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Mafia, un patto fra Palermo e Canada: 21 fermi. I boss votavano il sindaco siciliano della Lega

Mafia, un patto fra Palermo e Canada: 21 fermi I boss votavano il sindaco siciliano della Lega
Juan Ramon Fernandez, l’ambasciatore di Cosa nostra canadese in Sicilia, in un’immagine di repertorio. Stanotte è sfuggito all’arresto

Mafia, un patto fra Palermo e Canada: 21 fermi
I boss votavano il sindaco siciliano della Lega

I carabinieri smantellano la cosca di Bagheria, alle porte del capoluogo, e scoprono i nuovi legami internazionali di Cosa nostra. Avviso di garanzia per il sindaco di Alimena, Giuseppe Scrivano, candidato alle Politiche con il Carroccio: è accusato di voto di scambio

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di SALVO PALAZZOLO

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Un ragazzone alto 1,90, tutto muscoli e camice griffate, passeggiava spesso lungo il corso principale di Bagheria, quello immortalato dal regista Peppuccio Tornatore nella sua Baaria. Passeggiava e incontrava tanta gente che lo ossequiava, come fosse di casa. In realtà quel giovanotto è uno spagnolo, e non è un turista. E’ un gangster cresciuto in Canada, alla corte del capomafia Vito Rizzuto. Si chiama Juan Ramon Fernandez: dopo essere stato espulso dal Canada, nell’aprile 2012, i carabinieri lo hanno seguito per mesi mentre si incontrava con il nuovo gotha della mafia di Bagheria. Ufficialmente, faceva l’istruttore di arti marziali in una palestra, in realtà progettava nuovi affari sull’asse Palermo-Montreal, soprattutto affari di droga. Le nuove alleanze di Cosa nostra sono state bloccate questa mattina dai carabinieri del comando provinciale di Palermo e dai colleghi del Ros, sulla base di un provvedimento di fermo predisposto dalla Procura distrettuale antimafia. Le manette sono scattate per 21 persone. Fernandez, però, è sfuggito all’arresto. Da un mese non faceva più le sue passeggiate a Bagheria. I militari hanno invece bloccato i nuovi padrini della cittadina alle porte di Palermo, sotto tutti vecchi nomi di Cosa nostra: Gino Di Salvo aveva assunto il ruolo di reggente del mandamento; Sergio Flamia era il capo della famiglia di Bagheria.

Il sindaco indagato
L’ultima indagine dei carabinieri ha svelato anche le complicità eccellenti dei padrini: nell’ottobre 2012, avrebbero sostenuto la candidatura alle Regionali di Giuseppe Scrivano, il sindaco di Alimena (Palermo) che è stato candidato con la lista di Nello Musumeci, il candidato di centrodestra alla presidenza della Regione. Scrivano è stato candidato anche alle ultime Politiche, come capolista della Sicilia Orientale per la Lega Nord e numero due in Sicilia Occidentale. Questa mattina ha ricevuto un avviso di garanzia per voto di scambio: le intercettazioni lo hanno sorpreso mentre contatta alcuni boss di Bagheria per avere voti alle Regionali. Secondo la ricostruzione dell’accusa, quei voti sarebbero stati pagati. Scrivano è risultato il primo dei non eletti della sua lista per le Regionali 2012, con 4.166 voti. A febbraio, poi, ha consegnato al partito di Bobo Maroni il 22 per cento dei voti di Alimena, un piccolo comune di 2000 abitanti: in lista, Scrivano si era portato la moglie e diversi parenti. E con orgoglio dichiarava: “Sono parenti, sì. Ma non ci sono amanti, come accade in altri partiti. Tremonti mi ha studiato. Ha visto che sono una persona perbene e mi ha dato via libera”.

