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8 marzo: a che punto sono le donne italiane

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IL MANIFESTO BLOG
   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
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8 marzo: a che punto sono le donne italiane

(Piattaforma della relazione sulle donne italiane di Luisa Betti per il Comune di Parigi, di cui è stata fatta sintesi nell’intervento del 6 marzo all’Hotel de Ville de Paris per l’inaugurazione della Giornata Internazionale delle donne, Festa dell’8 marzo, al Convegno “Donne e poteri” organizzata dalla vicesindaca Fatima Lalem, assessora alle pari opportunità. Un ringraziamento particolare a Tiziana Jacoponi)

Al Convegno "Donne e poteri" il 6 marzo all'Hotel de Ville di Parigi

Al Convegno “Donne e poteri” il 6 marzo all’Hotel de Ville di Parigi

Nelle ultime elezioni parlamentari italiane, le donne sono balzate di 10 punti, passando alla Camera dal 20,2 del 2008 al 30,8 del 2013, mentre a Palazzo Madama le cifre parlano di una crescita dal 19% al 30%. I partiti con la percentuale di donne più alta sono il Partito Democratico (41%) e il Movimento 5 stelle (38%), ai quali fanno seguito Sel con il 28%, il Pdl e i montiani con il 20%, la Lega con il 13,5% (dati “Centro studi elettorali”). Nelle Regioni il risultato delle elette invece non è stato brillante. Nel Lazio sono passate 9 donne su un totale di 50 eletti di cui 4 donne entrate con il listino bloccato collegata al nome del candidato Zingaretti, 4 elette nel M5s e una, Olimpia Tarzia, nella lista Storace (assessora contestata per la proposta di legge contro i consultori  nella precedente legislatura regionale). In Lombardia sono state elette 15 donne su 80: una tra i 19 eletti del Pdl, tre per la Lega, tre per il M5s, due per il Pd, una per il Patto civico per Ambrosoli, 4 per la lista civica per Maroni e una per il Partito dei pensionati. In Molise, su 20 consiglieri, sono state elette 2 donne, una Pdl e una M5s, a cui si aggiunge una terza dell’Udeur che è rientrata per la doppia elezione di un uomo. In Italia si sta ragionando anche su una donna Presidente della Repubblica – il mandato presidenziale dovrà essere rinnovato a maggio – e i nomi più gettonati sono Anna Finocchiaro (Pd) ed Emma Bonino (radicale il cui nome è stato fatto in questi giorni come possibile accordo con i grillini per la Presidenza del consiglio), anche se voci di Palazzo dicono che solo se le forze politiche non si metteranno d’accordo su un maschio, allora uscirà fuori un nome femminile.

Adesso l’Italia però non ha un governo perché nessuna forza politica ha la maggioranza al Senato. Il fatto che il centro sinistra italiano abbia la maggioranza alla Camera ma non riesca a trovare accordi per averla al Senato, ha messo la situazione italiana in stallo: un impasse per cui non possiamo verificare in questo momento se il cresciuto numero delle donne in Parlamento porterà avanti politiche di sostegno alle donne stesse. Il problema è infatti che non tutte le donne all’interno dei diversi schieramenti politici sono a favore delle politiche delle donne, perché non basta essere di sesso femminile per essere automaticamente dalla parte giusta.

La vera incognita in questo senso è il Movimento 5 stelle che in questo momento è il primo partito in Italia (il secondo è il Pd e poi il Pdl), che nelle sue fila raccoglie componenti talmente variagate da apparire su alcuni punti anche contraddittorie. Nel blog di Grillo (leader del M5s), su cui chiunque può fare una proposta che poi viene votata sul web, appare l’inquietante idea di riaprire le “case di tolleranza” per le prostitute – cancellate in Italia con la legge Merlin – fatta proprio da una donna. Una settimana fa Max Bertoni del M5s, candidato sindaco a Viareggio in Toscana, ha lanciato sulla sua bacheca di facebook il messaggio “Odio con tutto il cuore le femministe”, a cui è seguito una sfilza di commenti dei suoi seguaci che approvavano e promettevano di votarlo per questo. Nel Comune di Mira (vicino Venezia) Roberta Agnoletto, assessora incinta, si è vista togliere le deleghe dal sindaco, il grillino Alvise Maniero, proprio a causa della sua gravidanza. Sul sito di Grillo, le cittadine in movimento aprono la loro dichiarazione d’intenti con la frase: “Le donne italiane lavorano, sono madri di famiglia, amministrano la casa e si prendono cura dei loro uomini”, con riferimenti a stereotipi che le stesse italiane rifiutano. Ma la vera impronta maschilista del M5s, è stata dimostrata prima delle elezioni, ovvero quando la consigliera grillina a Bologna, Federica Salsi, è stata espulsa dal movimento per aver parlato in tv senza il consenso del suo leader: espulsione avvenuta con una lettera contenente frasi sessiste, a cui è seguito un vero e proprio linciaggio mediatico violento e discriminatorio con offese, calunnie, minacce, lanciate dagli stessi appartenenti al movimento di cui lei faceva parte.

Tutto questo succede in Italia mentre nelle aule di tribunale si consuma il processo sul caso Ruby con imputato Silvio Berlusconi, che in queste ultime elezioni ha avuto una rimonta inaspettata: un uomo che continua ad essere votato da una parte consistente degli italiani, pur avendo a suo carico scandali e un processo come questo, su cui il Pm Antonio Sangermano ha detto che “Le cene ad Arcore erano un collaudato sistema prostitutivo per il divertimento di Berlusconi”, e dove in cambio di favori sessuali si poteva avere soldi, immobili, carriera tra cui anche quella politica. Un uomo che ha tirato fuori il peggio della cultura machista italiana e che le donne speravano di aver completamente archiviato con la sua uscita dalla scena politica, e che invece si è ripresentato con tutto il suo “bagaglio”, rispolverando poco prima delle elezioni anche le solite battute sessiste – fatte in pubblico e davanti a una folla che lo ascoltava divertito – con apprezzamenti pesanti sulla donna che presentava l’evento, Angela Bruno, la quale ancora adesso subisce pressing per questo avvenimento.

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Per ritornare sul tema della rappresentanza delle donne nelle istituzioni italiane, è importante ricordare che nei precedenti governi le ministre sono state 6 per il governo Prodi del 2006; 4 nell’ultimo governo Berlusconi; 3 nel governo tecnico di Monti. Nella fattispecie uno dei peggiori ministeri dell’ultimo governo Berlusconi è stato quello della pubblica istruzione guidato dalla ministra Maristella Gelmini, che ha distrutto l’istruzione pubblica, che in Italia era ancora una delle poche cose di buon livello, con tagli che hanno causato danni enormi: classi di bambini tagliate e raggruppate con età diverse, mancanza di tempo pieno, tagli di ore di lezioni con programmi scolastici invariati. Misure che non solo hanno comportato tagli di posti di lavoro per chi insegna, che in Italia sono per la maggior parte donne, ma anche un disagio per i ragazzi e le ragazze che si vedono costretti a performance per lo svolgimento dello stesso programma in meno tempo, con un aumento della nozione a scapito della creatività e del talento, ma anche con più sforzo fisico-mentale.

