Archive | maggio 12, 2013

Epifani: «Berlusconi non fa che mettere in continuazione delle micce sotto il governo»

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fonte immagine corrieredellosport.it

«Il governo intervenga su Cig, rinvio dell’Iva, Imu»

Epifani: «Berlusconi non fa che mettere in continuazione delle micce sotto il governo»

Il segretario del Pd: «Ma se fa così è un segno di debolezza. In ogni caso la manifestazione di Brescia è stato un errore»

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Non si placano le frizioni tra Pd e Pdl. E stavolta ad andare all’attacco è il neosegretario del Pd Guglielmo Epifani. Silvio Berlusconi, «nel momento in cui si assume una responsabilità di governo» non fa altro che «mettere in continuazione delle micce accese sotto il governo. Ma se fa così è un segno di debolezza» ha detto il segretario del Pd al Tg1 spiegando che la manifestazione del Pdl di Brescia, nata come appuntamento elettorale a sostegno del candidato sindaco ma diventata una mobilitazione dopo la condanna in appello del Cavaliere nel processo Mediaset, «è stata un errore».

PROBLEMI IRRISOLTI – «Noi abbiamo dato vita al governo e non c’era alternativa, c’erano i problemi irrisolti dalla lunghissima crisi del governo precedente, i consumi stanno precipitando, i lavoratori sono senza Cig perchè sono finiti i finanziamenti, le imprese hanno bisogno di sostegno. Il governo deve dare risposta a questi problemi: finanziamento della Cig, rinvio dell’Iva, no all’Imu per le fasce più popolari, sostegno agli investimenti» ha aggiunto Epifani.

Redazione Online

12 maggio 2013 | 20:34

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fonte corriere.it

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CRISI – Spunta la tassa sulle sigarette elettroniche

Sigaretta elettronica

Tra ipotesi copertura debiti P.A.

Spunta la tassa sulle sigarette elettroniche

Spunta un balzello sulle sigarette elettroniche tra le ipotesi di “copertura” di una delle misure che, domani, potrebbero essere inserite nel decreto sui debiti della P.a.

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Roma, 12-05-2013

 La novita’ sarebbe prevista da un emendamento dei relatori per applicare l’accisa anche su prodotti contenenti nicotina o sostanze sostitutive del consumo di tabacco.

Su un provvedimento di ampia portata, che libera 40 miliardi per i pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione, la norma sulle sigarette elettroniche e’ davvero una minuzia: dara’ al massimo qualche milione di euro di gettito. Ma certo rappresenta una novita’. Attualmente sull’acquisto delle ricariche per le sigarette elettroniche viene pagata l’Iva mentre non si applica l’accisa prevista invece per il tabacco e i prodotti da fumo.

La ‘copertura ‘ verrebbe introdotta in un emendamento che prevede un ampliamento degli spazi finanziari che le Regioni avrebbero all’interno del proprio Patto di Stabilita’ per ‘girare’ a Comuni e Province con la finalita’ di pagare investimenti, il cosiddetto “Patto di stabilita’ verticale”. Per il decreto sui debiti della Pa domani sara’ una giornata decisiva. La commissione Bilancio della Camera si riunisce alle 10,30 per chiudere con l’esame degli ultimi emendamenti. Il provvedimento e’ atteso in aula il giorno successivo. E sono attese novita’ importanti. E’ stato definito l’emendamento che favorira’ la compensazione tra crediti commerciali e debiti tributari.

“Abbiamo fatto su questo due importanti passi avanti – spiega il relatore del Pd, Marco Causi – in particolare e’ stata accettata dalle Finanze l’idea che i crediti certificati abbiano una data e che quindi si possa cosi’ compensarli con i crediti tributari e contributivi. E’ stato poi deciso che saranno validi a questo fine i crediti vantati fino a tutto dicembre 2012, mentre prima la data limite era ad aprile, con un effetto di ampliamento della platea di restituzione”.

Il rimborso – spiega l’altro relatore, Maurizio Bernardo – e’ legato anche alla certificazione che viene fatta dai crediti che vengono inseriti nella piattaforma degli enti locali. Tra gli emendamenti presentati dai relatori ce ne sono altri due importanti. Il primo riguarda le societa’ in house – cioe’ societa’ costituite da societa’ pubbliche per la gestione esterna di proprie attivita’ senza ricorrere al mercato – che dovranno utilizzare prioritariamente i pagamenti incassati per riversarli a loro volta nei confronti dei rispettivi creditori.

Un altro emendamento, invece, introduce l’obbligo per il governo di inserire nella nota di aggiornamento del def 2013 una relazione sull’attuazione del decreto per il rimborso dei debiti della pa. La relazione dovra’ indicare anche le altre iniziative necessarie affinche’ la legge di stabilita’ per il 2014 contenga misure per consentire lo smaltimento dei debiti delle amministrazione pubbliche. Sul tavolo ci sarebbero altre due proposte sulle quali il governo sta effettuando valutazioni tecniche.

