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‘Brescia: i morti senza giustizia di piazza della Loggia’, di Beppe Giulietti

Piazza Della Loggia – Blu Notte Misteri Italiani ( 16-9-2007 )

Pubblicato in data 30/gen/2013
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fonte immagine unoenessuno.blogspot.it

Brescia: i morti senza giustizia di piazza della Loggia

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di | 28 maggio 2013

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Giulietta Banzi Bazoli, 34 anni, insegnante.
Livia Bottardi Milani, 32 anni, insegnante.
Eupio Natali, 69 anni, pensionato.
Luigi Pinto, 25 anni, insegnante.
Bartolommeo Talenti, 56 anni, operaio.
Alberto Trebeschi, 37 anni, insegnante.
Clementina Calzari Trebeschi, 31 anni, insegnante.
Vittorio Zambarda, 60 anni, operaio.

Donne e uomini ammazzati da una bomba fascista il 28 maggio del 1974 a Brescia in piazza della Loggia. Non hanno mai ottenuto verità e giustizia. Gli assassini si aggirano liberi, magari passeggiano accanto ai loro familiari. I giudici hanno denunciato collusioni, omissioni, interferenze di apparati dello stato per depistare e nascondere le responsabilità, già allora alcuni contrastavano terrorismo e mafie ed altri, invece, contrattavano con loro.
Sino a quando trame e trattative non saranno state svelate l’Italia non potrà mai essere al sicuro dai ricatti e dai ricattatori, alcuni dei quali sono ancora in azione.

Per questo è giusto, ogni anno, ricordare le donne e gli uomini ammazzati a Brescia, perché quel passato non è solo memoria, ma impegno per il presente e per il futuro.

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Articoli sullo stesso argomento:

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fonte ilfattoquotidiano.it

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MACELLERIA GIUDIZIARIA – Il caso Tortora trent’anni dopo / Enzo Biagi: “E io difendo Tortora”, la Repubblica – 4 agosto 1983

Il caso Tortora trent'anni dopo Tortora in tribunale

Il caso Tortora trent’anni dopo

Nel giugno del 1983 l’arresto del popolare conduttore televisivo. Le accuse dei pentiti, la gogna pubblica, l’assoluzione in Cassazione, la malattia e la morte. Per quello che Giorgio Bocca definì “il più grande esempio di macelleria giudiziaria” nessuno ha mai pagato

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di CARLO VERDELLI

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Qualsiasi cosa ci sia dopo, il niente o Dio, è molto probabile che Enzo Tortora non riposi in pace. La vicenda che l’ha spezzato in due, anche se ormai lontana, non lascia in pace neanche la nostra di coscienza. E non solo per l’enormità del sopruso ai danni di un uomo (che fosse famoso, conta parecchio ma importa pochissimo), arrestato e condannato senza prove come spacciatore e sodale di Cutolo. La cosa che rende impossibile archiviare “il più grande esempio di macelleria giudiziaria all’ingrosso del nostro Paese” (Giorgio Bocca) è il fatto che nessuno abbia pagato per quel che è successo. Anzi, i giudici coinvolti hanno fatto un’ottima carriera e i pentiti, i falsi pentiti, si sono garantiti una serena vecchiaia, e uno di loro, il primo untore, persino il premio della libertà.

Non fosse stato per i radicali (da Pannella al neo ministro Bonino, da Giuseppe Rippa a Valter Vecellio) che lo elessero simbolo della giustizia ingiusta e lo fecero eleggere a Strasburgo. Non fosse stato per Enzo Biagi che proprio su Repubblica, a sette giorni da un arresto che, dopo gli stupori, stava conquistando travolgenti favori nell’opinione pubblica, entrò duro sui frettolosi censori della prima ora (da Giovanni Arpino, “tempi durissimi per gli strappalacrime”, a Camilla Cederna, “se uno viene preso in piena notte, qualcosa avrà fatto”) con un editoriale controcorrente: “E se Tortora fosse innocente?”. Non fosse stato per l’amore e la fiducia incrollabile delle figlie (tre) e delle compagne (da Pasqualina a Miranda, prima e seconda moglie, fino a Francesca, la convivente di quell’ultimo periodo). Non fosse stato per i suoi avvocati, Raffaele Della Valle e il professor Alberto Dall’Ora, che si batterono per lui con una vicinanza e un ardore ben al di là del dovere professionale.
Non fosse stato per persone come queste, i 1.768 giorni che separano l’inizio del calvario di Enzo Tortora (17 giugno 1983, prelevato alle 4 del mattino all’Hotel Plaza di Roma) dalla fine della sua esistenza (18 maggio 1988, cancro ai polmoni, nella sua casa milanese di via Piatti 8, tre camere più servizi), sarebbero stati di meno, nel senso che avrebbe ceduto prima.

L’articolo integrale su Repubblica in edicola o su Repubblica+

(01 maggio 2013)

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fonte repubblica.it

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Enzo Biagi: “E io difendo Tortora”, la Repubblica – 4 agosto 1983

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Signor Presidente della Repubblica, non le sottopongo il caso di un mio collega, ma quello di un cittadino. Non auspico un suo intervento, ma non saprei perdonarmi il silenzio. Vicende come quella che ha portato in carcere Enzo Tortora possono accadere a chiunque. E questo mi fa paura.

   Lei è il massimo esponente dell’organo supremo dei Magistrati: e deve sapere. Ho un sincero e profondo rispetto per i giudici che, come i giornalisti, hanno pagato, e pagano, un duro conto con il crimine. Conoscevo Alessandrini, e voglio bene ai figli del dott. Galli. Credo nell’onestà e nel scrificio di quelli che lottano, a Napoli e ovunque, contro la camorra e la mafia.

   Ma ci sono aspetti del “blitz” contro i cutoliani che lasciano perplessi: dalla data, una settimana o poco prima delle elezioni, agli sviluppi. Dalle conferenze-stampa trionfalistiche, alla caccia all’uomo con cineprese al seguito, dal segreto istruttorio largamente violato, al numero degli arrestati e dei dimessi.

   Su 350, se le cronache sono esatte, 200 sono tornati fuori: ma, hanno detto gli inquirenti, e mi scuso per l’odioso e usatissimo termine che suscita il ricordo di antiche procedure, molti rientreranno in cella. Come dire, che si può sbagliare fino a tre volte: arresto, scarcerazione, altra cattura. Ma qual è la buona?

   Tortora è denunciato da un tale Pandico, che fa il suo nome dopo tre interrogatori: guarda caso, un personaggio così popolare non gli viene in mente subito. Le conferme vengono da un certo Barra, conosciuto nell’ambiente come “O’animale”: è lui che parla dello “sgarro”, e che fa andar dentro il sindaco D’Antuono, rilasciato poi al trentanovesimo giorno di detenzione per mancanza di indizi. È sempre lui che riferisce della visita a Cutolo dei Gava e dei servizi segreti, per tirare fuori dagli impicci l’amico Cirillo, ma di questa impresa non si discute.

