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Mafia, un patto fra Palermo e Canada: 21 fermi. I boss votavano il sindaco siciliano della Lega

Mafia, un patto fra Palermo e Canada: 21 fermi I boss votavano il sindaco siciliano della Lega
Juan Ramon Fernandez, l’ambasciatore di Cosa nostra canadese in Sicilia, in un’immagine di repertorio. Stanotte è sfuggito all’arresto

Mafia, un patto fra Palermo e Canada: 21 fermi
I boss votavano il sindaco siciliano della Lega

I carabinieri smantellano la cosca di Bagheria, alle porte del capoluogo, e scoprono i nuovi legami internazionali di Cosa nostra. Avviso di garanzia per il sindaco di Alimena, Giuseppe Scrivano, candidato alle Politiche con il Carroccio: è accusato di voto di scambio

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di SALVO PALAZZOLO

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Un ragazzone alto 1,90, tutto muscoli e camice griffate, passeggiava spesso lungo il corso principale di Bagheria, quello immortalato dal regista Peppuccio Tornatore nella sua Baaria. Passeggiava e incontrava tanta gente che lo ossequiava, come fosse di casa. In realtà quel giovanotto è uno spagnolo, e non è un turista. E’ un gangster cresciuto in Canada, alla corte del capomafia Vito Rizzuto. Si chiama Juan Ramon Fernandez: dopo essere stato espulso dal Canada, nell’aprile 2012, i carabinieri lo hanno seguito per mesi mentre si incontrava con il nuovo gotha della mafia di Bagheria. Ufficialmente, faceva l’istruttore di arti marziali in una palestra, in realtà progettava nuovi affari sull’asse Palermo-Montreal, soprattutto affari di droga. Le nuove alleanze di Cosa nostra sono state bloccate questa mattina dai carabinieri del comando provinciale di Palermo e dai colleghi del Ros, sulla base di un provvedimento di fermo predisposto dalla Procura distrettuale antimafia. Le manette sono scattate per 21 persone. Fernandez, però, è sfuggito all’arresto. Da un mese non faceva più le sue passeggiate a Bagheria. I militari hanno invece bloccato i nuovi padrini della cittadina alle porte di Palermo, sotto tutti vecchi nomi di Cosa nostra: Gino Di Salvo aveva assunto il ruolo di reggente del mandamento; Sergio Flamia era il capo della famiglia di Bagheria.

Il sindaco indagato
L’ultima indagine dei carabinieri ha svelato anche le complicità eccellenti dei padrini: nell’ottobre 2012, avrebbero sostenuto la candidatura alle Regionali di Giuseppe Scrivano, il sindaco di Alimena (Palermo) che è stato candidato con la lista di Nello Musumeci, il candidato di centrodestra alla presidenza della Regione. Scrivano è stato candidato anche alle ultime Politiche, come capolista della Sicilia Orientale per la Lega Nord e numero due in Sicilia Occidentale. Questa mattina ha ricevuto un avviso di garanzia per voto di scambio: le intercettazioni lo hanno sorpreso mentre contatta alcuni boss di Bagheria per avere voti alle Regionali. Secondo la ricostruzione dell’accusa, quei voti sarebbero stati pagati. Scrivano è risultato il primo dei non eletti della sua lista per le Regionali 2012, con 4.166 voti. A febbraio, poi, ha consegnato al partito di Bobo Maroni il 22 per cento dei voti di Alimena, un piccolo comune di 2000 abitanti: in lista, Scrivano si era portato la moglie e diversi parenti. E con orgoglio dichiarava: “Sono parenti, sì. Ma non ci sono amanti, come accade in altri partiti. Tremonti mi ha studiato. Ha visto che sono una persona perbene e mi ha dato via libera”.

Le intercettazioni
Nonostante gli arresti degli ultimi mesi, Cosa nostra era riuscita a mettere in campo un nuovo gruppo dirigente attorno allo storico mandamento di Bagheria, un tempo roccaforte del boss Bernardo Provenzano. “Le indagini hanno consentito di evidenziare le dinamiche interne e le manifestazioni criminali più significative”, dice il colonnello Pierangelo Iannotti, comandante provinciale dei carabinieri di Palermo. I boss avevano riorganizzato il mandamento di Bagheria attorno alle famiglie di Villabate, Ficarazzi, Altavilla Milicia. E facevano affidamento su un gruppo di giovani aspiranti mafiosi, ancora in fase di “addestramento”. Così un vecchio capomafia auspicava più rigore nella formazione delle nuove leve: “Quando vedi che nella salita fanno le bizze, piglia e colpisci con il frustino… sulle gambe… che loro il trotto non lo interrompono… purtroppo i cavalli giovani così sono”. Intercettazioni e microspie hanno consentito di svelare i retroscena di 11 estorsioni commesse nei confronti di commercianti e imprenditori, nessuno di loro aveva denunciato i ricatti dei boss.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Francesco Mazzocco e Caterina Malagoli, ha portato anche a un maxisequestro di beni per trenta milioni di euro: sigilli sono scattati per alcune attività economiche gestite dai boss, sono supermercati, centri scommesse e locali della movida palermitana, fra cui il notissimo pub Villa Giuditta. Hanno un valore complessivo di 30 milioni di euro.

