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Rom e sinti, gli appuntamenti per la Giornata internazionale

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Rom e sinti, gli appuntamenti per la Giornata internazionale

Riconosciuta dall’Onu nel 1979, si celebra l’8 aprile. Eventi in tutta Italia. La presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, riceverà a Montecitorio una delegazione di ragazzi dai 14 ai 26 anni che rappresentano l’eterogeneità delle comunità rom

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“Bahtalo romano dives” significa “buona giornata del popolo rom”, Giornata internazionale di rom e sinti (riconosciuta dall’Onu nel 1979) che si celebra l’8 aprile.

L’8 aprile 1971 a Londra si riunì il primo congresso mondiale dei rom. In quell’occasione venne fondata l’International romani union (Irm), si scelse come inno “Jelem Jelem”, composto da Janko Jovanovic, e che la bandiera, a strisce orizzontali, avesse in alto il colore del cielo, l’azzurro, e in basso il colore della terra, il verde. Al centro una ruota di carro rossa, a simboleggiare il nomadismo.

Il 7 e 8 aprile in particolare tra Milano e Roma, diversi incontri e appuntamenti sono stati organizzati in occasione della Giornata internazionale. L’8 aprile la presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, riceverà alle 10 a Montecitorio una delegazione di giovani rom, “ragazzi dai 14 ai 26 anni che rappresentano – come spiega il presidente dell’ Associazione 21 luglio, Carlo Stasolla – l’eterogeneità delle comunità rom in Italia, tra le problematiche che vivono e i desideri che nutrono”. Il 7 l’Associazione 21 luglio ha organizzato l’incontro “Il tempo dei rom” al teatro Valle occupato di Roma, “dedicato alla realtà, alla condizione umana e sociale, alla cultura dei rom e dei sinti”. Si comincia alle 17.30 con l’autore e attore Pino Petruzzelli di “Non chiamarmi zingaro (ed. Chiarelettere), estratto dal suo repertorio teatrale, per proseguire, tra i vari appuntamenti, con una tavola rotonda, moderata dalla giornalista Bianca Stancanelli, cui parteciperanno le comunità rom di Roma e i rappresentanti delle organizzazioni: Amnesty International (che ha aperto gli appuntamenti dedicati alla Giornata internazionale con l’evento “L’arte e la cultura contro ogni forma di discriminazione”), Arci solidarietà, Caritas diocesana, Casa dei diritti sociali, Comunità di Sant’Egidio, Cooperativa Bottega solidale, Cooperativa sociale Ermes, Popìca onlus.

Nel pomeriggio è previsto un videocollegamento tra il teatro romano e il Centro culturale San Fedele di via Hoepli a Milano, dove alle 18 di oggi è programmata la prima presentazione del libro “Buttati giù, zingaro” di Roger Repplinger, edito in Italia dall’associazione Upre Roma. Il libro, spiega Paolo Cagna Ninchi, presidente di Upre Roma, «racconta la storia di Johann Trollmann, pugile sinto, chiamato il pugile danzante per il suo stile, che venne privato dai nazisti del titolo di campione e ucciso in un campo di concentramento». Alla presentazione intervengono, oltre all’autore, Giacomo Costa, presidente Fondazione San Fedele, Carlo Feltrinelli, presidente gruppo Feltrinelli, Marco Granelli, assessore alla sicurezza e alla coesione sociale del Comune di Milano, Moni Ovadia, Radames Gabrielli, vicepresidente Federazione Rom e Sinti insieme e Dijana Pavlovic, portavoce Consulta rom e sinti di Milano. Seguirà la proiezione di “Romiland” di Alessandro Aleotti, direttore di Milania: mockumentary dedicato alla questione abitativa delle comunità Rom.

“Buttati giù, zingaro” verrà presentato anche l’8 aprile alle 11 alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. In particolare, la mattinata si aprirà con un incontro dedicato agli studenti del liceo artistico “Boccioni”, cui parteciperanno Marco De Giorgi, direttore generale Unar, Chiara Daniele, direttrice Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Carlo Feltrinelli, gli assessori del Comune di Milano, Marco Granelli e Pierfrancesco Majorino, Corrado Mandreoli, Tavolo rom di Milano 
e Giorgio Bezzecchi, Federazione rom e sinti.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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ANNIVERSARI – ‘Speciale’ Gaber, 10 anni a far finta di essere sani. Dario Fo: “Cantava l’universale”


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Gaber, 10 anni a far finta di essere sani

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Cantava l’universale

di  DARIO FO

Dovessi mettere in fila tutti i ricordi che ho di Giorgio, riempirei questo volume da solo. Perché sono centinaia.

Siamo stati ragazzi insieme, anche se io avevo qualche anno più di lui, e vivevamo in una Milano in cui c’era grande fermento artistico. Musicisti, poeti, scrittori, pittori, architetti: era un continuo incontrarsi, confrontarsi, a volte anche lavorare insieme. Abbiamo pure inciso insieme un 45 giri, io e lui, «Il mio amico Aldo»: e nonostante l’avessimo vissuto come un gioco, per la sua freschezza ed un certo qual piglio surreale è diventato anche abbastanza famoso.

Ma io e Giorgio, soprattutto, ci si sollecitava l’uno con l’altro, ognuno raccontava all’altro quanto aveva in mente. Tant’è vero che io non ho mai perso un suo lavoro e lui credo abbia fatto lo stesso. Quando è stato direttore artistico a Venezia mi ha voluto anche nel cartellone.

Pur essendo diversi, io e lui, artisticamente. Perché anche se Giorgio mi riconosceva di essere stato uno dei suoi maestri, non è che poi in verità io mi ritrovi sino in fondo dentro il suo percorso.

Alcune cose gliele invidiavo: come «Il Grigio», un testo pieno di dimensioni che avrei tanto voluto aver scritto io. Altre cose, invece, gliele contestavo. Abbiamo discusso parecchie volte soprattutto sull’impegno nell’arte. Perché io ero convinto che lui lo penalizzasse con un po’ di amarezza, con la malinconia che a volte scorgevo nei suoi lavori.

Anche se poi non posso scordare che Giorgio è stato pure l’autore de «La libertà». Una canzone sull’importanza di essere presenti nella vita per sceglierne chiaramente il destino, un brano che ritengo fra i più belli dell’intera storia della musica italiana e che è proprio un brano di impegno politico. Ma in senso alto. Educativo, etico.