Un’altra dimostrazione che le donne in quanto tali non bastano, perché la carta vincente sono quelle che si prendono in carico dei problemi delle donne, è il fatto che la componente femminile che raggiunge posti di comando in Italia, è per la maggior parte cooptata da uomini, e non solo per favoritismo o in cambio di altro, ma anche perché capaci a svolgere un duro e preciso lavoro di esecuzione. Nell’ultimo governo, Monti ha chiamato per il dicastero del lavoro Elsa Fornero, dandole anche la delega alle pari opportunità, e rispetto a questo incarico è stessa lei che, in un convegno a Torino contro la violenza di genere, ha sottolineato come quando ci sono problemi spinosi da risolvere gli uomini “chiamano noi”, ovvero le donne che sono più capaci nello svolgere politiche maschili di un certo tipo. La ministra Fornero l’anno scorso, pur avendo delega alle pari opportunità, si è limitata ad alzare il dito contro il femminicidio, malgrado in Italia fosse in atto una campagna di informazione e di indignazione mai vista nei precedenti anni, che chiedeva misure immediate per la protezione e la tutela delle donne contro la violenza. Un problema che ha ricompattato i movimenti delle donne ma su cui Fornero ha fatto solo due cose: ha stanziato una raccolta per avere nuovi dati dall’Istat, e ha firmato a nome del governo italiano la Convenzione di Istanbul (“Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica”) senza però la ratifica (il che equivale a nulla di concreto). Due buone misure ma non sufficienti per il potere che la ministra aveva nell’intervenire direttamente, avendo anche la possibilità di interpellare le altre due ministre donne – Anna Maria Cancellieri agli Interni e Paola Severino alla Giustizia – ministeri chiave con cui si sarebbe potuta avviare una concertazione per un’azione di contrasto al femminicidio immediata. Fornero invece si è concentrata sul lavoro, in cui ha tolto le dimissioni in bianco (che serivano a liquidare una donna nel momento in cui fosse rimasta incinta), ma ha distrutto la parte di welfare essenziale per far accedere le donne all’occupazione togliendole dagli impegni di cura in famiglia (bambini, anziani), e ha portato le pensione a 67 anni per uomini e donne, uccidendo definitivamente anche la possibilità di accudimento della prole da parte dei nonni e stroncando l’accesso al lavoro soprattutto per le famiglie monoparentali (le madri separate che in Italia sono le più povere).

Il livello di partecipazione femminile al lavoro, tra i 34 paesi che aderiscono all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), l’Italia è al terzultimo posto, dopo il Messico e la Turchia, con il 51% contro una media del 65%. Il lavoro delle italiane non è stato colpito dalla crisi come quello maschile solo perché si tratta per lo più di lavoro precario, sottopagato, al nero, part time, compresi i lavori che gli uomini non fanno. Se  si pensa che meno del 30% dei bambini accede alla scuola d’infanzia, ci sono moltissime donne a cui viene impedita la possiblità di lavorare a priori e alle quali  viene invece di nuovo richiesto il lavoro di cura (gratis) su cui in piena crisi economica, lo Stato risparmia. Tutto ciò ha a che vedere con la discriminazione di genere per cui se una donna è culturalmente relegata a un ruolo di subalternità, ribadita da sfruttamento, sopraffazione e violenza, ci sarà una minore competizione femminile su un potere da ripartire in maniera equa e democratica (nel mondo siamo più della metà degli esseri umani).

L’esasperazione di stereotipi che nei 20 anni di Berlusconi ha fatto breccia nella testa degli italiani, ha tirato fuori il peggio di un Paese che si è sempre contraddistinto per il suo maschilismo malgrado le grandi lotte femministe. La cultura machista e discriminatoria in Italia, come nel mondo, è una chiave che in un momento di crisi potrebbe risolvere molte contraddizioni al potere maschile, in quanto è un accesso privilegiato per il risparmio (si cancellano le spese in favore dei diritti alle donne costrette a tornare nei ruoli di “angelo del focolare” con ulteriore risparmio nel welfare), rendendo così metà della popolazione meno concorrenziale nel mondo del lavoro (che è già poco) e del potere (che gli uomini non sono disponibili a lasciare).

Contro gli stereotipi però si è mossa la sociatà civile e i movimenti delle donne che in Italia sono forti e combattivi, e che in questi 30 anni hanno continuato a lavorare in silenzio, cercando di risolvere concretamente i problemi delle donne, vista la cecità delle istituzioni. Donne preparate professionalmente e in grado di competere con le istituzioni stesse, hanno creato associazione, fondazioni, reti, gruppi, su tutto il territorio nazionale e in campi diversi tra cui la violenza, il lavoro, la cultura, il sapere, ecc. La manifestazione del 13 febbraio 2011 in cui un milione di italiane hanno detto no alla cultura maschilista dell’era berlusconiana, è stata l’occasione per far incontrare di nuovo questi gruppi e questi movimenti, per una lotta comune malgrado le differenze. Le italiane non hanno mai smesso di fare ma hanno ricominciato a parlare ad alta voce due anni fa perché esasperate, e da quel momento hanno cercato di creare piattaforme di lotta per unire le forze su punti precisi di condivisione: un’onda che nessuno, oggi, potrà più fermare. Nel 2011 un gruppo di associazioni riunito sotto il nome di “Piattaforma Cedaw”, ha messo a punto un “Rapporto Ombra” descrivendo la reale condizione delle donne in Italia in tutti i campi (lavoro, salute, violenza-femmincidio, tratta, ecc.), ed elencando tutte le mancanze dell’Italia in seno alla “Convenzione per l’eleminazione della discriminazione contro le donne” delle Nazioni Unite (Cedaw), ratificata dall’Italia nel 1981, e portandolo al palazzo di vetro di New York per sottoporlo al Comitato di controllo della Cedaw. L’effetto è stato che il governo italiano, che all’epoca era quello di Berlusconi, è stato richiamato per dare chiarimenti in merito e quello che neanche gli italiani sanno, è che questo governo ha fatto una pessima figura. Dopo questo incontro, a gennaio del 2012, sono venute in visita in Italia Violeta Neubauer, del Comitato Cedaw, e la special rapporteur dell’Onu sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo. Sia la Cedaw che la Special rapporteu, hanno prima verificato e poi stilato raccomandazioni per l’Italia che a luglio dovrà dire cosa ha fatto in merito a ciò che veniva richiesto.

I movimenti delle donne italiane hanno preso in mano i contenuti di questo lavoro e hanno cominciato a promuovere campagne di divulgazione, ed è così che in Italia, quest’anno, è nata la campagna contro il femminicidio, che ha avuto un riscontro fortissimo sui media anche grazie all’impegno delle giornaliste che si sono battute nelle redazioni per una corretta informazione su questo fenomeno, da non comprendersi come un mero fatto di cronaca nera ma come punta di un iceberg chiamata violenza domestica. Su questo fertile terreno di movimenti diversi, è nata anche la Convenzione nazionale contro la violenza maschile sulle donne – femmincidio “No More”, che ha avuto come promotrici diverse associazioni nazionali e che una volta presentata, ha avuto un riscontro di adesioni inaspattato in tutta Italia, sia di uomini che di donne. E ci sono stati inetri Comuni che hanno firmato la “No More”, ma anche giudici, giornlaisti, parlamentari e personaggi illustri. Quello sulla violenza contro le donne è stato un dibattito che ha riportato a galla tutto quello che le donne hanno fatto nel corso di questi anni, un bagaglio che può essere collocato in un percorso politico e culturale a sinistra, collegato non solo a rivendicazioni sui diritti – rappresentanza, salute, violenza, aborto, lavoro, autodeterminazione, ecc. – ma anche sulla lotta agli stereotipi che sono la base della discriminazione delle donne.