Le intercettazioni
Nonostante gli arresti degli ultimi mesi, Cosa nostra era riuscita a mettere in campo un nuovo gruppo dirigente attorno allo storico mandamento di Bagheria, un tempo roccaforte del boss Bernardo Provenzano. “Le indagini hanno consentito di evidenziare le dinamiche interne e le manifestazioni criminali più significative”, dice il colonnello Pierangelo Iannotti, comandante provinciale dei carabinieri di Palermo. I boss avevano riorganizzato il mandamento di Bagheria attorno alle famiglie di Villabate, Ficarazzi, Altavilla Milicia. E facevano affidamento su un gruppo di giovani aspiranti mafiosi, ancora in fase di “addestramento”. Così un vecchio capomafia auspicava più rigore nella formazione delle nuove leve: “Quando vedi che nella salita fanno le bizze, piglia e colpisci con il frustino… sulle gambe… che loro il trotto non lo interrompono… purtroppo i cavalli giovani così sono”. Intercettazioni e microspie hanno consentito di svelare i retroscena di 11 estorsioni commesse nei confronti di commercianti e imprenditori, nessuno di loro aveva denunciato i ricatti dei boss.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Francesco Mazzocco e Caterina Malagoli, ha portato anche a un maxisequestro di beni per trenta milioni di euro: sigilli sono scattati per alcune attività economiche gestite dai boss, sono supermercati, centri scommesse e locali della movida palermitana, fra cui il notissimo pub Villa Giuditta. Hanno un valore complessivo di 30 milioni di euro.

“Joe Bravo”
In Canada è una vera celebrità criminale. Juan Ramon Paz Fernandez, classe 1956, è ritenuto uno dei più fidati collaboratori di don Vito Rizzuto. “Era seduto alla destra di Dio”, dicevano di lui gli investigatori della Royal Canadian Mounted Police. “Dio” è proprio Vito Rizzuto, fino al 2009 capo incontrastato della mafia canadese, poi è stato al centro di una cruenta guerra di mafia: prima gli hanno ucciso il figlio Nick, poi il padre Vito, il patriarca della famiglia. Ma Juan Ramon, detto “Joe Bravo”, è rimasto sempre fedele al suo padrino. “E’ un gangster perfetto”, scrivono gli investigatori canadesi nei loro rapporti: “E’ un idolo per molti ed è temuto da tutti”. A 22 anni è accusato della morte della fidanzata, una ballerina. Fra il 1999 e il 2001 viene espulso due volte dal Canada, verso la Spagna, ma nel giro di pochi mesi rientra a Montreal. “Vado a mostrare come ballo”, diceva lui in un’intercettazione. Ma poi finisce in carcere, per mafia e traffico di droga. Ci resta dieci anni. Nell’aprile 2012, il Canada lo espelle con il marchio di “indesiderabile”. A giugno, Joe Bravo è a Bagheria. I poliziotti canadesi mettono in allerta i carabinieri del Ros. E così l’indagine su Juan Ramon Paz Fernandez finisce presto per intersecarsi con quella sul clan mafioso di Bagheria, portata avanti già da mesi dal nucleo Investigativo dei carabinieri.
Joe Bravo non si trova. E’ di nuovo latitante. Con lui è fuggito anche un altro mafioso canadese, che nelle scorse settimane era venuto a trovarlo a Bagheria.  (08 maggio 2013)

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fonte palermo.repubblica.it

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E’ morta Agnese Borsellino

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fonte immagine facebook.com

E’ morta Agnese Borsellino

La moglie del giudice ucciso dalla mafia, nella strage di via D’Amelio nel ’92, era da tempo malata. Crocetta: “Ricorderò di lei la sua consapevolezza delle ingiustizie profonde della società”. Il cognato Salvatore: “E’ andata a raggiungere Paolo, adesso saprà la verità”

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PALERMOÈ morta Agnese Piraino Leto, moglie del giudice Paolo Borsellino, assassinato dalla mafia il 19 luglio del 1992. Era malata da tempo. Ne dà notizia il governatore siciliano, Rosario Crocetta. “Con dolore vero sincero e immenso apprendo la notizia della morte di Agnese Borsellino, donna di singolare esempio di attaccamento e fedeltà alle istituzioni, di grande coraggio e grande forza – dice Crocetta – L’ho incontrata circa tre settimane fa, in ospedale: la lucidità delle sue idee, la determinazione nel condurre una battaglia di giustizia, la voglia di verità contrastava con le condizioni del suo corpo indebolito dalla malattia, vissuta con consapevolezza e dignità”.

“È morta una grande donna – aggiunge il Governatore siciliano -, un’eroina delle istituzioni che ha vissuto una delle tragedie più grandi che una persona possa vivere. Ricorderò sempre il sorriso della signora Agnese, la sua tranquillità e la sua consapevolezza delle ingiustizie profonde che ci sono nella società siciliana e italiana: la lotta alla mafia come valore da perseguire, come lotta per la libertà. L’idea che la nostra vita ha un senso soltanto se è coerente con i valori”.

