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ASSURDITA’ ITALIANE – Dalla Costituzione alla prostituzione: il piano dei Saggi per il patrimonio

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Dalla Costituzione alla prostituzione: il piano dei Saggi per il patrimonio

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di | 16 aprile 2013

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Tra le perle contenute nell’agenda economica prodotta dal collegio di cervelli nominati da Napolitano c’è anche questa ideona: «Allo scopo di moltiplicare i luoghi in cui rendere accessibile il patrimonio culturale disponibile, si potrebbero sperimentare forme di prestito oneroso ai privati … di parte delle opere attualmente chiuse nei magazzini, così da finanziare con il ricavato attività e gestione dei musei esistenti».

Non è una novità: la stessa proposta era contenuta in un disegno di legge presentato il 22 giugno 2010 da un certo Domenico Scilipoti. In compenso è una genialata perfettamente bipartisan, visto che era contenuta anche nel programma di Laura Puppato per le Primarie poi vinte da Bersani: «Altra proposta dissacrante è l’utilizzazione intelligente delle opere d’arte e dei reperti archeologici custoditi nei magazzini dei musei e che non vengono esposti per mancanza di spazio. Si potrebbe affidarli a fronte di adeguato compenso, in locazione ad organizzazioni private che ne curerebbero l’esibizione al pubblico, oppure con apposita convenzione affidarli a enti, istituzioni, fonti termali e alberghi affinché ne curino l’esposizione».

Chi avanza proposte del genere dimostra di non avere neanche la più pallida idea di che cosa sia il nostro patrimonio. Che non ha bisogno di «moltiplicare i luoghi» di fruizione (che andrebbero semmai razionalizzati, e forse diminuiti), perché è già iper capillarmente diffuso sul territorio. Sviati dal modello americano, la nostra percezione è invece museo-centrica: pensiamo di salvare il patrimonio trasformando i grandi musei in fondazioni, e ci preoccupiamo per le opere conservate nei depositi. Ma la percentuale di arte musealizzata è minima, ed è quella più al sicuro. E non c’è nulla di scandaloso nel fatto che i musei abbiano depositi: che non sono magazzini, e tantomeno scantinati umidi, o soffitte polverose, ma sono polmoni attraverso cui il percorso espositivo del museo ‘respira’.

Ma andiamo al cuore del problema: è sensato mettere a reddito il patrimonio, per esempio noleggiando le opere d’arte pubbliche ai privati? Io credo di no.

Nel 1948 la Costituzione ha spaccato in due la storia dell’arte italiana, assegnando al patrimonio storico e artistico della Nazione una missione nuova al servizio del nuovo sovrano, il popolo. La storia dell’arte è in grande parte la storia dell’autorappresentazione delle classe dominanti, e per un lungo tratto i suoi monumenti sono stati costruiti con denaro sottratto all’interesse comune. Ma la Costituzione ha redento questa storia: le ha dato un senso di lettura radicalmente nuovo. Il patrimonio artistico è divenuto un luogo dei diritti della persona, una leva di costruzione dell’eguaglianza, un mezzo per includere coloro che erano sempre stati sottomessi ed espropriati.

Ma se noi torniamo a rimettere quel patrimonio nelle mani dei ricchi, se lo privatizziamo, se lo riduciamo ad un’attrezzeria scenica da noleggiare a pagamento, ebbene prendiamo il progetto della Costituzione e lo buttiamo nel cesso. Del resto lo facciamo già: in questi giorni le piazze e i monumenti di Firenze sono, per esempio, privatizzati da un miliardario indiano che ha noleggiato (per un tozzo di pane) mezza città come una location di stralusso in cui organizzare il proprio matrimonio. E il Comune è felicissimo: è l’occasione perfetta per una città il cui unico progetto sul futuro è lo sciacallaggio del passato. Il modello è la Venezia di Cacciari & c., insomma: la conversione della città in un luna park a gettone.