“Joe Bravo”
In Canada è una vera celebrità criminale. Juan Ramon Paz Fernandez, classe 1956, è ritenuto uno dei più fidati collaboratori di don Vito Rizzuto. “Era seduto alla destra di Dio”, dicevano di lui gli investigatori della Royal Canadian Mounted Police. “Dio” è proprio Vito Rizzuto, fino al 2009 capo incontrastato della mafia canadese, poi è stato al centro di una cruenta guerra di mafia: prima gli hanno ucciso il figlio Nick, poi il padre Vito, il patriarca della famiglia. Ma Juan Ramon, detto “Joe Bravo”, è rimasto sempre fedele al suo padrino. “E’ un gangster perfetto”, scrivono gli investigatori canadesi nei loro rapporti: “E’ un idolo per molti ed è temuto da tutti”. A 22 anni è accusato della morte della fidanzata, una ballerina. Fra il 1999 e il 2001 viene espulso due volte dal Canada, verso la Spagna, ma nel giro di pochi mesi rientra a Montreal. “Vado a mostrare come ballo”, diceva lui in un’intercettazione. Ma poi finisce in carcere, per mafia e traffico di droga. Ci resta dieci anni. Nell’aprile 2012, il Canada lo espelle con il marchio di “indesiderabile”. A giugno, Joe Bravo è a Bagheria. I poliziotti canadesi mettono in allerta i carabinieri del Ros. E così l’indagine su Juan Ramon Paz Fernandez finisce presto per intersecarsi con quella sul clan mafioso di Bagheria, portata avanti già da mesi dal nucleo Investigativo dei carabinieri.
Joe Bravo non si trova. E’ di nuovo latitante. Con lui è fuggito anche un altro mafioso canadese, che nelle scorse settimane era venuto a trovarlo a Bagheria.  (08 maggio 2013)

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fonte palermo.repubblica.it

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E’ morta Agnese Borsellino

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fonte immagine facebook.com

E’ morta Agnese Borsellino

La moglie del giudice ucciso dalla mafia, nella strage di via D’Amelio nel ’92, era da tempo malata. Crocetta: “Ricorderò di lei la sua consapevolezza delle ingiustizie profonde della società”. Il cognato Salvatore: “E’ andata a raggiungere Paolo, adesso saprà la verità”

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PALERMOÈ morta Agnese Piraino Leto, moglie del giudice Paolo Borsellino, assassinato dalla mafia il 19 luglio del 1992. Era malata da tempo. Ne dà notizia il governatore siciliano, Rosario Crocetta. “Con dolore vero sincero e immenso apprendo la notizia della morte di Agnese Borsellino, donna di singolare esempio di attaccamento e fedeltà alle istituzioni, di grande coraggio e grande forza – dice Crocetta – L’ho incontrata circa tre settimane fa, in ospedale: la lucidità delle sue idee, la determinazione nel condurre una battaglia di giustizia, la voglia di verità contrastava con le condizioni del suo corpo indebolito dalla malattia, vissuta con consapevolezza e dignità”.

“È morta una grande donna – aggiunge il Governatore siciliano -, un’eroina delle istituzioni che ha vissuto una delle tragedie più grandi che una persona possa vivere. Ricorderò sempre il sorriso della signora Agnese, la sua tranquillità e la sua consapevolezza delle ingiustizie profonde che ci sono nella società siciliana e italiana: la lotta alla mafia come valore da perseguire, come lotta per la libertà. L’idea che la nostra vita ha un senso soltanto se è coerente con i valori”.

“Abbiamo parlato oltre 2 ore l’ultima volta e avrei voluto farlo ancora. Lo farò oggi portandole un fiore, con la promessa di cercare di seguire il suo esempio e quello del nostro Paolo, una donna e un uomo che appartengono a tutti coloro che vogliono credere nella giustizia”.

“Le saremo sempre vicini signora Agnese, così come saremo accanto ai suoi figli, in questo momento difficile di sofferenza, di dolore, consapevoli di avere accanto a loro una grande madre e un grande padre che li guardano dal cielo”, conclude Crocetta. La Regione siciliana parteciperà col proprio gonfalone ai funerali che si terranno domani mattina a Palermo.

L’annuncio del fratello di Paolo, Salvatore Borsellino su Facebbok: “E’ morta Agnese. E’ andata a raggiungere Paolo. Adesso saprà la verità sulla sua morte”.

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fonte lasicilia.it

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DOPO 31 ANNI – Trovata vuota la valigetta di Dalla Chiesa: caccia a chi ha trafugato i segreti del generale

Trovata vuota la valigetta di Dalla Chiesa:  caccia a chi ha trafugato i segreti del generale

Trovata vuota la valigetta di Dalla Chiesa:
caccia a chi ha trafugato i segreti del generale

Palermo, dopo 31 anni la borsa di pelle emerge dal bunker del tribunale. Dopo l’assassinio, la Polizia trasmise alla Procura il reperto senza far cenno alle carte. Segnalata dall’anonimo al pm Di Matteo, doveva contenere nomi eccellenti

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di ATTILIO BOLZONI e SALVO PALAZZOLO

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PALERMO L’hanno ritrovata dopo trentuno anni, cercando nei sotterranei del Palazzo di giustizia di Palermo. È vuota, hanno portato via tutto. Non c’è più niente dentro la borsa di pelle marrone di Carlo Alberto dalla Chiesa, il generale prefetto ucciso a Palermo il 3 settembre del 1982 a colpi di kalashnikov.

La scoperta è di qualche giorno fa, la ricerca nelle viscere del Palazzo di giustizia è partita dall’anonimo (probabilmente scritto da un carabiniere molto informato sui misteri siciliani) che era arrivato nell’autunno scorso al pm Nino Di Matteo. L’anonimo denominava il suo scritto in codice – “Protocollo Fantasma” – e invitava i pm a investigare su 22 punti. Uno riguardava proprio la borsa del generale Dalla Chiesa.

Così sono ricominciate le ricerche e si è arrivati al ritrovamento. Ma dei documenti nessuna traccia.

Tre decenni dopo, il “caso Dalla Chiesa” è finito in archivio. Condannati come “esecutori” e “mandanti” il solito Totò Riina e i soliti macellai della sua ciurma: Vincenzo Galatolo, Francesco Paolo Anzelmo, Calogero e Raffaele Ganci, Nino Madonia. Sui mandanti “altri”, anche per il delitto Dalla Chiesa come per tutti i delitti eccellenti di Palermo solo ombre.

