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VELENI – Ingroia replica a Boccassini: “Mi basta sapere cosa pensava di lei Borsellino”

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Ingroia replica a Boccassini: “Mi basta sapere cosa pensava di lei Borsellino”

Il leader di Rivoluzione civile si era paragonato a Falcone, ma per il procuratore aggiunto di Milano “tra i due la distanza si misura in milioni di anni luce”. Il politico: “Alle sue piccinerie siamo abituati da anni. Si vergogni lei e conti fino a tre prima di aprire bocca”. E alla sorella del magistrato di Palermo dice: “Io non l’ho mai usato per prendere voti, lei sì”

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Ilda Boccassini contro Antonio Ingroia: “Lui come Falcone? Come si permette”

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Prosegue a distanza lo scontro tra Antonio Ingroia e Ilda Boccassini che lo aveva attaccato per avere paragonato “la sua piccola figura di magistrato a quella di Giovanni Falcone“. E sulla figura e la conoscenza personale di Paolo Borsellino si infiamma il botta e risposta. Il leader di Rivoluzione Civile infatti non lascia cadere nel vuoto le dichiarazioni del procuratore aggiunto di Milano e si spinge oltre la valutazione professionale. “I suoi personali giudizi su di me non mi interessano e alle sue piccinerie siamo abituati da anni – dice di Boccassini -. Mi basta sapere cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava di lei. Ogni parola in più sarebbe di troppo”.

Una polemica che ha avuto origine dal paragone del candidato col magistrato ucciso nella strage di Capaci (“Le battute e le velate critiche espresse da alcuni magistrati per la mia decisione di candidarmi sono un copione che si ripete. Fu così anche per Giovanni Falcone. Ma a Pietro Grasso nessuno dice nulla: la cosa mi sorprende”) col quale, però, secondo il procuratore di Milano c’è una differenza che “si misura in milioni di anni luce”. “Ho atteso finora una smentita, invano – ha proseguito il leader di Rivoluzione Civile-. Siccome non è arrivata dico che l’unica a doversi vergognare è lei che, ancora in magistratura, prende parte in modo così indecente e astioso alla competizione politica manipolando le mie dichiarazioni. La prossima volta pensi e conti fino a tre prima di aprire bocca”.

Il paragone con Falcone, però, ha destato sorpresa anche nella sorella del magistrato, Maria, che a Repubblica ha dichiarato: ”Sono rimasta perplessa quando ho sentito Ingroia paragonarsi a Giovanni”. Pur aggiungendo che “rispetto la storia professionale dell’ex procuratore aggiunto di Palermo“, Maria ha sottolineato: “La storia di mio fratello è stata del tutto diversa. E non permetto a nessuno di parlare di Giovanni per autopromuoversi a livello politico”. Ma, dopo la Boccassini, Ingroia invita allo stesso modo anche “la signora Maria Falcone, con tutto il rispetto per il cognome che porta” a informarsi “prima di parlare”. E si difende dalle accuse: “Io non ho mai usato il nome di Giovanni Falcone per i voti. Lei invece si, quando si candidò per prendere il seggio al Parlamento europeo e non venne neppure eletta”.

Interviene nello scontro anche Pietro Grasso, candidato del Partito democratico e già procuratore nazionale antimafia, che ritiene inopportuno il parallelismo tra Ingroia e Falcone. “Ha fatto cose talmente eclatanti – ha commentato – che oggi paragonarsi a lui mi sembra un fuor d’opera”. Chiamato in causa dalle dichiarazioni del magistrato palermitano, dagli studi di Agorà su Rai Tre il candidato Pd ha osservato: “C’è da considerare ciò che ha subito Giovanni Falcone nella sua vita: ha subito un attentato all’Addaura ed è stato accusato di esserselo procurato da solo; è  stato accusato di aver insabbiato le carte dei processi nel rapporto con la politica; è stato accusato di fare il professionista dell’antimafia; è stato accusato di andare nei palazzi della politica, dove effettivamente è riuscito a fare una legislazione che tutti ci invidiano”. Colpito dalla polemica anche il governatore della Puglia Nichi Vendola secondo cui “la lacerazione di una storia quale quella dell’antimafia, che non è mai una buona notizia. Non è  bene usare l’antimafia come una bandiera di fazione”.