Allora cosa fare, dove trovare i soldi? Partiamo dai numeri. L’Italia spende in cultura l’1,1% del Pil, la metà della media europea (2,2%). Per l’anno in corso saranno tolti altri sessanta milioni alla tutela e alla valorizzazione dei beni storici e artistici, che già cadono a pezzi. L’intero bilancio del Ministero per i Beni culturali (già dimezzato da Bondi e Berlusconi) sarà ulteriormente tagliato, arrivando a un miliardo e 589 milioni di euro. Il patrimonio recentemente sequestrato ad un singolo imprenditore dell’eolico accusato (tra l’altro) di aver devastato il paesaggio italiano è pari a un miliardo e 300 milioni: cioè, noi difendiamo il paesaggio e il patrimonio di tutti con gli stessi soldi messi in campo da uno solo tra le sue migliaia di nemici!

Dove trovarli, dunque, questi soldi? L’Italia ha l’evasione fiscale più grande del mondo: peggio di noi solo la Turchia e il Messico. Con il 2,5 % dell’evasione annuale italiana (che ammonta a 150 miliardi di euro) il patrimonio si potrebbe mantenere sontuosamente: senza regalarlo a speculatori privati, senza ricorrere alla beneficenza, senza ridurci ad avidi usufruttuari del passato.

Ma è molto più facile trattare le opere d’arte come orsi ballerini che si aggirano nei cocktail col piattino delle offerte tra le zampe: e non importa se questo significa umiliarle fino a privarle di quei poteri di umanizzazione, liberazione morale ed educazione intellettuale che le rendono presenze uniche ed insostituibili nella nostra vita spirituale.

Un suggerimento per i saggi del Quirinale: ora che il presidente Napolitano va in pensione, perché non noleggiarlo a pagamento per impreziosire le serate dei vip e ripianare i conti dello Stato?

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fonte ilfattoquotidiano.it

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IL TURISMO CHE NON C’E’ PIU’ – Patrimonio sprecato e dimenticato dalla campagna elettorale. Da spararsi, con tutto il ben di Dio che abbiamo

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Momenti di illusionismo turistico, di Lisandro Rota – fonte immagine

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Patrimonio sprecato e dimenticato dalla campagna elettorale

Solo 5 sciatori su 100 scelgono le nostre Alpi

Il turismo cresce nel mondo, in Italia è fermo. Non ci bastano San Pietro, Assisi e Padre Pio: la Francia ci batte nei viaggi religiosi

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Vi pare possibile che solo il 5% di chi va a sciare sulle Alpi lo faccia in Italia? O che pur ospitando noi San Pietro e una miriade di santuari la Francia ci batta perfino nei viaggi religiosi? Dovrebbe essere un incubo, per ogni uomo di governo, l’arrancare del nostro turismo. Invece il tema, nella campagna elettorale, è secondario. Marginale.

Quanto pesi il settore a livello mondiale è presto detto: nel 1980 contò 280 milioni di visitatori saliti nel 2012, con un’impennata impensabile in altri campi, a un miliardo e 35 milioni: il quadruplo. E da qui al 2022, secondo il Word Travel & Tourism Council, dovrebbe salire ancora del 4,1% l’anno fino a occupare 328 milioni di persone e sfondare un bilancio annuale di 10 mila miliardi di dollari. Per aumentare ancora fino al 2030: due miliardi di turisti. Il guaio è che quella crescita stratosferica è la media fra chi crescerà moltissimo come la Cina (+9,2% l’anno), l’India (+7,7%) o l’Indonesia (+6,9%) e chi come l’Italia resterà talmente fermo, se non c’è una svolta, che su 181 Paesi monitorati dal Wttc solo 8 cresceranno di meno. Un delitto.

Tanto più per un Paese come il nostro che nel 1970 era in vetta alla top ten mondiale (oggi è quinto), che vanta più siti Unesco di tutti (47: contro i 43 della Spagna, 42 della Cina, 37 della Germania, 36 della Francia…) e che nel Country Brand Index, la classifica sulla reputazione di 118 Paesi dell’agenzia FutureBrand (dove nel 2012 siamo scesi dal 10º al 15° posto) è primo sia per le ricchezze culturali sia per la cucina. Una posizione che sarebbe inarrivabile se, nonostante i regali del buon Dio (dalle Eolie alle Tre Cime di Lavaredo, dai faraglioni di Capri alla laguna di Caorle) non fossimo addirittura usciti dai «magnifici dieci» (prima è la Svizzera…) devastando paesaggi meravigliosi. Ora, è chiaro che un Paese come il nostro non è e non sarà mai dipendente dal turismo e dal suo indotto quanto le Maldive o Macao che devono ai visitatori rispettivamente il 100% e l’88% della propria ricchezza. Né quanto la Grecia (16,5%), il Portogallo (15,2%) o la Spagna (14,9%).