L’ARTICOLO INTEGRALE SU REPUBBLICA IN EDICOLA E REPUBBLICA+

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fonte repubblica.it

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APPELLO ONLINE – «Recuperiamo il casolare dove fu ucciso Impastato»

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«Recuperiamo il casolare dove fu ucciso Impastato»

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Di Jolanda Bufalini

18 marzo 2013

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Peppino Impastato, la cui tragedia si associa ormai sempre con quella di Aldo Moro, perché furono uccisi da terrorismi diversi nello stesso giorno, il 9 maggio del 1978, trascorse i suoi ultimi attimi di vita in un casolare isolato in contrada Feudo a Cinisi, di proprietà di un uomo molto ricco, farmacista di Cinisi, Giuseppe Venuti. C’era una stalla, delle mangiatoie, un sedile. Su quel sedile fu trovato il sangue di Peppino. Quelle macchie di sangue sono state un perno dell’inchiesta. Tramortito e ucciso, il corpo di Peppino venne poi fatto saltare in aria sui binari della ferrovia, per simulare l’attentato terroristico-politico.

Quel casolare è ora oggetto di una petizione lanciata dalla «Associazione Cento passi», che ha raccolto un appello del fratello di Peppino, Giovanni Impastato dal titolo «Salviamo la memoria». Spiegano Giovanni e Danilo Sulis, che fu compagno e amico di Impastato: «Quel casolare è diventato una discarica, dovrebbe essere un luogo della memoria». Ogni anno, racconta Giovanni, «a Cinisi vengono migliaia di giovani, studenti, scout, vengono poeti e politici, scrittori e intellettuali da ogni parte del mondo, ma l’ultima volta che ho portato lì una scolaresca sono dovuto tornare indietro. Troppa sporcizia, carcasse di animali morti, c’è di tutto».

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Il casolare dove fu ucciso Peppino ridotto a una discarica – fonte immagine

L’appello rivolto al presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta è on line, http://www.change.org/peppinoimpastato, e si può firmare, in pochi giorni ha raggiunto 25.000 firme, di singoli e di associazioni. Una decina di anni fa furono i commissari prefettizi, il comune di Cinisi era stato sciolto per mafia, ad apporre un vincolo, come luogo della memoria, sul casolare. Ma l’indicazione di «luogo della memoria» non ha avuto effetti, Giovanni fece una prima denuncia per lo stato di abbandono del luogo alcuni anni fa, fino a quando, durante il governo Lombardo, nel 2011, l’assessore Armao trovò i soldi per comprare il casolare da trasformare in museo. Ma non ci fu niente da fare, il farmacista chiese tre volte il prezzo che la Regione era disposta a pagare e si avviò la procedura di esproprio.

Anche il comune di Cinisi, sul cui territorio è il bene vincolato, non si è occupato della questione, il sindaco Salvatore Palazzolo, eletto con una lista civica, è stato in più occasioni legale di fiducia del farmacista proprietario del casolare. «Le istituzioni – dice Giovanni Impastato – non ci aiutano a tenere viva la memoria di Peppino, che invece è memoria condivisa da tutte le culture del paese, di sinistra e cattoliche e laiche. Qui sono venuti Saviano e Sara Simeoni, Balotelli e Bertinotti, Carmen Consoli, Walter Veltroni e, da ultimo, Matteo Renzi». La famiglia Impastato ha messo a disposizione la propria casa, che dal 2005 è la casa museo dedicata alla memoria di Felicia e Peppino ma non altrettanto è avvenuto con gli altri luoghi dei 100 passi. La casa del boss Badalamenti, divenuta bene confiscato alla mafia, è stata assegnata a tre soggetti. Al primo e secondo piano doveva trovare posto la biblioteca comunale, negli spazi restanti dovevano trovare spazio le attività di Casa Memoria (dove con Giovanni e la famiglia operano alcuni compagni di Peppino) e quelle della Associazione dedicata al giovane ucciso creata dai suoi compagni di allora di Democrazia proletaria. Le due associazioni non vanno d’accordo, la famiglia ritiene che la lotta alla mafia che costò la vita a Peppino è patrimonio di tutti mentre i suoi ex compagni legano la figura di Peppino al movimento di allora.

Anche sulla gestione di casa Badalamenti il comune ha brillato per incapacità o indifferenza. È stata fatta una convenzione ma non vi è stabilita la divisione degli spazi, nulla è stato fatto per allestire la biblioteca comunale. Casa della memoria, che aveva un finanziamento della Fondazione con il sud per un progetto in collaborazione con l’osservatorio sulla ‘ndrangheta di Reggio Calabria, ha dovuto restituire il finanziamento. Così anche il bene confiscato alla mafia, il palazzo del boss Badalamenti, sta andando in malora. Ancora una volta le inadempienze rischiano di favorire il ritorno indietro, il palazzo dovrebbe essere messo in sicurezza, reso agibile in alcune parti, andrebbe rifatto l’impianto elettrico. Tutte cose su cui il Comune dovrebbe intervenire.

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fonte unita.it

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Don Ciotti: “Non uccidiamoli una seconda volta”. In 150mila nel corteo di Libera contro le mafie

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Don Ciotti: “Non uccidiamoli una seconda volta”
In 150mila nel corteo di Libera contro le mafie

Due minuti di applausi quando dal palco allo stadio Franchi si ricorda che è anche l’anniversario della strage delle Brigate Rosse in via Fani. C’è il procuratore Gian Carlo Caselli, la vedova Caponnetto, i parenti delle vittime. Dal palco letti i 900 nomi

Don Ciotti: "Non uccidiamoli una seconda volta" In 150mila nel corteo di Libera contro le mafie

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di redazione *

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Il silenzio. E poi fiori di carta colorati, bandiere, striscioni. “Chi non lotta ha già perso”, “Bisogna ricordare cos’è la bellezza, imparare a riconoscerla e a difenderla”, “No alla camorra, sì alla vita libera”. Un corteo composto e colorato,  quello organizzato da Libera, centocinquantamla persone che hanno sfilato tra le strade di Firenze nella Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. In testa la dignità composta dei familiari delle 900 vittime di mafia, camorra e ‘ndrangheta, seguiti da una lunga bandiera della pace e dai gonfaloni di decine di Comuni e Province di tutta Italia. “Un abbraccio che diventa un impegno”, come aveva detto Don Luigi Ciotti, presidente di Libera. Un impegno che continuerà anche dopo la due giorni fiorentina, soprattutto nelle coscienze dei più giovani.