Personalmente ritengo che Giorgio non abbia mai smesso di essere presente, lo sarà per sempre. Perché i suoi modi artistici non avevano scadenza. Ha sempre scritto, cantato e recitato l’universale. Anche quando partiva dalla cronaca.

Con Luporini scriveva lavori costruiti bene e soprattutto mangiati, masticati, digeriti, sputati e ripresi. Ovvero meditati, sofferti, discussi, faticosi, mai buttati lì con facilità. Come tutte le cose che contano, le sue erano opere vissute.

E mi piacerebbe molto vedere ragazzi di oggi rimettere in scena tutto quello che Giorgio ha fatto, vederli confrontarsi non solo con le sue canzoni, ma anche, e soprattutto, con quel suo teatro tanto sofferto e tanto attuale.

Tratto da
«Gaber, Giorgio, il Signor G. Raccontato da intellettuali, amici, artisti»
Kowalsky, 2008

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‘SPECIALE’ GABER

«C’è un’aria»

Interpretata da Paola Turci | Video

«Benvenuto il luogo dove»

Interpretata da Morgan | Video

«Se io sapessi»

Interpretata da Syria | Video

«Eppure sembra un uomo»

Interpretata da J-Ax | Video

«Non arrossire»

Interpretata da Renzo Arbore | Video

«Un’idea»

Interpretata da Enrico Ruggeri | Video

«Far finta di essere sani»

Interpretata da Gianni Morandi | Video

Nel teatro, la vita

«Anche i respiri avevano un senso» di Gioele Dix

Ascoltando (Gaber) s’impara

«Ci vorrebbe la forza comunicativa che aveva lui» di Paola Cortellesi

Quel mio certo Signor G

«Dal teatro ci ha lanciato eredità decisive» di Neri Marcoré

Io, G, la donna

«Una profondità che deve essere tutelata» di Luciana Littizzetto

Reo confesso

«Faceva apposta, a toccare nervi scoperti» di Claudio Bisio

La censura aguzza l’ingegno

«La situazione non è mica mutata molto» di Maurizio Crozza

Il poeta era lui

«Innanzitutto lui era bravo» di Giobbe Covatta

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fonte corriere.it

L’ECCIDIO – Il ricordo di Sant’Anna di Stazzema. Napolitano: “E’ stato un nuovo risorgimento” / VIDEO: LA ZONA BIANCA sant’anna di stazzema di Andrea Quattrini

LA ZONA BIANCA sant’anna di stazzema di Andrea Quattrini

Caricato da in data 16/feb/2011

Fotovideoracconto sull’eccidio di Sant’Anna di Stazzema del 12 agosto 1944 realizzato da Andrea Quattrini

Il ricordo di Sant’Anna
Napolitano “E’ stato un nuovo risorgimento”

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Il messaggio del presidente della Repubblica nel sessantasettesimo anniversario dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema dove furono uccisi 560 innocenti

Il ricordo di Sant'Anna Napolitano "E' stato un nuovo risorgimento"

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Sono trascorsi 67 anni da quella mattina del 12 agosto 1944. Dall’eccidio di Sant’Anna di Stazzema dove, in poco meno di tre ore, furono uccisi dai soldati tedeschi 560 innocenti, tra cui donne, bambini ed anziani.
Nella ricorrenza dell’eccidio nazista il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato al sindaco, Michele Silicani, un messaggio di partecipe saluto a tutti i convenuti alla commemorazione e all’intera comunità stazzemese “nel ricordo di una tragedia che rinnova ancora oggi il senso di un dolore profondo, nel quale la pietà e la commozione si legano alla lucida consapevolezza dell’orrore della guerra e delle immani sofferenze patite dalle popolazioni civili”.

“La vostra terra generosa”, prosegue il messaggio di Napolitano, “seppe scrivere pagine altissime di eroismo e sacrificio nella luminosa stagione della Resistenza, che pose le basi materiali e morali per un nuovo Risorgimento nazionale e la riconquista della libertà e della democrazia”. “Il sacrificio dei tanti caduti” continua il predidente della Repubblica, “combattenti e civili, si lega così, nel segno dell’amore per l’Italia, ai martiri della nostra indipendenza che in quest’anno celebrativo abbiamo ricordato e onorato”.

“Da Stazzema si leva oggi forte il monito a non dimenticare, affinchè mai più si ripetano le terribili vicende che toccarono il culmine nel periodo della feroce occupazione tedesca offendendo e calpestando i diritti e la dignità delle genti.

Il commosso omaggio ai nostri morti deve farsi responsabile impegno ad alimentare e rafforzare, specialmente nei giovani, il valore della pace, che ciascuno è chiamato a difendere attraverso il dialogo, la tolleranza e il rispetto reciproco”.

“Mantenere viva la  memoria del passato, della Resistenza e della lotta contro il nazifascismo – scrive invece il Presidente del Senato Schifani a Michele Silicani, Sindaco di Sant’Anna – continua ad essere un dovere morale per tutti noi e rappresenta una preziosa occasione di riflessione sulle tematiche del rispetto reciproco e della pacifica convivenza.

Intanto a Sant’Anna di Stazzema (Lucca) proseguono le cerimonie per ricordare l’eccidio. Alle 10.30  è stato dato il via alla terza edizione della Pace Sant’Anna– Marzabottomentre la cerimonia ufficiale prenderà il via al Sacrario.

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LA PUBBLICITA’ RIPORTATA APPARTIENE ALLA TESTATA DI PROVENIENZA DELL’ARTICOLO

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12 agosto 2011

fonte:  http://firenze.repubblica.it/cronaca/2011/08/12/news/il_ricordo_di_sant_anna_napolitano_e_stato_un_nuovo_risorgimento-20353753/

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Anniversario nucleare: da Hiroshima a Fukushima

Anniversario nucleare: da Hiroshima a Fukushima

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Oggi, 6 agosto, il Giappone commemora i 66 anni della bomba atomica su Hiroshima. E lo spettro di Fukushima carica di significati questo anniversario nucleare: nel paese del Sol Levante qualcosa è cambiato

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Il primo ministro giapponese Naoto Kan ha ribadito, in occasione delle commemorazioni per i 66 anni della strage causata dalla bomba atomica scagliata da un aviatore americano sulla città di Hiroshima, la volontà di intraprendere un percorso di denuclearizzazione della società nipponica: delle intenzioni per certi versi ovvie dopo quell’11 marzo 2011 in cui un terremoto, seguito da uno tsunami, ha causato una catastrofe nucleare di proporzioni storiche nella località di Fukushima. Però in Giappone qualcosa è cambiato e questi messaggi della classe politica trovano un opinione pubblica presso la quale la consueta fiducia verso le istituzioni, concepite dai cittadini nipponici come luogo della costruzione del benessere e degli interessi comuni, è andata rapidamente scemando dopo la ferita di Fukushima.