Ma è assurdo che il turismo e il suo indotto contribuiscano al Pil italiano per l’8,6% cioè meno di quanto pesi il comparto in Paesi industriali come la Francia (9,3%) o gli Usa (8,7%). Per non dire del turismo in senso stretto. Che secondo il Wttc contribuisce al Pil per il 5,2% nella media mondiale, il 5,4 in Spagna, il 3,7 in Francia e solo il 3,3 in Italia. Da spararsi, con tutto il ben di Dio che abbiamo. Vale anche per l’occupazione. Gli addetti al turismo e a tutto ciò che ruota intorno sarebbero per il Wttc il 13,6% a livello mondiale, il 18,4% in Grecia, il 17,8% in Portogallo, il 12,7% in Spagna e fin qui il distacco (il nostro è un Paese manifatturiero) lo possiamo accettare. Ma quel 9,7% onnicomprensivo che vantiamo è troppo basso anche rispetto al 10,4% della Svizzera o della Francia e al 10,2% degli States. In numeri assoluti basti dire che, lasciando perdere i confronti improponibili (24 milioni di indiani, 22 milioni di cinesi…) il turismo in senso stretto (dati 2011) occupa 868 mila italiani contro 938 mila britannici e un milione e 154 mila francesi. Vale a dire che i «cugini» occupati in alberghi, ristoranti, agenzie di viaggi e così via sono quasi 300 mila in più. Un distacco enorme, che sale con l’indotto a ben oltre il mezzo milione di posti di lavoro.

I dati che davamo all’inizio, del resto, sono indicativi. Pur essendo in territorio italiano un terzo della catena alpina (il 27% contro il 29 dell’Austria, il 21 della Francia, il 13 della Svizzera…) e pur essendo nostre le Dolomiti, l’ultimo Piano strategico preparato dall’Enit di Pierluigi Celli e da Boston Consulting Group dice che «il turismo dello sci nelle Alpi genera un mercato da circa 16 miliardi di euro, di cui l’Italia cattura solo il 5%». Un suicidio. Quanto al turismo religioso, è pazzesco ma non ci bastano Roma e padre Pio e san Francesco d’Assisi e sant’Antonio da Padova e le Madonne di Loreto e Pompei e il resto: siamo comunque secondi in Europa dopo la Francia. Che tra Parigi (Notre-Dame, Sacré Coeur de Montmartre…) e Lourdes e Mont Saint-Michel è prima nel mondo cristiano superando anche la Madonna di Guadalupe in Messico che da sola fa il triplo di San Pietro.

Vogliamo aggiungere un esempio che gela il sangue? Lo spreco folle del Sud: la Sicilia e le Baleari hanno gli stessi chilometri di costa ma la Sicilia ha la Valle dei templi, Taormina, Selinunte, Siracusa e una varietà gastronomica straordinaria. Eppure, nonostante i soldi buttati nelle spese più pazze, ha un undicesimo delle presenze turistiche e addirittura un tredicesimo dei voli low cost.

Davanti ai numeri simili, come dicevamo, chi ha governato l’Italia in questi anni e chi si propone di governarla domani non dovrebbe dormire la notte. E scervellarsi piuttosto per capire, ad esempio, come portare qui il più possibile dei turisti cinesi che stanno invadendo (80 milioni nel 2012: +15% sul 2011) il mondo. Tanto più che, dice l’Istat, il turismo in senso stretto (senza l’indotto!) ha poco meno degli occupati dell’agricoltura e della pesca, il triplo della chimica e ventitré volte, con tutto il rispetto per i problemi dell’Ilva, quelli della siderurgia.