   Gli avvocati che difendono il presentatore non hanno potuto leggere neppure i verbali degli interrogatori del loro assistito; ci sono periodici che hanno pubblicato i testi delle deposizioni dei due camorristi accusati. Chi glieli ha dati?

   Ogni mattina, la stampa ha ricevuto la sua dose di indiscrezioni: Tortora fu iniziato col taglio di una vena, Tortora ha spacciato droga per 80 milioni e non ha consegnato l’incasso, Tortora ha riciclato denaro sporco, Tortora era amico di Turatello: smentisce la madre del bandito, smentisce ed è a disposizione, il suo braccio destro. Nessun segno sui polsi. Ma ci sarebbe la conferma di una “contessa”, che non può testimoniare perché, guarda caso, è morta.

   C’è la prova che dovrebbe mettere in difficoltà Tortora: una lettera di Barbaro Domenico per dei centrini andati perduti alla Rai. Esiste un carteggio tenuto dall’ufficio legale della Tv di Stato, ma non significa nulla. Conta, invece, la parola di due assassini.

   Poi ci sarebbe l’altro seguace di Cutolo, che messo in libertà avrebbe dovuto far fuori il compare Tortora che ha tradito, tanto è vero che ha scritto il nome dell’autore di “Portobello” nella sua agenda che è come se Oswald avesse segnato sul calendario: «Mercoledì: sparare a Kennedy».

   È pensabile che i misteriosi tipi che stanno sconvolgendo la nostra vita, per far fuori uno, o per far saltare un automobile, abbiano bisogno di aspettare che un detenuto torni in circolazione? Si ha l’impressione che, dopo aver messo le manette a Tortora, stiano cercando le ragioni del provvedimento.

   Ma ecco che arriva il colpo sensazionale: col caldo che imperversa, il dottor Di Persia corre a Milano, perché ha trovato finalmente chi può schiacciare quel finto galantuomo di Tortora.

   C’è uno che lo ha visto, nientemeno, consegnare della polvere bianca in cambio di una mazzetta di banconote, a un terzetto di farabutti, ed ha assistito alla scena in compagnia della sua gentile signora.

   Il dottor Di Persia non si informa sui precedenti del «noto pittore», che si chiama Giuseppe Margutti, ed è tanto riservato, odia tanto la pubblicità, e dà dello stesso fatto versioni differenti: una ad un redattore di Stop, l’altra al Sostituto Procuratore.

   Bene, l’artista, che si è fatto denunciare dal Louvre per una mostra delle sue opere non richiesta, che inventa, per andare con una donna, un rapimento, che mette in circolazione francobolli con la sua faccia, che dichiara guerra agli Usa che lo hanno buttato fuori, che immagina un sequestro che non c’è mai stato, che denuncia i critici che non lo capiscono, che si fa incatenare nella Galleria di Milano, che chiama i fotografi per farsi ammirare mentre imbianca i muri sudici dell’asilo di sua figlia è il teste chiave.

   I giudici di Napoli spiegano poi agli avvocati Dall’Ora, Della Valle e Coppola, tutori di Tortora, che le chiacchiere di Margutti costituiscono «un importante risultato sul piano probatorio».

   Signor Presidente, chi risarcirà Tortora di queste calunnie? Col pappagallo, dovra forse andare a distribuire i pianeti della fortuna? Del resto, visto come va la giustizia, a chi si dovrebbe affidare?

Enzo Biagi, la Repubblica, giovedì 4 agosto 1983

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fonte marteau7927.wordpress.com

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Abruzzo/Terremoto L’Aquila, 1460 giorni dopo: ricostruzione ferma. Città sventrata come il 6 aprile

A 4 ANNI DAL SISMA, LA RINASCITA DELL’AQUILA E’ ANCORA UN MIRAGGIO

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Pubblicato in data 01/apr/2013

Mancano i fondi per ricostruire il centro storico e il sindaco Cialente per sabato, quando verranno ricordate le 308 vittime, annuncia una clamorosa provocazione. Servizio di Antonella Galli.

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Abruzzo/Terremoto L’Aquila, 1460 giorni dopo: ricostruzione ferma. Città sventrata come il 6 aprile

Quattro anni fa il terremoto che ha cambiato la storia di tutta la regione

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L’AQUILA. Il quarto anniversario del terremoto del 6 aprile del 2009 fa apparire la situazione ancora ingarbugliata, labirintica, ai limiti dell’assurdo, con una ricostruzione “pesante” ferma al palo.

Dopo 309 vittime, 2000 feriti, 56 centri storici distrutti o semidistrutti fra cui quello dell’Aquila che e’ fra i piu’ grandi d’Italia poco o nulla è cambiato.
La città è ancora distrutta, gli aquilani hanno perso le speranze. La terra in questi anni ha continuato a tremare. L’ultima scossa questa mattina (ore 9.40, magnitudo 2.4), segnale che lo sciame sismico non si è mai arrestato.

Dopo il terremoto tutta la citta’, le sue 64 frazioni e i borghi del circondario furono evacuati e le abitazioni dichiarate inagibili. Centomila sfollati trovarono rifugio in 170 tendopoli, negli alberghi della costa abruzzese, in affitti concordati, in autonoma sistemazione. Gli edifici, a seconda della gravita’ del danno furono classificati A (danni lievissimi), B e C (edifici temporaneamente o parzialmente inagibili), E (inagibili che richiedono interventi strutturali o addirittura ricostruzione ex novo come accadra’ in tantissimi casi nei centri storici). Dopo quattro anni chi risiedeva in periferia ed alloggiava in abitazioni classificate A, B, C, sono praticamente rientrati. Per quanto riguarda le case E va fatta una distinzione fra quelle della periferia cittadina (la stima parla di migliaia di pratiche) e quelle del centro storico del capoluogo (piu’ di 15 mila). Nella periferia a macchia di leopardo si vedono cantieri in via di ultimazione, ma ancora molti sono quelli che devono partire. A questi numeri vanno aggiunti quelli degli edifici dei centri storici nei Comuni del cratere. Il blocco totale riguarda invece il centro storico dell’Aquila, delle frazioni e degli altri borghi.

PUNTELLAMENTI E NIENT’ALTRO
In quattro anni si sono fatti solo puntellamenti (diversi dei quali da rivedere) che per L’Aquila sono costati circa 250 milioni di euro. Ma nonostante i Piani di ricostruzione (a partire da quello dell’Aquila) e delle frazioni sino stati approvati, l’assessore alla Ricostruzione al Comune dell’Aquila, Pietro Di Stefano, a febbraio di quest’anno ha tuonato dicendo che «i soldi non ci sono. Sono finiti i due miliardi di euro stanziati e adesso si naviga a vista».