La polemica provoca infine la reazione durissima di Libertà e giustizia: “Questa è una delle campagne elettorali più squallide e miserabili della storia della Repubblica”, afferma il presidente Sandra Bonsanti in un comunicato. “Vorrei che nessuno citasse i nomi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per guadagnar voti per sé o farne perdere ad altri. I due magistrati uccisi nel ’92 insieme alle loro scorte, sono tra i pochissimi “eroi” che tanti giovani oggi riconoscono. Non roviniamo la loro storia”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

AZZECCAGARBUGLI – Trattativa Stato-mafia, Pisanu: “Fu una tacita e parziale intesa tra le parti”


Tonio Logoluso, nei panni di Azzeccagarbugli nel Musical “I Promessi Sposi”, Produzione Teatro Stabile di Napoli – fonte immagine

Trattativa Stato-mafia, Pisanu: “Fu una tacita e parziale intesa tra le parti”

Il presidente della commissione Antimafia: “Ci furono tra le due parti convergenze tattiche, ma strategie divergenti: il Ros voleva far cessare le stragi, la criminalità organizzata voleva svilupparle fino a piegare lo Stato”. Nella relazione esclusi da questi contatti i vertici delle istituzioni. E sull’attentato a Falcone: “Cosa Nostra ebbe ‘consulenze esterne’?”

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Immagine tratta dal blog di Andrea Fossati

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“Sembra logico parlare, più che di una trattativa sul 41bis, di una tacita e parziale intesa tra parti in conflitto”. Lo dice Beppe Pisanu a conclusione della inchiesta sulla trattativa e le stragi del ’92-93 da parte della commissione Antimafia della quale il parlamentare sardo è presidente. Possiamo dire – spiega Pisanu nella sua relazione conclusiva – “che ci fu almeno una trattativa tra uomini dello Stato privi di un mandato politico e uomini di Cosa nostra divisi tra loro e quindi privi anche loro di un mandato univoco e sovrano. Ci furono tra le due parti convergenze tattiche, ma strategie divergenti: i carabinieri del Ros volevano far cessare le stragi, i mafiosi volevano invece svilupparle fino a piegare lo Stato”.

Ecco come, secondo la relazione, si svilupparono questi contatti. ”La trattativa Mori-Ciancimino partì molto probabilmente come un’ardita operazione investigativa che, cammin facendo, uscì dal suo alveo naturale. Ne uscì, forse, per imprudenza dei carabinieri e ancor di più per ambizione di Vito Ciancimino“. Ciancimino, infatti, “aveva tutto l’interesse a elevare i propri contatti al rango di vero e proprio negoziato tra Stato e mafia, col proposito di porsi come intermediario e trarre vantaggi personali dall’una e dall’altra parte. Per questo richiese con insistenza interlocuzioni politico-istituzionali che però non ottenne”. E Cosa nostra? Secondo la relazione di Pisanu, “acconsentì alla trattativa e pose con il ‘papello’ le sue condizioni. Tuttavia si mantenne su una posizione di forza, innalzando la minaccia delle stragi. I carabinieri, anche sollecitati da Ciancimino, cercarono coperture politiche e, per quanto ne sappiamo, non le ottennero”.

Ecco allora la sintesi della vicenda: “In conclusione possiamo dire che i carabinieri e Vito Ciancimino -conclude Pisanu- hanno cercato di imbastire una specie di trattativa, Cosa nostra li ha incoraggiati senza abbandonare la linea stragista”, mentre lo Stato “nei suoi organi decisionali non ha interloquito ed ha risposto energicamente all’offensiva terroristico-criminale”.

E Pisanu avanza una serie di irrisolte domande: “Piegarlo fino a qual punto? All’accettazione del papello o di qualche sua parte? A rigor di logica e a giudicare dai fatti, non si direbbe. Se Cosa nostra accettò una specie di trattativa a scalare, scendendo dal papello al più tenue contropapello e da questo al solo ridimensionamento del 41bis, mantenendo però alta la minaccia terrificante delle stragi, c’è da chiedersi se il suo reale obiettivo non fosse ben altro: e cioè il ripristino di quel regime di convivenza tra mafia e Stato che si era interrotto negli anni ottanta, dando luogo ad una controffensiva della magistratura, delle forze dell’ordine e della società civile che non aveva precedenti nella storia. Certo, l’obiettivo era ambizioso, ma il momento, come ho già detto, era propizio per la mafia e per tutti i nemici dello stato democratico”.