Eppure di tutto parlano i partiti, in questa rissa elettorale, meno che del turismo. Non una parola nel programma «l’Italia giusta» del Pd, anche se nella home page c’è un rimando a vari interventi della conferenza nazionale sul turismo. Non una in quelli dell’Udc, dell’Italia dei Valori, del Movimento 5 Stelle, de La Destra di Francesco Storace racchiuso nel «Manuale della sovranità»…

Qualche cenno («Lo sviluppo equilibrato di agricoltura contadina, turismo, cultura, gastronomia, è la chiave di volta…») c’è nelle tesi di Rivoluzione civile e in quelle di Sel, ma solo per sottolineare la necessità di «opere ecocompatibili in agricoltura, nella ricezione turistica, nella ristorazione, nel turismo finalizzato alla migliore conoscenza del nostro patrimonio…». Poco più nel programma della Lega. Dove non solo è sballata l’analisi delle difficoltà del nostro turismo attribuite a una crisi di quello globale (pensa te: quasi cento milioni di turisti in più su 2011!) ma si pubblica col copia-incolla chissà quale relazione dove sono nominati venti volte i Comuni e mai l’Italia, pur sapendo anche i sassi che la sfida turistica, piaccia o no ai campanilisti, è planetaria.

Qualcosa di più, pochino pochino, c’è nell’Agenda Monti, nel programma dei Fratelli d’Italia e in quello del Pdl. Qualche ritocco all’Iva, qualche parola sui visti turistici, qualche promessa sugli stabilimenti balneari. E poi il solito vecchio slogan su «il turismo è il nostro petrolio» e altra aria fritta. E mai un accenno al web, che oggi convoglia larga parte del turismo mondiale. Quanto basta per confermar l’accusa lanciata dal ministro Piero Gnudi: non solo il turismo è sempre stato considerato «un settore di serie B» al punto che «si manda alla scuola alberghiera il figlio che non ha tanta voglia di studiare» ma nessuno capisce al contrario quanto potrebbe dare, in ricchezza e in posti di lavoro, questo nostro immenso patrimonio. Sempre che fosse «preso sul serio come accade nei Paesi moderni».

19 febbraio 2013 | 12:32

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fonte corriere.it

DONNE CORAGGIOSE – Tunisi, la pasionaria del Bardo: “Così difendo la Primavera”

Tunisi, la pasionaria del Bardo: "Così difendo la Primavera"
Soumaya Gharshallah

Tunisi, la pasionaria del Bardo: “Così difendo la Primavera”

Parla Soumaya Gharshallah, direttore del Museo, fiore all’occhiello del Paese nordafricano. Espone opere d’arte delle 4 religioni: per questo è nel mirino degli integralisti

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 STEFANIA DI LELLIS, inviata di Repubblica

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Non si vedono neanche gli occhi, coperti da un paio di occhiali anni Ottanta. Solo un velo nero che ondeggia trasportato da ballerine color cuoio tra un atleta romano nudo e una Torah sottovetro. Baya non è l’unica visitatrice di stretta osservanza islamica nei corridoi del Bardo. Il museo fiore all’occhiello della Tunisia, ma anche cruccio della nuova minoranza rumorosa degli ultrà delle fede che assediano il paese, è punteggiato di donne in niqab accompagnate da uomini con barba d’ordinanza. E poi guide velate e studentesse con l’hijab, il copricapo delle musulmane un po’ meno intransigenti. “Vede, per me avere queste donne qui dentro è un successo”, spiega Soumaya Gharshallah. Trentacinque anni, un bambino di tre, è l’unica curatrice di museo della Tunisia e una delle poche nel mondo arabo. La chiamano quella del ‘museo plurale’. Aggettivo che suona quasi blasfemo in un paese dove cresce sempre di più la voce di quelli che a chi reclama democrazia e dialogo rispondono con il pensiero unico di Dio.

La straordinaria collezione di mosaici romani, paleocristiani, ebraici e islamici ha appena riaperto le porte a Tunisi dopo un grande restauro che ha consentito il raddoppio della superficie espositiva e un restyling che ha consegnato il Bardo alla lista dei musei da vivere e non solo da visitare. Ma vivere un’arte che parla di quattro religioni diverse può essere anche una rivoluzione. Ed è questa la battaglia che sta riuscendo a Soumaya.