I volti/ Striscioni e bandiere/ Caselli e Don Ciotti

Prima di partire gli studenti di tante scuole hanno acquistato buste in carta riciclata contenenti semi di fiori che, al ritorno nelle proprie citta’, saranno piantati nei giardini a futura memoria di questa giornata, ma soprattutto a simbolo della lotta alle mafie. Partiti dalla Fortezza da Basso i manifestanti sono arrivati allo stadio Franchi. Venuti da tutta Italia con autobus e treni. Scampia, Bari, Torino, Salerno e Palermo. Studenti delle scuole,giovani, attivisti, cittadini ma anche i sindaci di Firenze e Napoli Matteo Renzi e Luigi de Magistris, il segretario della Cgil Susanna Camusso, la vedova Caponnetto, il premio Nobel Esquivel e l’allenatore della Nazionale Cesare Prandelli che ha letto, sul palco allestito nello stadio, alcuni dei 900 nomi delle vittime della mafia, accolti da un lungo e intenso applauso.

Prandelli legge i nomi delle vittime

C’è un momento in cui si fa ancora più silenzio, in mezzo a decine di migliaia di teste, a decine di migliaia di voci. E’ quando dal palco allestito davanti allo stadio Franchi si ricorda che oggi è anche l’anniversario della strage di via Fani, quella che diede il via al rapimento di Aldo Moro, una strage firmata dalle Brigate Rosse. Parte un applauso lungo due minuti.

Vd: “I cento passi”I ragazzi da Scampia – Quei 900 nomi


Questa  di Libera è la diciottesima edizione, la prima che sceglie il capoluogo toscano. “Non uccidiamoli una seconda volta con il nostro silenzio e con la nostra indifferenza” dice don Luigi Ciotti dal palco. Ci sono i familiari delle vittime venute con i cartelli o con le fotografie dei loro cari: giudici, poliziotti, carabinieri, politici, amministratori, gente qualunque finita in qualche modo a dare fastidio agli interessi della crimininalità. “Ho partecipato a tutte le manifestazioni – ricorda il procuratore di Torino Gian Carlo Caselli – ma questa è la più importante per il momento politico che stiamo vivendo”.

Il corto anticamorra: “Giulia, uccisa per errore”

Dal palco Don Ciotti invita a non dimenticare, riceve l’ovazione dei centocinquantamila quando afferma che chi dice “che i magistrati sono peggio della mafia dovrebbe vergognarsi”. Poi ricorda le vittime di tutti i grandi misteri dello Stato, dai morti per l’Eternit a quelli della strage di Viareggio, dalla Thyssen a Ustica.  “La mafiosità può annidarsi dentro ognuno di noi, e dentro le coscienze addormentate o addomesticate.

E’ una peste – dice Don Ciotti – chiamatela con questo nome”. Un altro lungo applauso e poi le note de “La storia siamo noi” e “Io non ho paura” cantate da Fiorella Mannoia.

(hanno collaborato Gerardo Adinolfi, Maria Cristina Carratù, Laura Montanari, Mario Neri, Simona Poli, foto di Gianni Pasquini, Enrico Ramerini, Maurizio Degl’Innocenti e Matteo Bovo)
(16 marzo 2013)

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fonte firenze.repubblica.it

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don Ciotti a Rai News

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Dalla Chiesa, un video riapre il giallo della borsa. Indagini su un ufficiale dei carabinieri che l’avrebbe trafugata

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Caricato in data 07/mar/2007

Spezzone di Tg1 tratto da la trasmissione i Tg della Storia del 4 settembre 1982,riguardante l’omicidio del Generale dei CC Carlo Alberto dalla Chiesa con sua moglie il 3 settembre 1982

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Dalla Chiesa, una foto riapre il giallo della borsa
Indagini su un carabiniere che l’avrebbe trafugata

I magistrati e la Dia hanno ritrovato un video che confermerebbe i sospetti avanzati nelle scorse settimane da una lettera anonima: “Dopo l’omicidio, la borsa del prefetto fu trafugata da un ufficiale dell’Arma”. I pm convocano il figlio di Dalla Chiesa. Repubblica.it mostra in esclusiva l’immagine che ha riaperto l’inchiesta dopo trent’anni

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di SALVO PALAZZOLO

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APPROFONDIMENTI

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Fino a qualche settimana fa, nessuno aveva mai sospettato che la borsa del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa fosse stata trafugata dopo il suo omicidio, a Palermo, il 3 settembre 1982. Poi, all’improvviso, una lettera anonima ha messo in allerta i magistrati che indagano sulla trattativa mafia-Stato: “Un ufficiale dei carabinieri ha portato via quella borsa, che conteneva dei documenti”. Questa la rivelazione, tutta da verificare. Le indagani dei magistrati e della Dia di Palermo hanno avuto in questi giorni una svolta improvvisa, che Repubblica.it è in grado di documentare in anteprima: in un video della Rai, che riprende la scena del delitto, la sera del 3 settemntre 1982, è ritratto un ufficiale dell’Arma mentre tiene sottobraccio una borsa molto simile a quella del prefetto ucciso dalla mafia.