È un popolo che si sente tradito quello giapponese, perché se 66 anni fa gli agenti che provocarono la morte immediata di 140’000 persone – e decenni di sofferenze dovute alle radiazioni – erano esterni, quelli che oggi portano le responsabilità della catastrofe di Fukushima sono interni, quindi parte integrante del paese. Ciò significa che chi avrebbe dovuto assumersi il compito di valutare con grande attenzione e con estrema cura tutti i potenziali risvolti negativi dell’energia atomica – in un paese, ricordiamolo, ostaggio dei fenomeni sismici – non ha adempito al dovere assegnatogli, dando la priorità ad interessi che non corrispondevano a quelli della popolazione.
È peraltro lecito domandarsi come sia potuto accadere che in un paese dotato, forse più di qualsiasi altro, di una memoria storica e di un esperienza nei confronti dell’atomo e dei suoi derivati, si sia potuto agire con una tale leggerezza.

Eppure la malattia della classe dirigente giapponese è diagnosticabile da tempo: il paese del Sol Levante, fin dai tempi della entrata del paese nell’era moderna (fine XIX°secolo) è governato da una classe burocratica che non ha promosso il primato della politica sul settore amministrativo e il mondo degli affari. Il ministero dell’economia, del commercio e dell’industria (METI), da cui dipendono le istanze di sorveglianza dell’industria nucleare, ha lasciato ad esempio che negli scorsi decenni si formassero dei potenti monopoli delle compagnie produttrici di elettricità, le quali hanno hanno cominciato ad imporre le loro norme.

La rigenerazione della fiducia tra cittadini e classe dirigente avrà dunque una lunga gestazione: questo triste anniversario potrà senz’altro essere un punto di partenza, ovviamente a patto che in seno a quest’ultima saprà prodursi un cambiamento di rotta atto a ristabilire le proprie priorità e le propria funzione di garante degli interessi della popolazione, cominciando ad esempio con un serio piano di denuclearizzazione del paese. Perché se la decisione di lanciare una bomba atomica sulla città di Hiroshima non fu supportata da una seria analisi delle conseguenze, non lo fu nemmeno la promozione dell’energia nucleare da parte della classe dirigente giapponese.
Una prassi, questa, che anche alle nostre latitudini dovrebbe essere evitata.

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06 agosto 2011

fonte:  http://www.ticinolibero.ch/?p=75551

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Valle del Belice, la difesa della memoria

Valle del Belice, la difesa della memoria

Valle del Belice, la difesa della memoria

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FOTOGALLERY

La comunità della Valle del Belice, a 43 anni dal terribile sisma (15 gennaio 1968), ripercorre la sua storia attraverso un progetto per il recupero e la valorizzazione della “memoria” del territorio. L’iniziativa “Le terre che tremarono”, in corso da due anni, è realizzata da Cresm, Clac, Le Mat e Cooperativa Eco Culture e viaggi con il sostegno della Fondazione per il Sud. Il titolo del progetto è stato scelto in riferimento più che al terremoto ai “sommovimenti” politici e sociali che già dalle lotte contadine degli anni ‘40 caratterizzarono la storia della Valle del Belice. Le tracce di quegli avvenimenti, come ad esempio le foto, i video, le testimonianze, le cronache e i racconti, sono state raccolte ed elaborate in un costante lavoro di ricostruzione dell’identità culturale del territorio, per essere trasmesse alle nuove generazioni all’interno di uno spazio della “memoria viva”. Lo Spazio Epicentro/Belice aprirà a Gibellina (Tp) il prossimo 5 marzo, anniversario della Marcia per la Sicilia Occidentale del ‘67 che vide migliaia di persone e intellettuali venuti da tutto il mondo, accompagnare Danilo Dolci e Lorenzo Barbera da Partanna a Palermo, per chiedere condizioni di vita più dignitose per i siciliani.  Accanto alle foto storiche donate da Toni Nicolini, le immagini odierne della Valle ripercorsa da un gruppo di giovani fotografi siciliani (foto di Antonia Giusino, Associazione CLAC).
Le testimonianze del progetto sono disponibili suli sito della fondazione
In alto, foto di Toni Nicolini

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10 gennaio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2011/01/10/foto/memoria_valle_del_bellice-11038339/1/?rss

Tra i potenti e la povera gente: Il ruolo storico e le divisioni della chiesa cattolica in Sicilia dopo l’Unità d’Italia

Tra i potenti e la povera gente

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Il ruolo storico e le divisioni della chiesa cattolica in Sicilia dopo l’Unità d’Italia

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di Carlo Ruta

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Quando, il 20 settembre 1870, cadde Roma, e con essa l’ultimo tassello dello Stato Pontificio, entrava nel vivo una questione condizionante, in grado di competere, per certi versi almeno, con quella meridionale, che pure andava assumendo caratteri tipicamente militari, e con quella sociale, avvertita già a tutti i livelli. Da allora, i governi sabaudi, che si erano trovati nella necessità di attingere alle risorse della Chiesa per saldare i deficit dei bilanci di Stato, dovettero fare i conti fino in fondo con le tradizioni del paese reale, che, a dispetto del dilagante anticlericalismo, insistevano a trovare punti di forza nell’autorità morale dei campanili, delle parrocchie, delle diocesi, lungo tutto il territorio nazionale. La determinazione non venne meno, beninteso. Da vincitore, e da Stato laico, il regno sabaudo continuò a fare le regole, mentre la Chiesa dei pontefici, non più garantita dalla Francia di Napoleone III, reduce della mortificazione inferta da Bismarck a Sedan, si ritrovò confinata in uno spazio ristretto, nei palazzi vaticani, da cui dovette abituarsi a recitare la parte della grande sconfitta. Essa scelse, come è noto, l’ostilità strategica, che Pio IX sintetizzò nella formula del non-expedit, con cui veniva motivata l’inopportunità della partecipazione del clero alla vita politica del paese. Il Tevere divenne allora un fossato profondo, fino ad apparire insuperabile. E tale processo, di scollamenti e discordie, seguì in Sicilia un percorso coerente, legato nondimeno alle tipicità di alcune tradizioni.