Direttore, mentre voi inauguravate il nuovo Bardo i salafiti a pochi chilometri da qui, a La Marsa, assaltavano una mostra di arte ‘degenerata’. Avete avuto paura anche voi? Crede che le opere esposte qui dentro possano rischiare il destino dei Buddha di Bamyan distrutti dai Taliban in Afghanistan?
“Per un momento abbiamo avuto paura. Non per la sicurezza qui dentro: accanto c’è l’edificio della Corte costituzionale e non manca lo schieramento di polizia. E neanche per la mia sicurezza personale. Non è questo il punto. La paura è quella di vedere il mio paese trasformarsi in un luogo dove non si ha la coscienza e l’orgoglio del proprio patrimonio nazionale. Se questo avviene è grave”.

Sta succedendo?
“Gli scontri sul velo all’università, gli attacchi agli artisti e ai giornalisti: sono segnali preoccupanti. Ma ci sono anche molti elementi che fanno sperare. Posso citargliene uno? Il 14 gennaio abbiamo celebrato i due anni dalla rivoluzione con una giornata ‘porte aperte’, biglietto di ingresso gratis. Bene: siamo stati letteralmente invasi dai visitatori. Donne velate, i loro mariti. Bambini, ragazzi, vecchi. Guardi che non era scontato. Qui dentro ci sono opere romane, cristiane, giudaiche non solo islamiche”.

Arte pericolosa per i salafiti?

“Anche su questo dobbiamo lavorare. Stiamo organizzando percorsi tematici per le scuole. Leggiamo stupore negli occhi dei ragazzi, dei bambini quando spieghiamo loro che certi valori, certe religioni non vengono solo dall’Occidente ma provengono dalla nostra storia, dalla Tunisia, dall’Africa. Rimangono sorpresi e affascinati. E lo sa che succede? Il giorno dopo tornano con le famiglie. Con le loro mamme velate, con i loro papà religiosi”.

Una rivoluzione?

“Questo più che un museo archeologico è un museo di civiltà. Racconta il passato della Tunisia, che è sempre stato un mélange di culture, da sempre abbiamo vissuto insieme. L’importante è accettare le differenze. Questa è la democrazia e questo va insegnato ai giovani”.

È difficile per una donna, per di più giovane, fare tutto questo?
“Abbiamo rovesciato Ben Ali, abbiamo fatto una rivoluzione per dare fiducia ai giovani. Ci sono ancora diffidenze, difficoltà. Ma credo che le cose andranno meglio quando si saranno risolti problemi pressanti per noi come per tutti i tunisini. Le difficoltà economiche ci strangolano. Difficile per noi muoversi tra le ristrettezze di budget e la burocrazia, difficilissimo vivere per tanti, troppi in questo paese. E la fame può essere una minaccia “.

Che rischi vede?
“La Tunisia sta ancora cercando la via giusta per avanzare. Non siamo abituati a libertà e democrazia e c’è chi vuole approfittarne per il proprio tornaconto. La strada è lunga”.

Lei ha partecipato alle manifestazioni che hanno costretto Ben Ali a dégager, ad andarsene?
“Ognuno fa la rivoluzione a suo modo. Sul web abbiamo manifestato tutti. In piazza alcuni. Io ho deciso di lavorare ogni giorno, freneticamente: cercavo di catalogare più opere possibile perché nessuno potesse approfittare del cambiamento per rubare l’anima del paese, perché si ritrovassero i beni trafugati dal dittatore e dalla famiglia. Anche questo è combattere. Perché il nuovo paese abbia la sua memoria. Perché la memoria può essere rivoluzione”.

Lei non porta il velo. Che direbbe a una donna che accetta o sceglie di coprirsi interamente?
“Rispetto la tua scelta. Consenti anche a me di scegliere”. (04 febbraio 2013)

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fonte repubblica.it

ITALIA CHE SCOMPARE – Salvate l’antica Sibari inghiottita dal fiume

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foto aerea di Sibari e il suo parco archeologico – fonte immagine

Salvate l’antica Sibari inghiottita dal fiume

Dai mosaici alle terme, tutto il parco archeologico è stato travolto dalla furia del Crati che ha rotto gli argini. Le pompe idrovore dei vigili del fuoco hanno fatto molto, ma servono altri mezzi. L’appello degli intellettuali. Il sindaco: “Gli angeli del fango sono tanti, è straordinario. Ma non bastano”

Salvate l'antica Sibari inghiottita dal fiume Il parco archeologico sommerso da acqua e fango (ansa)