La prima e’ quella di riconoscere la garanzia dello Stato su alcuni debiti, una ‘certificazione’ che consentirebbe di fatto una ulteriore negoziabilita’ dei debiti, ampliando cosi’ – tramite la liquidita’ bancaria – i 40 miliardi di risorse destinate a ripagare i debiti e dare ossigeno alle imprese. Un ultimo nodo riguarda infine l’introduzione del “silenzio assenso” alla richiesta di pagamento dei debiti fatto dalle imprese.

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fonte rainews24.it

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LA STORIA – Andreotti, potere e misteri/4. Dai nastri di Aldo Moro ai processi di mafia

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Andreotti, potere e misteri/4. Dai nastri di Aldo Moro ai processi di mafia

Nel 1990 vengono ritrovate nel covo milanese delle Brigate rosse 400 pagine risalenti al sequestro che confermano le accuse di Pecorelli. All’interno, la conferma dell’esistenza di una struttura anti-guerriglia segreta e duri attacchi contro l’ex senatore a vita. Una fitta trama di intrighi e omissioni che proseguono lungo tutta la vita del sette volte presidente del Consiglio, dallo scontro con Cossiga alla morte, avvenuta il 6 maggio scorso

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di | 11 maggio 2013

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Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: la storia e i segreti del Divo raccontati in quattro puntate dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez.
Clicca qui per leggere la prima puntata (“Gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto”), la seconda (“Il rapporto con Sindona e l’Ambrosoli dimenticato”) e la terza (“Le carte della P2 e la guerra fredda con Craxi“)

MORO E DALLA CHIESA – Nell’ottobre del 1990, durante i lavori di ristrutturazione di un covo milanese delle Brigate rosse, perquisito 12 anni prima dagli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vengono ritrovate 400 pagine di documenti risalenti all’epoca del sequestro di Aldo Moro. Si tratta di una ventina di lettere inedite scritte dallo statista assassinato e, soprattutto, di una copia di un suo memoriale già consegnato alla magistratura dai carabinieri nel ’78. A quell’epoca la rivista Op aveva quasi subito ipotizzato che quel documento fosse incompleto. Aveva denunciato la scomparsa delle bobine su cui i terroristi avevano inciso gli interrogatori del democristiano, e aveva intensificato, partendo dal caso Caltagirone, gli attacchi contro Andreotti.

Le carte, misteriosamente ritrovate nel ’90, confermano parte delle denunce di Pecorelli. Nella nuova copia del memoriale sono, infatti, presenti brani nei quali viene affrontata la questione dell’esistenza in Italia di una struttura anti-guerriglia segreta (Gladio) e, soprattutto, ci sono alcuni durissimi passaggi riguardanti Andreotti. Moro per esempio parla dello scandalo Italcasse-Caltagirone e sostiene, tra l’altro, che la nomina del nuovo presidente dell’istituto di credito era “stata fatta da un privato, proprio l’interessato Caltagirone che ha tutto sistemato…”. Come era già avvenuto nel caso delle bobine sul golpe Borghese registrate dal capitano La Bruna, insomma, ai magistrati nel ’78 era stato consegnato solo il materiale ritenuto più innocuo. Non è chiaro chi abbia materialmente omissato i memoriali e nemmeno si sa che fine abbiano fatto le bobine con gli interrogatori di Moro. E’ certo, invece, l’assassinio di Dalla Chiesa da parte di Cosa nostra.

Una volta andato in pensione il valoroso generale viene, infatti, inviato a Palermo come prefetto antimafia. E lì, abbandonato da tutti e attaccato pubblicamente dagli andreottiani ( definiti proprio da Dalla Chiesa in lettera indirizzata a Giovanni Spadolini, “la famiglia politica più inquinata del luogo”), crolla, con la moglie, sotto i colpi dei killer mafiosi. E’ il 3 settembre del 1982. La sua cassaforte sarà trovata vuota. Prima di accettare quell’incarico Dalla Chiesa aveva incontrato, tra gli altri, anche Andreotti. Subito dopo, nel proprio diario aveva annotato: “Andreotti mi ha chiesto di andare e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia si è manifesta per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardo per quella parte di elettorato cui attingono i suoi grandi elettori […] sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno lo ha condotto e lo conduce a errori di valutazione […] il fatto di raccontarmi che intorno al fatto Sindona un certo Inzerillo morto in America è giunto in una bara e con un biglietto da 10 dollari in bocca, depone nel senso…”. Il 12 novembre del 1986, Giulio Andreotti sarà interrogato come testimone al primo maxi-processo alla mafia. Al centro della sua deposizione ci sarà ovviamente il contenuto del diario dell’eroico generale. Che, incredibilmente, Andreotti tenterà di smentire. Per lui Dalla Chiesa si è, infatti, confuso.