“Abbiamo parlato oltre 2 ore l’ultima volta e avrei voluto farlo ancora. Lo farò oggi portandole un fiore, con la promessa di cercare di seguire il suo esempio e quello del nostro Paolo, una donna e un uomo che appartengono a tutti coloro che vogliono credere nella giustizia”.

“Le saremo sempre vicini signora Agnese, così come saremo accanto ai suoi figli, in questo momento difficile di sofferenza, di dolore, consapevoli di avere accanto a loro una grande madre e un grande padre che li guardano dal cielo”, conclude Crocetta. La Regione siciliana parteciperà col proprio gonfalone ai funerali che si terranno domani mattina a Palermo.

L’annuncio del fratello di Paolo, Salvatore Borsellino su Facebbok: “E’ morta Agnese. E’ andata a raggiungere Paolo. Adesso saprà la verità sulla sua morte”.

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fonte lasicilia.it

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DOPO 31 ANNI – Trovata vuota la valigetta di Dalla Chiesa: caccia a chi ha trafugato i segreti del generale

Trovata vuota la valigetta di Dalla Chiesa:  caccia a chi ha trafugato i segreti del generale

Trovata vuota la valigetta di Dalla Chiesa:
caccia a chi ha trafugato i segreti del generale

Palermo, dopo 31 anni la borsa di pelle emerge dal bunker del tribunale. Dopo l’assassinio, la Polizia trasmise alla Procura il reperto senza far cenno alle carte. Segnalata dall’anonimo al pm Di Matteo, doveva contenere nomi eccellenti

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di ATTILIO BOLZONI e SALVO PALAZZOLO

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PALERMO L’hanno ritrovata dopo trentuno anni, cercando nei sotterranei del Palazzo di giustizia di Palermo. È vuota, hanno portato via tutto. Non c’è più niente dentro la borsa di pelle marrone di Carlo Alberto dalla Chiesa, il generale prefetto ucciso a Palermo il 3 settembre del 1982 a colpi di kalashnikov.

La scoperta è di qualche giorno fa, la ricerca nelle viscere del Palazzo di giustizia è partita dall’anonimo (probabilmente scritto da un carabiniere molto informato sui misteri siciliani) che era arrivato nell’autunno scorso al pm Nino Di Matteo. L’anonimo denominava il suo scritto in codice – “Protocollo Fantasma” – e invitava i pm a investigare su 22 punti. Uno riguardava proprio la borsa del generale Dalla Chiesa.

Così sono ricominciate le ricerche e si è arrivati al ritrovamento. Ma dei documenti nessuna traccia.

Tre decenni dopo, il “caso Dalla Chiesa” è finito in archivio. Condannati come “esecutori” e “mandanti” il solito Totò Riina e i soliti macellai della sua ciurma: Vincenzo Galatolo, Francesco Paolo Anzelmo, Calogero e Raffaele Ganci, Nino Madonia. Sui mandanti “altri”, anche per il delitto Dalla Chiesa come per tutti i delitti eccellenti di Palermo solo ombre.

L’ARTICOLO INTEGRALE SU REPUBBLICA IN EDICOLA E REPUBBLICA+

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fonte repubblica.it

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APPELLO ONLINE – «Recuperiamo il casolare dove fu ucciso Impastato»

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«Recuperiamo il casolare dove fu ucciso Impastato»

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Di Jolanda Bufalini

18 marzo 2013

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Peppino Impastato, la cui tragedia si associa ormai sempre con quella di Aldo Moro, perché furono uccisi da terrorismi diversi nello stesso giorno, il 9 maggio del 1978, trascorse i suoi ultimi attimi di vita in un casolare isolato in contrada Feudo a Cinisi, di proprietà di un uomo molto ricco, farmacista di Cinisi, Giuseppe Venuti. C’era una stalla, delle mangiatoie, un sedile. Su quel sedile fu trovato il sangue di Peppino. Quelle macchie di sangue sono state un perno dell’inchiesta. Tramortito e ucciso, il corpo di Peppino venne poi fatto saltare in aria sui binari della ferrovia, per simulare l’attentato terroristico-politico.