GUARDA/ Dalla Chiesa con la sua borsa

La settimana scorsa, il figlio di Dalla Chiesa, Nando, aveva rivelato a Repubblica: “Mio padre non si separava mai da una valigetta di pelle marrone, senza manico. Dopo la sua morte, non l’abbiamo più trovata. Pensavano che fosse andata persa nel trambusto di quei giorni. Evidentemente, non era così”. I pm di Palermo hanno convocato oggi Nando Dalla Chiesa per essere ascoltato come testimone. Dopo trent’anni, il mistero attorno alle carte scomparse del generale Dalla Chiesa è dunque ufficialmente riaperto. Con un capitolo inedito rispetto alle indagini degli anni Ottanta: all’epoca, il pool di Falcone e Borsellino aveva appuntato l’attenzione solo sulla cassaforte dell’abitazione del prefetto, da cui sarebbero spariti altri documenti. (14 febbraio 2013)

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fonte palermo.repubblica.it

Dalla Chiesa, l’ultimo mistero: “Un carabiniere trafugò le sue carte”

Dalla Chiesa, l'ultimo mistero "Un carabiniere trafugò le sue carte"
Carlo Alberto Dalla Chiesa

Dalla Chiesa, l’ultimo mistero
“Un carabiniere trafugò le sue carte”

Palermo, un’altra rivelazione dell’anonimo. I documenti erano in una valigetta di pelle. Il figlio Nando: papà la portava sempre con sé, conteneva i suoi documenti segreti

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di SALVO PALAZZOLO

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06 febbraio 2013

PALERMO – È destinata ad allungarsi la lista delle prove trafugate dopo gli omicidi eccellenti di Palermo. Da qualche settimana, la Procura indaga sulla scomparsa di una valigetta di pelle marrone appartenuta al generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il prefetto di Palermo assassinato dai killer di Cosa nostra il 3 settembre 1983. Di quella borsa, nessun investigatore si era mai interessato: subito dopo l’eccidio di via Carini, il pool di Falcone e Borsellino si era concentrato su un altro mistero legato a Dalla Chiesa, la sparizione di alcune carte dalla cassaforte della residenza privata del prefetto. Poi, all’improvviso, nel settembre scorso, è stato recapitato un anonimo molto ben informato a casa del sostituto procuratore Nino Di Matteo, uno dei pm che indaga sulla trattativa mafia-Stato: in dodici pagine non si parla solo delle carte che alcuni carabinieri del Ros avrebbero portato via dal covo di Totò Riina, nel 1993, ma anche del mistero della borsa di Dalla Chiesa.
(L’articolo integrale su Repubblica in edicola e su Repubblica+)

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fonte repubblica.it

VELENI – Ingroia replica a Boccassini: “Mi basta sapere cosa pensava di lei Borsellino”

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Ingroia replica a Boccassini: “Mi basta sapere cosa pensava di lei Borsellino”

Il leader di Rivoluzione civile si era paragonato a Falcone, ma per il procuratore aggiunto di Milano “tra i due la distanza si misura in milioni di anni luce”. Il politico: “Alle sue piccinerie siamo abituati da anni. Si vergogni lei e conti fino a tre prima di aprire bocca”. E alla sorella del magistrato di Palermo dice: “Io non l’ho mai usato per prendere voti, lei sì”

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IL PRECEDENTE

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Ilda Boccassini contro Antonio Ingroia: “Lui come Falcone? Come si permette”

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Prosegue a distanza lo scontro tra Antonio Ingroia e Ilda Boccassini che lo aveva attaccato per avere paragonato “la sua piccola figura di magistrato a quella di Giovanni Falcone“. E sulla figura e la conoscenza personale di Paolo Borsellino si infiamma il botta e risposta. Il leader di Rivoluzione Civile infatti non lascia cadere nel vuoto le dichiarazioni del procuratore aggiunto di Milano e si spinge oltre la valutazione professionale. “I suoi personali giudizi su di me non mi interessano e alle sue piccinerie siamo abituati da anni – dice di Boccassini -. Mi basta sapere cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava di lei. Ogni parola in più sarebbe di troppo”.

Una polemica che ha avuto origine dal paragone del candidato col magistrato ucciso nella strage di Capaci (“Le battute e le velate critiche espresse da alcuni magistrati per la mia decisione di candidarmi sono un copione che si ripete. Fu così anche per Giovanni Falcone. Ma a Pietro Grasso nessuno dice nulla: la cosa mi sorprende”) col quale, però, secondo il procuratore di Milano c’è una differenza che “si misura in milioni di anni luce”. “Ho atteso finora una smentita, invano – ha proseguito il leader di Rivoluzione Civile-. Siccome non è arrivata dico che l’unica a doversi vergognare è lei che, ancora in magistratura, prende parte in modo così indecente e astioso alla competizione politica manipolando le mie dichiarazioni. La prossima volta pensi e conti fino a tre prima di aprire bocca”.

Il paragone con Falcone, però, ha destato sorpresa anche nella sorella del magistrato, Maria, che a Repubblica ha dichiarato: ”Sono rimasta perplessa quando ho sentito Ingroia paragonarsi a Giovanni”. Pur aggiungendo che “rispetto la storia professionale dell’ex procuratore aggiunto di Palermo“, Maria ha sottolineato: “La storia di mio fratello è stata del tutto diversa. E non permetto a nessuno di parlare di Giovanni per autopromuoversi a livello politico”. Ma, dopo la Boccassini, Ingroia invita allo stesso modo anche “la signora Maria Falcone, con tutto il rispetto per il cognome che porta” a informarsi “prima di parlare”. E si difende dalle accuse: “Io non ho mai usato il nome di Giovanni Falcone per i voti. Lei invece si, quando si candidò per prendere il seggio al Parlamento europeo e non venne neppure eletta”.

Interviene nello scontro anche Pietro Grasso, candidato del Partito democratico e già procuratore nazionale antimafia, che ritiene inopportuno il parallelismo tra Ingroia e Falcone. “Ha fatto cose talmente eclatanti – ha commentato – che oggi paragonarsi a lui mi sembra un fuor d’opera”. Chiamato in causa dalle dichiarazioni del magistrato palermitano, dagli studi di Agorà su Rai Tre il candidato Pd ha osservato: “C’è da considerare ciò che ha subito Giovanni Falcone nella sua vita: ha subito un attentato all’Addaura ed è stato accusato di esserselo procurato da solo; è  stato accusato di aver insabbiato le carte dei processi nel rapporto con la politica; è stato accusato di fare il professionista dell’antimafia; è stato accusato di andare nei palazzi della politica, dove effettivamente è riuscito a fare una legislazione che tutti ci invidiano”. Colpito dalla polemica anche il governatore della Puglia Nichi Vendola secondo cui “la lacerazione di una storia quale quella dell’antimafia, che non è mai una buona notizia. Non è  bene usare l’antimafia come una bandiera di fazione”.