Andreotti negherà, così, di aver fatto con lui nomi di Inzerillo e di Sindona. E soprattutto sosterrà che il generale non gli disse mai che non avrebbe avuto riguardi per il suo elettorato compromesso con la mafia. Quel giorno, continuando a difendere Lima e tutti i suoi accoliti, Andreotti dimostra però che almeno su un punto Dalla Chiesa davvero sbagliava. Il suo non era stato un errore di valutazione. Era qualcos’altro.

SENATORE A VITA –  Il 27 luglio del ’90, il magistrato veneziano Felice Casson, è autorizzato dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti ad acquisire nella sede del Sismi, documenti relativi a un’organizzazione segreta antiguerriglia destinata ad entrare in azione in caso d’invasione dai paesi del blocco sovietico. Il 3 agosto davanti alla Commissione stragi Andreotti spiega che la struttura è rimasta attiva fino al 1972. Il 12 ottobre viene ritrovato a Milano la copia del memoriale Moro in cui si fanno cenni all’organizzazione. Mentre montano le polemiche sulla strana scoperta, il 19 ottobre Andreotti fa arrivare in commissione un documento, sul frontespizio del quale compare per la prima volta la parola “Gladio”. Leggendo le dodici cartelle i parlamentari scoprono, però, che nel ’72 l’organizzazione non era stata sciolta, solo smilitarizzata e fatta rientrare nei servizi. Bettino Craxi intanto mette apertamente in dubbio le versioni ufficiali sul ritrovamento del secondo memoriale Moro. Parla di “manine e manone” e fa chiaramente intendere che i documenti dello statista (senza omissis) potrebbero essere stati fatti ritrovare apposta.

L’indagine della Commissione stragi prosegue. I capi dei servizi rivelano che Gladio è nata almeno nel ’51, quando era presidente del consiglio De Gasperi. Nel ’56 venne firmato un accordo segreto tra Cia e il Sifar in seguito al quale, tre anni dopo, Gladio entrò nelle strutture Nato. Tutti questi passaggi, ovviamente, avvennero all’insaputa del parlamento. Come campo di addestramento dei gladiatori veniva utilizzata la base militare di capo Marrangiu. E’ la stessa struttura dove, nel ’64, il capo del Sifar De Lorenzo aveva progettato di trasferire, in caso di colpo di Stato, tutti gli oppositori politici di sinistra. Andreotti in più interventi difende la legalità della struttura. E lo stesso fa il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, molto coinvolto nell’organizzazione di questi “patrioti”. Cossiga però ipotizza che Andreotti abbia reso nota l’esistenza di Gladio per screditarlo e costringerlo alle dimissioni. Ad avviso del presidente-picconatore, Andreotti ha in mente un solo obiettivo: mandarlo a casa in anticipo e farsi eleggere al suo posto con l’appoggio del partito comunista.

Tra Andreotti e Cossiga è scontro aperto. A seguito delle polemiche, nella primavera del ’91, il sesto governo Andreotti cade. Una settimana dopo si arriva al suo settimo e ultimo governo, dal quale escono però i repubblicani. In giugno Andreotti, va in Sicilia per due giorni. Qui sostiene, al fianco di Salvo Lima, i propri candidati alle elezioni regionali. Cosa Nostra è inquieta. La prima sezione della Corte di Cassazione deve decidere le sorti del primo maxi-processo. La presenza di un giudice come Corrado Carnevale, secondo i collaboratori di giustizia, aveva fatto fino allora dormire sonni tranquilli agli uomini d’onore. Ma il nuovo ministro di Grazia e Giustizia, il socialista Claudio Martelli, adesso aveva accanto a sé al ministero un giudice come Giovanni Falcone. Per le sorti del processo, nella mafia, si cominciava a temere. E non era un errore. Nell’ottobre del ’91, infatti, il presidente della corte di cassazione cambia d’autorità il collegio che giudicherà il maxi. Di lì a tre mesi gli imputati di rispetto saranno tutti condannati. Andreotti invece, a sorpresa, si riappacifica con Cossiga. Il presidente in novembre lo nomina senatore a vita. Il suo governo, cosa mai accaduta prima, adesso combatte seriamente la mafia.