Quel casolare è ora oggetto di una petizione lanciata dalla «Associazione Cento passi», che ha raccolto un appello del fratello di Peppino, Giovanni Impastato dal titolo «Salviamo la memoria». Spiegano Giovanni e Danilo Sulis, che fu compagno e amico di Impastato: «Quel casolare è diventato una discarica, dovrebbe essere un luogo della memoria». Ogni anno, racconta Giovanni, «a Cinisi vengono migliaia di giovani, studenti, scout, vengono poeti e politici, scrittori e intellettuali da ogni parte del mondo, ma l’ultima volta che ho portato lì una scolaresca sono dovuto tornare indietro. Troppa sporcizia, carcasse di animali morti, c’è di tutto».

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Il casolare dove fu ucciso Peppino ridotto a una discarica – fonte immagine

L’appello rivolto al presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta è on line, http://www.change.org/peppinoimpastato, e si può firmare, in pochi giorni ha raggiunto 25.000 firme, di singoli e di associazioni. Una decina di anni fa furono i commissari prefettizi, il comune di Cinisi era stato sciolto per mafia, ad apporre un vincolo, come luogo della memoria, sul casolare. Ma l’indicazione di «luogo della memoria» non ha avuto effetti, Giovanni fece una prima denuncia per lo stato di abbandono del luogo alcuni anni fa, fino a quando, durante il governo Lombardo, nel 2011, l’assessore Armao trovò i soldi per comprare il casolare da trasformare in museo. Ma non ci fu niente da fare, il farmacista chiese tre volte il prezzo che la Regione era disposta a pagare e si avviò la procedura di esproprio.

Anche il comune di Cinisi, sul cui territorio è il bene vincolato, non si è occupato della questione, il sindaco Salvatore Palazzolo, eletto con una lista civica, è stato in più occasioni legale di fiducia del farmacista proprietario del casolare. «Le istituzioni – dice Giovanni Impastato – non ci aiutano a tenere viva la memoria di Peppino, che invece è memoria condivisa da tutte le culture del paese, di sinistra e cattoliche e laiche. Qui sono venuti Saviano e Sara Simeoni, Balotelli e Bertinotti, Carmen Consoli, Walter Veltroni e, da ultimo, Matteo Renzi». La famiglia Impastato ha messo a disposizione la propria casa, che dal 2005 è la casa museo dedicata alla memoria di Felicia e Peppino ma non altrettanto è avvenuto con gli altri luoghi dei 100 passi. La casa del boss Badalamenti, divenuta bene confiscato alla mafia, è stata assegnata a tre soggetti. Al primo e secondo piano doveva trovare posto la biblioteca comunale, negli spazi restanti dovevano trovare spazio le attività di Casa Memoria (dove con Giovanni e la famiglia operano alcuni compagni di Peppino) e quelle della Associazione dedicata al giovane ucciso creata dai suoi compagni di allora di Democrazia proletaria. Le due associazioni non vanno d’accordo, la famiglia ritiene che la lotta alla mafia che costò la vita a Peppino è patrimonio di tutti mentre i suoi ex compagni legano la figura di Peppino al movimento di allora.

Anche sulla gestione di casa Badalamenti il comune ha brillato per incapacità o indifferenza. È stata fatta una convenzione ma non vi è stabilita la divisione degli spazi, nulla è stato fatto per allestire la biblioteca comunale. Casa della memoria, che aveva un finanziamento della Fondazione con il sud per un progetto in collaborazione con l’osservatorio sulla ‘ndrangheta di Reggio Calabria, ha dovuto restituire il finanziamento. Così anche il bene confiscato alla mafia, il palazzo del boss Badalamenti, sta andando in malora. Ancora una volta le inadempienze rischiano di favorire il ritorno indietro, il palazzo dovrebbe essere messo in sicurezza, reso agibile in alcune parti, andrebbe rifatto l’impianto elettrico. Tutte cose su cui il Comune dovrebbe intervenire.