Il clero dell’isola non era nuovo alle mortificazioni del potere pubblico, recando dietro un lungo iter di contenziosi, più o meno irrisolti. La nota «controversia liparitana» aveva fatto in qualche modo scuola. Aveva costituito comunque uno shock epocale, negli anni settanta del XVIII secolo, la confisca dei beni ecclesiastici pianificata da Napoli dal primo ministro Tanucci e condotta localmente dal vicerè Fogliari. Era stata, allora, la risposta dei Borboni al debordante potere economico che in Sicilia avevano acquisito in particolare i gesuiti, detentori, con altri ordini religiosi, di un terzo della intera superficie agraria. Nei decenni successivi la Chiesa siciliana aveva recuperato comunque il terreno perduto, per presentarsi negli anni clou dell’unificazione con un patrimonio cospicuo, indisponibile alle esigenze demaniali e dei ceti emergenti. La situazione dopo il 1861, agitata appunto dalle ideologie e dalle culture anticlericali, ma pure da bisogni del Tesoro, progredì quindi nella direzione sperimentata dai Borboni di Napoli. Gli effetti del decreto regio del 1867, che aboliva gli enti morali della Chiesa e ne confiscava i patrimoni, furono nell’isola non da poco. I beni delle diocesi finirono all’asta, per essere assunti infine da un ceto distinto, di estrazione borghese, che aveva partecipato in buona misura all’insurrezione e alle guerre garibaldine. Avrebbe potuto essere l’incipit di una rivoluzione agraria. Ma le cose andarono diversamente. Prevalse il principio della conservazione, mentre progrediva, negli ambiti stessi di quel notabilato, in bilico fra istanze democratiche e vecchie aristocrazie, una leva d’«ordine», di facinorosi, di cui per primo Raimondo Franchetti seguì i movimenti. Ma come reagì la Chiesa siciliana alla nuova umiliazione?

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Alcuni preti vengono arrestati durante il periodo della confisca – fonte immagine

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Coordinandosi con le difficoltà del tempo, il clero adottò, in via generale, una linea minimalistica. Ritiratasi dalla politica e dagli affari di Stato, la Chiesa scelse di correlarsi con la vita reale, delle città e delle campagne, occupando gli spazi sociali che, per via delle nuove contingenze, erano ancora preclusi allo Stato sabaudo, che d’altronde, prima da Torino, poi da Firenze, infine da Roma, imponeva la propria autorità con l’attivismo, più o meno truce, dei prefetti. A dispetto di tutto, essa continuò a interessarsi dell’educazione dei ragazzi. La legge Casati del 1859, che laicizzava l’istruzione, se aveva escluso infatti l’insegnamento religioso dalle scuole superiori, lo manteneva in quelle elementari. Per alcuni limiti formali in sede legislativa, la situazione rimaneva tale d’altronde dopo il varo della riforma Coppino del 1877. Come bene avrebbe rilevato Gramsci, la chiesa cattolica, forte del proprio radicamento, tanto più nel Mezzogiorno rurale, era legittimata comunque a rappresentare il mondo contadino, in condominio con il nascente socialismo. Se nella prassi politica le ragioni laiciste rimanevano allora preponderanti, sul terreno sociale, il prete, il vescovo, altre figure del clero, rimanevano essenziali. E soprattutto a quel punto in Sicilia come altrove, il mondo cattolico, fu indotto a coinvolgersi nelle questioni, a dividersi quindi, fino a rivelare due anime, compatibili e tuttavia distanti.

Da una parte si manifestava una Chiesa liturgica, che associava la tradizione al censo, il latinorum alle istanze dei potentati territoriali. Era già in cammino, evidentemente, la Chiesa che avrebbe prevalso nel primo Novecento, dagli anni del fascismo al dopoguerra. Dall’altro lato si poneva in gioco il cattolicesimo sociale, quello della povera gente, che con poche risorse ma con princìpi irrinunciabili avrebbe scortato le emergenze del secolo e di quello successivo. Con l’enciclica Rerum Novarum, Leone XIII cercò di trovare un punto di mediazione tra tali due realtà, riconoscendo legittimità alla questione operaia, mentre in Sicilia, da Caltagirone, il prete Luigi Sturzo maturava l’idea di un movimento politico, che chiamasse in causa la questione meridionale, facendo leva sul mondo contadino, attraverso gli strumenti della cooperazione, delle casse rurali, per combattere l’usura, dell’associazionismo. Negli anni della Destra come in quelli della Sinistra la questione contadina andò giocandosi in ogni caso nelle città, nelle borgate, nelle campagne, talvolta con effetti clamorosi, come quando, sotto il governo Crispi, la crisi economica, accentuata dalla guerra commerciale con la Francia e dalla diffusione della fillossera, che già negli anni ottanta aveva distrutto gran parte dei vigneti siciliani, fece erompere i bubboni del latifondo e delle miniere di zolfo. Le due linee del mondo cattolico emergevano allora con perentorietà.

I Fasci dei lavoratori, che percorsero la Sicilia nei primi anni novanta, non coinvolsero solo contadini ed operai sensibili alle dottrine socialiste. Nelle piazze e nelle campagne, dove si manifestava contro le vessazioni feudali, con naturalezza i ritratti di Garibaldi e Mazzini venivano coniugate con le icone di Cristo e perfino dei santi patroni. Si trattava appunto del cattolicesimo più in basso, che, a dispetto di tutto, cominciava a interloquire con le associazioni socialiste. Altro fu invece l’atteggiamento del clero ufficiale, che in quasi tutte le diocesi censurò in modo emblematico il movimento, prendendo le difese dei latifondisti e dei proprietari di zolfare. In un primo momento il vescovo di Caltanissetta Giovanni Guttadauro dimostrò un qualche riguardo per le rimostranze popolari, ritenendo che non se ne potessero dissimulare le cause. Ma nel 1894, quando la repressione di Crispi chiudeva i conti con i Fasci, con il risultato di oltre 150 morti, precisò la propria opinione, affermando che le plebi erano state illuse «da istigatori malvagi e da ree dottrine». E in modo analogo si espressero altri prelati, dal vescovo di Noto Giovanni Blandini, che definì «stoltizia» l’aspirazione a una distribuzione equa dei beni, al cardinale di Palermo Michelangelo Celesia, che si congratulò di persona con commissario regio Roberto Morra di Lariano, pianificatore delle stragi che posero fine al movimento.