Nel giorno del quarto anniversario del sisma il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, appare tutt’altro che ottimista per il post terremoto: «il clima di scoramento, di sfiducia, di rabbia – afferma – purtroppo sta coinvolgendo sempre piu’ persone, soprattutto i giovani, che stanno cominciando ad arrendersi e ad andare via. Vivere all’Aquila e’ troppo difficile, posso chiedere alla gente il sacrificio di crederci e di avere fiducia, solo se possiamo vedere parte del centro e delle frazioni ricostruite entro il 2015; se invece diro’ che si finira’ per il 2024 tutti andranno via e L’Aquila nel 2018 fara’ 35-40 mila abitanti».

LE NEW TOWN
A L’Aquila, a 4 anni dal devastante sisma, gran parte della popolazione continua a vivere nelle 19 new town lasciate a deteriorarsi perche’ senza alcuna manutenzione e per di piu’ con l’incubo incolumita’ dopo le recenti inchieste penali sulla realizzazione delle abitazioni provvisorie del progetto “Case” ma anche dei moduli abitativi provvisori (Map) per i quali i consulenti della Procura hanno accertato l’utilizzo di materiali non idonei e in taluni casi scadenti. Sotto il profilo dell’attivita’ giudiziaria, il 2012 (sentenza del 22 ottobre) e’stato segnato dalla condanna a sei anni di reclusione, per i sette scienziati della Commissione Grandi Rischi, che si riuni’ all’Aquila, una settimana prima dei tragici accadimenti.

STANOTTE, ORE 3.32
Il momento clou delle varie iniziative in ricordo delle vittime resta la Fiaccolata della Memoria, caratterizzata quest’anno da un percorso piu’ breve ed un inizio anticipato (alle 22). Ritrovo in via XX Settembre, incrocio stazione ferroviaria, successiva sosta nello stabile distrutto della Casa dello studente e arrivo a mezzanotte in Piazza Duomo. Qui sara’ celebrata la Santa Messa presieduta dall’arcivescovo metropolita monsignor Giuseppe Molinari, in suffragio delle 309 vittime del terremoto, con la lettura dei nomi durante la Preghiera Eucaristica, animata dalla Pastorale Giovanile Diocesana. Successivamente si svolgera’ la veglia di Preghiera aspettando le 3.32 (ora dela scossa di magnitudo 6.3) presieduta dal vescovo ausiliare monsignor Giovanni D’Ercole, animata dai giovani del Gruppo della Tendopoli di San Gabriele della Parrocchia di San Giovanni Battista in Pile. Alle 3.32 i rintocchi della campana ricorderanno le vittime del sisma. Sabato 6 aprile, alle ore 11.30 si svolgera’ un’altra Messa presieduta sempre da Molinari in suffragio delle vittime. Infine “Ricostruiamo la legalita’…partendo dall’Aquila”, e’ il tema di una giornata di studi organizzata per sabato 6 aprile dalla sezione abruzzese dell’Anm (Associazione nazionale magistrati) e dall’associazione Libera, con il patrocinio del Comune dell’Aquila. Tra gli invitati al convegno pubblico, in programma a partire dalle 9 nell’Auditorium del Parco del Castello, il Presidente del Senato, Pietro Grasso. Con lui presenti anche don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera che si batte contro i soprusi di tutte le mafie, il magistrato Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica di Roma e i giornalisti Gian Antonio Stella e Carlo Bonini. Il programma della giornata, che si articola in vari momenti, avra’ come filone comune la situazione dell’Aquila nel post-terremoto letta attraverso la lente d’ingrandimento rappresentata dall’azione di contrasto a ogni forma di criminalita’, organizzata e non.

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fonte primadanoi.it

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BUON COMPLEANNO, PIETRO! – Ingrao, il comunista eretico

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Buon compleanno, Pietro
Ingrao, il comunista eretico

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Oggi Pietro Ingrao compie 98 anni. Una lunga vita sempre dalla stessa parte: dalla clandestinità durante il fascismo a leader storico del Pci, da direttore de l’Unità per dieci anni nei quali fece del giornale un vero “giornale della classe operaia” fino alla presidenza della Camera dei Deputati a metà degli anni Settanta. Ingrao ha attraversato la storia del Novecento, con i suoi drammi e le sue grandi speranze, interpretando un’idea della politica come bene di tutti, come capacità di dare risposte alla parte più debole della società.

PIETRO INGRAO
UNA STORIA IN IMMAGINI

Trascinato dalla sua grande curiosità ha cercato di portare nel Pci nuove sensibilità: l’ambientalismo, i movimenti, la battaglia delle donne. Ha compiuto errori di cui si è pentito, come l’appoggio all’invasione sovietica di Budapest nel ’56, e ha avuto duri scontri con il suo partito al quale però è rimasto legato fino al suo scioglimento.

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fonte unita.it

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“Non mi avete convinto” il documentario su Ingrao e “Terra matta”

RaiNews24RaiNews24

Pubblicato in data 06/set/2012

Le interviste agli autori Filippo Vendemmiati e Costanza Quatriglio

27 gennaio 1967, moriva Luigi Tenco… lo ricordiamo così

27 gennaio 1967, moriva Luigi Tenco… lo ricordiamo così


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Egitto, a due anni dalla rivolta contro Mubarak ancora scontri: 4 morti / VIDEO: اشتباكات في ش قصر العيني Protesters clash near Tahrir on Jan25 anniversary

اشتباكات في ش قصر العيني Protesters clash near Tahrir on Jan25 anniversary

AhramOnlineAhramOnline

Pubblicato in data 25/gen/2013

Protesters involved in clashes with police on Qasr el Ainy street – moments from Tahrir Square – say that state security forces have fired birdshot at them, in addition to throwing rocks and shooting tear gas.

Witnesses say the clashes began on the evening of the 24th January when demonstrators attempted to take down a huge concrete wall on Qast el Ainy erected by security forces.

The fighting continued through the night and into the 25th – the second anniversary of the Egyptian uprising in 2011.

Tens of thousands of demonstrators are filtering through to Tahrir Square demanding the realisaiton of the revolution’s goals, justice for those who died and an end to the Muslim Brotherhood’s monopoly on state power.