MA I BOSS NON STANNO A GUARDARE – Il 12 marzo del ’92, Salvo Lima, il cugino di Sicilia, cade sotto i colpi di Cosa Nostra. Dopo mezzo secolo troppa gente in Italia aveva cominciato a non rispettare i patti. Esplodono di nuovo le bombe. Muore Giovanni Falcone. Muore Paolo Borsellino. La mafia scopre il 41 bis. Piegati dal carcere duro, gli uomini d’onore cominciano a raccontare. Alcuni di loro diranno di aver visto Andreotti da vicino. Altri parleranno per sentito dire. In aula al processo, contro l’ex presidente del Consiglio vengono prodotti e ripetuti decine e decine di verbali. Un fiume di ricordi, un mare di testimonianze che ora è inutile star qui ad analizzare. Perché alla fine, confermato dalla Cassazione, arriveranno un attestato di colpevolezza “fino alla primavera del 1980” e un’assoluzione per i fatti successivi. Abbastanza per salvare l’imputato Andreotti Giulio dalle pene comminate tribunale degli uomini. Troppo poco per evitargli di comparire, da lunedì 6 maggio 2013, davanti a quello della storia.

(4/4 fine)

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fonte ilfattoquotidiano.it

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LA STORIA – Andreotti, potere e misteri/3. Le carte della P2 e la guerra fredda con Craxi

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Andreotti, potere e misteri/3. Le carte della P2 e la guerra fredda con Craxi

Tra i documenti sequestrati a Castiglion Fibocchi i numeri di telefono di Andreotti ed Evangelisti e uno strano bigliettino di auguri indirizzato a Gelli. In quel periodo, i rapporti con Craxi erano pessimi: il leader socialista ce l’aveva con il numero uno Dc per l’affare Eni-Petromin Sia Licio Gelli sia il giornalista Pecorelli, come dimostreranno gli appunti sequestrati, sanno tutto del retroscena: una tangente da 100 miliardi

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di | 9 maggio 2013

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Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: la storia e i segreti del Divo raccontati in quattro puntate dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez. Clicca qui per leggere la prima puntata (“Gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto”) e la seconda (“Il rapporto con Sindona e l’Ambrosoli dimenticato”).

I SOLDI DELL’ENI – Il 17 marzo del 1981, nell’ambito dell’inchiesta Sindona, i magistrati milanesi Turone e Colombo ordinano una perquisizione a Castiglion Fibocchi, nella villa di Licio Gelli. Scoprono così gli elenchi della loggia P2. Elenchi (962 persone) incompleti, come accerterà la commissione d’inchiesta, Sono presenti ministri, alti ufficiali dell’esercito e della Guardia di Finanza, dei carabinieri. 10 parlamentari della Dc, i dirigenti dei servizi segreti dell’epoca, giornalisti e editori che riescono a condizionare nelle scelte anche una testata prestigiosa come quella del Corriere della Sera. Definita “un’associazione per delinquere dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, la loggia Propaganda 2 di Licio Gelli era più verosimilmente un’associazione segreta che si riproponeva di gestire in maniera occulta interi settori della vita economico-politica italiana. I suoi appartenenti erano tutti accomunati dalla fedeltà all’alleato americano e, molti di loro, nel nome dell’anticomunismo e del tornaconto personale utilizzavano la loggia per condurre affari illeciti di ogni tipo.

Della loggia in Italia i giornali avevano cominciato a parlare a partire dal ’74. Nel ’76, in occasione delle indagini sull’omicidio del giudice Occorsio, gli articoli su quotidiani e settimanali si erano moltiplicati. In parlamento tra il ‘76 e il ‘77 erano anche state presentate una serie d’interpellanze. Marco Pannella, nel ‘77, aveva rivolto un’interrogazione direttamente a Andreotti per sapere se il 15 dicembre avesse ricevuto Gelli a palazzo Chigi e se avesse avuto con lui un colloquio durato ore nella sede dell’ambasciata argentina. Nonostante ciò Andreotti ha sempre sostenuto di aver scoperto la P2 solo in seguito alla caduta del governo da lui presieduto nel 1979. Davanti alla commissione Anselmi ha detto di aver conosciuto Gelli solo di vista, durante l’inaugurazione dello stabilimento Permaflex di Frosinone e, ha aggiunto, di essere poi rimasto sorpreso ritrovandolo in Argentina alla festa d’insediamento del presidente Peron. Andreotti, come dimostra il caso delle bobine di La Bruna, mente. Ed è anche smentito da molti testimoni, Gelli compreso.

Se tra le carte sequestrate a Castiglion Fibocchi sono stati ritrovati i numeri di telefono di Andreotti ed Evangelisti e uno strano bigliettino di auguri indirizzato da Andreotti a Gelli nel quale il politico, in buona sostanza, ricordava al capo massone come l’uccellino che si posa sul ramo troppo debole rischia sempre di cadere, agli atti della commissione sono invece finite decine di testimonianze sull’intensità delle loro relazioni. Giovanni Fanelli, capo gruppo P2 e collaboratore dell’ufficio affari riservati del Viminale, diretto dal prefetto D’Amato, ha per esempio affermato di aver accompagnato personalmente Gelli a vari appuntamenti con Andreotti e Francesco Cossiga. Clara Canetti la vedova di Roberto Calvi, ha invece ricordato che suo marito gli spiegò che il vero numero uno della loggia era Andreotti. E anche l’avvocato Fortunato Federici ha di detto aver appreso, da un importante confratello come Ezio Giuchiglia, che Andreotti, soprannominato “il babbo” o il “gobbo”, era al vertice della P2. Una tesi, quella di Andreotti capo della loggia, fatta propria (senza però mai nominarlo) anche da Bettino Craxi, in un celebre editoriale intitolato Belfagor e Belzebù.