La mafia per le stragi, afferma Pisanu, “di certo non prese ordini da nessuno, perché ha sempre badato al primato dei suoi interessi e all’autonomia delle sue decisioni. Tuttavia, quando le è convenuto, quando vi è stata convergenza di interessi, non ha esitato a collaborare con altre entità criminali, economiche, politiche e sociali”. Pisanu cita come “riscontro” di questa affermazione la partecipazione della mafia, insieme ad esponenti della massoneria, al golpe di Junio Valerio Borghese; alla simulazione del rapimento del finanziere Michele Sindona, ospite invece della borghesia mafiosa palermitana; alla strage del “Rapido 904″, per la quale furono condannati all’ergastolo, oltre al cassiere della mafia Pippo Calò, esponenti della camorra, del terrorismo di destra e della banda della Magliana. “Non a caso, dunque, dopo le stragi del ’92 e ’93 gli analisti e i vertici degli apparati di sicurezza colsero subito il mutamento della strategia mafiosa di aggressione allo Stato e lo attribuirono ad una convergenza di ‘interessi macroscopici illeciti, sistemazione di profitti, gestione d’intese con altre componenti delinquenziali ed affaristiche, nazionali ed internazionalì,come disse il prefetto Parisi. “Sulla stessa linea, un rapporto della Dia del 1993, descrisse ‘un’aggregazione di tipo orizzontale’ composta, oltre che dalla mafia, da talune logge massoniche di Palermo e Trapani, da gruppi eversivi di destra, funzionari infedeli dello Stato e amministratori corrotti”.

“Carabinieri e Ciancimino imbastirono una trattativa”
”I carabinieri e Vito Ciancimino hanno cercato di imbastire una specie di trattativa; Cosa nostra li ha incoraggiati, ma senza abbandonare la linea stragista; lo Stato, in quanto tale, ossia nei suoi organi decisionali, non ha interloquito ed ha risposto energicamente all’offensiva terroristico-criminale” dice Pisanu.  Inoltre – spiega – ”va detto che nessuno dei vertici istituzionali del tempo ha mai pensato di apporre il segreto di Stato su quelle vicende”.

“Con le stragi di mafia è partita la strategia della tensione”
Pisanu aggiunge che fu una vera e propria strategia della tensione. “Se nel ’92-’93, similmente ad altre fasi di transizione, si mise in opera una strategia della tensione, Cosa nostra ne fece parte. O meglio, fu parte, per istinto e per consapevole scelta, del torbido intreccio di forze illegali e illiberali che cercarono di orientare i fatti a loro specifico vantaggio. Indebolire lo Stato significava renderlo più duttile e più disponibile a scendere a patti”. “Certamente con le stragi del 1992-93 Cosa nostra inflisse allo Stato perdite irreparabili di vite umane e preziose opere d’arte, dimostrò la massima potenza di fuoco, ma segnò anche l’inizio del suo declino”, afferma ancora Pisanu nelle sue conclusioni. Infatti, subito dopo, la mafia “si è inabissata nella società, nell’economia, nella politica e da allora non è più riemersa con la forza delle armi; la sua leadership è stata decapitata e fino ad oggi non è neppure riuscita a ricostruire gli organi di governo; i suoi affari hanno subito il salasso continuo dei sequestri e delle confische dei beni; e in definitiva ha perso peso e prestigio anche rispetto ad altre organizzazioni criminali nazionali, come la ‘ndrangheta, tanto all’interno quanto all’estero”.

“Nella trattativa non entrarono i vertici delle istituzioni”
Secondo Pisanu “i vertici istituzionali e politici del tempo, dal presidente della Repubblica Scalfaro ai presidenti del Consiglio Amato e Ciampi, hanno sempre affermato  di non aver mai neppure sentito parlare di trattativa. Penso che non possiamo mettere in dubbio la loro parola e la loro fedeltà a Costituzione e a Stato di diritto”. Rimane tuttavia ”il sospetto che,dopo l’uccisione dell’onorevole Lima, uomini politici siciliani, minacciati di morte, si siano attivati per indurre Cosa nostra a desistere dai suoi propositi in cambio di concessioni da parte dello Stato”, aggiunge Pisanu nella sua relazione. “In particolare Calogero Mannino, ministro per il Mezzogiorno nella prima fase della trattativa (lasciò l’incarico nel giugno del 1992), avrebbe preso contatti al tal fine col Comandante del Ros, il generale Subranni.