Video by Simon Hanna for Ahram Online

http://english.ahram.org.eg/NewsContentP/1/63243/Egypt/Live-Updates-Tens-of-t…

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Egitto, a due anni dalla rivolta contro Mubarak ancora scontri: 4 morti

Sono centinaia di migliaia le persone scese in piazza non solo nel luogo storico della rivolta al Cairo, piazza Tahrir, ma anche nelle maggiori città egiziane per protestare contro il governo dei Fratelli musulmani. Oltre 250 i feriti e 4 morti nel giorno dell’anniversario

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di | 25 gennaio 2013

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E’ un giorno di protesta quello del secondo anniversario della rivoluzione egiziana. Sono centinaia di migliaia le persone scese in piazza non solo nel luogo storico della rivolta al Cairo, piazza Tahrir, ma anche nelle maggiori città egiziane per protestare contro il governo dei Fratelli Musulmani, accogliendo la chiamata di 16 partiti e movimenti di opposizione. Così, sono continuati anche gli scontri nei dintorni della piazza iniziati nel pomeriggio del 24 gennaio quando un gruppo di manifestanti ha tentato di demolire il muro eretto per chiudere l’accesso al Parlamento. E che oggi in Egitto non ci sia niente da festeggiare è dimostrato anche dall’assenza nelle strade dei maggiori partiti islamisti, compresi i Fratelli Musulmani, ormai da mesi nel mirino dei manifestanti. “Non vogliamo la supremazia della guida suprema della fratellanza” gridano in una Tahrir stracolma e piena di bandiere egiziane centinaia di migliaia di manifestanti. Il presidente Morsi è ormai da mesi il nemico numero uno degli attivisti, in molti nel ballottaggio dello scorso giugno avevano votato per lui per evitare l’ascesa al potere dell’ex primo ministro di Mubarak, Ahmed Shafiq, ma sono delusi da quello che è stato definito “un abuso di potere del presidente islamista”. “Pane, libertà e giustizia sociale, le richieste che due anni fa abbiamo fatto in piazza sono rimaste sospese, e abbiamo un presidente che ci ha fatto tornare indietro alla dittatura”- dice Fatima, studentessa avvolta in un’enorme bandiera egiziana.

Ayoub sventola uno stendardo con il viso dei “martiri del 25 gennaio”, i manifestanti uccisi durante la rivoluzione. “Sembra che i miei compagni siano morti per nulla, a due anni di distanza dopo i militari abbiamo un presidente che non capisce cosa sia la democrazia – dice – dobbiamo fare qualcosa per arginare questa deriva totalitaria”. Il paese resta dunque più diviso che mai, la grande rotonda di Tahrir è tornata a riempirsi, assieme agli attacchi verso le sedi dei Fratelli Musulmani in tutto il paese. Al Cairo la sede del sito web della fratellanza è stato attaccata, mentre a Ismaylia l’ufficio del loro partito politico è stato dato alle fiamme. Altri scontri si sono registrati anche ad Alessandria, Suez e Port Said. Al momento il bilancio comunicato dal dipartimento di primo soccorso del ministero della sanità è di oltre 250 feriti.

Tra i manifestanti sono tanti anche gli ultras della squadra dell’Ahly, uno dei gruppi di piazza più attivi, da diversi giorni in protesta per la strage dello scorso anno nello stadio di Port Said dove morirono 73 tifosi. La rabbia degli ultras, che ha già causato diversi scontri alcuni giorni fa, potrebbe portare a un rinvio della sentenza del processo sulla strage prevista per domani. La situazione nel paese resta dunque calda e in molti temono che in serata la situazione degeneri anche alla luce dell’apparizione di nuovi manifestanti mascherati: black bloc di cui ancora non si capisce l’affiliazione e che da alcuni giorni hanno infiammato gli scontri con la polizia al Cairo e Alessandria.

La grande manifestazione nel giorno dell’anniversario, come già accaduto lo scorso mese nelle proteste contro la Costituzione, è vista da molti come una prova di forza da parte dell’opposizione che cerca di organizzare una base unitaria per le prossime elezioni previste per il prossimo aprile. “Spero che l’opposizione egiziana sia in grado di arrivare alla popolazione e sfruttare queste occasioni di dissenso per creare un’adesione – spiega Bassem Sabri, blogger e analista politico oggi in piazza . “Anche di fronte alla crisi economica io credo che dovrebbe essere creato un programma efficace che vada oltre il mero dissenso verso Morsi e la fratellanza”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

11 ANNI FA MORIVA FABER – Fabrizio de Andrè. Omaggio a un grande poeta (di Arianna Vergari) / Cristiano De Andrè in ospedale «in stato di alterazione»: 14 anni fa moriva suo padre

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Fabrizio de Andrè. Omaggio a un grande poeta

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Stamattina mi sono svegliata ripensando all’11 gennaio di 14 anni fa. Allora conoscevo poco Fabrizio de Andrè, talvolta ne sentivo parlare dai miei genitori. Un grande cantautore, un poeta, un maestro, dicevano.

L’amore è nato qualche anno più tardi, dopo la sua morte.

È stata una scoperta sorprendente. È stato come trovare un forziere pieno d’oro. Era lì, a disposizione di tutti, infinito, eterno, profondo. Una gioia sempre pronta a rinnovarsi. Ogni canzone una fonte dai cui sgorga sempre una linfa nuova, sempre diversa, sempre più viva. Dopo tanti anni, quelle note destano la stessa meraviglia di un incontro che ogni volta ripete la sua prima volta.

Stamattina ho tirato fuori il primo cd della raccolta In direzione Ostinata e Contraria. Ho aperto tutte le finestre e ho lasciato che la musica invadesse ogni molecola di aria. Un nuovo incontro. Con la sua voce malinconica e anarchica, con quei personaggi felliniani del suo intimo universo, con le ballate, le preghiere, i valzer. Con lui, la sua chitarra. Con lui, uomo, padre, amico.

Lo ascolto pensando di ricambiare il favore, per dirgli grazie.

La musica ha un suo linguaggio e non si accorda bene con la descrizione delle parole. Cos’è Fabrizio de Andrè? Non lo so, perché va ascoltato. Sarebbe come descrivere a voce una tela di Picasso, niente a che fare con l’opera in sé.

Solo poche suggestioni allora, qualche pennellata, alcune sfumature per ricomporre la figura di un grande maestro.

Dentro le righe del pentagramma, lì la sua dimora. Sempre fuori dalle righe imposte dalla società. Un poeta maledetto senza allori, senza retoriche, senza compromessi. Solo, con le sue note e i ricordi delle letture di Prevert, di Villon. Con l’alcool e la timidezza, con la disillusione e la nostalgia. Una vita rocambolesca, alla Big Fish: il sequestro, i sospetti dei servizi segreti. E ancora le polemiche e le grandi amicizie, come Paolo Villaggio e Nicola Piovani.

E per una vita che se ne va, altre cento che restano. Bocca di Rosa e l’amore profano, il Bombarolo, la puttana di Via del Campo, Piero e una guerra ingiusta e assurda, Cristo e il suo volto umano, Dolcenera. E ancora gli amori sfioriti e cinici, l’ipocrisia borghese, la tenerezza di due amanti, il dolore dell’abbandono.

Stamattina mi sono svegliata e ascoltando Fabrizio de Andrè ho pensato che forse la musica è più forte della morte.

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fonte controcampus.it

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Cristiano de Andrè (Ansa)

Cristiano De Andrè in ospedale «in stato di alterazione»: 14 anni fa moriva suo padre

Urla, suppellettili rotte, «abuso di alcol» nell’anniversario della morte di Fabrizio

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MILANO – Cristiano De André è stato trasportato in codice verde la scorsa notte al Policlinico in evidente stato di alterazione. Il cantante, figlio del cantautore Fabrizio, è stato trovato dalla polizia nella sua abitazione, chiamata dai vicini allertati dalle urla provenienti dalla abitazione. Secondo la polizia, lo stato di alterazione di De Andrè era dovuto all’abuso di alcol.