Negli anni successivi il cattolicesimo dal basso continuò a operare in difesa della dignità umana. Nei primi decenni del Novecento ebbe pure i suoi morti, come Giorgio Gennaro, ucciso a Ciaculli nel 1916, Costantino Sella, ucciso a Resuttano nel 1919, Stefano Baronia, ucciso a Gibellina nel 1920. Introdottasi nel nuovo ordine di cose, la Chiesa ufficiale assumeva invece lo status di potere fra i poteri, con la sanzione dei Patti Lateranensi. La continuità di tale status negli anni della repubblica fu poi un esito congiunto del ceto politico guidato da De Gasperi e delle gerarchie di Pio XII. Alla guida dell’arcidiocesi di Palermo finiva a quel punto il cardinale Ernesto Ruffini, secondo cui la mafia era solo un’invenzione per colpire la DC e i siciliani. Con l’avvento di Giovanni Roncalli e con i percorsi della Chiesa post-conciliare pure nell’isola si sarebbe aperto comunque il tempo delle rettifiche.

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06 novembre 2010

fonte: via e-mail

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Vittorio Emanuele II – fonte immagine

Ecco il regio decreto per la sopprressione degli Enti Ecclesiastici:

(N.3848)

Legge per la liquidazione dell’asse ecclesiastico.
15 agosto 1867

VITTORIO EMANUELE II
PER GRAZIA DI DIO E PER VOLONTA’ DELLA NAZIONE
RE D’ITALIA

Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato:
Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:

Art. 1 Non sono più riconosciuti come enti morali:
1° I capitoli delle chiese collegiate, le chiese ricettizie, le comunìe e le cappellanie corali, salvo, per quelle tra esse che abbiano cura di anime, un solo beneficio curato od una qnota curata di massa per congrua parrocchiale

2° I canonicati, i benefizi e le cappellate di patronato regio e laicale dei capitoli delle chiese cattedrali;

3° Le abbazie ed i priorati di natura abbaziale ;

4° I benefizi ai quali, per la loro fondazione, non sia annessa cura d’anime attuale, o l’obbligazione principale permanente di coadiuvare al parroco nell’esercizio della cura ;

5° Le prelature e cappellanie ecclesiastiche, o laicali ;

6° Le istituzioni con carattere di perpetuità, cho sotto qualsivoglia denominazione o titolo sono generalmente qualificate come fondazioni o legati pii per oggetto di culto, quand’anche non erette in titolo ecclesiastico, ad eccezione delle fabbricerie, od opere destinate alla conservazione dei monumenti ed edilizi sacri che si conserveranno al culto. Gli istituti di natura mista saranno conservati per quella parte dei redditi e del patrimonio che, giusta l’articolo 2 della legge 3 agosto 1862, n° 753 , doveva essere distintamente amministrata, salvo quanto alle confraternite quello che sarà con altra legge apposita ordinato, non differito intanto il richiamo delle medesime alla sorveglianza dell’autorità civile.

La designazione tassativa delle opere che si vogliono mantenere perchè destinate alla conservazione dei monumenti, e la desigi azione degli edifizi sacri da conservarsi al culto, saranno fatte con Decreto reale da pubblicarsi entro un anno dalla promulgazione della presente legge.

Art. 2. Tutti i beni di qualunque specie appartenenti agli anzidetti enti morali soppressi sono devoluti al Demanio dello Stato sotto le eccezioni e riserve infra espresse:……..(1)

D’altronde tra i motivi che scatenarono la famosa “Rivolta del 7 e mezzo”, che proprio in questi giorni compie l’anniversario, vi fu proprio “l’abolizione dei Corpi Religiosi” come scrisse il comandante della Guardia Nazionale di Palermo, sig. Gabriele Camozzi.
Raffaele Cadorna, il generale che rase letteralmente al suolo Palermo, arrivò a scrivere che la rivolta era fomentata dai preti e dalle monache che partecipavano in armi alle squadre in rivolta.
Un ufficiale piemontese scrisse il 24 settembre 1866 al “Progresso di Vicenza” e al “Diritto” del 1° ottobre: “oggi continuano a fucilare; ne ammazzano dai cinque ai sei alla volta.Frati e preti sono lasciati in balia dei soldati.Ti puoi immaginare il massacro che si fa!”(2).

Che vi fosse un odio eccessivo contro i religiosi lo dimostrano le famose invettive garibaldine contro i preti, ma anche altre meno note come quelle lanciate nel 1861 da Giacomo Oddo dal suo libro pubblicato a Milano, “Il brigantaggio o l’Italia dopo la dittatura di Garibaldi”, nel quale scrive:
“A noi ci fa più male un prete che cento briganti affamati, e tutti i preti sono nostri nemici e tutti lavorano indefessamente a nostro danno e scorno”
Ed ancora:
“Io non posso qui nominare tutti i preti nemici alla nostra causa, bisognerebbe nominarli tutti, rarissime essendo le eccezioni, e questa lunga litania riescirebbe di poco frutto”

Questo come altri libri del genere non poterono non generare un clima di “caccia alle streghe” nei confronti dei religiosi e perciò appare molto probabile che di massacri ve ne furono davvero, ma bisognerebbe fare una ricerca molto più approfondita per ottenere il numero esatto negli anni che seguirono l’Unità.
Ecco cosa si legge nella “Difesa del duca di Modena dalle accuse del Sig.Gladstone(3) – Marchese di Normanby – traduzione in italiano – Venezia – 1862″, a pag.38:

“II Contemporaneo di Firenze, nell’agosto 1861, pubblicava la seguente Statistica di soli nove mesi di reazioni nelle provincia meridionali: Morti fucilati istantaneamente – 1841 ; morti fucilati dopo poche ore — 7127; feriti – 10604, prigionieri – 6112; sacerdoti fucilati – 54; frati fucilati – 22; case incendiate – 918; paesi incendiati – 5; famiglie perquisite – 2903 ; chiese saccheggiate – 12 – ragazzi uccisi – 60; donne uccise – 48; individui arrestati – 13629; comuni insorti – 1428. Sono cifre che fanno raccapriccire; eppure non son tutte! Povera Italia!”