Su Mannino “pende ora una richiesta di rinvio a giudizio per il reato aggravato di minaccia ad un corpo politico, amministrativo e giudiziario. Analoga richiesta, ma per un periodo diverso, pende su Marcello Dell’Utri. Occorre anche ricordare che Nicola Mancino, ministro dell’Interno dal giugno 1992 all’aprile 1994 è stato indicato, per sentito dire, dal pentito Brusca e da Massimo Ciancimino come il terminale politico della trattativa. Il primo lo indica stranamente associandolo al suo predecessore Rognoni che, peraltro, aveva lasciato il ministero dell’Interno nel 1983, nove anni prima dei fatti al nostro esame; il secondo è un mentitore abituale”.

Ascoltato dall’Antimafia Mancino “è apparso a tratti esitante e perfino contraddittorio. La Procura di Palermo ne ha proposto il rinvio a giudizio per falsa testimonianza. Le posizioni degli ex ministri Mannino e Mancino sono ancora tutte da definire in sede giudiziaria: una semplice richiesta di rinvio a giudizio non può dare corpo alle ombre. E’ doveroso aggiungere che l’on. Mannino è uscito con l’assoluzione piena da un precedente processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Formalmente la trattativa si concluse nel dicembre 1992 con l’arresto di Vito Ciancimino”.

Un mese dopo, il 15 gennaio 1993, fu arrestato il capo dei capi Totò Riina. “Se i due arresti fossero riconducibili in qualche modo alla trattativa, quale sarebbe stata la contropartita di “cosa nostra”? La mancata perquisizione del covo di Riina e la garanzia di una tranquilla latitanza di Provenzano che, proprio per questo e per prenderne il posto, avrebbe venduto il suo capo? E alla fin fine, quale sarebbe stato il guadagno dell’astuto mediatore Vito Ciancimino? Allo stato attuale della nostra inchiesta, non abbiamo elementi per dare risposte plausibili”, conclude Pisanu.

“Cosa Nostra forte, ma ha perso la sfida”
Con le stragi Cosa nostra inizio’ il suo declino “e in definitiva ha perso peso e prestigio anche rispetto ad altre organizzazioni criminali nazionali”. Certamente “è ancora forte e temibile. Ma dobbiamo pur riconoscere che dagli anni ’80 ad oggi, ha perso nettamente la sua sfida temeraria allo Stato” dice Beppe Pisanu. Infine un passaggio sull’attentato di Giovanni Falcone: “A Capaci fu necessaria una speciale competenza tecnica per realizzare un innesco che evitasse l’uscita laterale dell’onda d’urto dell’esplosione – dice – e la concentrasse invece sotto la macchina di Falcone. Mi chiedo: Cosa nostra ebbe consulenze tecnologiche dall’esterno?”.

Pisanu rivela nella sua relazione finale un aspetto finora inedito o dimenticato della uccisione del magistrato a Capaci. “Sulle scene degli attentati e delle stragi, abbiamo visto comparire, qua e là, figure rimaste sconosciute, presenze esterne: da dove venivano? Gruppi politico-terroristici come “Falange Armata” rivendicarono tempestivamente degli attentati di Cosa nostra: come si spiega?” dice il presidente della commissione Antimafia. “Solo negli ultimi anni è stato scoperto il gigantesco depistaggio delle indagini su via d’Amelio, depistaggio che ha lungamente resistito al tempo e a ben due processi: chi lo organizzò e perché furono lasciati cadere i sospetti che pure emersero fin dagli inizi?”. “Potrei continuare con domande analoghe. Ma queste mi bastano per dire che, a conclusione della nostra inchiesta, non si sono ancora dissipate molte delle ombre che avevo già intravisto nelle mie comunicazioni alla Commissione del 30 giugno 2010. Noi conosciamo – conclude Pisanu – le ragioni e le rivendicazioni che spinsero ‘cosa nostra’ a progettare e ad eseguire le stragi, ma è logico dubitare che agì e pensò da sola”.