La polemica provoca infine la reazione durissima di Libertà e giustizia: “Questa è una delle campagne elettorali più squallide e miserabili della storia della Repubblica”, afferma il presidente Sandra Bonsanti in un comunicato. “Vorrei che nessuno citasse i nomi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per guadagnar voti per sé o farne perdere ad altri. I due magistrati uccisi nel ’92 insieme alle loro scorte, sono tra i pochissimi “eroi” che tanti giovani oggi riconoscono. Non roviniamo la loro storia”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

AZZECCAGARBUGLI – Trattativa Stato-mafia, Pisanu: “Fu una tacita e parziale intesa tra le parti”


Tonio Logoluso, nei panni di Azzeccagarbugli nel Musical “I Promessi Sposi”, Produzione Teatro Stabile di Napoli – fonte immagine

Trattativa Stato-mafia, Pisanu: “Fu una tacita e parziale intesa tra le parti”

Il presidente della commissione Antimafia: “Ci furono tra le due parti convergenze tattiche, ma strategie divergenti: il Ros voleva far cessare le stragi, la criminalità organizzata voleva svilupparle fino a piegare lo Stato”. Nella relazione esclusi da questi contatti i vertici delle istituzioni. E sull’attentato a Falcone: “Cosa Nostra ebbe ‘consulenze esterne’?”

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Immagine tratta dal blog di Andrea Fossati

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“Sembra logico parlare, più che di una trattativa sul 41bis, di una tacita e parziale intesa tra parti in conflitto”. Lo dice Beppe Pisanu a conclusione della inchiesta sulla trattativa e le stragi del ’92-93 da parte della commissione Antimafia della quale il parlamentare sardo è presidente. Possiamo dire – spiega Pisanu nella sua relazione conclusiva – “che ci fu almeno una trattativa tra uomini dello Stato privi di un mandato politico e uomini di Cosa nostra divisi tra loro e quindi privi anche loro di un mandato univoco e sovrano. Ci furono tra le due parti convergenze tattiche, ma strategie divergenti: i carabinieri del Ros volevano far cessare le stragi, i mafiosi volevano invece svilupparle fino a piegare lo Stato”.

Ecco come, secondo la relazione, si svilupparono questi contatti. ”La trattativa Mori-Ciancimino partì molto probabilmente come un’ardita operazione investigativa che, cammin facendo, uscì dal suo alveo naturale. Ne uscì, forse, per imprudenza dei carabinieri e ancor di più per ambizione di Vito Ciancimino“. Ciancimino, infatti, “aveva tutto l’interesse a elevare i propri contatti al rango di vero e proprio negoziato tra Stato e mafia, col proposito di porsi come intermediario e trarre vantaggi personali dall’una e dall’altra parte. Per questo richiese con insistenza interlocuzioni politico-istituzionali che però non ottenne”. E Cosa nostra? Secondo la relazione di Pisanu, “acconsentì alla trattativa e pose con il ‘papello’ le sue condizioni. Tuttavia si mantenne su una posizione di forza, innalzando la minaccia delle stragi. I carabinieri, anche sollecitati da Ciancimino, cercarono coperture politiche e, per quanto ne sappiamo, non le ottennero”.

Ecco allora la sintesi della vicenda: “In conclusione possiamo dire che i carabinieri e Vito Ciancimino -conclude Pisanu- hanno cercato di imbastire una specie di trattativa, Cosa nostra li ha incoraggiati senza abbandonare la linea stragista”, mentre lo Stato “nei suoi organi decisionali non ha interloquito ed ha risposto energicamente all’offensiva terroristico-criminale”.

E Pisanu avanza una serie di irrisolte domande: “Piegarlo fino a qual punto? All’accettazione del papello o di qualche sua parte? A rigor di logica e a giudicare dai fatti, non si direbbe. Se Cosa nostra accettò una specie di trattativa a scalare, scendendo dal papello al più tenue contropapello e da questo al solo ridimensionamento del 41bis, mantenendo però alta la minaccia terrificante delle stragi, c’è da chiedersi se il suo reale obiettivo non fosse ben altro: e cioè il ripristino di quel regime di convivenza tra mafia e Stato che si era interrotto negli anni ottanta, dando luogo ad una controffensiva della magistratura, delle forze dell’ordine e della società civile che non aveva precedenti nella storia. Certo, l’obiettivo era ambizioso, ma il momento, come ho già detto, era propizio per la mafia e per tutti i nemici dello stato democratico”.

La mafia per le stragi, afferma Pisanu, “di certo non prese ordini da nessuno, perché ha sempre badato al primato dei suoi interessi e all’autonomia delle sue decisioni. Tuttavia, quando le è convenuto, quando vi è stata convergenza di interessi, non ha esitato a collaborare con altre entità criminali, economiche, politiche e sociali”. Pisanu cita come “riscontro” di questa affermazione la partecipazione della mafia, insieme ad esponenti della massoneria, al golpe di Junio Valerio Borghese; alla simulazione del rapimento del finanziere Michele Sindona, ospite invece della borghesia mafiosa palermitana; alla strage del “Rapido 904″, per la quale furono condannati all’ergastolo, oltre al cassiere della mafia Pippo Calò, esponenti della camorra, del terrorismo di destra e della banda della Magliana. “Non a caso, dunque, dopo le stragi del ’92 e ’93 gli analisti e i vertici degli apparati di sicurezza colsero subito il mutamento della strategia mafiosa di aggressione allo Stato e lo attribuirono ad una convergenza di ‘interessi macroscopici illeciti, sistemazione di profitti, gestione d’intese con altre componenti delinquenziali ed affaristiche, nazionali ed internazionalì,come disse il prefetto Parisi. “Sulla stessa linea, un rapporto della Dia del 1993, descrisse ‘un’aggregazione di tipo orizzontale’ composta, oltre che dalla mafia, da talune logge massoniche di Palermo e Trapani, da gruppi eversivi di destra, funzionari infedeli dello Stato e amministratori corrotti”.