In questi giorni la “Piattaforma Cedaw”, la Convenzione “No More” e molte altre Ong di donne italiane, sono presenti alla 57a “Commission on Stauts of Women” delle Nazioni Unite a New York, che fino al 15 marzo si sta occupando di come liberare le donne e le ragazze di tutto il mondo dalla violenza-femminicidio. Mentre in Italia, come già successo l’anno scorso per la Giornata internazionale contro la violenza (25 novembre), i movimenti delle donne hanno preparato un mese intero di eventi, incontri e manifestazioni in cui le mimose si vedranno poco. La sensazione è che qualcosa si sia alzato in piedi, perché tutte le donne del mondo vogliono vivere diversamente, libere dalla violenza, e vogliono contare nelle decisioni come è giusto che sia, mentre donne di ogni età, ma anche qualche uomo, sono ancora disposte a lottare per altre donne. Oggi in Italia la percezione è che le donne non abbiano più voglia di lasciare che le cose vadano in direzione opposta ai loro diritti, qualsiasi sia la forza politica che è al governo: se abbattiamo le barriere e ci uniamo tutte, sento che questa volta noi vinceremo.

di Luisa Betti
pubblicato il 7 marzo 2013

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fonte blog.ilmanifesto.it

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IL PAPA – Non ne può più (figuriamoci noi) e se ne va. Perché? A quale scopo? Qual’è il messaggio?

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Non ne può più (figuriamoci noi) e se ne va. Perché? A quale scopo? Qual’è il messaggio?

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DI SERGIO DI CORI MODIGLIANI
Libero pensiero

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Non è certo impresa facile parlare delle dimissioni del papa.

E’ uno di quei casi in cui la dietrologia più spicciola troverà gioco facile, e la gente più strana si sentirà autorizzata a fornire le più fantasiose interpretazioni.

La mia opinione al riguardo, quindi, anche se nasce come frutto di lunghe riflessioni e confronti con diversi amici (della vita reale) che conoscono bene lo svolgimento dell’attività religiosa, politica, finanziaria e sociale all’interno della Chiesa (perché ne fanno parte integrante) vale quanto quella di chiunque altro.

Faccio questa premessa per precisare che non sto fornendo delle notizie, delle informazioni o dei links.

E’ la mia idea personale su questa vicenda, che sintetizzata al massimo, si presenta così: si tratta del primo (non l’unico, ma certamente il primo) clamoroso avvenimento di natura politica e sociale che segna e segnala la svolta planetaria nella vita post-Maya.

E’ un evento epocale.

E come tale va trattato e preso in considerazione, senza minimizzarlo.

Una breve premessa sulla simbologia papense si rende necessaria, per spiegare le importanti funzioni che il papa assolve, dato che non tutti i papi sono uguali, così come non sono tutti uguali i leader politici, i premier di Stato, ecc.

Il Vaticano è una struttura complessa e importante, nel bene e nel male, perché dentro di sé li accoglie entrambi, il bene e il male.

Rappresenta il punto di riferimento religioso più vasto sul pianeta Terra, per centinaia di milioni di esseri umani, che vanta più di duemila anni di tradizione alle spalle; gestisce la più diffusa e gigantesca rete di protezione nel campo dell’assistenza sociale e sanitaria nel territorio a livello globale; è la più potente centrale di produzione, controllo, gestione dell’istruzione nel mondo; e per ciò che riguarda la parte amministrativa rappresenta il più ricco e diffuso consorzio finanziario privato mai esistito nel nostro pianeta: ancora oggi, lo Ior, se vuole e lo decide, con una telefonata spazza via per sempre Goldman Sachs, J.P.Morgan e Merryl Lynch tutte insieme rimanendo indenne.

Proprio perché il Vaticano –come istituzione- rappresenta formalmente la sintesi di tutti questi aspetti incrociati, è inevitabile (quanto ovvio) che contempli al proprio interno delle rappresentanze molto diverse, decisamente oppositive tra di loro. Nei momenti topici della Storia, queste opposizioni vengono catalizzate e diventano apertamente antagoniste. Se il momento topico è anche il punto di incrocio di una crisi sistemica, allora questo antagonismo diventa una vera e propria guerra tra le diverse anime che compongono la struttura del Vaticano.

Noi ci troviamo in uno di quei momenti.

Tanto più essendo l’Italia il paese cattolico più importante del mondo, in quanto centro nevralgico e mediatore di tutte le diverse componenti in gioco.

Papa Ratzinger è prima di tutto un poderoso teologo, un grande intellettuale.

La sua elezione è stata accolta dai gestori della Chiesa come necessaria, per mettere una pezza allo sconvolgimento provocato dal suo predecessore Karol Wojtyla, l’uomo che ha completamente scardinato il Senso della Chiesa Cattolica Romana, l’ha letteralmente strappata via dal suo humus spirituale e credente immettendola in un corridoio mondano, dal punto di vista squisitamente teologico “deturpando le fattezze della Chiesa” e abbassando e riducendo il livello di scambio e confronto a una consorteria di faccendieri diplomatici al servizio di agenti segreti. Papa Giovanni Paolo II era un uomo motivato dall’odio furioso, un odio doppio: quello per il comunismo e quello per i russi, da bravo polacco, Wojtyla è stato un grande guerriero mondano politico, il migliore generale a disposizione della Cia nel combattere la guerra fredda. E per raggiungere il proprio obiettivo ha completamente squilibrato e sbilanciato l’asse di mediazione della Chiesa.

Quando Wojtyla muore, la Chiesa è in ginocchio, a un millimetro dalla sua dissoluzione.

Ormai completamente priva di una qualsivoglia funzione spirituale, è diventato il punto di incontro di consorterie internazionali di loschi affaristi dediti soltanto alla speculazione e alla corruzione. Ma all’interno della Chiesa si scatena una lotta furibonda, tra “spiritualisti” e “mondano-affaristi”, rappresentati entrambi da una parte dal cardinale Bergoglio, incline alle politiche sociali (arcivescovo di Buenos Aires e grande accusatore spirituale e politico dei crimini del generale Videla in Argentina) e dall’altra dal cardinale Bertone, vicino all’opus dei, il punto di riferimento dell’attuale classe politica dirigente italiana. Il conclave sceglie un uomo “terzo” ed eleggono Ratzinger, di cui è stata sottovalutata la vis spirituale. Inizia così il suo pontificato, con il dichiarato intento di abbandonare la strada mondana imposta dal suo predecessore e riportare la Chiesa nel suo ambito di evangelizzazione, di recupero della spiritualità di matrice teologica, a scapito di quella mondano-finanziaria.

E dentro la Chiesa, le due fazioni si scontrano.

Papa Ratzinger interpreta se stesso e il proprio ruolo come l’immagine di un traghettatore, colui che deve salvare la Chiesa prima di tutto come centro spirituale, per poi passare il bastone del comando a un giovane “guerriero spirituale” con il preciso compito di avviare un gigantesco repulisti interno, aprendosi a delle forti innovazioni rivoluzionarie per la Chiesa, anche estreme, come il matrimonio per i preti, la scomunica ufficiale per i pedofili, la denuncia –con adeguata documentazione- dei nefasti grovigli della speculazione finanziaria internazionale. Il discorso del papa il 1 gennaio 2013 segna e segnala la svolta definitiva, quando Ratzinger accusa, denuncia e sconfessa le politiche dell’austerità e del rigore volute in Europa cercando di spingere la Chiesa a un recupero della sua funzione sociale.

Le sue dimissioni, quindi, rappresentano una necessaria accelerazione di un piano preordinato all’atto della sua elezione, in conseguenza della radicalizzazione dello scontro in Europa e il peggioramento della situazione nel continente che può anche far prefigurare il rischio di pericolosi quanto sanguinosi conflitti sociali, a quel punto insanabili.

Da notare, in aggiunta, due elementi, da non sottovalutare:

1). E’ la prima volta che in Italia si svolge una elezione politica senza che il Vaticano possa partecipare “ufficialmente” in maniera attiva; da oggi, infatti, nessun cardinale né vescovo sarà autorizzato a sostenere questo o quel partito, questa o quella linea, essendo loro vacanti.
2). Il riferimento al precedente, avvenuto alla fine del ‘200, con Celestino V, in un momento fondamentale della Storia d’Europa, quando era in corso una lotta furibonda tra i regnanti francesi e quelli spagnoli per il controllo del territorio e delle risorse alimentari e finanziarie dell’epoca. Il 13 dicembre del 1294, viene emessa una bolla papale che recita così:  « Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe [di questa plebe], al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale. ».