IL SOCCORSO – Urla e grida incomprensibili dall’appartamento di Cristiano De Andre’, ai piani alti di uno stabile di via Sforza: allertate dai vicini di casa le forze dell’ordine sono intervenute e il cantante, dopo oltre un’ora e solo grazie all’intervento di una sua conoscente, e’ stato poi portato in stato confusionale-depressivo al Policlinico e li’ trattenuto. Le prime segnalazioni sono arrivate prima della mezzanotte di venerdì, una volta arrivate sul posto le forze dell’ordine hanno individuato l’appartamento da cui provenivano le urla, apprendendo che si trattava di quello di Cristiano De Andre’. Con difficolta’ di comunicazione e incoerenza di risposte, per oltre un’ora gli agenti hanno parlato con il cantante attraverso la porta dell’abitazione. Solo con l’arrivo dei vigili del fuoco e di una conoscente, la situazione si e’ sbloccata e viene portato al Policlinico in codice verde dove viene trattenuto per accertamenti.

L’ANNIVERSARIO – De Andrè, che secondo la conoscente sta passando un periodo molto difficile, è stato trasportato all’ospedale circa un’ora e mezza dopo l’inizio dell’intervento. In casa alcuni suppellettili rotte nel corso del violento accesso d’ira. Esattamente l’11 gennaio 1999, 14 anni fa, moriva suo padre Fabrizio.

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fonte corriere.it

PARLIAMO DI MUSICA (è meglio…) – Buon compleanno David! (Bowie). “Where Are We Now”: nuovo singolo e album dopo dieci anni / David Bowie: Where Are We Now? Full Video

David Bowie: Where Are We Now? Full Video

Pubblicato in data 07/gen/2013

David Bowie celebrates his 66th Birthday with the release of his first single in a decade.

Taken from the album: The Next Day (Deluxe)

Available from iTunes

https://itunes.apple.com/us/album/the-next-day-deluxe/id590844404?ls=1

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David Bowie, “Where Are We Now”: nuovo singolo e album dopo dieci anni

Nel giorno del 66mo compleanno, il Duca interrompe un silenzio musicale che durava dal 2003: su iTunes il nuovo brano, accompagnato da un videoclip firmato dall’artista Tony Oursler. Tra due mesi l’album “The Next Day”

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di PAOLO GALLORI

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NEW YORKSulle tracce di David Bowie si sono messi in molti, per dare una risposta ai suoi ultimi dieci anni di silenzio. Soprattutto nel 2012, quando la sua assenza dalle scene è risultata assordante, nel momento in cui le cerimonie delle Olimpiadi di Londra ne hanno celebrato musica e fascino, ma lui non c’era. Bowie aveva declinato l’invito, avvalorando l’immagine di un artista da tempo lontano dalle ferree logiche del music business, ma forse anche stanco, appagato, improvvisamente vecchio.

E invece no. David Bowie compie oggi 66 anni. Festeggiato con un regalo a se stesso e ai tantissimi nostalgici innamorati della sua musica in tutto il mondo: un nuovo singolo, Where Are We Now, disponibile su iTunes, che precede di un paio di mesi il ritorno in grande stile. Un nuovo album, intitolato The Next Day, è annunciato in uscita a marzo: l’8 in Australia, il 12 negli Usa, l’11 in Europa e nel resto del pianeta. Nella lista, quattordici brani più tre canzoni extra. Il 23 marzo, inoltre, aprirà al Victoria and Albert Museum di Londra David Bowie is, l’attesa retrospettiva sui percorsi di un’icona musicale, stilistica e culturale, allestita grazie all’accesso all’archivio personale dell’artista, visitabile fino al 28 luglio.

La tracklist di The Next Day:
1. The Next Day 2. Dirty Boys 3. The Stars (Are Out Tonight) 4. Love Is Lost 5. Where Are We Now? 6. Valentine’s Day 7. If You Can See Me 8. I’d Rather Be High 9. Boss of Me 10. Dancing Out in Space 11. How Does the Grass Grow 12. (You Will) Set the World on Fire 13. You Feel So Lonely You Could Die 14. Heat

Bonus tracks:
15. So She 16. I’ll Take You There 17. Plan

L’ultima fatica di Bowie risaliva al 2003. In perfetta forma, capelli lunghi e sorriso smagliante, un volto senza tempo, Bowie aveva presentato Reality con un concerto carico di sorrisi ed energia rock’n’roll, trasmesso nei cinema in diretta da un club londinese. Esperienza oggi del tutto normale, allora davvero sperimentale. Dieci anni dopo, il mood che avvolge il primo nuovo segnale di vita musicale di David è tanto diverso.

Where Are We Now è una lenta ballata, sprofondata in un minore che spezzerebbe anche il cuore più impenetrabile. Nel videoclip che l’accompagna, Bowie osserva silenzioso vecchie immagini berlinesi in bianco e nero proiettate su uno schermo. Il suo volto, ora segnato dal tempo, si materializza assieme a quello di una donna sul faccino di due vecchi peluche. Espressione contrita, il pupazzo esprime col canto i pensieri inquieti del protagonista. I luoghi a cui si legano le decisioni di ieri, le incertezze piantate nell’oggi. Il tutto ripreso in un garage pieno di vecchie reliquie artistiche, bozzetti, manichini, schegge di passato.

Il videoclip è firmato dall’artista Tony Oursler, celebre proprio per l’uso di volti deformati dalla loro proiezione su sfere. L’album, invece, vede accanto a Bowie il fedele produttore Tony Visconti.

“Dovetti prendere il treno da Potzdamer Platz, non avresti mai detto che sarei stato capace di farlo…un uomo perso nel tempo nei pressi di KaDeWe (grandi magazzini berlinesi, ndr)…just walking the dead…”. Estratti dalle prime strofe di Where Are We Now, poi, un ritornello pieno di interrogativi: “Dove siamo adesso? Nel momento in cui lo sai, lo sai…Purché ci sia il sole, purché ci sia la pioggia, purché ci sia il fuoco, purché ci sia io, purché ci sia tu”. Bowie c’è. (08 gennaio 2013)

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fonte repubblica.it

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Buon compleanno Bowie: 66 anni, un nuovo album e Sanremo sogna di averlo

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Roma, 8 gen. (Adnkronos) – Oggi è il giorno del sessantaseiesimo compleanno di David Bowie e Iso/Columbia/Sony Music pubblica un suo nuovo singolo intitolato ‘Where Are We Now?’, che è solo un’anticipazione di nuovo disco di inediti.

Dopo dieci anni di assenza dalle scene, il 30esimo album da studio dal titolo ‘The Next Day’, è disponibile in pre-ordine su iTunes in 119 paesi e uscirà il 12 marzo 2013 in tre versioni: standard, deluxe e doppio vinile.