“Carabinieri e Ciancimino imbastirono una trattativa”
”I carabinieri e Vito Ciancimino hanno cercato di imbastire una specie di trattativa; Cosa nostra li ha incoraggiati, ma senza abbandonare la linea stragista; lo Stato, in quanto tale, ossia nei suoi organi decisionali, non ha interloquito ed ha risposto energicamente all’offensiva terroristico-criminale” dice Pisanu.  Inoltre – spiega – ”va detto che nessuno dei vertici istituzionali del tempo ha mai pensato di apporre il segreto di Stato su quelle vicende”.

“Con le stragi di mafia è partita la strategia della tensione”
Pisanu aggiunge che fu una vera e propria strategia della tensione. “Se nel ’92-’93, similmente ad altre fasi di transizione, si mise in opera una strategia della tensione, Cosa nostra ne fece parte. O meglio, fu parte, per istinto e per consapevole scelta, del torbido intreccio di forze illegali e illiberali che cercarono di orientare i fatti a loro specifico vantaggio. Indebolire lo Stato significava renderlo più duttile e più disponibile a scendere a patti”. “Certamente con le stragi del 1992-93 Cosa nostra inflisse allo Stato perdite irreparabili di vite umane e preziose opere d’arte, dimostrò la massima potenza di fuoco, ma segnò anche l’inizio del suo declino”, afferma ancora Pisanu nelle sue conclusioni. Infatti, subito dopo, la mafia “si è inabissata nella società, nell’economia, nella politica e da allora non è più riemersa con la forza delle armi; la sua leadership è stata decapitata e fino ad oggi non è neppure riuscita a ricostruire gli organi di governo; i suoi affari hanno subito il salasso continuo dei sequestri e delle confische dei beni; e in definitiva ha perso peso e prestigio anche rispetto ad altre organizzazioni criminali nazionali, come la ‘ndrangheta, tanto all’interno quanto all’estero”.

“Nella trattativa non entrarono i vertici delle istituzioni”
Secondo Pisanu “i vertici istituzionali e politici del tempo, dal presidente della Repubblica Scalfaro ai presidenti del Consiglio Amato e Ciampi, hanno sempre affermato  di non aver mai neppure sentito parlare di trattativa. Penso che non possiamo mettere in dubbio la loro parola e la loro fedeltà a Costituzione e a Stato di diritto”. Rimane tuttavia ”il sospetto che,dopo l’uccisione dell’onorevole Lima, uomini politici siciliani, minacciati di morte, si siano attivati per indurre Cosa nostra a desistere dai suoi propositi in cambio di concessioni da parte dello Stato”, aggiunge Pisanu nella sua relazione. “In particolare Calogero Mannino, ministro per il Mezzogiorno nella prima fase della trattativa (lasciò l’incarico nel giugno del 1992), avrebbe preso contatti al tal fine col Comandante del Ros, il generale Subranni.

Su Mannino “pende ora una richiesta di rinvio a giudizio per il reato aggravato di minaccia ad un corpo politico, amministrativo e giudiziario. Analoga richiesta, ma per un periodo diverso, pende su Marcello Dell’Utri. Occorre anche ricordare che Nicola Mancino, ministro dell’Interno dal giugno 1992 all’aprile 1994 è stato indicato, per sentito dire, dal pentito Brusca e da Massimo Ciancimino come il terminale politico della trattativa. Il primo lo indica stranamente associandolo al suo predecessore Rognoni che, peraltro, aveva lasciato il ministero dell’Interno nel 1983, nove anni prima dei fatti al nostro esame; il secondo è un mentitore abituale”.

Ascoltato dall’Antimafia Mancino “è apparso a tratti esitante e perfino contraddittorio. La Procura di Palermo ne ha proposto il rinvio a giudizio per falsa testimonianza. Le posizioni degli ex ministri Mannino e Mancino sono ancora tutte da definire in sede giudiziaria: una semplice richiesta di rinvio a giudizio non può dare corpo alle ombre. E’ doveroso aggiungere che l’on. Mannino è uscito con l’assoluzione piena da un precedente processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Formalmente la trattativa si concluse nel dicembre 1992 con l’arresto di Vito Ciancimino”.

Un mese dopo, il 15 gennaio 1993, fu arrestato il capo dei capi Totò Riina. “Se i due arresti fossero riconducibili in qualche modo alla trattativa, quale sarebbe stata la contropartita di “cosa nostra”? La mancata perquisizione del covo di Riina e la garanzia di una tranquilla latitanza di Provenzano che, proprio per questo e per prenderne il posto, avrebbe venduto il suo capo? E alla fin fine, quale sarebbe stato il guadagno dell’astuto mediatore Vito Ciancimino? Allo stato attuale della nostra inchiesta, non abbiamo elementi per dare risposte plausibili”, conclude Pisanu.

“Cosa Nostra forte, ma ha perso la sfida”
Con le stragi Cosa nostra inizio’ il suo declino “e in definitiva ha perso peso e prestigio anche rispetto ad altre organizzazioni criminali nazionali”. Certamente “è ancora forte e temibile. Ma dobbiamo pur riconoscere che dagli anni ’80 ad oggi, ha perso nettamente la sua sfida temeraria allo Stato” dice Beppe Pisanu. Infine un passaggio sull’attentato di Giovanni Falcone: “A Capaci fu necessaria una speciale competenza tecnica per realizzare un innesco che evitasse l’uscita laterale dell’onda d’urto dell’esplosione – dice – e la concentrasse invece sotto la macchina di Falcone. Mi chiedo: Cosa nostra ebbe consulenze tecnologiche dall’esterno?”.