“Per Cosa nostra Borsellino era un muro da abbattere”
”Perché la mafia, abbandonando la sua proverbiale prudenza, decise di assassinare Paolo Borsellino proprio nel luglio 1992, a meno di due mesi di distanza dalla terrificante esplosione di Capaci? Una delle risposte plausibili è che Totò Riina volesse abbattere ad ogni costo quel ‘muro’ ideale che Borsellino aveva eretto non solo contro l’ipotesi della ‘dissociazione’ degli appartenenti a Cosa nostra, ma anche e a maggior ragione contro ogni ipotesi di scambio o trattativa tra uomini della mafia e uomini dello Stato” si legge nelle comunicazioni del presidente Pisanu. Che sottolinea: “Possiamo ipotizzare che qualcuno, finora sconosciuto, abbia fatto il nome del valoroso giudice, magari soltanto per imperdonabile leggerezza, facendolo apparire come un ostacolo insormontabile a qualsiasi genere di trattativa, un ostacolo che bisognava rimuovere. Naturalmente – fa notare Pisanu – resta in piedi l’ipotesi che l’accelerazione della strage sia stata decisa autonomamente da Riina per reazione al mancato accoglimento delle sue richieste. Peraltro l’assassinio di Borsellino era stato deliberato e confermato insieme a quello di Falcone e non dovrebbe dunque apparire illogico che i due delitti siano stati eseguiti a breve distanza. Totò Riina ed i suoi accoliti non potevano non temere il lavoro di quel magistrato capace, coraggioso e incorruttibile. Fermarlo era per loro questione di primaria importanza”.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Mafia, nuovo arresto per le stragi. Ecco l’uomo che fornì l’esplosivo

Mafia, nuovo arresto per le stragi Ecco l'uomo che fornì l'esplosivo Il boss Gaspare Spatuzza al momento del suo arresto, nel 1997

Mafia, nuovo arresto per le stragi
Ecco l’uomo che fornì l’esplosivo

Le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza hanno consentito l’individuazione dell’uomo che avrebbe procurato l’esplosivo per gli eccidi di Roma, Milano e Firenze, ma anche per la strage Falcone. Ecco il racconto dell’ex boss di Brancaccio, che ha svelato i nuovi misteri delle stragi. L’arresto disposto dai magistrati di Firenze, che indagano sulle stragi del 1993

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di SALVO PALAZZOLO

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APPROFONDIMENTI

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Ha un nome l’uomo che ha fornito ai boss di Cosa nostra l’esplosivo per le stragi del 1993, ma anche per l’attentato a Giovanni Falcone. Si chiama Cosimo D’Amato, ha 57 anni, vive a Santa Flavia, centro alle porte di Palermo: ufficialmente, è solo un pescatore, che non ha mai avuto alcun guaio con la giustizia, ma è cugino di primo grado del boss palermitano Cosimo Lo Nigro, già condannato per le stragi. Gli investigatori della Dia l’hanno arrestato sulla base di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Firenze Anna Favi, su richiesta della Procura che indaga sugli eccidi del 1993.

Per l’individuazione di D’Amato sono state determinanti le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza. “Circa un mese e mezzo prima della strage di Capaci – ha messo a verbale l’ex sicario del clan Brancaccio – vengo contattato da Fifetto Cannella, mi dice di procurare una macchina più grande che dobbiamo prelevare delle cose. A piazza Sant’Erasmo, ad aspettarci, c’erano Cosimo Lo Nigro e Giuseppe Barranca. Noi aspettavamo anche Renzino Tinnirello. Quindi siamo andati a Porticello, ci siamo avvicinati alla banchina e c’erano tre pescherecci ormeggiati: siamo saliti sopra uno di questi e nei fianchi erano legate delle funi, quindi abbiamo tirato la prima fune e c’erano praticamente semisommersi dei fusti, all’incirca mezzo metro per un metro. Quindi, abbiamo tirato sulla barca il primo fusto, poi il secondo e li abbiamo trasferiti in macchina”.

Su queste dichiarazioni hanno lavorato i pm di Firenze, ma anche i colleghi della Procura di Caltanissetta, che si occupano dei misteri del ’92: su una di quelle imbarcazioni ci sarebbe stato D’Amato, il regista della delicata consegna.

Spatuzza sostiene che l’esplosivo sarebbe stato recuperato in mare, da alcuni siluri inesplosi della seconda guerra mondiale.

Le indagini di Caltanissetta sul pescatore palermitano sono ancora in corso, anche per verificare eventuali complicità. Di certo, l’operazione di recupero in mare è da addetti ai lavori: così è tornata l’ombra di esperti artificieri che potrebbero aver collaborato con i boss. Ma su questo aspetto le dichiarazioni del collaboratore Spatuzza sono ancora coperte dal segreto istruttorio. E a Caltanissetta, D’Amato è tecnicamente ancora un indagato a piede libero.

