinieri, è originario del Ghana
Cinque aggressioni in tutto: un giovane in fin di vita

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I rilievi della scientifica sul luogo di una delle aggressioni (Ansa)I rilievi della scientifica sul luogo di una delle aggressioni (Ansa)
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È sceso in strada con un piccone e ha cominciato a brandirlo rincorrendo i passanti. Cinque persone sono state colpite. Un uomo di 40 anni è morto per le ferite riportate. È successo a Milano, nel quartiere Niguarda, tra le 5.45 e le 6.35 di sabato mattina. I feriti sono stati soccorsi e ricoverati tra il Niguarda e l’istituto clinico Città studi, dove una delle vittime è spirata nonostante le cure immediate. Ad alcune delle vittime l’aggressore avrebbe preso portafogli e telefoni cellulari.

L’AGGRESSORE – Quando è stato fermato dai carabinieri Mada Kabobo, 31 anni, aveva ancora in mano il piccone insanguinato: l’aggressore è un giovane ghanese irregolare e con precedenti. Era stato foto-segnalato nel 2011, in Puglia, e intimato all’ espulsione. Secondo indiscrezioni, successivamente sarebbe stato identificato durante un normale controllo circa un mese fa anche a Milano. I precedenti penali a suo carico sono per rapina, furto, resistenza. Appena portato in caserma era molto agitato e si rifiutava di farsi prendere le impronte. Ai carabinieri che lo interrogavano ha detto solo di avere fame prima di chiudersi di nuovo nel silenzio.

Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone     Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone     Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone     Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone     Drammatica serie di aggressioni a colpi di piccone

IL RAID – Le aggressioni iniziano alle 5.45 in via Monte Grivola. Viene colpito al braccio A.C., un giovane di 24 anni dipendente in un supermercato, appena sceso da un autobus. Il ragazzo è stato ferito leggermente ed è stato dimesso. Dopo un quarto d’ora, in via Passerini, viene ferito alla testa F.N., un operaio di 50 anni. L’uomo è ricoverato all’ospedale Niguarda in condizioni piuttosto gravi.

AL PARCO L’aggressore si sposta quindi in via Adriatico dove affronta un pernsionato di 64 anni che era a spasso con il cane. Lo colpisce in mezzo a un un vialetto di un parco giochi per bambini con violenza alla testa. Sul posto sono ancora ben visibili molte macchie di sangue.

DAVANTI AL BAR – Una nuova aggressione poco lontano, in piazza Belloveso, vicino all’ingresso di un bar gelateria che a quell’ora era aveva appena aperto. L’immigrato si è scagliato tra i tavolini e ha colpito un uomo di 40 anni, abitante nel quartiere e che era sceso al bar perchè non riusciva a dormire. I proprietari del locale, presi dal panico, hanno abbassato la saracinesca e si sono asserragliati all’interno. Quando hanno riaperto hanno trovato il corpo a terra del loro cliente colpito più volte alla testa.

LA CATTURA – Nel frattempo l’uomo giunge in via Monte Rotondo dove ha colpito con estrema violenza alla testa un ragazzo di 21 anni che stava rientrando a casa dopo aver accompagnato il padre. Erano impiegati entrambi nella consegna dei giornali. Altri passanti hanno chiamato i carabinieri che sono intervenuti e l’hanno arrestato quando aveva in mano ancora il piccone. Il giovane è in fin di vita.

Redazione Online

11 maggio 2013 | 13:28

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fonte corriere.it

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