Il riferimento anche linguistico a quella bolla è fin troppo chiaro, a dimostrazione di come (ahinoi) l’attuale vita post-moderna europea non sia poi tanto diversa da quella medioevale. Quando elessero Celestino V il conclave venne sospeso perché arrivò una epidemia di peste che uccise due cardinali del concistoro. L’elezione venne rimandata di un anno e infine venne eletto nel luglio del 1294 un monaco benedettino, Pietro da Morrone, che viveva ritirato dal mondo, dedito alla meditazione e alla preghiera, un individuo al di fuori delle lotte faziose per il potere di Roma. Venne eletto proprio per questo motivo. Celestino V non riesce a soddisfare le esigenze politiche di chi seguiva, all’interno della Chiesa, le esigenze dei re europei per il controllo del territorio in Italia: erano in gioco il possesso della Sicilia, della Sardegna, del Regno di Napoli e della Calabria. E così si dimise dopo aver ammonito i cardinali sul tragico errore nell’aver abbandonato la strada della spiritualità. Così lo racconta il grande storico belga Henri Pirenne nella sua monumentale Storia d’Europa:

“Undici giorni dopo le sue dimissioni infatti, il Conclave, riunito a Napoli in Castel Nuovo, elesse il nuovo papa nella persona del cardinal Benedetto Caetani, laziale di Anagni. Aveva 64 anni circa ed assunse il nome di Bonifacio VIII. Caetani, che aveva aiutato Celestino V nel suo intento di dimettersi, temendo uno scisma da parte dei cardinali filo-francesi a lui contrari mediante la rimessa in trono di Celestino, diede disposizioni affinché l’anziano monaco fosse messo sotto controllo, per evitare un rapimento da parte dei suoi nemici. Celestino, venuto a conoscenza della decisione del nuovo papa grazie ad alcuni tra i suoi fedeli cardinali da lui precedentemente nominati, tentò una fuga verso oriente fuggendo da San Germano per raggiungere la sua cella sul Morrone e poi Vieste sul Gargano, per tentare l’imbarco per la Grecia, ma il 16 maggio 1295  fu catturato presso Santa Maria di Merino da Guglielmo Stendardo II, connestabile del regno di Napoli, figlio del celebre Guglielmo Stendardo, detto “Uomo di Sangue”. Celestino tentò invano ancora una volta di farsi ascoltare dal Caetani chiedendo di lasciarlo partire, ma il Caetani restò fermo sulle sue decisioni al riguardo. Celestino si rese conto dell’inutilità delle sue richieste e mentre veniva portato via sussurrò una frase rivolta al Caetani che sembrò essere un presagio: «Hai ottenuto il Papato come una volpe, regnerai come un leone, morirai come un cane»  Raggiunto dai soldati, questi lo rinchiusero nella rocca di Fumone, in Ciociaria, castello nei territori dei Caetani e di diretta proprietà del nuovo Papa; qui il vecchio Pietro morì il 19 maggio  1296, fortemente debilitato dalla deportazione coatta e dalla successiva prigionia: la versione ufficiale sostiene che l’anziano uomo sia morto dopo aver recitato, stanchissimo, l’ultima messa. Riguardo la morte si sparsero subito voci e accuse. Anche se la teoria secondo la quale Bonifacio ne avrebbe ordinato l’assassinio fosse priva di fondamento, di fatto il Papa ordinò l’arresto che ne causò la morte. Il cranio di Celestino presenta un “foro” che, secondo alcuni, potrebbe essere la conseguenza di un ascesso di sangue. Due perizie sulla salma datate 1313 e 1888 rilevarono la presenza di un foro corrispondente a quello producibile da un chiodo di dieci centimetri”..

Questa fu la fine di Celestino V, ucciso con un chiodo conficcato in testa mentre pregava. Il suo successore, Bonifacio VIII, chiude l’accordo con Carlo d’Angiò, con il re d’Aragona, che consegnerà definitivamente, in segue alla guerra dei Vespri, le regioni Sicilia, Calabria, Campania, Sardegna e Corsica, ai principi e re di Spagna e Francia, sottraendole al controllo territoriale dei signori locali..

Secondo esperti vaticanensi europei, la Chiesa si prepara ad eleggere un papa più giovane, molto probabilmente sudamericano, e di sicuro schierato contro la finanza speculativa, nell’estremo tentativo di svolgere un ruolo attivo nella politica sociale in tutto l’occidente a favore dei ceti più disagiati: questa è l’opinione corrente più accreditata.

Tutto ciò conferma la visione dell’Europa (e soprattutto dell’Italia) come un luogo dal sapore medioevale, dove lo scontro avviene tra consorterie di signori appoggiate –a seconda degli interessi globali- da questo o quel papa.

Tutto ciò conferma la necessità, per tutti noi, di accelerare il processo di consapevolezza collettiva per la fondazione di uno stato e di un’Europa laica. Con l’auspicio che ci si possa liberare di questa forma di esercizio del potere collettivo, dove a turno, nel nome di Dio, o del comunismo, o del fascismo, o del liberismo, o del libertarismo, a turno, gruppi di individui che si considerano superiori al resto della collettività usano le preoccupazioni generali nate dal disagio comune per decidere del destino delle masse.

Sono contento di questa novità epocale per i credenti, se la prospettiva auspicata dai vaticanensi ottimisti troverà la conferma dei fatti.

Per quanto riguarda noi piccoli animaletti che subiamo le decisioni del vertice senza poter opporre, per necessità storiche, una diversa visione del mondo, mi auguro davvero che questa “scelta epocale” di papa Ratzinger, squisito teologo, serva a tutti noi, per convincerci sempre di più della assoluta necessità di cambiare capitolo della Storia del mondo: mandare a casa tutta l’attuale classe dirigente italiana, corrotta, falsa, disonesta.

Lo fa il papa con i suoi, non possiamo farlo noi con i nostri politicanti?

Questo, a mio avviso, è il messaggio forte da parte sua.

Questo è ciò che mi hanno spiegato alcuni cattolici credenti, soggetti politici attivi, amici personali, che vedono in questo atto di Ratzinger, una generosa modalità di denuncia dell’attuale sistema vigente.

“E’ lo Spirito Santo che dà la sveglia alla Storia: è arrivato il momento di cambiare”, così i teologi e i cattolici più evoluti socialmente impegnati, oggi, leggono gli attuali avvenimenti.

Come dire (tradotto per noi tutti laici) “Forza ragazzi! Abbiamo perfino Iddio dalla nostra parte; possiamo mandarli tutti in pensione”.

Come dicono su un loro sito i cattolici pensanti americani che partecipano a occupy wall street: “Thank you Pope, for the great input!”.

Sergio Di Cori Modigliani
Fonte: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it
Link: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2013/02/non-ne-puo-piu-figuriamoci-noi-e-se-ne.html
12.02.2013

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fonte comedonchisciotte.org

LE DIMISSIONI PAPALI – Dietro il sacrificio estremo di un intellettuale le ombre di un «rapporto segreto» choc / VIDEO: Tg1 seconda edizione strordinaria, dimissioni Papa Benedetto XVI

Tg1 seconda edizione strordinaria, dimissioni Papa Benedetto XVI

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L’addio legato a una crisi di sistema fatta di conflitti, manovre e tradimenti

Dietro il sacrificio estremo di un intellettuale le ombre di un «rapporto segreto» choc

Benedetto XVI avrebbe maturato la decisione definitiva dell’annuncio domenica: stava preparando un’enciclica

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Non essendo riuscito a cambiare la Curia, Benedetto XVI è arrivato ad una conclusione amara: va via, è lui che cambia. Si tratta del sacrificio estremo, traumatico, di un pontefice intellettuale sconfitto da un apparato ritenuto troppo incrostato di potere e autoreferenziale per essere riformato. È come se Benedetto XVI avesse cercato di emancipare il papato e la Chiesa cattolica dall’ipoteca di una specie di Seconda Repubblica vaticana; e ne fosse rimasto, invece, vittima. È difficile non percepire la sua scelta come l’esito di una lunga riflessione e di una lunga stanchezza. Accreditarlo come un gesto istintivo significherebbe fare torto a questa figura destinata e entrare nella storia più per le sue dimissioni che per come ha tentato di riformare il cattolicesimo, senza riuscirci come avrebbe voluto: anche se la decisione vera e propria è maturata domenica.