Le indagini di Firenze, invece, si sono concluse nelle scorse settimane: D’Amato è adesso accusato di aver procurato l’esplosivo per gli attentati di via Fauro a Roma (14 maggio 1993), via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993), San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma (28 luglio 1993), via Palestro a Milano (27 luglio 1993). L’uomo avrebbe fornito il tritolo anche per il fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma del 23 gennaio 1994.

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fonte palermo.repubblica.it

Villaggio della Legalità, nuova intimidazione. L’associazione Libera: “Non ci arrenderemo”

Villaggio della Legalità, nuova intimidazione l'associazione Libera: "Non ci arrenderemo"

Villaggio della Legalità, nuova intimidazione
l’associazione Libera: “Non ci arrenderemo”

Dopo numerosi tentativi di incursioni di estranei nei giorni scorsi, ieri sera distrutte tutte le telecamere di sorveglianza e una vetrata nel centro antimafia di Libera di Borgo Sabotino. I filmati con persone incappucciate che tentano di entrare nel Centro. La coordinatrice nazionale: “Nessuno può pensare di vandalizzare e fermare l’impegno di  tante realtà associative che con fatica, passione e corresponsabilità stanno realizzando percorsi di democrazia e di giustizia sociale”

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Ennesimo atto vandalico nei confronti del Villaggio della Legalità di Borgo Sabotino, un ex camping totalmente abusivo confiscato e affidato a Libera dall’aprile del 2011. Ieri sera ignoti sono entrati nella struttura di circa quatto ettari di Borgo Sabotino in provincia di Latina e hanno distrutto le quattro telecamere di videosorveglianza che monitorano gli ingressi e la struttura. Le telecamere, molto probabilmente distrutte con delle mazze, prima avevano registrato l’ingresso di un’auto all’interno della struttura. Dopo pochi minuti la telecamera si è spenta. E’ stato rilevato anche il tentativo di sfasciare una vetrata della struttura. L’assalto segue i continui tentativi, nei giorni scorsi, da parte di persone incappucciate, di entrare nel Villaggio: tutte azioni registrate dalle telecamere e prontamente segnalate.

Vetrate e telecamere in frantumi

“Nessuno può pensare di vandalizzare e di fermare l’impegno delle tante realtà associative del posto che insieme con fatica, passione e responsabilità stanno portando avanti percorsi di democrazia e di giustizia sociale”, ha commentato Gabriella Stramaccioni, coordinatrice nazionale di Libera.  Il Villaggio della Legalità di Borgo Sabotino, dedicato a Serafino Famà, avvocato catanese ucciso dalla mafia,  già nell’ottobre del 2011 fu  oggetto di un atto grave: ignoti distrussero completamente il centro, danneggiando computer, impianti elettrici, amplificazioni e suppellettili. Furono distrutte anche le vetrate a picconate, con danni per migliaia di euro.

Dopo gli interventi di ripristino, il bene confiscato ha ospitato quest’estate numerosi campi di volontariato, con centinaia di giovani provenienti da tutt’Italia che hanno promosso iniziative, incontri, proiezioni di film, interventi di ristrutturazione. Nel luglio scorso il campo ha ospitato anche il secondo raduno nazionale dei Giovani di Libera.

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fonte repubblica.it

Sicilia: Crocetta, saremo parte civile in tutti i processi di mafia


(articolo di Laura Carcano) Palermo, 29 ott. (LaPresse) – “Se sarò eletto è bene che la mafia inizi a fare le valigie dalla Sicilia”. clicca qui

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Sicilia: Crocetta, saremo parte civile in tutti i processi di mafia

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30 Ottobre 2012 – 18:20

(ASCA) – Palermo, 30 ott – ”La Regione Sicilia sara’ parte civile in tutti i processi di mafia. Bisogna dare un segnale importante, una svolta decisa, i primi segnali chiari di rigore e di pulizia”. Lo ha dichiarato il neo Governatore della Sicilia Rosario Crocetta, intervenuto a Radio 24 in ‘Italia in controluce’.