In quel periodo tra Giulio e Bettino tirava una gran brutta aria. I due non si parlavano da mesi. E a un certo punto persino Gelli aveva tentato di farli arrivare a una riappacificazione. Il gran capo piduista aveva bussato alla porta dello studio del leader del garofano e gli aveva detto: “Posso essere utile per molte relazioni, interne e internazionali: se lei vuole incontrare Andreotti..”. Niente da fare. Craxi gli aveva risposto a muso duro: “Guardi se lo voglio incontrare alzo il telefono e lo chiamo”. Per la pace sarebbe insomma stato necessario attendere qualche anno. Craxi, infatti, ce l’aveva con Andreotti per l’affare Eni-Petromin, un contratto miliardario concluso dal nostro paese per ricevere petrolio dall’Arabia Saudita. Quando era stato raggiunto l’accordo Andreotti era presidente del Consiglio e aveva personalmente avallato il pagamento a una società panamense di una commissione del 7% in teoria diretta ai mediatori arabi. In realtà era una tangente di 100 miliardi. Un grosso mazzettone che, secondo quanto scrivevano i giornali dell’epoca, era anche in parte destinata alla corrente di sinistra del Psi, facente capo a Claudio Signorile, e in parte agli stessi andreottiani  Stando alle più attendibili ricostruzioni, con quei soldi gli uomini di Signorile avrebbero voluto scalzare Craxi dalla sua poltrona di segretario Psi e arrivare anche al controllo del “Corriere della Sera”.

Sia Licio Gelli sia il giornalista Pecorelli, come dimostreranno gli appunti e le carte sequestrate, sanno tutto del retroscena dell’affare. Craxi invece capisce solo che qualcuno lo vuole fregare. Rino Formica, ministro craxiano delle Finanze, in parlamento fa il diavolo a quattro. Ma le prove dell’avvenuta corruzione, come sempre, non saltano fuori.

IL CIARRA – Nei primi anni ’90 era difficile trovare un andreottiano più andreottiano di lui. Ciociaro, amico dello scomparso leader MSI, Giorgio Almirante e lui stesso fascista non pentito, Giuseppe Ciarrapico, era (ed è) sempre al fianco di Andreotti. La stima del capo se l’è guadagnata negli anni ’80 seguendo da vicino, per conto del leader Dc, due affari importanti. Il primo, andato male, è il tentato salvataggio del Banco Ambrosiano del piduista Roberto Calvi. Il secondo è la guerra di Segrate, tra Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi, conclusa con la consegna (in odor di tangenti secondo le ipotesi della Procura di Milano) della Mondadori nelle mani del futuro leader di Forza Italia. Ciarrapico, con l’attuale presidente del Perugia Calcio Luciano Gaucci, e il defunto leader degli andreottiani romani, l’ex fascista Vittorio Sbardella detto “lo squalo”, è la punta di diamante della schiera di strani e da sempre discussi personaggi ammessi alla corte di re Giulio.

Proprietario di aziende produttrici di acque minerali e di tipografie (Evangelisti gli raccomandò Pecorelli per fargli stampare il suo giornale), l’oggi pluricondannato e pluriprocessato Giuseppe Ciarrapico, è sempre vicino ad Andreotti nei periodi di bufera. Tra i suoi dipendenti  annovera anche il giornalista Guido Giannettini, un ex agente del Sid condannato in primo grado per la strage di piazza Fontana. Assolto in appello e in cassazione, Giannettini, nel corso delle inchieste dalla magistratura fu coperto dai servizi segreti (che lo fecero anche fuggire all’estero). Quando i magistrati chiesero notizie su di lui, i servizi opposero agli inquirenti il segreto di Stato e spiegarono di averlo fatto perché una richiesta in tal senso era stata avanzata da una serie di politici Dc, tra i quali Giulio Andreotti. L’ex allievo di De Gasperi rispose che non era vero. Ma il contenuto della sua deposizione, resa durante il dibattimento di primo grado, spinse i giudici a chiedere inutilmente alla commissione inquirente l’apertura di un procedimento per falsa testimonianza.