Quello a cui si assiste è il sintomo estremo, finale, irrevocabile della crisi di un sistema di governo e di una forma di papato; e della ribellione di un «Santo Padre» di fronte alla deriva di una Chiesa-istituzione passata in pochi anni da «maestra di vita» a «peccatrice»; da punto di riferimento morale dell’opinione pubblica occidentale, a una specie di «imputata globale», aggredita e spinta quasi a forza dalla parte opposta del confessionale. Senza questo trauma prolungato e tuttora in atto, riesce meno comprensibile la rinuncia di Benedetto XVI. È la lunga catena di conflitti, manovre, tradimenti all’ombra della cupola di San Pietro, a dare senso ad un atto altrimenti inesplicabile; e per il quale l’aggettivo «rivoluzionario» suona inadeguato: troppo piccolo, troppo secolare. Quanto è successo ieri lascia un senso di vuoto che stordisce.

E nonostante la sua volontà di fare smettere il clamore e lo sconcerto intorno alla Città del Vaticano, le parole accorate pronunciate dal Papa li moltiplicano. Aggiungono mistero a mistero. Ne marcano la silhouette in modo drammatico, proiettando ombre sul recente passato. Consegnano al successore che verrà eletto dal prossimo Conclave un’istituzione millenaria, di colpo appesantita e logorata dal tempo. E adesso è cominciata la caccia ai segni: i segni premonitori. Come se si sentisse il bisogno di trovare una ragione recondita ma visibile da tempo, per dare una spiegazione alla decisione del Papa di dimettersi: a partire dall’accenno fatto l’anno scorso da monsignor Luigi Bettazzi; e poco prima dall’arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, che si era lasciato scappare questa possibilità durante un viaggio in Cina, ipotizzando perfino un complotto contro Benedetto XVI.

Ma la ricerca rischia di essere una «via crucis» nella crisi d’identità del Vaticano. Riaffiora l’immagine di Joseph Ratzinger che lascia il suo pallio, il mantello pontificio sulla tomba di Celestino V, il Papa che «abdicò» nel 1294, durante la sua visita all’Aquila dopo il terremoto, il 28 aprile del 2009. Oppure rimbalza l’anomalia dei due Concistori indetti nel 2012 «per sistemare le cose e perché sia tutto in ordine», nelle parole anodine di un cardinale. O ancora tornano in mente le ripetute discussioni col fratello sacerdote Georg, sulla possibilità di lasciare. Qualcuno ritiene di vedere un indizio della volontà di dimettersi perfino nei lavori di ristrutturazione dell’ex convento delle suore di clausura in corso nei giardini vaticani: perché è lì che Benedetto XVI andrà a vivere da «ex Papa», dividendosi col palazzo sul lago di Castel Gandolfo, sui colli a sud di Roma.

L’ Osservatore romano scrive che aveva deciso da mesi, dall’ultimo viaggio in Messico. Ma è difficile capire quando l’intenzione, quasi la tentazione di farsi da parte sia diventata volontà e determinazione di compiere un gesto che «per il bene della Chiesa», nel breve periodo non può non sollevare soprattutto domande; e mostrare un Vaticano acefalo e delegittimato nella sua catena di comando ma soprattutto nel suo primato morale: proprio perché di tutto questo Benedetto XVI è stato l’emblema e il garante. «Il Papa continua a scrivere, a studiare. È in salute, sta bene», ripetono quanti hanno contatti con lui e la sua cerchia. «Non è vero che sia malato: stava preparando una nuova enciclica». Dunque, la traccia della malattia sarebbe fuorviante. Smonta anche il precedente delle lettere riservate preparate segretamente da Giovanni Paolo II nel 1989 e nel 1994, nelle quali offriva le proprie dimissioni in caso di malattia gravissima o di condizioni che gli rendessero impossibile «fare il Papa» in modo adeguato. Ma l’assenza di motivi di salute rende le domande più incalzanti. E ripropone l’unicità del passo indietro. Il gesuita statunitense Thomas Reese calcola che nella storia siano state ipotizzate le dimissioni di una decina di pontefici. Ma fa notare che in generale i papi moderni hanno sempre scartato questa possibilità. Eppure, gli scritti di Ratzinger non hanno mai eluso il problema, anzi: lentamente affiora la realtà di un progetto accarezzato da tempo. «I due Georg sapevano», si dice adesso, alludendo al fratello Georg Ratzinger e a Georg Gänswein, segretario particolare del pontefice.

Forse, però, colpisce di più che fosse all’oscuro di tutto il cardinale Angelo Sodano, ex segretario di Stato e numero uno del Collegio Cardinalizio; e con lui altre «eminenze», che parlano di «fulmine a ciel sereno». È come se perfino in queste ore si intravedesse una singolare struttura tribale, che ha dominato la vita di Curia con amicizie e ostilità talmente radicate da essere immuni a qualunque richiamo all’unità del pontefice. Sotto voce, si parla del contenuto «sconvolgente» del rapporto segreto che tre cardinali anziani hanno consegnato nei mesi scorsi a proposito di Vatileaks, la fuga di notizie riservate per la quale è stato incriminato e condannato solo il maggiordomo papale, Paolo Gabriele. Si fa notare che da oltre otto mesi lo Ior, l’Istituto per le opere di religione considerato «la banca del Papa», è senza presidente dopo la sfiducia a Ettore Gotti Tedeschi. Rimane l’eco intermittente dello scandalo dei preti pedofili, che pure il pontefice ha affrontato a costo di scontrarsi con una cultura del segreto ancora diffusa negli ambienti vaticani.

E continuano a spuntare «buchi» di bilancio a carico di istituti cattolici, dopo la presunta truffa milionaria a danno dei Salesiani: un episodio imbarazzante per il quale il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, ha inutilmente cercato la solidarietà e la comprensione della magistratura italiana. È questa eredità di inimicizie, protagonismi, lotta fra correnti, faide economiche con risvolti giudiziari che sembra aver pesato più di quanto si immaginasse sulle spalle infragilite di Benedetto XVI. È come se avesse interiorizzato la «malattia» della crisi vaticana di credibilità, irrisolta e apparentemente irrisolvibile. Conferma il ministro Andrea Riccardi, che lo conosce bene: «Ha trovato difficoltà e resistenze più grandi di quelle che crediamo. E non ha trovato più la forza per contrastarle e portare il peso del suo ministero. Bisogna chiedersi perché».

Ma nel momento in cui decide di dimettersi da Papa, Benedetto XVI infrange un tabù plurisecolare, quasi teologico. Fa capire alla nomenklatura vaticana che nessuno è insostituibile: nemmeno l’uomo che siede sulla «Cattedra di Pietro». E apre la porta a una potenziale ondata di dimissioni. Soprattutto, addita al Conclave la drammaticità della situazione della Chiesa. Dà indirettamente ragione a quegli episcopati mondiali, in particolare occidentali, che da mesi osservano la Roma papale come un nido di conflitti e manovre fra cordate che da tempo pensano solo alla successione. L’annuncio delle dimissioni avviene in coincidenza con l’anniversario dei Patti lateranensi; e nel bel mezzo di una campagna elettorale: al punto che ieri alcuni leader si chiedevano se interrompere per un giorno i comizi. Ma già si guarda avanti. Bertone ha chiesto di incontrare per una decina di minuti il capo dello Stato Giorgio Napolitano prima della festa in ambasciata di oggi pomeriggio. E il «toto-Papa» impazza, con le scommesse fuorvianti sull’«italiano» o il «non italiano». Stavolta, in realtà, sarà un Conclave diverso. Il sacrificio di Benedetto XVI, per quanto controverso, mette tutti davanti a responsabilità ineludibili.