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di GIUSEPPE BALDESSARRO

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SIBARI I mosaici non ci sono più. Li ha tutti sepolti il fango trascinato dal Crati. L’acqua ha invaso ogni spazio, si è infilata in ogni buco, ha scalato ogni mattone. Il fiume ha rotto gli argini ed è piombato sull’intero parco come una furia. La piena ha sommerso la necropoli, il teatro, i cortili, i pozzi, le terme e le ville romane. Dove c’erano le testimonianze di secoli di storia, sabato 19 affioravano soltanto pochi mozziconi di colonne e qualche muro. Il Parco archeologico di Sibari è stato devastato in una notte. Cinque ettari di scavi (l’intero parco è di 12 ettari) sono stati inghiottiti da un’onda che ha provocato danni incalcolabili, impossibili da quantificare e forse anche irrimediabili.

È sparita Sybaris, antica colonia degli achei, realizzata nel 720 a. C. e distrutta nel 510 a. C. dai crotoniani. È scomparsa Thurii, fondata nel 443 a. C. dai sibariti superstiti che avevano ricostruito la loro antica città. E infine, non c’è più la polis romana di Copia, edificata nel 194 a. C., sullo stesso sito dove erano state alzate le statue di Sybaris e Thurii. Il fiume è riuscito nell’impresa in cui non erano stati capaci gli eserciti. Ha devastato tre città in un colpo solo. C’è riuscito il Crati, ma l’uomo ha fatto la sua parte. I pompieri massacrati da turni di lavoro di 24 ore hanno quasi finito di tirar via l’acqua. E mentre i motori delle pompe continuano a ronzare coprendo le voci, indicano un punto in direzione della foce. In quel punto è venuto giù l’argine. Il fiume si è ingrossato per due giorni di pioggia imponente, è vero. Ma è vero anche che più a monte i nuovi agrumeti hanno formato una barriera che non consente il deflusso delle acque. Com’è altrettanto innegabile che quest’estate nessuno ha fatto manutenzione sulle sponde. A una settimana dall’esondazione le pompe idrovore dei vigili del fuoco e degli uomini del consorzio di bonifica hanno fatto il loro lavoro. Ma non è finita. I primi danni sono già visibili, alcune creste dei muri sono state spazzate via. Ora, però, il vero problema è quell’impasto micidiale di terra ed erba, di limo e arbusti, che se si indurisse diventerebbe fatale per intonaci e mosaici.

Una situazione difficile da affrontare e su cui i tecnici e i responsabili della Soprintendenza ai Beni archeologici della Calabria si stanno interrogando. Dovranno evitare che il fango si asciughi bruscamente e diventi crosta ingestibile, difficile da togliere. Servono professionalità specializzate e risorse, perché l’affitto delle pompe per aspirare il fango costa, e tanto. Per questo la Soprintendenza e il Sindaco di Cassano allo Jonio, Giovanni Papasso, stanno ipotizzando di utilizzare le idrovore per mantenere un filo d’acqua, quindi, di tenere umido il fango. Una scelta temporanea, ma necessaria.

Il sindaco Papasso è disperato: “È uno spettacolo triste. Ed è innegabile la solitudine in cui ci hanno lasciato. Ho chiesto aiuto a tutti, ma qua non si è visto nessuno. È una vergogna”. Racconta una tragedia annunciata: “Già nel 2008 il fiume aveva rotto gli argini, l’acqua non era arrivata all’area archeologica, ma c’era mancato poco. La Regione aveva stanziato quattro milioni di euro per la messa in sicurezza e ad attuare il piano doveva essere la provincia di Cosenza. Poi Catanzaro aveva avocato a sé l’iter e non si è più saputo nulla di quelle risorse”. Nei giorni successivi all’alluvione l’unica mobilitazione partita è stata quella di studiosi, accademici, intellettuali, che hanno lanciato dalle colonne del Quotidiano della Calabria l’appello “Salviamo Sibari” per richiamare l’attenzione sul sito in pericolo. Le adesioni sono state migliaia da tutto il mondo, ma servono interventi concreti.

Papasso si è rivolto al governo attraverso i ministeri competenti, alla Regione ed ha scritto anche al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, chiedendogli di adoperarsi “per risolvere la situazione di emergenza”.

