Intercettazioni, l’ossessione di B.

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Intercettazioni, l’ossessione di B.

Il ddl Alfano per limitare l’uso delle conversazioni telefoniche nelle indagini torna a sorpresa al centro del dibattito politico, ripresentato dal capogruppo alla commissione giustizia del Pdl che lo definisce una ‘priorità’ del suo partito. E un’epoca che sembrava chiusa improvvisamente ribussa alla porta

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di Susanna Turco

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Al solo sentirne di nuovo l’odore, i parlamentari che s’occupavano di giustizia già nella scorsa legislatura, si sono come tarantolati. Quelli di centrodestra per l’eccitazione, quelli di centrosinistra per il disgusto. E c’è da capirli, tutti: intercettazioni, basta la parola. E resuscita pure Antonio Di Pietro, rimasto fuori dal Parlamento e dunque ancora più pronto a dir subito: “legge bavaglio”. Legge ad personam. Quei termini , e quel progetto di legge, rappresentano per molti versi il simbolo di una (micro) epoca, che si chiuse nel novembre 2011 con la caduta del governo Berlusconi: un’epoca che però adesso ribussa alla porta, a quanto pare.

Tirando di nuovo i fili del teatrino del Cavaliere rampante che fu, forse. Facendo fare a tutti un balzo all’indietro: di secoli, per quel che riguarda l’eventuale “pacificazione” tra i partiti. E’ infatti tutto ancora molto vago (gli uffici della Camera non hanno per ora in mano un testo), eppure l’indicazione data da Enrico Costa, capogruppo del Pdl in commissione giustizia in questa legislatura ( così come nella scorsa), di voler ripresentare il ddl Alfano, e di volerlo inserire nel calendario dei lavori come una “priorità” del Pdl (“ma quale priorità”, replica il Pd), autorizza a pensare – per lo meno – che quelle tentazioni che parevano superate, dalle parti di Arcore son sempre vive, vive come sempre. Alla faccia della crisi economica, dei governi Monti e Letta, dei pensionati dei precari e della legge elettorale, dei dieci saggi e dei centocinquanta grillini: riformare le intercettazioni, quella sì che è una priorità. Il ddl Alfano infatti era quel testo che, giusto agli albori del quarto governo Berlusconi, l’allora ministro della Giustizia presentò nel 2008 avendo avuto dal Cavaliere l’indicazione precisa di stroncare l’eccessivo utilizzo degli ascolti da parte dei pm. E fedelmente, il Guardasigilli allora indicato come “segretario” solo in senso dispregiativo (l’altro nomignolo: “cameriere”), in quel testo aveva realizzato i desiderata del capo. Vietate tutte le intercettazioni se non per ipotesi di reato gravi, o legate a indagini su mafia e terrorismo. Pubblicabili? Mai, almeno fino all’udienza preliminare.

E ora, appunto, non è ancora chiaro se proprio di questo testo si parli, o degli svariati successivi frutto di bracci di ferro, strappi e compromessi. Perché poi il ddl Alfano ha fatto tanta strada che ci si potrebbe scrivere una tesi di laurea. Con dibattiti di mesi su quanto dovessero essere “gravi” oppure “evidenti” (invece che solo “sufficienti”) gli “indizi” di “colpevolezza” o di “reato” per poter disporre intercettazioni, discussioni infinite su quanti giorni di ascolti si potessero concedere ai magistrati (15, 30,40, 60, rinnovabili, non rinnovabili), guerre sulla lista dei reati per i quali fosse possibile utilizzare lo strumento, e via così, fino al punto centrale di stabilire se e quando le intercettazioni potessero diventare pubblicabili e in che forma narrativa (per concetti, per riassunto, per dialogo), quanto alte le multe per gli editori, se fosse necessario o no prevedere il carcere per i giornalisti. Litigi durati per quattro lunghi anni, che contribuirono grandemente al divorzio tra Berlusconi e Fini e, in sostanza, allo sfarinarsi della maggioranza di Arcore. Mentre, in parallelo, dalle indagini della magistratura (da Ruby alla P3, dalle olgettine alla risata sul terremoto de L’Aquila) diveniva palmare quale interesse avesse il Cavaliere (e il suo demi-monde) a stroncare la possibilità di mettere sotto controllo i telefoni.

Alla fine, non va dimenticato, per lui la storia finì male. Ed è per questo che adesso se ne riparla. A metterci il sigillo, suo malgrado, fu sempre Alfano . Dopo una faticosissima approvazione sia della Camera (11 giugno 2009) che del Senato (10 luglio 2010), il testo ritornò a Montecitorio, dove il Pdl doveva però venire a patti con il costituendo gruppo dei finiani. E pur di trovare un accordo con l’allora presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno, il Guardasigilli – oggi vicepremier – si piegò a un compromesso tecnico-politico che però al Cavaliere faceva, né più né meno, orrore. Risultato strabiliante: fu lo stesso Berlusconi che, non avendo più la forza politica di cambiarlo, lasciò nelle secche il provvedimento, pur giunto a un passo dal traguardo (l’Aula della Camera arrivò a esaminare gli articoli, in terza lettura, nell’ottobre 2011).

E adesso, con la legislatura nuova nuova, ci riprova. Forse perché sente di nuovo caldo il fiato sul collo dei magistrati. Forse perché, come dice il Pd Felice Casson, “punta allo scontro”. Forse solo perché è naturale che lo faccia, visto che considera quella riforma una cosa buona e giusta. Anche i dieci saggi nominati da Napolitano hanno parlato della necessità di ridurre le intercettazioni. E, d’altra parte, non è ancora chiaro – al di là delle polemiche che sono montate subito fortissime – con quanta foga il Pdl voglia in concreto riprendere il cammino di quella legge. Lo stesso Costa, infatti, ha detto di aver ripresentato di “routine” “tutti i progetti di legge della scorsa legislatura”, e di volere una “priorità” per quelli approvati almeno da un ramo del Parlamento. Ma, appunto, nel caso delle intercettazioni il testo iniziale (quello gradito a Berlusconi) è tutt’altra cosa dal testo finale (quello schifato da Berlusconi). E questa micro epoca appare tutta diversa dalla precedente. Chissà se davvero il Cavaliere, da solo, sia rimasto lo stesso: oggi sembra di sì.

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fonte espresso.repubblica.it

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