Nel 1996, l’ordinovista Edgardo Bonazzi, ha sostenuto davanti ai pm di Milano, di aver saputo da Giannettini che la strage era stata favorita da Andreotti.  Giannettini infatti avrebbe spiegato all’amico che l’attentato (non ideato per fare delle vittime) si andava ad inquadrare in un progetto golpistico inizialmente appoggiato, in funzione anticomunista dal leader Dc e dagli Stati Uniti. Bonazzi ha anche aggiunto di essersi convinto della veridicità del racconto di Giannettini quando questi, uscito dal carcere, andò a lavorare per Ciarrapico. Il “re delle acque minerali”, del resto, deve molto al potentissimo Giulio. Soprattutto dal punto di vista economico. Buona parte delle sue fortune nascono dal lavoro di mediatore svolto presso Roberto Calvi per conto di Andreotti nel primi anni ‘80.  Nei mesi precedenti al crac del Banco Ambrosiano, infatti, Ciarrapico s’incontra  a ripetizione con il banchiere e con la sua famiglia e riesce a farsi imprestare  circa 39 miliardi poi utilizzati per acquistare l’Ente Terme Fiuggi. Clara Canetti, la vedova Calvi, racconta, di aver visto Andreotti a Roma proprio con Ciarrapico (e con l’agente segreto-faccendiere Roberto Pazienza). E dice che a quel faccia a faccia ne erano seguiti altri direttamente tra Calvi e il leader Dc.

A un certo punto però tra suo marito e Andreotti erano scoppiati profondi contrasti sul modo con cui gestire la crisi (il rischio era il coinvolgimento del Vaticano nell’insolvenza). Ricorda la vedova: “Mio marito mi parlò esplicitamente di minacce di morte ricevute direttamente dall’onorevole Andreotti”. Anche Calvi verrà ucciso dalla mafia. Sarà invece Ciarrapico a dire a Clara Canetti: “Quando vede Craxi gli ricordi che 30 miliardi non sono uno scherzo”. Un riferimento esplicito ai finanziamenti dati dal banco Ambrosiano al Psi. Andreotti, invece, parlando di Gelli, le dice: “Pensi, quel matto vuole vedermi a Hong Kong”.

In quegli anni, dunque, Giulio Andreotti frequenta personaggi di ogni tipo. Tra i più singolari c’è il massone coperto Francesco Pazienza, collaboratore esterno del gruppo deviato e piduista del Sismi, diretto dal generale Giuseppe Sansovito. Andreotti nega di conoscerlo. Ma Pazienza, amico di molti boss della mafia italo-americana, invece, è certo del contrario. Nel 1986, Pazienza racconta ai giudici di Bologna, “di essere stato incaricato da Sansovito di condurre un’operazione segretissima, denominata Ossa, una sigla che significava Onorata Società Sindona e Andreotti”. In pratica Pazienza doveva incontrare Sindona negli Stati Uniti e convincerlo a non parlare. Il nome di Andreotti è stato ritrovato, assieme ad alcuni numeri di telefono, nelle agende dell’anno 1981 della segreteria del faccendiere.

(3/4 continua)

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fonte ilfattoquotidiano.it

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DISCRIMINAZIONE INTOLLERABILE – Marcia per La Vita sì, corteo per Giorgiana Masi no / Giorgiana Masi, ancora senza giustizia

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Marcia per La Vita sì, corteo per Giorgiana Masi no: “Divieto per motivi di ordine pubblico”

Una manifestazione che, secondo il candidato sindaco Sandro Medici, è stata vietata dalla Questura che avrebbe opposto un rifiuto “per l’impossibilità che si svolga in contemporanea con la Marcia per la Vita per una questione di ordine pubblico”

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Redazione10 maggio 2013

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La Marcia per la Vita sì, il corteo per Giorgiana Masi no. La Questura lo avrebbe vietato per motivi di ordine pubblico. E’ polemica negli ultimi giorni tra gli attivisti di collettivi autorganizzati e del movimento femminista che avevano in programma, come tutti gli anni, un corteo in memoria della giovane studentessa uccisa nel 1977 con un proiettile su Ponte Garibaldi che era in piazza quel giorno per celebrare la vittoria del referendum sul divorzio.

I manifestanti avrebbero voluto marciare per ricordarla, per urlare  “contro i femminicidi” e per “la libertà delle donne”.Una manifestazione che, secondo quanto detto dal candidato sindaco Sandro Medici, è stata vietata dalla Questura che avrebbe opposto un rifiuto “per l’impossibilità di svolgere qualsiasi tipo di manifestazione in contemporanea con la Marcia della vita per una questione di ordine pubblico”.

In piazza ci saranno gli attivisti del movimento per la vita che contestano la legge 194, quella che regola l’aborto. Il corteo partirà  domenica mattina alle 9.30 dal Colosseo e arriverà a Castel Sant’Angelo.

Per Medici “è evidente che ci sia l’intenzione da parte del Campidoglio di non mostrare alcun dissenso nei confronti di un corteo che attacca diritti e libertà delle donne”. Oggi alle 18 i collettivi hanno organizzato un’assemblea pubblica in piazza Sonnino. L’intenzione sembra essere quella di marciare comunque.