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fonte unita.it

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Don Ciotti: “Non uccidiamoli una seconda volta”. In 150mila nel corteo di Libera contro le mafie

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Don Ciotti: “Non uccidiamoli una seconda volta”
In 150mila nel corteo di Libera contro le mafie

Due minuti di applausi quando dal palco allo stadio Franchi si ricorda che è anche l’anniversario della strage delle Brigate Rosse in via Fani. C’è il procuratore Gian Carlo Caselli, la vedova Caponnetto, i parenti delle vittime. Dal palco letti i 900 nomi

Don Ciotti: "Non uccidiamoli una seconda volta" In 150mila nel corteo di Libera contro le mafie

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di redazione *

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Il silenzio. E poi fiori di carta colorati, bandiere, striscioni. “Chi non lotta ha già perso”, “Bisogna ricordare cos’è la bellezza, imparare a riconoscerla e a difenderla”, “No alla camorra, sì alla vita libera”. Un corteo composto e colorato,  quello organizzato da Libera, centocinquantamla persone che hanno sfilato tra le strade di Firenze nella Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. In testa la dignità composta dei familiari delle 900 vittime di mafia, camorra e ‘ndrangheta, seguiti da una lunga bandiera della pace e dai gonfaloni di decine di Comuni e Province di tutta Italia. “Un abbraccio che diventa un impegno”, come aveva detto Don Luigi Ciotti, presidente di Libera. Un impegno che continuerà anche dopo la due giorni fiorentina, soprattutto nelle coscienze dei più giovani.

I volti/ Striscioni e bandiere/ Caselli e Don Ciotti

Prima di partire gli studenti di tante scuole hanno acquistato buste in carta riciclata contenenti semi di fiori che, al ritorno nelle proprie citta’, saranno piantati nei giardini a futura memoria di questa giornata, ma soprattutto a simbolo della lotta alle mafie. Partiti dalla Fortezza da Basso i manifestanti sono arrivati allo stadio Franchi. Venuti da tutta Italia con autobus e treni. Scampia, Bari, Torino, Salerno e Palermo. Studenti delle scuole,giovani, attivisti, cittadini ma anche i sindaci di Firenze e Napoli Matteo Renzi e Luigi de Magistris, il segretario della Cgil Susanna Camusso, la vedova Caponnetto, il premio Nobel Esquivel e l’allenatore della Nazionale Cesare Prandelli che ha letto, sul palco allestito nello stadio, alcuni dei 900 nomi delle vittime della mafia, accolti da un lungo e intenso applauso.

Prandelli legge i nomi delle vittime

C’è un momento in cui si fa ancora più silenzio, in mezzo a decine di migliaia di teste, a decine di migliaia di voci. E’ quando dal palco allestito davanti allo stadio Franchi si ricorda che oggi è anche l’anniversario della strage di via Fani, quella che diede il via al rapimento di Aldo Moro, una strage firmata dalle Brigate Rosse. Parte un applauso lungo due minuti.

Vd: “I cento passi”I ragazzi da Scampia – Quei 900 nomi


Questa  di Libera è la diciottesima edizione, la prima che sceglie il capoluogo toscano. “Non uccidiamoli una seconda volta con il nostro silenzio e con la nostra indifferenza” dice don Luigi Ciotti dal palco. Ci sono i familiari delle vittime venute con i cartelli o con le fotografie dei loro cari: giudici, poliziotti, carabinieri, politici, amministratori, gente qualunque finita in qualche modo a dare fastidio agli interessi della crimininalità. “Ho partecipato a tutte le manifestazioni – ricorda il procuratore di Torino Gian Carlo Caselli – ma questa è la più importante per il momento politico che stiamo vivendo”.

Il corto anticamorra: “Giulia, uccisa per errore”

Dal palco Don Ciotti invita a non dimenticare, riceve l’ovazione dei centocinquantamila quando afferma che chi dice “che i magistrati sono peggio della mafia dovrebbe vergognarsi”. Poi ricorda le vittime di tutti i grandi misteri dello Stato, dai morti per l’Eternit a quelli della strage di Viareggio, dalla Thyssen a Ustica.  “La mafiosità può annidarsi dentro ognuno di noi, e dentro le coscienze addormentate o addomesticate.

E’ una peste – dice Don Ciotti – chiamatela con questo nome”. Un altro lungo applauso e poi le note de “La storia siamo noi” e “Io non ho paura” cantate da Fiorella Mannoia.