”Obbligheremo gli enti locali a fare la stessa cosa – ha aggiunto Crocetta – gestiremo i beni sequestrati e confiscati alla mafia, favoriremo il lavoro delle cooperative giovanili che combattono le cosche. Pubblicheremo presto la white list delle aziende che possono lavorare con la pubblica amministrazione. Approveremo tutte le normative necessarie per la lotta contro il racket e la corruzione. Inizieremo a fare una ricognizione degli enti che non servono. Ci sara’ la revoca di tutte le consulenze. Intanto vanno via – ha concluso Crocetta – poi vediamo se qualche consulenza serve”.

com/gc

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fonte asca.it

Trattativa Stato-mafia, Grasso: «I servizi segreti diano tutte le carte»

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Trattativa Stato-mafia, Grasso: «I servizi segreti diano tutte le carte»

Il procuratore nazionale antimafia: se fossi a capo dell’Intelligence farei di tutto per trovare la verità

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ROMA – «Se fossi a capo dei servizi segreti, oggi, e lo dico non perché io voglia fare una critica, ma cercherei, ovunque, tra le carte, negli archivi, per aiutare a trovare la verità, e farei di tutto per dare alla magistratura e alla politica quelle certezze che ancora non abbiamo». Lo ha detto il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, parlando della trattativa Stato-mafia a palazzo San Macuto.

Le inchieste. Per spiegarsi meglio, Grasso ha detto che «nell’inchiesta della Dda di Caltanissetta, i magistrati danno atto dell’ottima collaborazione avuta dai servizi. Ma si tratta di una collaborazione per tutto quello che ha richiesto la procura nissena, non è certo tutto quello che i servizi hanno trovato nei loro archivi!». Grasso, inoltre, ha auspicato – per arrivare alla verità sulla trattativa – di un pentitismo «di Palazzo». «Ci sono dei vivi che potrebbero parlare – ha rilevato – e potrebbero esserci delle carte da resuscitare!». Con riferimento, infine, a quanto finora appurato dalle inchieste che si sono occupate della trattativa – condotte da Palermo, Firenze e Caltanissetta – Grasso ha sottolineato che «l’attività di trattativa c’è stata, l’ex ministro Conso ha detto di aver preso iniziative da solo per far cessare le stragi, le stragi invece sono continuate, la mafia ha ottenuto pochi risultati: la revoca di qualche 41 bis e, nel ’98, la cancellazione delle carceri di Pianosa e dell’Asinara».

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fonte ilmessaggero.it

Parla il prete “richiamato” dal prefetto: “Infastidito non da me, ma dall’amianto”

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Parla il prete “richiamato” dal prefetto
“Infastidito non da me, ma dall’amianto”

Il sacerdote anticamorra: gli dava fastidio che parlassi davanti alle istituzioni di quel veleno che uccide in questa zona maledetta. “Lo ringrazio, con quel che ha fatto ha attirato l’attenzione sul cancro di cui qui si muore”

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APPROFONDIMENTI

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“Il prefetto era infastidito dal fatto che si parlasse di amianto davanti a tutte le istituzioni, credo che fosse infastidito dalla mia presenza come volontario impegnato e non come prete”. Don Maurizio Patriciello, il prete anticamorra reo di aver chiamato “signora” il prefetto donna di Caserta e per questo motivo ripreso con veemenza da quello di Napoli, De Martino, dà la sua interpretazione dell’episodio che sta facendo il giro del web.

Prete umiliato, prefetto sotto accusa
“Non può chiamarci solo signori”
Bolzoni: “Falcone diceva che non è un’offesa”

“Io non ho mai litigato con il prefetto. Ha perfino sbagliato i congiuntivi e ha dato la colpa a me”, afferma don Maurizio. “Non ho mai sentito che chiamare signora una signora può offendere qualcuno – dice il sacerdote a Tgcom24 -. La chiave di lettura vera è quando mi ha invitato ad andarmene. Io stavo parlando dell’amianto abbandonato nelle nostre campagne e loro lo sanno – aggiunge -. Il prefetto non voleva che si parlasse di amianto davanti a tutte le istituzioni. In questa zona maledetta si muore di cancro e noi ci battiamo per migliorare questa condizione”.

Secondo don Maurizio, il prefetto non voleva mortificare un prete: “Non credo, il prefetto era infastidito dal volontario impegnato contro i roghi tossici”. I due però hanno avuto occasione di rivedersi: “Io il prefetto l’ho incontrato al funerale di Lino Romano nel mezzo della folla. Ci siamo stretti la mano. Io colgo l’occasione – conclude il prete – per ringraziare il prefetto perché con quello che ha detto a me ha attirato l’attenzione su quello che accade in questa zona dove si muore di cancro”.

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fonte repubblica.it