E la data di uscita, che potrebbe avvalersi di una promozione sanremese, magari con l’esecuzione del singolo o dei singoli che saranno disponibili per le date del Festival (uno esce oggi e nella tracklist c’è anche un brano intitolato ‘Valentine’s Day’), non può non far pensare che la presenza del ‘Duca Bianco’ sia in vetta ai desiderata degli autori del Festival.

Stare lontano dalle luci della ribalta è tipico di David Bowie, nonostante la sua straordinaria carriera fatta di oltre 130 milioni di dischi venduti, per non parlare del suo enorme contributo nel campo dell’arte, della moda, dello stile, dell’esplorazione sessuale e della critica sociale. Non c’è bisogno di ricordare che ha tenuto concerti sold out negli stadi e infranto record di vendita di biglietti in tutto il mondo durante il suo incredibile percorso artistico.

Negli ultimi anni il silenzio radiofonico è stato interrotto solamente da incessanti congetture (alcune amche molto malevole sulla sua salute), voci di corridoio e pie illusioni. Dunque ad un nuovo album in pochi ci pensavano anche se qualcuno lo sognava. In fin dei conti, David è quel genere di artista che scrive ed esegue quello che vuole quando vuole, quando ha qualcosa da dire, anziché quando ha qualcosa da vendere. E oggi evidentemente ha qualcosa da dire, come sembra suggerire già il titolo del primo singolo del suo nuovo lavoro.

Prodotto dal suo collaboratore storico Tony Visconti, il singolo ‘Where Are We Now?’ è scritto da Bowie ed è stato inciso a New York. ‘Where Are We Now?’ è accompagnato da un affascinante video diretto da Tony Oursler, che ricorda il periodo berlinese di Bowie (VIDEO); l’artista appare insieme a immagini dell’autofficina situata sotto l’appartamento in cui viveva, insieme a immagini della città di quel periodo, mentre il testo pone continuamente la domanda ‘Where Are We Now?’.

”The moment you know, you know you know”, recita il nuovo singolo. Ora insomma, il mistero è svelato: David Bowie si è eclissato per entrare in studio di registrazione. Proprio quando meno ce l’aspettavamo.

Nella tracklist dell’album che uscirà il 12 marzo, ci sono: la title track ‘The Next Day’, ‘Dirty Boys’, ‘The Stars (Are Out Tonight)’, ‘Love Is Lost’, ‘Where Are We Now?’, ‘Valentine’s Day’, ‘In You Can See Me’, ‘I’d Rather Be High’, ‘Boss of Me’, ‘Dancing Out In Space’, ‘How Does the Grass Grow?’, ‘(You Will) Set the World On Fire’, ‘You Feel So Lonely You Could Die’, ‘Heat Deluxe’, ‘So She’, ‘I’ll Take You There’ e ‘Plan’.

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fonte adnkronos.com/mobile

LO SCRITTORE SI RACCONTA – Vita, storie e racconti di Camilleri: dalla Roma di Pasolini a Montalbano


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Vita, storie e racconti di Camilleri: dalla Roma di Pasolini a Montalbano

Lo scrittore ricorda l’infanzia in Sicilia, il suo passaggio dall’essere fascista al comunismo, l’esperienza culturale del dopoguerra. E parla del suo presente: “Penso tre romanzi alla volta e non mi deprimo”. “Ma oggi mi manca la noia lucida di Moravia”

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di ANTONIO GNOLI

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Alla quattordicesima sigaretta, numero verificato sommariamente nel posacenere accanto alla poltrona, Andrea Camilleri tira un sospiro. Non è il segnale di un congedo. Ma sono trascorse due ore durante le quali lo scrittore ha snodato e riavvolto la sua vita. Ama parlare e lo fa con affabulazione e quel tanto di civetteria di chi ha una naturale consuetudine con il teatro. Camilleri, e in questo è davvero poco siciliano, è un estroflesso. Mi fa pensare a uno scrittore acustico, le cui sonorità, rumori, voci riempiono la sua produzione fluviale.

Alla quattordicesima sigaretta, dicevo, quest’uomo che sta per entrare nell’ottantottesimo anno, sospira. Ed è un suono lungo e lieve. Come il fiato di un animale di bosco che va a cadere su una frase che regge tutta la conversazione: “Delle cose che ho fatto di nessuna mi pento. E se le turbolenze si sono a volte scatenate nella mia vita ho imparato, come Conrad, a non considerarle una minaccia ma la prova che possiamo uscirne salvi”.

Ho appreso da qualche parte che Joseph Conrad fu tra le sue prime letture.
“Beh, sì. Insieme a Melville e agli scrittori russi. Ero un bambino fragile che si ammalava di frequente, passando delle meravigliose giornate a letto. La televisione non era ancora stata inventata. La radio era intrasportabile. Esauriti i fumetti, soprattutto L’Avventuroso e L’Audace non restava che chiedere a mio padre di leggere i suoi libri. Mi imbattei ne La follia di Almayer di Conrad. E poi in Moby Dick, di cui capii solo l’avventura, ma non quello che la balena stava a significare. Nella biblioteca di papà, che aveva un fiuto per le buone letture, colsi i primi Simenon, quando ancora si firmava Georges Sim”.

Suo padre cosa faceva?
“Era ispettore delle compagnie portuali della Sicilia del Sud. Un posto rispettabile che si era trovato dopo il fallimento della miniera di zolfo del nonno, dove lui lavorava. Del resto il matrimonio tra mio padre e mia madre era stato un “matrimonio di zolfo””.

Ossia?
“Quelle unioni che avvenivano tra proprietari di solfatare. Era una specie di dote che veniva assegnata in cantare di zolfo. Una “cantara” era poco più di un quintale. Ho un documento in cui c’è scritto che il figlio di Stefano Pirandello, Luigi, sposerà la figlia di Giuseppe Portolano. Quei matrimoni erano il solo modo che i siciliani facoltosi immaginarono per contrastare la forza delle compagnie minerarie”.

Dove avveniva tutto questo?
“Nella zona di Porto Empedocle dove sono nato. C’era un grande porto, poi decaduto e un vasto retroterra contadino. I miei nonni avevano una bella proprietà di terreno a mandorle e frumento. Ci andavo finita la scuola. E mia nonna Elvira, essendo io figlio unico, divenne la mia compagna di giochi. Parlava con gli oggetti, inventava le parole e una volta mi presentò a un grillo con nome e cognome. Fu lei a raccontarmi le avventure di Alice nel paese delle meraviglie. Aprì la mia fantasia. Era un personaggio, come del resto suo fratello medico: lo zio Alfredo, la pecora nera della famiglia”.