(1) Manuale di tutte le leggi, decreti e regolamenti relativi alla liquidazione dell’Asse Ecclesiastico – Ministero delle Finanze – Firenze 1868 – pag.108
(2) La Civiltà cattolica – vol.102 – serie VI – Roma – 1866 – pag.237
(3) Sir. Gladstone, lo stesso che scrisse, senza averle mai vedute, che le prigioni napolitane erano orrende, con lo scopo di delegittimare il governo di Ferdinando II.

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fonte:  http://comitatosiciliano.blogspot.com/2009/09/lunita-ditalia-fatta-con-il-sacrificio.html


Fini: “Un dolore il tricolore bruciato”. Unità d’Italia: “Coesione bene prezioso”

Fini: “Un dolore il tricolore bruciato”
Unità d’Italia: “Coesione bene prezioso”

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Il presidente della Camera interviene sulla questione delle discariche e i disordini a Terzigno durante la presentazione a Montecitorio del volume ‘Garibaldi: due secoli di interpretazione’. Sull’anniversario dell’incontro di Teano: “Rinnovare il mito e il senso del Risorgimento per il nostro Paese”

Fini: "Un dolore il tricolore bruciato" Unità d'Italia: "Coesione bene prezioso" Il presidente della Camera, Gianfranco Fini

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ROMA – “L’immagine del tricolore 1, bruciato nei giorni scorsi durante gli scontri a Terzigno, non può che costituire motivo di dolore e preoccupazione”. Lo afferma il presidente della Camera, Gianfranco Fini, intervenendo questa mattina a Montecitorio alla presentazione del volume ‘Garibaldi: due secoli di interpretazioni’.

“Occorre – ha aggiunto – un impegno corale e convinto affinché nessuna comunità locale, o ceto, o categoria possano sentirsi abbandonati, anche quando non lo sono, dalle istituzioni e della comunità nazionale”.

Per la terza carica dello Stato, “è dovere delle Istituzioni – sottolinea – impegnarsi per rafforzare nel nostro popolo il senso di appartenenza a una ‘comunità di destino, sentirsi nazione nel senso di Joseph Ernest Renan, in un plebiscito che si rinnova ogni giorno. E’ un obiettivo che può e deve essere raggiunto – sostiene ancora Fini – non solo attraverso la memoria comune, ma anche e soprattutto attraverso la vicinanza effettiva alla vita concreta degli italiani, alle loro ansie, ai loro timori”.

Fini punta il discorso sulla coesione nazionale: “uno dei beni più preziosi e intangibili dell’Italia di oggi”. Così nelle parole del presidente della Camera il mito di Garibaldi “coincide per molti aspetti con il mito stesso del Risorgimento, quel mito che siamo oggi chiamati, nell’imminenza del centocinquantenario, a rinnovare. Soprattutto nella coesione nazionale, che rappresenta uno dei beni più preziosi e intangibili dell’Italia di oggi”.

“Con l’odierna ricorrenza – ha aggiunto riferendosi all’anniversario dell’incontro di Teano tra Giuseppe Garibaldi e re Vittorio Emanuele II – ci avviciniamo in modo significativo al grande appuntamento del 2011, centocinquantesimo anniversario dell’unità della Patria. Questa giornata deve costituire un ulteriore richiamo alla necessità di difendere e rilanciare il valore dell’unità nazionale, è essenziale farlo nel momento in cui la coesione tra italiani di ogni ceto, di ogni appartenenza geografica, di ogni ispirazione politico-culturale si rivela decisiva per vincere le grandi sfide che riguardano il futuro del nostro Paese”.

L’anniversario per il presidente della Camera è “uno dei momenti simbolicamente più forti del processo di unificazione nazionale”. Il simbolo “dell’unificazione politica – dice la terza carica dello Stato – tra l’Italia meridionale, appena liberata da Garibaldi, e l’Italia centrosettentrionale”. L’idea di presentare la figura di Garibaldi attraverso il racconto, la testimonianza e l’analisi dei suoi numerosi interpreti, come fa appunto il volume presentato oggi, è secondo Fini “di grande originalità”. E anche “l’ulteriore dimostrazione – conclude – della centralità della figura dell’eroe nella tradizione, nell’iconografia e nell’immaginario dell’Italia unita”.

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26 ottobre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2010/10/26/news/fini_terzigno-8443436/?rss

Strage di Bologna, il tramviere: «Come tanti voglio la verità»

Strage di Bologna, il tramviere «Come tanti voglio la verità»

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di Alice Loreti

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Agide Melloni è l’autista del bus che il 2 agosto del 1980 si trasformò in obitorio. Di quel giorno ricorda tutto: il rumore della bomba alla stazione di Bologna, le colonne di fumo, le urla. Oggi è in pensione, ha la passione delle radio a onde corte (quelle “Am”, per capirci) ed è un personaggio conosciuto, tanto da essere stato acclamato da alcuni bolognesi come candidato sindaco. Ma di fronte al pubblico apprezzamento, ci tiene a chiarire di non essere un eroe: “Capisco che il caos politico e sociale che si vive nel Paese spinga molte persone a sentire il bisogno di cambiamento – dice – ma sono una persona normale. E quel giorno ho fatto solo il mio lavoro: l’autista di bus”.

Guarda il video per il 25° anniversario (di Filippo Porcelli).

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Ogni volta che ritorna a quel 2 agosto di trent’anni fa prova lo stesso sgomento. “Non è sempre facile parlarne – racconta – ma capisco quanto sia importante trasmettere la memoria di questa tragedia, soprattutto alle generazioni più giovani”. Come venne a sapere della bomba alla stazione? “In quel momento mi trovavo a poche centinaia di metri da piazzale Medaglie d’Oro, nella sede della mia azienda. Ero appena tornato da un viaggio in Albania; era il 1980 e quel paese era molto diverso da adesso. Stavo raccontando la mia esperienza ai colleghi. Ad un certo punto ho sentito una violenta esplosione. Sul momento io e mi colleghi ci siamo guardati in faccia e abbiamo pensato fosse un aereo supersonico. Nel giro di pochi minuti siamo usciti, io dovevo rientrare in servizio, salire sul mio bus. Dopo 10-15 minuti dallo scoppio sul ponte Matteotti, quello che incrocia i binari, abbiamo incontrato un bus di linea che proveniva dalla stazione. “Guardate che è esplosa una bomba” ci ha detto l’autista. Noi non gli abbiamo creduto. Poi siamo arrivati e ci siamo resi conto della situazione”.