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fonte corriere.it

Chiesa nel caos, tutti i poteri a Bertone

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Chiesa nel caos, tutti i poteri a Bertone

Non succedeva da 600 anni che un Papa si dimettesse. L’annuncio di Benedetto XVI ha colto di sorpresa anche i cardinali. Adesso è il segretario di Stato, nella sua veste di ‘camerlengo’, a comandare fino al Conclave e all’elezione del nuovo Pontefice. Che potrebbe essere proprio lui, uomo al centro di ogni manovra

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di Emiliano Fittipaldi
(11 febbraio 2013)

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Ora che Benedetto XVI si è dimesso, l’uomo più potente di Santa Romana Chiesa si chiama Tarcisio Bertone. Il cardinale, infatti, non è solo Segretario di Stato del Vaticano, ma anche cardinale “camerlengo”. La figura che presiede la sala apostolica e che amministra i beni e i diritti temporali della Santa Sede quando quest’ultima è “vacante”. In caso di morte del papa, ovviamente, ma anche in caso di dimissioni: leggendo il secondo libro del “Codice di diritto canonico”, in caso di rinuncia il ruolo del camerlengo (a parte l’organizzazione del funerale) resta infatti identico.

Sarà Bertone, dunque, a gestire in prima persona il periodo di transizione, che andrà dal 28 febbraio – data annunciata delle dimissioni di Joseph Ratzinger – alla fine del conclave che eleggerà il nuovo pontefice. Qualcuno sostiene che abbia buone chance anche nella corsa al seggio di Pietro. Si vedrà. Di certo il cardinale resta snodo decisivo del potere vaticano, nonostante lo scandalo Vatileaks, le inchieste sullo Ior e i corvi che da mesi lo attaccavano e lo davano per sicuro dimissionario.

Ma chi è Bertone? Qual è la sua rete di potere e di relazioni? Quali le sue ambizioni personali? Il braccio destro di Joseph Ratzinger, racconta chi lo conosce bene, si presenta come uno alla mano. Amico di Silvio Berlusconi e Gianni Letta (con cui ha creato un idillio durante l’ultimo governo del Cavaliere) è accanito tifoso della Juventus e lui stesso – in passato – buon terzino destro: ha un pallone di cuoio nascosto sotto la scrivania nel suo ufficio con cui palleggia da solo, tra un appuntamento con un cardinale e un’omelia da correggere. Bertone appena può pedala nel parco di Castel Gandolfo, o negli splendidi giardini della Santa Sede. Ma non è uno che perdona.

Bertone è un vendicativo. Negli ultimi anni gli attacchi dei nemici interni (che sono molti, dal cardinale Camillo Ruini al predecessore Angelo Sodano, passando per l’arcivescovo Giovanni Battista Re) sono stati respinti con durezza, e chi s’è permesso di fargli la fronda ha avuto la peggio. Carlo Maria Viganò, ex segretario del Governatorato della città del Vaticano tra i primi ad aver contestato la sua nomina, viene spedito come nunzio apostolico a Washington (sarà proprio una lettera di Viganò pubblicata sul “Fatto” a dare il là a Vatileaks) mentre ad altri contestatori va ancora peggio, e finiscono a vivere in Africa e Papuasia.

Dopo aver messo il suo sigillo sulla Curia, Bertone si è poi concentrato sui settori strategici del potere temporale della Chiesa: ossia la sanità, lo Ior e il controllo della comunicazione. Rai in primis. Andiamo con ordine, e partiamo dal principio. Bertone nasce nel 1934 a Romano Canavese, tremila anime in provincia di Torino.

Quinto di otto figli, genitori molto devoti (in paese il padre Pietro era l’unico abbonato all'”Osservatore Romano”) si diploma in un liceo salesiano. La congregazione fondata da Giovanni Bosco diventa la sua casa: è qui che costruisce, passo dopo passo, la sua scalata ai vertici delle gerarchie ecclesiastiche. Soprattutto, è dai salesiani che pesca il gruppo di amici e fedelissimi che porterà in Vaticano: come Angelo Amato, nominato prefetto della Congregazione della cause dei Santi nel 2008, Enrico Dal Covolo, promosso rettore dell’Università lateranense; Raffaele Farina, fatto bibliotecario di Santa Romana Chiesa, e monsignor Mario Toso, Segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace. Con loro quattro Bertone passa gran parte del proprio tempo libero, organizzando cene durante le quali si esibisce con la sua pianola elettrica Bontempi.

Dopo un’esperienza come arcivescovo a Vercelli (qui conosce un altro uomo-chiave della sua squadra, Paolo Ambrosini, un imprenditore che si occupa di sanità, immobiliare e rifiuti finito in varie inchieste della magistratura) Bertone viene chiamato da Ratzinger a fare il vice alla Congregazione per la dottrina della fede: il suo nome è raccomandato al futuro papa da Gianfranco Girotti, che apprezzava le qualità di giurista dell’amico Tarcisio. Bertone, arrivato a Roma, comincia a fare quello che sa far meglio: tessere relazioni. Il rapporto con Ratzinger è ottimo, vorrebbe rimanere a Roma, ma Giovanni Paolo II lo manda a fare l’arcivescovo a Genova. Sotto la Lanterna conosce altre due pedine oggi fondamentali nel suo sistema di potere: Giuseppe Profiti, che chiama a dirigere l’ospedale Galliera e che è oggi il vero “ministro della Salute” del Vaticano, e il lobbista di Sanremo Marco Simeon, che diventa il suo uomo di punta prima nella finanza (Simeon ha ottimi uffici con Cesare Geronzi, al tempo ras di Capitalia), poi dentro la Rai.

Quando Ratzinger diventa papa, rivuole subito Bertone al suo fianco. Ruini e la cordata dei “diplomatici di carriera” fa di tutto per evitare la sua nomina a segretario di Stato. Sodano manda persino una lettera a Bertone, sconsigliandogli di accettare la carica. Gliela dà in mano, attraverso il suo segretario, Piero Pioppo. Ma non ci fu nulla da fare. Diventato braccio destro di Benedetto XVI, Bertone fa a pezzi la vecchia struttura di Wojtyla. I nemici vengono isolati. Sarà un puro caso, ma nel 2010 Pioppo viene “promosso” nunzio apostolico in Camerun (deve viaggiare anche in Guinea equatoriale). Crescenzio Sepe viene defenestrato dagli incarichi romani e mandato a Napoli, il segretario del Governatorato Renato Boccardo spedito a Spoleto. Un altro vescovo molto vicino a Sodano, Antonio Guido Filipazzi, lo scorso marzo è stato invece “premiato” e inviato in Indonesia.

Le tensioni interne sono tali che il Papa, per la prima volta nella storia, è costretto per ben tre volte a sottolineare ufficialmente, sull'”Osservatore Romano”, la sua stima e fiducia per Bertone. I corvi dello scandalo Valitealks hanno proprio Bertone come loro principale obiettivo. Nonostante tutto, non riescono a defenestrarlo: è di luglio 2012 l’ultima conferma fatta in pubblico da Benedetto XVI.