Di cosa era accusato lo zio Alfredo?
“Di essere un antifascista. Eravamo tutti fascisti. Mio padre aveva fatto anche la Marcia su Roma. Io ero un giovane balilla. Lui niente. Lui era lo stravagante. Pensi che in certe giornate si sdraiava in perizoma sul terrazzo di casa, dopo essersi spalmato di miele le giunture. Si faceva pungere dalle api dicendo che faceva bene alle articolazioni. Non credeva nella medicina tradizionale. Scoprii nella sua biblioteca un manuale di Yoga, che però non lessi”.

Diceva di essere stato fascista.
“Come tanti. Smisi di esserlo nel 1942 in seguito a due fatti scatenanti. Il primo fu un libro che cambiò la mia vita: La condizione umana di André Malraux. Mi turbò profondamente. Rivelandomi, tra l’altro, che i comunisti non erano come ce li avevano raccontati a casa”.

Il secondo?
“Partecipai a Firenze alla riunione internazionale della gioventù fascista. C’erano giovani come Giorgio Strehler e Ruggero Jacobbi. Parlò il capo della “Hitler-Jugend”, Baldur von Schirach, e spiegò cosa era per lui l’Europa: cioè un’enorme caserma nazista abitata da un pensiero unico. Non ci sarebbe stato altro. Tornai sconvolto e abbandonai il fascismo”.

E cosa accadde a quel punto?
“Molte cose successero. Diventai comunista. Finì la guerra. E cominciai a mandare in giro i primi racconti e alcune poesie. Con un certo successo. Ungaretti mi incluse in un’antologia di poeti scelti da lui. Era il 1947 e volevo andarmene dalla Sicilia. Nel 1949 vinsi la borsa di studio per l’Accademia nazionale d’Arte drammatica. Venni a Roma e cominciai a studiare regia con Orazio Costa”.

Che città trovò?
“Bellissima. Potevi avvicinare qualsiasi persona e questa ti dava retta. Cominciai a frequentare il giro degli artisti. Si incontravano da Canova, allora il Luxor: Ciccio Trombadori, Giulio Turcato, Mario Mafai, a volte Alberto Savinio, al cui genio ci si poteva solo inginocchiare. Sì, Roma era straordinaria. Solare. Unica. In alcuni punti, per esempio dove io abitavo, in piazza della Giovane Italia, c’erano ancora le mandrie che risalivano”.

Era un mondo la cui sparizione Pasolini avrebbe rimpianto.
“Pasolini era un antropologo delle borgate. Con lui, che conobbi a fondo, mi lasciai male”.

Perché?
“Pretendeva di applicare i suoi principi cinematografici al teatro. Io, che allora lavoravo alla Rai, gli dissi: tu vuoi fare recitare sul palcoscenico gente che non l’ha mai fatto. Ma a teatro non funziona. Discutemmo ferocemente a casa di Laura Betti. Poi ci lasciammo con l’idea di riprendere la discussione. Invece è morto nel modo che sappiamo”.

Che idea si è fatto della sua morte?
“L’hanno ammazzato per bullaggine. Non credo al delitto politico. Personaggi come lui – pieni di irruenza anche se non sempre erano nel giusto – oggi mancano. Sento perfino la mancanza di uno come Moravia: noioso, ma lucido. Ma chi mi manca veramente è la Betti”.

Cosa aveva in più?
“Era una donna straordinaria. Meravigliosa. Un giorno a Torino, uscendo da un ristorante, vediamo una grande scritta dentro l’androne di un palazzo: “Non abusate dei luoghi comuni”. Porca miseria dico io: che portiere intelligente! Entriamo e Laura gli grida: siamo perfettamente d’accordo con lei. E lui serio: lasciano sempre carrozzine e biciclette. Ci deluse”.

Cos’è il fraintendimento?
“È ciò che manda all’aria un sacco di relazioni umane. Ma senza il fraintendimento non ci sarebbe l’interpretazione. La lingua perderebbe una risorsa fondamentale. E di conseguenza anche i romanzi ne risentirebbero”.

So che il suo primo romanzo ha avuto molti rifiuti.
“Furono dieci gli editori che dissero no. Alla fine ne feci una riduzione per uno sceneggiato televisivo e a quel punto un editore di libri a pagamento lo pubblicò in cambio di una pubblicità sui titoli di coda. Fu come togliere un tappo. Scrissi immediatamente il secondo romanzo che inviai a Garzanti: Un filo di fumo. E poi un saggio, La strage dimenticata che Elvira Sellerio pubblicò. Da allora passarono otto anni senza che io scrivessi più nulla”.

Cosa la frenava?

“Il teatro. Mi assorbiva e mi condizionava. Poi una sera, alla fine di uno spettacolo su Majakovskij, Elvira, di cui ero diventato molto amico, venne a salutarmi e mi disse: quando mi dai il prossimo romanzo? Aveva intuito che una fase della mia vita si era conclusa”.

Come fu il rapporto con la Sellerio?
“Fu una donna straordinaria, dotata di un’intelligenza calda. Negli ultimi anni Elvira, che era stata molto bella, cominciò a sentirsi giù fisicamente. Non le piaceva più apparire. E ora che ci penso anche Sciascia negli ultimi tempi tese a scomparire. In genere, la vecchiaia e la malattia producono questo effetto. Che in noi siciliani si amplifica. Somigliamo ai gatti che si vanno a nascondere prima di morire”.

Lei come vive questa stagione della sua vita?
“Con la consapevolezza che in ognuno di noi avvengono mutamenti legati all’età. Non capisco certi miei coetanei che si deprimono perché non possono andare più a donne o si devono infilare la dentiera. Io dico spesso che quando veniamo al mondo ci hanno dato un ticket nel quale è compreso tutto: la giovinezza, la felicità, la speranza, la malattia, la morte. È inutile farsi venire la depressione. C’è un tempo fisiologico che ci dice cosa fare”.

A volte facciamo di tutto per non ascoltarlo.
“Lo so benissimo. E si spaventerebbe se le dicessi che c’è stato un tempo in cui ogni mattina bevevo una bottiglia di whisky. Lo reggevo benissimo e questo fu il male. Poi, un giorno ero a Vienna con mia moglie e una delle tre figlie. Avvertii un peso spaventoso sul cervello e cominciai a farfugliare parole incomprensibili. In quel momento il sangue esplose dal naso con violenza inaudita”.

Era un ictus?
“Sì, per fortuna si spezzò senza arrivare al cervello. Nella clinica in cui fui ricoverato il dottore – che aveva un cognome inquietante, si chiamava Sodoma – lasciò che il sangue defluisse per alcune ore. E mi salvai. La mia paura non fu tanto quella di morire ma di restare nell’impossibilità di pronunciare una frase di senso comune. Capii che il bere era stata la causa. Tornai a casa. Presi una bottiglia di whisky e la misi sulla scrivania. Duellai per una settimana. Alla fine dissi a mia moglie: prendila e offrila agli amici. Così smisi di bere”.

Ma vedo che non ha smesso di fumare.
“La sigaretta mi piace. La lascio a metà e non l’aspiro. Anche il medico che mi ha visitato tre mesi fa si è meravigliato: le vene sono sgombre, il cuore funziona alla perfezione. Se smetto di fumare muoio”.