Cosa ricorda? “Colonne di fumo, caos, urla. Un po’ per istinto, un po’ per responsabilità, come prima cosa sono andato alla sede dell’Avis, che si trovava in stazione, per chiedere se c’era bisogno di sangue. Visto che non vi era necessità, sono tornato sul piazzale. Per trasferire i feriti all’ospedale Maggiore, c’erano le ambulanze e 2 o 3 autobus. Quando sono arrivati i primi corpi estratti dalle macerie, ci voleva un mezzo per trasportarli all’obitorio. Così insieme ad un collega e ai vigili del fuoco abbiamo segato il palo del bus che serve per aiutarsi a salire e scendere, per far entrare le barelle. E abbiamo cominciato a trasferire le vittime. Io ero lì, ero un autista e mi sono messo alla guida. I meccanismi del destino sono imprevedibili. Io ho ritenuto giusto fare il mio dovere”. Quello era il famoso autobus 37? “Esatto. La vettura numero 4.030”. Fino a che ora guidò? “Fino alle 3.30 del mattino. Quindi 15-16 ore di fila”. Quando pensa a quel giorno, qual è la prima cosa che le viene in mente? “La devastazione dei corpi coperti da lenzuoli la cui superficie svaniva lasciando vedere cosa c’era sotto. E la partecipazione di sconosciuti, persone ignote provenienti da mille diversi mestieri o dal nulla che quel giorno sono stati Bologna. Un protagonismo spontaneo incredibile. Quella è la città che è uscita dal 2 agosto”.

Come sono stati questi 30 anni? “È una cosa che non passa mai, che continua ad emozionarmi in modo molto forte. E non solo il giorno dell’anniversario, anche gli altri 364 giorni. Sento addosso la rabbia per una verità non ancora conosciuta”. E oggi, cosa fa? “Sono un ex autista ormai. Ho finito di lavorare. Mi dedico alla mia grande passione: la radio a onde corte. Ascolto quelle dell’America Latina, Asia, Europa. Viaggio con la mia radio, insomma”.

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07 agosto 2010

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=102184

«Ustica, un missile sull’aereo Me lo disse subito un generale»

L’intervista – Rino Formica: «Tutti vanno da Gheddafi, nessuno si fa dire come andò»

«Ustica, un missile sull’aereo
Me lo disse subito un generale»

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Era il pilota di Nenni, escluse il cedimento strutturale. Furono i francesi? L’ha detto Cossiga, sto con lui»

Rino Formica (LaPresse)
Rino Formica (LaPresse)

ROMA —A sentire Rino Formica, il socialista che era ministro dei Trasporti nel governo guidato da Francesco Cossiga quando precipitò il Dc9 dell’Itavia, i casi sono due. O la verità sulle 81 persone morte nel volo su Ustica si trova in archivi italiani, e allora il personale che ha governato l’Italia dopo la fine della Prima Repubblica, «proveniente dall’estrema destra all’estrema sinistra», non è stato in grado di rivelarla per volontà o inadeguatezza. Oppure la verità sul 27 giugno 1980 è all’estero, e l’incapacità di ottenerla dimostra che il nostro Paese non è autorevole a livello internazionale come molti di quegli stessi politici lo descrivono.

Sarebbe interessante una sua intervista su Ustica…
«Mi vergogno a parlarne», è la prima risposta di Formica, 83 anni, al Corriere.

Di che cosa si vergogna?
«Parlarne dopo 30 anni e dire alle famiglie che c’è ancora da scavare sulla verità è, per il Paese, un segno di impotenza o di ipocrisia».

Dovuto a che cosa?
«Questo è un sistema politico che non conta niente. Quando si rideva della storia del missile (la tesi che fosse stato un missile ad abbattere l’aereo, ndr), fui il primo al Senato, di fronte a tutti i gruppi parlamentari che accettavano la teoria del “cedimento strutturale”, ad affermare: attenti, potrebbe esser stato qualcosa di esterno. C’era la tesi del generale Rana».

Era stato il generale Saverio Rana, presidente del Registro aeronautico italiano, a dirle che il Dc9 poteva essere stato colpito da un missile.
«Valutando i dati dei radar, Rana lo riteneva razionalmente possibile. Siccome è escluso si trattasse di un missile di batteria italiana, e deve essere straniero, dovremmo ricavarne un paio di elementi».

Quali?
«Dopo 30 anni, il Paese non riesce ad avere spiegazioni da Stati non nemici. Alleati. Allora è un Paese che accetta di poter essere preso per i fondelli. E siccome in 30 anni non c’è forza politica che non abbia governato e messo mano negli archivi, se ne deve dedurre che la verità è in archivi non in questo Paese. Hanno governato tutti, pure extraparlamentari di destra e sinistra…».

Quando Rana le parlò di missile, il ministro della Difesa Lelio Lagorio, Psi, non diede seguito.
«Nel dire “cosa un po’ fantasiosa”, doveva reggersi sullo stato maggiore. Che poteva dire?».

E lei?
«Io non disponevo di alcun elemento certo, ma della valutazione di uno del quale avevo grande fiducia. Di Rana mi fidavo del tutto, non solo perché era stato il pilota di Pietro Nenni, anche perché lo conoscevo come uomo specchiato, onesto, impastato della storia dell’Aeronautica. Rana escludeva il collasso strutturale, non stabiliva chi era l’esecutore. Il problema era che, vista l’assenza del collasso…».

Formica, ma lei che idea si è fatto? Chi buttò giù il Dc9?
«Sto alle osservazioni di Cossiga. Ha detto: i francesi».

La strage di Ustica dimostra la scarsa sovranità dell’Italia.
«Il problema non è quanto è avvenuto fino agli anni ’80, quando la sovranità era determinata dalla divisione del mondo in blocchi, ma dopo».

Questo non è un palleggio? Al governo c’era lei, allora.
«No, non lo è. Perché tutti quelli al governo dopo si sciacquano la bocca sul fatto che la Prima Repubblica era assoggettata all’estero. Scusi, Obama se non sa che fare non chiede consiglio a Berlusconi? Putin non sa da qui i calzini da mettere? Non daremmo tanti consigli? Tanti consigli, tanti pernacchi. E Gheddafi? Vanno sempre sotto la sua tenda. E non si fanno mai spiegare nulla. Sia pure all’orecchio, come si dice in linguaggio massonico, dato che sono tutti massoni, a destra e a sinistra. Senta, sò tutti dei girella».