Il telefono del sindaco squilla in continuazione: “Mi chiamano in tanti. Sono volontari, universitari, gruppi e associazioni. È bello quello che sta avvenendo. Ma qua gli angeli del fango non bastano. Qui ci vuole un piano d’intervento preciso, mezzi e specialisti”.  (30 gennaio 2013)

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fonte repubblica.it

SANREMO – 19° Concorso Nazionale di Pittura e Grafica ‘Il Gioco nell’Arte’. Il bando da scaricare

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19° Concorso Nazionale di Pittura e Grafica ‘Il Gioco nell’Arte’

a San Remo (Im)

-parte delle quote di iscrizione verrà donata all’Unicef, che patrocina il concorso-

1° PREMIO: Targa o Coppa Sindaco di San Remo

+ Premio Acquisto di euro 1000,00
+Immagine Pubblicitaria nella prossima edizione de
‘IL GIOCO NELL’ARTE’
+Mostra Personale di 15gg entro il 2013
presso la Galleria ‘Nuova Bottega d’Arte San Remo’

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Qui sotto il bando: cliccare sulle immagini per ingrandire

Per informazioni

http://www.bottegadartesanremo.com/eventi.html

ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA – BOTTEGA D’ARTE SANREMO (Galleria del Capitolo)

VIA CANESSA, 35   18038 SANREMO – IMPERIA

MAIL: bottegadarte-sanremo@libero.it

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30 gennaio 2010 – L’Artista Maria Gioseffi ritratta mentre riceve il trofeo “Città di New York”,  nell’ambito del 1° Premio Internazionale di pittura, scultura e grafica Città di NEW YORK- fonte immagine

Diretta da Maria Gioseffi, la Bottega d’Arte  Sanremo è una delle più prestigiose gallerie  d’arte italiane.

Nel corso degli anni ha svolto un’intensa attività al   servizio dell’arte e si è ormai affermata in campo internazionale, soprattutto per l’accurata selezione  delle opere che presenta e per le prestigiose manifestazioni artistiche che ogni anno organizza sia in Italia che all’estero.

All’interno di questo spazio espositivo si svolgono incontri culturali di vario genere: mostre personali e collettive di pittura, scultura, grafica d’autore e  fotografia artistica, oltre alla presentazione di  opere poetiche e videoproiezioni.

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fonte immagine di testa

AUGURI ROBERTACCIO! – Il compleanno di Roberto Benigni: ricordi e segreti dell’amico del cuore


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L’artista compie sessant’anni. “Ha sempre saputo donare un sorriso a tutti. Metteva allegria, era un piccolo leader”

Il compleanno di Roberto Benigni: ricordi e segreti dell’amico del cuore

Franco Casaglieri racconta la vita di Robertaccio

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di Federico Berti

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Prato, 26 ottobre 2012 – Quando si parla di Roberto Benigni, dei suoi anni trascorsi a Vergaio, non si può non parlare anche di Franco Casaglieri. L’amico storico, il compagno di tante avventure, il complice all’inizio di una carriera strepitosa che nessun talent scout del mondo dello spettacolo avrebbe potuto immaginare. Dunque, domani Benigni compie sessant’anni. Traguardo importante che tutti quelli che gli vogliono bene non mancheranno di festeggiare. Auguri Roberto! Con Casalglieri che ricorda gli anni trascorsi insieme.

Dove vi siete incontrati la prima volta?
«Alle scuole di Vergaio. Primo ottobre 1958. Siamo stati compagni di classe per tutte le elementari. Abbiamo legato subito. E’scattato subito un feeling magico. Insomma.. è stato amore a prima vista. Ho un ricordo meraviglioso di quegli anni».

Che scolaro era Benigni ?
«Intelligentissimo. Io ero il primo della classe, si diceva; ma lui era già un genio. Lo si notava già all’epoca. Aveva qualcosa in più che lo rendeva speciale, diverso dagli altri».

Praticamente non vi siete mai lasciati, mai persi di vista…
«Assolutamente mai. Non abbiamo mai litigato. Hanno sempre prevalso amore, affetto e stima reciproca».