“Non siamo disposti ad accettare che la Questura  impedisca domenica prossima ai cittadini romani di manifestare pacificamente il proprio dissenso nei confronti della manifestazione promossa da cattolici integralisti e neofascisti, negando il contro-corteo da Piazza Campo de Fiori a Ponte Garibaldi. E’ un fatto grave che lede la democrazia e la libertà di manifestare, tanto più che avviene in campagna elettorale. Nessuno potrà impedirci di scendere in piazza per dare voce a quella parte della città che su divorzio, aborto e quant’altro non vuole un ritorno al passato”. Lo dichiara Giovanni Barbera, candidato del Prc a presidente del nuovo Municipio I e al Consiglio comunale con la coalizione che sostiene Sandro Medici a sindaco.

“Aver voluto autorizzare la “Marcia per la vita” – continua Barbera – proprio il 12 maggio, giorno in cui ricorre anche l’anniversario della morte di Giorgiana  Masi, avvenuta nel 1977 a Ponte Garibaldi  durante una manifestazione non autorizzata a favore del referendum sull’aborto, rappresenta una grave provocazione che non possiamo assolutamente tollerare. Tanto più che la morte di Giorgiana Masi avvenne in un contesto molto simile a quello che la Questura sta creando. Anche in quell’occasione, nel 1977, il Ministro degli interni Cossiga aveva disposto un divieto a manifestare”.

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fonte romatoday.it

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Giorgiana Masi, ancora senza giustizia. Vietato il corteo

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di 

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ROMA – Domenica prossima ricorre  (oggi per chi legge, n.d.m.)il 36esimo anniversario della morte di Giorgiana Masi, che, il 12 maggio 1977, durante una manifestazione per celebrare la vittoria del referendum sul divorzio, venne assassinata.

Anche quest’anno si celebrano manifestazioni in ricordo della giovane assassinata che dovrebbero convergere su Ponte Garibaldi, luogo in cui Giorgiana fu assassinata. Il condizionale p d’obbligo visto che la Questura ha vietato il corteo perché a Roma si svolgerà in quello stesso giorno la marcia antiabortista. Il divieto, fanno sapere gli organizzatori della manifestazione per Giorgiana, non sarà rispettato. “Domenica prossima – afferma Claudio Ortale, vice Presidente uscente del Consiglio del Municipio Roma 19 e candidato a consigliere al Comune di Roma – scenderemo in piazza come ogni anno perché questa città, prima di essere del Vaticano, è di tutti i cittadini e le cittadine che continuano a ricordare Giorgiana proseguendo quotidianamente le sue battaglie”.

 
I fatti
Giorgiana Masi, la diciannovenne studentessa e attivista radicale fu uccisa, il 12 maggio del 1977, durante gli scontri tra manifestanti e forze di polizia in piazza Navona. Un nome, quello di Giorgiana, indissolubilmente legato all’alto livello di tensione sociale che si respirava in quel periodo e assurto a simbolo, suo malgrado, di tutte le vittime della violenza di stato.  A più di trent’anni da quei tragici eventi, i responsabili del suo omicidio sono rimasti impuniti.
Una morte dai contorni poco chiari, quella di Giorgiana, su cui si allunga il triste sospetto, divenuto negli anni quasi una certezza, che a sparare su una giovane manifestante inerme non sia stato un compagno del movimento, come all’inizio si era voluto far credere, ma la mano armata di poliziotti in borghese, travestiti da autonomi e infiltrati in cortei e manifestazioni.

Il giorno in cui la vita di Giorgiana sarebbe finita sull’asfalto di ponte Garibaldi i Radicali avevano indetto, in piazza Navona, un sit – in per celebrare il terzo anniversario del referendum sul divorzio nonostante il divieto di manifestazioni pubbliche, decretato dall’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, a seguito dell’uccisione dell’agente Settimio Passamonti e il ferimento di cinque agenti di pubblica sicurezza durante gli scontri di piazza del precedente 21 aprile. Quella del 12 maggio doveva essere una giornata all’insegna dell’allegria e della nonviolenza, ma ben presto si tramutò in un vero e proprio fiume di sangue, con ferimenti e percosse. A pesare sulla coscienza collettiva una foto in particolare, scattata da Tano D’Amico, il fotografo ufficiale del Movimento che più di ogni altro ha saputo raccontare per immagini quei contraddittori e passionali anni Settanta: al centro dell’inquadratura si vede un poliziotto in borghese, vestito da autonomo, armato e pronto a sparare ad altezza uomo sulla folla. E come lui tanti altri. Immagini che confermano quanto i giornali dell’epoca raccontarono, testimoniando la ferocia gratuita con cui gli agenti si scagliavano contro inermi cittadini. Immagini che valsero più di mille parole e costrinsero l’allora ministro dell’Interno ad ammettere una parziale verità, passando da “non c’erano poliziotti tra la folla”, a “c’erano poliziotti in borghese, ma non armati” per finire a “c’erano poliziotti in borghese armati, tra la folla, ma non spararono”. Una mezza verità, avendo sempre l’ex ministro escluso che a sparare fossero stati i poliziotti, imputando piuttosto il tragico evento alle provocazioni dei manifestanti. E, così, in una sonnecchiosa e semivuota aula parlamentare, andò in scena l’interrogazione con cui l’on. Marco Pannella cercava di inchiodare  l’ex ministro alla sue responsabilità riguardo l’inadeguata gestione dell’ordine pubblico, non ottenendo altro che la sostituzione dell’allora questore di Roma. Nemmeno il Libro bianco, dossier redatto in quell’anno dai Radicali per far luce sulla morte di Giorgiana Masi, sortì effetto alcuno. Il processo istituito contro ignoti per la morte della studentessa, infatti, si chiuse nel 1981 per impossibilità a procedere. Ignoti i responsabili, ignoti gli eventuali mandanti e una sete di giustizia inappagata.