(hanno collaborato Gerardo Adinolfi, Maria Cristina Carratù, Laura Montanari, Mario Neri, Simona Poli, foto di Gianni Pasquini, Enrico Ramerini, Maurizio Degl’Innocenti e Matteo Bovo)
(16 marzo 2013)

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fonte firenze.repubblica.it

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don Ciotti a Rai News

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Dalla Chiesa, un video riapre il giallo della borsa. Indagini su un ufficiale dei carabinieri che l’avrebbe trafugata

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Caricato in data 07/mar/2007

Spezzone di Tg1 tratto da la trasmissione i Tg della Storia del 4 settembre 1982,riguardante l’omicidio del Generale dei CC Carlo Alberto dalla Chiesa con sua moglie il 3 settembre 1982

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Dalla Chiesa, una foto riapre il giallo della borsa
Indagini su un carabiniere che l’avrebbe trafugata

I magistrati e la Dia hanno ritrovato un video che confermerebbe i sospetti avanzati nelle scorse settimane da una lettera anonima: “Dopo l’omicidio, la borsa del prefetto fu trafugata da un ufficiale dell’Arma”. I pm convocano il figlio di Dalla Chiesa. Repubblica.it mostra in esclusiva l’immagine che ha riaperto l’inchiesta dopo trent’anni

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di SALVO PALAZZOLO

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APPROFONDIMENTI

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Fino a qualche settimana fa, nessuno aveva mai sospettato che la borsa del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa fosse stata trafugata dopo il suo omicidio, a Palermo, il 3 settembre 1982. Poi, all’improvviso, una lettera anonima ha messo in allerta i magistrati che indagano sulla trattativa mafia-Stato: “Un ufficiale dei carabinieri ha portato via quella borsa, che conteneva dei documenti”. Questa la rivelazione, tutta da verificare. Le indagani dei magistrati e della Dia di Palermo hanno avuto in questi giorni una svolta improvvisa, che Repubblica.it è in grado di documentare in anteprima: in un video della Rai, che riprende la scena del delitto, la sera del 3 settemntre 1982, è ritratto un ufficiale dell’Arma mentre tiene sottobraccio una borsa molto simile a quella del prefetto ucciso dalla mafia.

GUARDA/ Dalla Chiesa con la sua borsa

La settimana scorsa, il figlio di Dalla Chiesa, Nando, aveva rivelato a Repubblica: “Mio padre non si separava mai da una valigetta di pelle marrone, senza manico. Dopo la sua morte, non l’abbiamo più trovata. Pensavano che fosse andata persa nel trambusto di quei giorni. Evidentemente, non era così”. I pm di Palermo hanno convocato oggi Nando Dalla Chiesa per essere ascoltato come testimone. Dopo trent’anni, il mistero attorno alle carte scomparse del generale Dalla Chiesa è dunque ufficialmente riaperto. Con un capitolo inedito rispetto alle indagini degli anni Ottanta: all’epoca, il pool di Falcone e Borsellino aveva appuntato l’attenzione solo sulla cassaforte dell’abitazione del prefetto, da cui sarebbero spariti altri documenti. (14 febbraio 2013)

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fonte palermo.repubblica.it

Dalla Chiesa, l’ultimo mistero: “Un carabiniere trafugò le sue carte”

Dalla Chiesa, l'ultimo mistero "Un carabiniere trafugò le sue carte"
Carlo Alberto Dalla Chiesa

Dalla Chiesa, l’ultimo mistero
“Un carabiniere trafugò le sue carte”

Palermo, un’altra rivelazione dell’anonimo. I documenti erano in una valigetta di pelle. Il figlio Nando: papà la portava sempre con sé, conteneva i suoi documenti segreti

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di SALVO PALAZZOLO

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06 febbraio 2013

PALERMO – È destinata ad allungarsi la lista delle prove trafugate dopo gli omicidi eccellenti di Palermo. Da qualche settimana, la Procura indaga sulla scomparsa di una valigetta di pelle marrone appartenuta al generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il prefetto di Palermo assassinato dai killer di Cosa nostra il 3 settembre 1983. Di quella borsa, nessun investigatore si era mai interessato: subito dopo l’eccidio di via Carini, il pool di Falcone e Borsellino si era concentrato su un altro mistero legato a Dalla Chiesa, la sparizione di alcune carte dalla cassaforte della residenza privata del prefetto. Poi, all’improvviso, nel settembre scorso, è stato recapitato un anonimo molto ben informato a casa del sostituto procuratore Nino Di Matteo, uno dei pm che indaga sulla trattativa mafia-Stato: in dodici pagine non si parla solo delle carte che alcuni carabinieri del Ros avrebbero portato via dal covo di Totò Riina, nel 1993, ma anche del mistero della borsa di Dalla Chiesa.
(L’articolo integrale su Repubblica in edicola e su Repubblica+)

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fonte repubblica.it