Maurizio Caprara

fonte: http://www.corriere.it/cronache/10_giugno_28/caprara-ustica-un-missile-su-aereo_996665be-8287-11df-9406-00144f02aabe.shtml

“Così venne ucciso Pasolini” La verità del docufilm di Martone

“Così venne ucciso Pasolini”
La verità del docufilm di Martone

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Sergio Citti riporta la testimonianza di un pescatore che abitava in una delle casette che circondano l’area dell’idroscalo, e che avrebbe assistito all’assassinio dello scrittore. Un documento che ora fa parte del fascicolo per la nuova inchiesta sull’omicidio del ’75

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di LAURA LARCAN

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"Così venne ucciso Pasolini" La verità del docufilm di  Martone

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TRENTA minuti di verità sconosciuta e scomoda, raccontata con la voce affaticata dalla malattia. Sergio Citti commenta le immagini mute del video che girò all’idroscalo di Ostia subito dopo l’omicidio di Pier Paolo Pasolini avvenuto il 2 novembre del 1975, mentre sullo sfondo il fratello Franco allettato lo guarda. E’ il “film nel film” che Mario Martone ha girato nel 2005 1, in collaborazione con l’avvocato Guido Calvi e l’allora assessore capitolino alla Cultura Gianni Borgna, poco prima della morte di Sergio Citti e che è stato depositato una settimana fa al pm Francesco Minisci per la riapertura dell’inchiesta sull’uccisione dello scrittore e regista. Il documento, che è stato illustrato oggi alla casa del Cinema di Roma dal senatore Calvi incaricato dal Comune di Roma che nel 2005 (a trent’anni dalla morte) si costituiva parte civile nell’indagine, rimette in discussione le “verità” di Pino Pelosi (l’unico accusato ufficialmente della morte di Pasolini) rivelandone tutte le incongruenze “incontrovertibili”, come ci tiene a sottolineare anche lo stesso Martone.

La novità sta nel fatto che Citti riporta la testimonianza di un pescatore che abitava in una delle casette che circondano l’area dell’idroscalo, e che avrebbe assistito all’assassinio. “Il pescatore mi aveva raccontato cosa aveva visto quella notte ma non voleva essere ripreso perché aveva paura”, dice Citti. “Aveva visto entrare due macchine nell’area, e non una sola. E diverse persone. Pasolini fu preso e tirato fuori da almeno quattro, che l’hanno portato contro una rete e cominciato a picchiare”. I passaggi più intensi sono poi quelli che documentano la fine quando il pescatore diceva di sentire Pasolini urlare. Sembrerebbe che ad un certo punto Pasolini avesse fatto finta di essere “finito”, e allontanatisi quegli uomini, s’era tolto la camicia insanguinata e s’era asciugato, ma che poi una macchina era tornata coi fari accesi, e quegli uomini lo avrebbero inseguito a piedi. Citti ricorda che il pescatore aveva detto di aver visto “sto poveretto alzarsi e scappare, ma poi di non averlo più visto”.

E insiste Sergio Citti nella ricostruzione delle manovre della macchina, “assurde e strane” in considerazione delle possibili vie d’uscita dall’area, e quindi evidentemente finalizzare a investire il corpo di Pasolini. “Non credo sia stata la macchina di Pasolini ad investirlo  –  ribadisce Citti – ma l’altra, la seconda”. E proprio su questa macchina entra in scena anche il contributo della testimonianza di Silvio Parrello, 67 anni, uno dei “ragazzi di vita”, l’unico intellettuale del gruppo, come si definisce, perche oggi è poeta e pittore, che con un’indagine personale “per affetto e riconoscenza verso la madre di Pasolini, donna che ha sofferto tanto”, avrebbe individuato i nomi di alcuni “ignoti”: il carrozziere che riparò e ripulì da sangue e fango la macchina che materialmente uccise lo scrittore, e la persona che quella notte gliela portò.

“I nomi li so e l’ho fatti un mese fa al giudice – dice Silvio – Come l’ho scoperto? È’ una lunga storia. La seconda macchina, non quella di Pasolini, fu portata quella notte prima ad un carrozziere sulla Portuense che si rifiutò di pulirla e sistemarla, poi ad un secondo che la prese in custodia. Poi, stranamente, il 16 febbraio del ’76 a processo iniziato, quella stessa persona che aveva portato la macchina, scomparve. Quattro anni dopo però il suo nome ricompare perché fermato con patente scaduta. Ma il suo caso risultava top secret”.

Racconta, nel dettaglio, Parrello, che nel frattempo si era fatto vivo un figlio di quest’uomo, nato da una relazione extraconiugale, sconosciuto anche dai più intimi familiari, chevoleva conoscere il padre. E nella ricerca s’era fatto aiutare da un amico che lavorava alla Digos, che ha scoperto quanto fosse “top secret” la sua posizione. “Quindi non ci vuole una laurea per capire che è un protetto”. “Questo Stato ha un grande debito nei confronti dell’indagine  –  dice Guido Calvi – La morte di Pasolini fu chiusa subito dopo l’arresto di Pelosi, e non fu fatto più nulla con la cancellazione di elementi fondamentali. Stavolta qualche speranza in più la nutro. Anche perché c’è tutta la vicenda strana di Petrolio innescata dalle dichiarazioni di Dell’Utri, che ha dato materia per riaprire l’istruttoria”.

Sul fronte del Comune di Roma, l’assessore alla Cultura Umberto Croppi conferma l’impegno a “spingere la nuova amministrazione a continuare a sentirsi parte offesa riguardo ad un possibile omicidio”, anche perché , “l’ipotesi politica che verrebbe confortata dal capitolo inedito e scomparso di Petrolio evoca uno scenario inquietante sull’epoca, alludendo a connivenze che hanno forse ancora vitalità oggi se non siamo riusciti a scioglierle in trent’anni”. Colpo di scena, Dino Pedriali il fotografo di Pasolini dichiara oggi di aver visto “con i suoi occhi” gli scritti di Petrolio e che lo stesso Pasolini gli aveva confidato di aver scritto seicento cartelle del finale.

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04 maggio 2010

fonte: http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/05/04/news/film_pasolini-3817829/?rss