Il caso di Giorgiana Masi, tuttavia, si affaccia nuovamente alla ribalta pochi anni fa quando, dalle pagine del Corriere della Sera, Francesco Cossiga torna sulla questione, imputando ancora l’uccisione della giovane al fuoco amico dei compagni del Movimento. Poco tempo dopo, Cossiga prima di morire,  fu intervistato nel corso della trasmissione di Raitre “Report”,e lascò intendere di essere a conoscenza di alcuni segreti di Stato, segreti che non rivelerà mai. Tra questi, forse, anche il nome degli assassini di Giorgiana. I dubbi rimangono, così come rimane lo sconforto per la morte di una ragazza ancora in attesa di giustizia.

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fonte dazebaonews.it

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Berlusconi: «Io trattato come Tortora». Le figlie del presentatore scomparso «Quella di nostro padre è un’altra storia»

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fonte immagine inpastoalsilvio.wordpress.com

Berlusconi: «Io trattato come Tortora»
Le figlie del presentatore scomparso
«Quella di nostro padre è un’altra storia»

Francesca Scopelliti, compagna di Tortora: «Berlusconi ha avuto tanti anni di governo per realizzare, anche nel nome di Tortora, quelle riforme necessarie alla giustizia italiana. Non l’ha fatto»

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ROMA – «Ero preparata. Caro Silvio, mio padre era un’altra storia. Un’altra persona. Ognuno risponde alla sua coscienza. No strumentalizzazioni».
Così Gaia Tortora, figlia di Enzo, risponde su Twitter alle parole di Silvio Berlusconi che nel suo intervento a Brescia, parlando dei «tantissimi italiani che ogni giorno entrano nel tritacarne infernale della giustizia», ha citato il caso del conduttore televisivo accusato ingiustamente di rapporti con la camorra.
Gaia Tortora è poi tornata sull’argomento anche durante l’edizione del TgLa7 delle 20, da lei condotta. «Si tratta di un’altra storia e di un’altra persona – ha ribadito – Lo dico con il massimo rispetto, ma è quel rispetto che da tanto tempo andiamo cercando. Anche perché questo Paese ha bisogno di un altro clima e non è il clima che abbiamo visto oggi a Brescia».

Francesca Scopelliti, compagna di Tortora. «Berlusconi ha avuto tanti anni di governo per realizzare, anche nel nome di Tortora, quelle riforme necessarie alla giustizia italiana. Non l’ha fatto. E le sue parole oggi hanno il sapore della propaganda, della ricerca di una legittimazione. So bene che dire ‘io come Tortorà è come dire ‘azzurro come il cielò: è un valore assoluto. Ma poi ognuno deve rispondere alla propria storia, alla propria vita. E Tortora è tutta un’altra storia». Lo ha detto Francesca Scopelliti, compagna del presentatore, commentando con l’ANSA le parole di ieri di Silvio Berlusconi. «Silvio Berlusconi ha avuto circa 20 anni per ricordare Enzo Tortora, per fare tesoro dell’esempio di un uomo che ha saputo trasformare una vergognosa vicenda giudiziaria in una nobile battaglia per tutti, che ha voluto dimettersi da parlamentare per tornare ai suoi giudici, di un uomo che ha saputo mettere a disposizione di tanti la sua voce, il suo impegno, la sua battaglia per la giustizia giusta. Un anno prima di morire, con tenacia e caparbietà, insieme a Marco Pannella e ai Radicali, Enzo Tortora ha portato al successo il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati: referendum vinto con una stragrande maggioranza ma poi tradito – conclude Scopelliti – da una legge inadeguata quanto inapplicata».

Domenica 12 Maggio 2013 – 12:14
Ultimo aggiornamento: 12:43
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