Quando, giovanissimo, Roberto intraprese la sua carriera ne parlò con lei ? Le chiese consigli da amico?
«Io lo incitai da subito. Avevo capito che c’era la stoffa. Io l’ho sempre definito un portatore sano di gioia. Avrà avuto dieci, dodici anni e Roberto era un piccolo leader che faceva ridere, che metteva buonumore. Sempre e ovunque; ai circolini, in parrocchia, nei campi di calcetto…non perdeva mai l’occasione di rendere la vita
degli altri più divertente».

Il successo non lo ha cambiato negli anni?
«Per niente. E’maturato ed è cresciuto (al contrario di me). La sua crescita di uomo è andata di pari passo con quella dell’artista. E abbiamo visto tutti quali traguardi ha raggiunto. Basterebbe ricordare i tre premi Oscar…».

Tre aggettivi per descriverlo.
«Onesto, amoroso e divertente».

Qualcuno sostiene che negli ultimi anni si sia allontanato da Vergaio e dalle sue radici…
«Purtroppo, i suoi genitori non ci sono più, le sue sorelle non abitano più lì. La sua vita è cambiata, Vergaio stessa è cambiata. Ma nei confronti di noi amici, del gruppo storico formato da quattro cinque persone, Roberto Benigni c’è eccome. E’sempre presente e affettuoso come una volta»

Tornando con la memoria a quel primo ottobre del 1958…qualè la prima immagine che le balza agli occhi?
«Un bambino bellissimo con il ciuffo e gli occhi neri».

Lei è sempre presente nei suoi film. A quando il prossimo? Può svelarci qualcosa?
«So solo che la voglia di un nuovo film c’è eccome. Ma nella sua carriera ci sono tante altre varianti anche improvvise…comunque speriamo presto».

Gli dica buon compleanno.
«Roberto, ti auguro di continuare ad essere portatore sano di gioia, e di regalarci ancora sorrisi, buonumore e allegria. E aspetto un tuo bel libro di poesie».

Federico Berti

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fonte lanazione.it

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03 – Roberto Benigni – il quinto canto dell’inferno -.wmv


ubblicato in data 10/mag/2012 da 03 – capitolo 3 – Roberto Benigni

la divina commedia – Dante Alighieri. – Paolo e Francesca ——– —
–il blog —— —-
http://blog.libero.it/gicotagi/3386098.html

La storia d’Italia in 15mila scatti: Online il grande archivio Alinari / Online historical photographic archive of the Fratelli Alinari of Florence

La storia d'Italia in 15mila scatti online il grande archivio Alinari
In questa immagine: Esposizione di elettrodomestici e di una Fiat 600 in occasione della campagna di abbonamenti alla Rai nel 1957 in Toscana (Giuseppe Borra, raccolte museali Fratelli Alinari, archivio Betti Borra, Firenze)

La storia d’Italia in 15mila scatti
online il grande archivio Alinari

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La storia del nostro Paese dal 1861 a oggi raccontata attraverso 15mila immagini tratte dagli archivi fotografici Alinari, della Regione Lombardia e di numerose altre regioni italiane: www.150storiaditalia.it è il nuovo portale realizzato dall’università Iulm, dall’università Statale di Milano e da Fratelli Alinari Fondazione per la storia della fotografia in collaborazione con Fondazione Cariplo e Gruppo 24Ore Cultura. Il sito è suddiviso in quattro macroaree per rendere più agevole la consultazione del patrimonio fotografico, per la prima volta messo a disposizione del pubblico. Si va dalla cultura alla vita quotidiana, passando per la politica e il paesaggio italiani. “L’obiettivo è di offrire agli studenti delle scuole di ogni ordine e grado uno strumento innovativo e veloce per ampliare le loro possibilità formative”, spiegano i promotori dell’iniziativa, presentata allo Iulm nell’ambito di una tavola rotonda sulla istruzione digitale (Lucia Landoni).

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La storia d'Italia in 15mila scatti online il grande archivio Alinari
Due uomini su un tandem nel 1895 (Alinari, archivio Alinari, Firenze)

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Ritratto del poeta Giosuè Carducci (Fratelli Alinari, archivio Alinari, Firenze)

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Giuseppe Garibaldi (Fratelli Alinari, archivio Alinari, Firenze)

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Automobili in una rimessa di Milano, 1935-1940 (Alberto Lattuada, archivi Alinari, donazione Lattuada, Firenze)

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fonte repubblica.it