Se le ambizioni sono tante, e i successi pure, Bertone ha anelato anche parecchi fallimenti: nel 2011 il progetto di conquistare il San Raffaele di Milano per creare un unico, grande impero sanitario controllato direttamente dalla Santa Sede non decolla. La partita per il controllo del Gemelli viene persa: la fondazione Toniolo, che possiede l’Università Cattolica e l’ospedale, nonostante tutti i tentativi resta nelle mani dell’arcivescovo di Milano Angelo Scola, altro papabile che con il segretario di Stato non ha mai avuto grande feeling. Anche allo Ior le cose non vanno lisce: Ettore Gotti Tedeschi – l’ex presidente voluto da Bertone in persona nel 2009, al posto di Angelo Caloia dimissionato – è stato cacciato su due piedi dallo stesso Tarcisio, ma non è ancora riuscito ad imporre il successore (Bertone vorrebbe per quella poltrona l’americano Carl A. Anderson, cavaliere supremo dei Cavalieri di Colombo). Ora, con ogni probabilità, sarà il nuovo papa a nominare i nuovi vertici della banca di Dio e occuparsi della faccenda. Bertone si consola con Paolo Cipriani, direttore dell’istituto di cui si fida ciecamente. Anche in Rai il suo potere traballa.

L’ex numero uno Lorenza Lei che doveva la nomina all’amico salesiano (Bertone ama suonare Giuseppe Verdi, ma se è in vena può cantare anche “Io vagabondo” dei Nomadi) è infatti saltata, e il nuovo dg Luigi Gubitosi non ha rapporti così stretti con il Vaticano. Il camerlengo godere comunque di ottima stampa: Giovanni Maria Vian, suo amico, dirige l'”Osservatore Romano”, mentre il giornale dei vescovi Avvenire, seppur vicino al numero uno della Cei Angelo Bagnasco, non gli è avverso come ai tempi di Dino Boffo, ruiniano di ferro fatto fuori da Bertone con l’aiuto (involontario?) del “Giornale” di Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti.

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Il Papa si dimette. Ne sanno niente allo Ior?

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Il Papa si dimette. Ne sanno niente allo Ior?

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DI ALDO GIANNULI
aldogiaunnuli.it

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Nella storia della Chiesa c’è un unico precedente, quello di Celestino V di cui sappiamo tutti per aver studiato la “Divina Commedia” negli anni del liceo. Gli altri sono tutti morti in carica; non tutti per morte naturale, va detto: ci sono stati i martiri della prima cristianità, poi qualche papa assassinato nel Medioevo… poi forse qualche altro. In Vaticano pare vada molto in voga il caffè corretto…Il codice canonico prevede la possibilità di dimissioni del Papa, ma la cosa è sempre parsa molto sconveniente. La Chiesa è monarchica e non ama i dualismi: pensate solo al problema della convivenza fra un Papa in carica ed uno emerito. Ogni starnuto del secondo (e questo scrive libri e twitta che è un piacere) potrebbe suonare come sconfessione del precedente. Poi, sul piano simbolico, la cosa può apparire come una fuga dalle proprie responsabilità.

Quando Woitjla era già molto grave chiesero ad un prete se avrebbe potuto dimettersi e la risposta fu: “Può dimettersi Gesù dalla croce?”. Quella è una carica carismatica e delle normali dimissioni la fanno sembrare una qualsiasi carica politica.

Quando Luciani esitava ad accettare l’elezione, un cardinale gli disse: “Se il Signore dà la prova, dà anche la forza”. E questo, per un prete, chiude il discorso. Dunque, cosa può esserci stato di così grave da indurre Ratzinger ad un gesto così clamoroso? La salute? Probabilmente questa sarà la spiegazione che verrà data fra poche ore, magari ci sarà uno scoop (naturalmente smentito con forza dal Vaticano) di  un Alzheimer o qualcosa del genere. Ma non è cosa da prendersi sul serio e non solo perché Ratzinger appare in buona salute (o per lo meno, nulla fa pensare ad un suo crollo imminente) e Woityla se l’è tirata per almeno otto anni (e negli ultimi due era palesemente malconcio), ma anche per altri aspetti.

Ad esempio, lo stesso Sodano ha parlato di “fulmine a ciel sereno” e se il Papa avesse avuto problemi di salute così gravi, la cosa si sarebbe saputa prima. E lo stesso secco comunicato d’agenzia, per ora non fa cenno a motivi di salute.

Poi un’altra cosa: nella Chiesa il periodo che precede la Pasqua è quello liturgicamente più intenso e (per chi crede) più importante. Il Papa avrebbe potuto benissimo dimettersi dopo la Pasqua se non proprio dopo la Pentecoste, sotto periodo estivo, quando la cosa, pur sempre clamorosa, sarebbe parsa un po’ più “naturale”. Magari preparando il terreno con qualche “indiscrezione” nei mesi precedenti. E, invece, tutto fa pensare ad una decisione scaturita da una vera e propria crisi politica dentro le mura leonine. Quindi, la domanda è: che diavolo sta succedendo in Vaticano?

Il pontificato del povero Ratzinger non poteva essere più tormentato (e, bisogna riconoscerglielo, ne è uscito dignitosamente): scandalo dei preti pedofili, polemiche aperte con il collegio cardinalizio, problema dei rapporti con l’Islam, confronto costante con il suo predecessore e, più di ogni altra cosa, la raffica di scandali finanziari dello Ior.

Prima la fuga di documenti di monsignor Caiola che consentirono a Nuzzi di scrivere il suo libro e che ha rivelato la prosecuzione dello Ior parallelo, che si credeva finito già anni prima. Poi a raffica gli scandali Fiorani, Anemone, Roveraro e riciclaggi vari. Poi l’inchiesta della Procura romana sui movimenti dello Ior presso la Jp Morgan e le pressioni della finanza mondiale perché lo Ior regolarizzasse la sua posizione giuridica (formalmente esso non è una banca e non è soggetto ai controlli internazionali del sistema bancario).

Conseguentemente, Benedetto XVI, dopo aver imposto Gotti Tedeschi (uomo dell’Opus Dei) a capo dello Ior (sino a quel punto più vicino all’ala massonica del “sacro collegio”), decise,  a fine 2010, di aderire alla convenzione monetaria Ue, accettando l’applicazione delle norme antiriciclaggio. Quel che non servì ad evitare nuovi scandali su sospetti movimenti di capitali. A proposito: nella stranissima vicenda dei falsi titoli di Stato americani, che girano dal 2009, il nome dello Ior spunta in 6 casi su 11. Forse solo un caso.

Poi continuò implacabile la fuga di documenti per tutto il 2011-12 dietro la quale non era difficile intravedere lo scontro fra gli uomini dell’Opus e quelli della “Loggia” vaticana. Al punto che, nel maggio dell’anno scorso, Gotti Tedeschi rassegnava le dimissioni, dando il via ad un aperto scontro in seno alla commissione cardinalizia presieduta dal cardinal Bertone, segretario di Stato. Da allora lo Ior non ha un presidente effettivo.

Il prossimo 23 febbraio occorrerà riformare la commissione cardinalizia, con l’uscita dei cardinali Attilio Nicora e Laois Tauran (grande amico di Gotti Tedeschi) entrambi assai polemici con Bertone. In queste stesse settimane il nome dello Ior è tornato all’onore (si fa per dire: onore!) delle cronache per l’acquisizione di Anton Veneta da parte del Monte dei Paschi di Siena e tutto fa pensare che altro verrà fuori, nonostante la scontata smentita vaticana.