Pisanu rivela nella sua relazione finale un aspetto finora inedito o dimenticato della uccisione del magistrato a Capaci. “Sulle scene degli attentati e delle stragi, abbiamo visto comparire, qua e là, figure rimaste sconosciute, presenze esterne: da dove venivano? Gruppi politico-terroristici come “Falange Armata” rivendicarono tempestivamente degli attentati di Cosa nostra: come si spiega?” dice il presidente della commissione Antimafia. “Solo negli ultimi anni è stato scoperto il gigantesco depistaggio delle indagini su via d’Amelio, depistaggio che ha lungamente resistito al tempo e a ben due processi: chi lo organizzò e perché furono lasciati cadere i sospetti che pure emersero fin dagli inizi?”. “Potrei continuare con domande analoghe. Ma queste mi bastano per dire che, a conclusione della nostra inchiesta, non si sono ancora dissipate molte delle ombre che avevo già intravisto nelle mie comunicazioni alla Commissione del 30 giugno 2010. Noi conosciamo – conclude Pisanu – le ragioni e le rivendicazioni che spinsero ‘cosa nostra’ a progettare e ad eseguire le stragi, ma è logico dubitare che agì e pensò da sola”.

“Per Cosa nostra Borsellino era un muro da abbattere”
”Perché la mafia, abbandonando la sua proverbiale prudenza, decise di assassinare Paolo Borsellino proprio nel luglio 1992, a meno di due mesi di distanza dalla terrificante esplosione di Capaci? Una delle risposte plausibili è che Totò Riina volesse abbattere ad ogni costo quel ‘muro’ ideale che Borsellino aveva eretto non solo contro l’ipotesi della ‘dissociazione’ degli appartenenti a Cosa nostra, ma anche e a maggior ragione contro ogni ipotesi di scambio o trattativa tra uomini della mafia e uomini dello Stato” si legge nelle comunicazioni del presidente Pisanu. Che sottolinea: “Possiamo ipotizzare che qualcuno, finora sconosciuto, abbia fatto il nome del valoroso giudice, magari soltanto per imperdonabile leggerezza, facendolo apparire come un ostacolo insormontabile a qualsiasi genere di trattativa, un ostacolo che bisognava rimuovere. Naturalmente – fa notare Pisanu – resta in piedi l’ipotesi che l’accelerazione della strage sia stata decisa autonomamente da Riina per reazione al mancato accoglimento delle sue richieste. Peraltro l’assassinio di Borsellino era stato deliberato e confermato insieme a quello di Falcone e non dovrebbe dunque apparire illogico che i due delitti siano stati eseguiti a breve distanza. Totò Riina ed i suoi accoliti non potevano non temere il lavoro di quel magistrato capace, coraggioso e incorruttibile. Fermarlo era per loro questione di primaria importanza”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Mafia, nuovo arresto per le stragi. Ecco l’uomo che fornì l’esplosivo

Mafia, nuovo arresto per le stragi Ecco l'uomo che fornì l'esplosivo Il boss Gaspare Spatuzza al momento del suo arresto, nel 1997

Mafia, nuovo arresto per le stragi
Ecco l’uomo che fornì l’esplosivo

Le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza hanno consentito l’individuazione dell’uomo che avrebbe procurato l’esplosivo per gli eccidi di Roma, Milano e Firenze, ma anche per la strage Falcone. Ecco il racconto dell’ex boss di Brancaccio, che ha svelato i nuovi misteri delle stragi. L’arresto disposto dai magistrati di Firenze, che indagano sulle stragi del 1993

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di SALVO PALAZZOLO

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APPROFONDIMENTI

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Ha un nome l’uomo che ha fornito ai boss di Cosa nostra l’esplosivo per le stragi del 1993, ma anche per l’attentato a Giovanni Falcone. Si chiama Cosimo D’Amato, ha 57 anni, vive a Santa Flavia, centro alle porte di Palermo: ufficialmente, è solo un pescatore, che non ha mai avuto alcun guaio con la giustizia, ma è cugino di primo grado del boss palermitano Cosimo Lo Nigro, già condannato per le stragi. Gli investigatori della Dia l’hanno arrestato sulla base di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Firenze Anna Favi, su richiesta della Procura che indaga sugli eccidi del 1993.

Per l’individuazione di D’Amato sono state determinanti le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza. “Circa un mese e mezzo prima della strage di Capaci – ha messo a verbale l’ex sicario del clan Brancaccio – vengo contattato da Fifetto Cannella, mi dice di procurare una macchina più grande che dobbiamo prelevare delle cose. A piazza Sant’Erasmo, ad aspettarci, c’erano Cosimo Lo Nigro e Giuseppe Barranca. Noi aspettavamo anche Renzino Tinnirello. Quindi siamo andati a Porticello, ci siamo avvicinati alla banchina e c’erano tre pescherecci ormeggiati: siamo saliti sopra uno di questi e nei fianchi erano legate delle funi, quindi abbiamo tirato la prima fune e c’erano praticamente semisommersi dei fusti, all’incirca mezzo metro per un metro. Quindi, abbiamo tirato sulla barca il primo fusto, poi il secondo e li abbiamo trasferiti in macchina”.

Su queste dichiarazioni hanno lavorato i pm di Firenze, ma anche i colleghi della Procura di Caltanissetta, che si occupano dei misteri del ’92: su una di quelle imbarcazioni ci sarebbe stato D’Amato, il regista della delicata consegna.

Spatuzza sostiene che l’esplosivo sarebbe stato recuperato in mare, da alcuni siluri inesplosi della seconda guerra mondiale.

Le indagini di Caltanissetta sul pescatore palermitano sono ancora in corso, anche per verificare eventuali complicità. Di certo, l’operazione di recupero in mare è da addetti ai lavori: così è tornata l’ombra di esperti artificieri che potrebbero aver collaborato con i boss. Ma su questo aspetto le dichiarazioni del collaboratore Spatuzza sono ancora coperte dal segreto istruttorio. E a Caltanissetta, D’Amato è tecnicamente ancora un indagato a piede libero.

Le indagini di Firenze, invece, si sono concluse nelle scorse settimane: D’Amato è adesso accusato di aver procurato l’esplosivo per gli attentati di via Fauro a Roma (14 maggio 1993), via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993), San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma (28 luglio 1993), via Palestro a Milano (27 luglio 1993). L’uomo avrebbe fornito il tritolo anche per il fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma del 23 gennaio 1994.

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fonte palermo.repubblica.it