E a tavola?
“Mangiare mi piaceva. Devo controllarmi. La pasta, i fritti, gli insaccati, li faccio mangiare a Montalbano. Mi fa rabbia! A volte mi viene la tentazione di farlo ammalare”.

È così forte il coinvolgimento?
“È una nostra proiezione”.

Quanti romanzi ha scritto su Montalbano?
“Mi pare venti, più quattro libri di racconti”.

Se vi aggiunge il resto ha una produzione impressionante.
“Non ho “negri” come qualcuno insinua. Lo giuro”.

Come fa?
“Penso a due o tre romanzi contemporaneamente. Poi, come di incanto, una di queste storie prende il sopravvento. E perché questo accada occorre che la forma e il tempo narrativo siano in me evidenti. Mi alzo molto presto, mi faccio la barba, mi vesto perché detesto la trasandatezza, vado al computer e dalle sei e mezza fino alle dieci scrivo”.

Scrive molto. Legge altrettanto?
“Meno. Purtroppo dall’occhio sinistro non vedo più e l’altro è affetto da un glaucoma”.

Le provoca ansia?
“Ansia no. Impaccio sì. Pazienza”.

Grazie ai libri è diventato ricco.
“Non me l’aspettavo. Immaginavo una vecchiaia dignitosa da pensionato Rai. E invece questa grande ricchezza mi ha dato il gusto di poter donare molte cose. Però il tenore di vita mio e di mia moglie è rimasto quello che avevamo prima”.

Come vive questa crisi che attanaglia il paese?
“Con mia moglie ci diciamo spesso una cosa. Tutti i soldi che abbiamo guadagnato si possono perdere. Ma siamo in un’età in cui non ci importa più niente. Con tutti i problemi che ti pone, la vecchiaia ha anche qualche piccolo vantaggio”.

È in arrivo a gennaio il suo nuovo romanzo: Tuttomio, una storia di amore e di perdizione.
“Una storia decisamente sgradevole. In passato mi hanno accusato di essere buonista. In realtà mi piace sperimentare il buono e il cattivo. Qui entro nel mondo femminile”.

Da siciliano?
“La cosa più precisa di noi uomini siciliani la disse Verga e poi la riprese Brancati. Ci definì degli ingravida balconi”.

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fonte repubblica.it

Rolling Stones, dopo 50 anni resta la magia

Rolling Stones- I Wanna Be Your Man

Caricato da in data 27/gen/2007

The Rolling Stones performing I Wanna Be Your Man.

P.S. – This Beatles vs. Stones thing is really getting old 😀

Alla o2 arena il concerto aperto con «I Wanna Be Your Man» di Lennon-Mcartney

Rolling Stones, dopo 50 anni resta la magia

In 20 mila a Londra per il primo concerto del mini tour: «Incredibile che siate qui a sentirci»

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di Andrea Laffranchi

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LONDRA – Invitereste il vostro peggior nemico al vostro compleanno? E gli offrireste il ruolo da protagonista della festa? A dimostrazione che la rivalità con i Beatles fu tutta una montatura della stampa, i Rolling Stones aprono il primo dei concerti per i propri 50 anni con «I Wanna Be Your Man», il brano che Lennon e McCartney gli scrissero nel ’63. Non la facevano dal vivo praticamente da allora.

Rolling Stones alla 02 Arena Rolling Stones alla 02 Arena    Rolling Stones alla 02 Arena    Rolling Stones alla 02 Arena    Rolling Stones alla 02 Arena    Rolling Stones alla 02 Arena

50 E PIU’ – È una festa di compleanno. E visto che a spegnere le candeline è la più grande rock band del pianeta le cose si fanno in grande stile e alla O2 Arena ci sono 20 mila «invitati». Ci sono gli amici di sempre – i fan coi capelli grigi, i compagni di una volta Bill Wyman e Mick Taylor – e le nuove generazioni contagiate o forse trascinate qui a forza dai genitori. «50 and counting», 50 e più, così Mick Jagger, Keith Richards, Ron Wood e Charlie Watts hanno ribattezzato questi show (replica a Londra il 29 e poi tre date negli Usa), come a dire che la storia non finisce qui. Anche se in molti, ma già lo si diceva per il tour del 2005-7, pensano che questa possa veramente essere l’ultima volta. A vederli in scena non si direbbe. Ma è l’anagrafe ad essere impietosa: 273 anni in quattro. «È stato un viaggio lungo. L’incredibile non è tanto che noi lo stiamo ancora facendo, ma che voi veniate ancora a sentirci. Grazie», dice Mick.

La scenografia dello show (Reuters)La scenografia dello show (Reuters)

BOCCACCIA – La scenografia è un’autocelebrazione. Le enormi labbra della boccaccia, il logo creato da John Pasche nel 1971, si mangiano il palco, e la lingua si trasforma in una passerella che racchiude le prime file. Biglietti esauriti in 7 minuti, nonostante i prezzi fossero da chi la crisi non l’ha letta nemmeno sui giornali: da 130 a 500 euro. Del resto bisogna ammortizzare il cachet dei quattro: 18 milioni di euro. Anche le mosse di Mick – sì, riesce ancora a farle, a correre come un forsennato e a farti credere che la sua vita sia ancora sesso, droga e rock’n’roll – e i riff di Keith hanno qualcosa di autocelebrativo, ma il jukebox oramai è acceso: «Paint It Black», «Gimme Shelter» ancora più nera grazie a Mary J. Blige, «Wild Horses». Pasticciano tanto, a molti altri non si perdonerebbe questa mancanza di fluidità, ma vince la memoria che corre sul filo degli episodi di una storia, a questo punto si può dire non solo della musica, iniziata il 12 luglio 1962 in questa stessa città, al Marquee Club.

I CLASSICI Mick e Keith sono gli unici due che c’erano anche quella prima volta, quando suonarono solo cover blues. E gli idoli di allora scorrono sul megaschermo durante «All Down the Line»: BB King, Chuck Berry, Louis Armstrong, James Brown, Bob Dylan, Elvis… Arriva l’amico Jeff Beck, altro protagonista degli anni ruggenti del rock. Quindi su «It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It)» ecco il basso di Wyman che torna a pulsare. Keith si prende il suo momento solista alla voce, sul finale trovano il tiro giusto con «Brown Sugar», «Sympathy for the Devil» (orrenda la pelliccia da scimmione di Mick, disegnata da L’Wren Scott che non si accontenta di fare la moglie, in omaggio al gorilla della copertina di «Grrr!», la raccolta celebrativa appena pubblicata), «You Can’t Always Get What You Want» con un coro e la travolgente «Jumpin’ Jack Flash». Manca «Satisfaction», peccato e tanti auguri. L’appuntamento è per il 2062 con le band di oggi. Chi ci sarà?

Andrea Laffranchi

26 novembre 2012 | 13:41

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multimedia

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fonte corriere.it