Per completare il quadro, ricordiamo che, nell’autunno scorso, ci fu un altro strano caso che coinvolgeva Bertone. Una ventina di anni fa l’ordine dei salesiani ricevette una cospicua eredità che produsse un contenzioso giudiziario, risolto grazie alla mediazione di alcuni valenti avvocati e periti. Solo che, subito dopo i valenti mediatori presentarono richieste economiche che andavano anche oltre il totale dell’eredità,  esibendo un accordo sottoscritto dall’ordine. E, infatti, nell’ottobre scorso, l’Autorità giudiziaria dava torto ai salesiani che ora rischiano il sequestro di tutti i loro beni ed il puro e semplice fallimento (e su questo torneremo). Ma come hanno fatto i salesiani a cacciarsi in un pasticcio di questo genere? A indirizzarli in questa direzione sarebbe stato Tarcisio Bertone (che viene proprio da quell’ordine) all’epoca arcivescovo di Genova. Così, Il Reverendissimo Cardinale di Santa Romana Chiesa si vide costretto a scrivere una molto imbarazzata lettera al magistrato, lamentando si essere stato raggirato da persone che avrebbero abusato della sua ingenuità. Un salesiano ingenuo? Come è fatto? Ha le antenne in testa, tre braccia ed è coperto di squame? Del mio lontanissimo passato di giovane cattolico, ricordo una battuta che circolava in molti ambienti ecclesiali: “Non saprai mai cosa pensa un gesuita e dove trova i soldi un salesiano”. Don Bosco aveva un senso degli affari ed una spregiudicatezza che era pari solo alla sua straordinaria capacità organizzativa ed al suo genio educativo. Ed i suoi seguaci non sono mai stati da meno. Quello che più inquieta è la coincidenza temporale fra l’ “accordo” che avrebbe portato alla spoliazione i salesiani e l’approssimarsi della fine del pontificato di Woitjla. Certamente un caso. Sarà che ho letto troppo Andreotti, ma questo Bertone non mi pare che la conti proprio giusta.

Ed allora, è troppo pensare che le dimissioni del Papa siano il punto di arrivo di uno scontro politico in Vaticano e che il cuore della faccenda sia lo Ior? Ma c’è anche un’altra pista – peraltro complementare- che va valutata: Ratzinger è certamente nell’ultima fase del suo mandato (un uomo di 86 anni non può pensare di avere davanti a sé molti anni ancora) ma è ancora vigile ed efficiente. E se avesse deciso di dimettersi per pilotare, in qualche modo, la sua successione?

Ed anche qui torna lo scontro fra le varie cordate pontificie: Opus Dei, Massoneria, Cavalieri di Colombo…. Vedremo. Quello che ci sembra certo è che queste dimissioni sono la mossa politica di un uomo che vuole giocare d’anticipo su altri.

Aldo Giannuli
Fonte: http://www.aldogiannuli.it
Link: http://www.aldogiannuli.it/2013/02/dimissioni-papa/
11.03.2013

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fonte comedonchisciotte.org

G DI GABER – Patti Smith – ‘I, as a person’, 21/01/2013 Che tempo che fa

Che tempo che fa : G di Gaber

Patti Smith – I, as a person

21/01/2013

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rairai·

Pubblicato in data 21/gen/2013

Che tempo che fa del 21 gennaio 2013 – La “sacerdotessa del rock” Patti Smith canta la canzone di Giorgio Gaber scritta nel 1992 – Guarda tutti i video di “Che tempo che fa” su http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/…

INIZIATIVA L’ESPRESSO – Emmott, ecco il film censurato: Proiezione il 13 febbraio alle 21 al Teatro Eliseo di Roma

Girlfriend in a Coma. “Piazza Pulita 04 02 2013”

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Pubblicato in data 04/feb/2013

Il caso “Girlfriend in a coma” e l’arroganza del potere
http://www.fanpage.it/il-caso-girlfri…

Intervista Bill Emmott, ” Forza, Italia”, come ripartire dopo Berlusconi . Video.

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Caricato in data 04/nov/2010

Intervista con Bill Emmott di Annalisa Piras . Lo scrittore, giornalista ex direttore dell’Economist, sul libro ” Forza, Italia”, e come ripartire dopo Berlusconi. Reazioni.
Bill Emmott , interview by Annalisa Piras on why he wrote the book ” Forza, Italia”, how to start again after Berlusconi. Video by Urban Stories.

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Emmott, ecco il film censurato

Sarà ‘l’Espresso’ a mostrare per la prima volta in Italia il documovie ‘Girlfriend in a coma’ dell’ex direttore dell’Economist e di Annalisa Piras, la cui proiezione era stata bloccata a Roma dal presidente del MAXXI, Giovanna Melandri

(08 febbraio 2013)

La locandina del film La locandina del film

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Com’è noto, la proiezione di “Girfriend in a coma” era stata programmata per mercoledì 13 febbraio, giorno in cui il MAXXI aveva messo a disposizione una sala. Pochi giorni dopo, però, era arrivato l’improvviso “no” del museo motivato dalla campagna elettorale in corso, dalle leggi sulla par condicio e dall’inopportunità di mostrare un impietoso film-documentario sull’Italia di oggi che contiene, tra l’altro, anche una lunga intervista a Mario Monti. A molti è apparsa una censura, a noi soprattutto un gesto che sta a metà strada tra il tragico e il ridicolo. Ed è per questo che abbiamo deciso di fare ciò che il ministero dei Beni culturali e i suoi funzionari non si erano sentiti di approvare: proiettarlo, nello stesso giorno in cui l’avrebbe doputo fare il MAXXI.

L’appuntamento è dunque per mercoledì 13 febbraio alle 21 al Teatro Eliseo di Roma. L’ingresso è libero ma i posti sono ovviamente limitati e dunque sarà ammesso in sala solo chi si sarà prenotato on line seguendo le istruzioni che da lunedì mattina troverete su questo stesso sito. Dopo la proiezione Bruno Manfellotto discuterà del film in un dibattito in sala insieme allo stesso Emmott e alla regista Annalisa Piras.

Il giorno dopo, giovedì 14 febbraio, il film sarà proiettato anche a L’Aquila (l’appuntamento è alle 18,00 al cinema Movieplex), città dove l’ex direttore dell’Economist torna dopo averla visitata nei giorni del terremoto. Anche in questo caso ci si potrà prenotare on line dal sito de “l’Espresso” o del “Centro” di Pescara (lunedì pubblicheremo le istruzioni). I due eventi di Roma e L’Aquila sono organizzati in collaborazione con Terravision Group.

Da mercoledì 13 sarà inoltre possibile acquistare in download il film dal nostro sito.

“Girlfriend in a coma”, la ragazza in coma del film, altri non è che l’Italia raccontata proprio nel passaggio dal governo disastro di Silvio Berlusconi. Diviso in tre ideali capitoli che rimandano allo schema della “Divina Commedia” – inferno, purgatorio e paradiso – il documentario-inchiesta di Bill Emmott e Annalisa Piras racconta il Bel Paese in piena libertà, in tutti i suoi aspetti negativi (i più: mafia, corruzione, burocrazia, inefficienza) e positivi (cultura, innovazione). E’ una fotografia impietosa, per certi versi indigeribile, un pugno nello stomaco che solo alla fine lascia intravedere una speranza di riscossa e di resurrezione, ma assai utile e illuminante, soprattutto perché ci mostra così come l’Italia è vista e immaginata dall’estero. Un film destinato a suscitare polemiche.

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fonte espresso.repubblica.it

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Backstage London Premiere of Bill Emmott’s “Girlfriend in a Coma”. Film by Annalisa Piras


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Pubblicato in data 03/dic/2012

Backstage premiere ” Girlfriend In a Coma” Film by Annalisa Piras , 26 Novembre Institute of Contemporary Arts – London . Reactions and Comments from Audience .
Written, directed and produced by Annalisa Piras. Narrated and co-written by Bill Emmott

http://www.ilsole24ore.com/art/cultur…

http://www.girlfriendinacoma.eu

Video Prima a Londra del documentario di Bill Emmott ” Girlfriend In a Coma’