Archivio | celebrazioni RSS for this section

Don Gallo, Bella Ciao per salutarlo Fischi a Bagnasco che ricorda Siri

L’intervento di don Ciotti ai funerali di don Gallo

RaiNews24 RaiNews24

Pubblicato in data 25/mag/2013

Prima parte dell’intervento di don Ciotti ai funerali di don Andrea Gallo.

Tanti applausi hanno interrotto piu’ volte l’intervento di Don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera,
che ha preso la parola durante i funerali di Don Andrea Gallo, nella Chiesa del Carmine, a Genova. Don Ciotti ha ricordato che “Don Andrea e’ stato sacerdote, un prete che ha dato nome a chi non l’aveva o, se lo aveva, se lo era visto negare da qualcuno” per “riconoscere la dignita’, la liberta’ della persona su cui bisogna continuare sempre a scommettere”.

*

RaiNews24 RaiNews24

Pubblicato in data 25/mag/2013

Seconda parte dell’intervento di don Ciotti ai funerali di don Andrea Gallo.

**
https://i2.wp.com/images2.corriereobjects.it/Primo_Piano/Cronache/gallery/2013/05/dongallo/morte/img_morte/dongallo_01_941-705_resize.jpg
fonte immagine corriere.it

Don Gallo, Bella Ciao per salutarlo
Fischi a Bagnasco che ricorda Siri

Durante il rito religioso, fischi e proteste contro l’arcivescovo Bagnasco quando ricorda il cardinale Siri: interrotta l’omelia. Applausi a Vladimir Luxuria che ringrazia Don Gallo per l’accoglienza verso i transgender. Migliaia di persone in corteo cantando “Bella Ciao”  lungo tutto il percorso, sotto la pioggia. Don Ciotti: “Don Andrea era innamorato dei poveri e saldava la terra con il cielo”. Il saluto del sindaco Doria e di Moni Ovadia. Oggi sarà sepolto a Campoligure.

Don Gallo, Bella Ciao per salutarlo Fischi a Bagnasco che ricorda Siri Il corteo dietro il feretro

.

di DONATELLA ALFONSO, RAFFAELE NIRI, MARCO PREVE, BRUNO PERSANO, AVA ZUNINO

.

Fischi e proteste contro l’arcivescovo di Genova e presidente della Cei Angelo Bagnasco durante il rito religioso per don Andrea Gallo nella chiesa del Carmine. Durante l’omelia il cardinale ha ricordato la figura del cardinale Siri, scatenando fischi e grida di “vergogna” (video). Era stato infatti il cardinale Siri a decidere nel 1970 l’allontanamento di Don Gallo dalla chiesa del Carmine dove aveva iniziato la sua attività pastorale e dove ora simbolicamente è tornato.

Bagnasco si è interrotto mentre all’esterno della chiesa si continuava a cantare Bella Ciao, come durante tutto il corteo che ha accompagnato Don Gallo dalla chiesa di San Benedetto fino al Carmine. E’ stata Lilly, la storica collaboratrice del sacerdote scomparso, a zittire la protesta richiamando al rispetto e al dialogo. Bagnasco ha concluso velocemente, lasciando la  parola a Vladimir Luxuria che riporta applausi e commozione quando ringrazia Don Gallo “per averci fatto sentire, noi creature transgender, figlie di Dio e volute da Dio”.

Dopo la Comunione regolarmente impartita da Bagnasco, è don Luigi Ciotti, tra gli applausi, a ricordare la figura del sacerdote scomparso “innamorato dei poveri” e a richiamare alla Chiesa dell’accoglienza che riporta tutti al suo interno. Poi ricorda le tante battaglie comuni con lo scomparso, uomo della società civile ma soprattutto sacerdote “capace di unire la terra con il cielo”. Quando esce la bara, lacrime e saluti a pugno chiuso, e ancora applausi a scandire di nuovo le parole di Bella Ciao (video). Infine, il saluto del sindaco di Genova Marco Doria e del regista e autore Moni Ovadia. Nel pomeriggio la sepoltura a Campoligure in Valle Stura, accanto ai genitori.

LE IMMAGINI: 12

IL CORTEO. Sotto una pioggia battente il corteo era partito alle 10 dalla chiesa di San Benedetto al Porto dove si era tenuta la camera ardente per Don Gallo, scomparso martedì, aperto da un gruppo di religiosi in tonaca bianca e con lo scapolare con i colori della bandiera della pace. Tra loro don Luigi Ciotti e don Vitaliano Della Sala, una via dolorosa sotto la pioggia. Dietro, il furgone grigio con la bara, su cui si intravedevano il cappello nero, la bandiera rossa e quella del Genoa, seguito dai familiari e dai componenti e collaboratori della Comunità di San Benedetto. Un battito ritmato di mani ha segnato il passaggio del corteo. In piazza della Nunziata, calmata la pioggia, un gruppo di ortuali ha preso a spalle la bara sino alla chiesa.

Dalle finestre lenzuola e drappi con il saluto dei genovesi “Ciao Don”, “Grazie Don”. Moltissime le bandiere, dai gruppi No Tav e i No dal Molin a quelle rosse delle varie sigle della sinistra e del Genoa, la quadra del cuore dello scomparso, tra cui lo striscione della Fossa dei Grifoni. Presenti anche l’allenatore del Genoa Davide Ballardin, che nei giorni scorsi era stato uno degli ultimi ad incontrare il “Don”, e l’ex tecnico rossoblu Giampiero Gasperini. Moni Ovadia, tra i primi a giungere a San Benedetto, ha commentato: “Sono ebreo e agnostico, ma secondo me risorge”.

Presenti Maurizio Landini, segretario della Fiom, Marco Revelli, Dori Ghezzi (video), Nando dalla Chiesa, il segretario del Prc Paolo Ferrero tra gli altri. C’è anche l’imam di Genova Salah Hussein, insieme allo scrittore Marco Revelli e al padre di Carlo Giuliani, Giuliano. Tantissimi i cittadini genovesi, di tutte le età. “Ci voleva Don Gallo a unire tutte queste sinistre”, è un commento ricorrente. Un grande striscione del centro sociale Terra di Nessuno riporta la scritta “Hasta siempre comandante Gallo. In direzione ostinata e contraria”.

Quando entra in chiesa la bara, Don Luigi Ciotti abbraccia una delle “princese”, le trans del Ghetto, che è in attesa accanto a Vladimir Luxuria. Un fortissimo applauso riempie la chiesa mentre la bara del “Don” viene posata davanti all’altare, tra le lacrime dei sacerdoti.

Bagnasco e la trans sull’altare per don Gallo

I COMMENTI. Dori Ghezzi ha fatto sapere di aver perso un “punto cardinale” e che ora dovrà “tornare a navigare a vista”. Landini ha ricordato la grande vicinanza di Don Gallo alla Fiom. “lo avevamo invitato anche all’ultima manifestazione” ha commentato.Vladimir Luxuria raggiunge la chiesa del Carmine, già colma di gente comune in attesa: “Mi ricordo le sue mani così ossute eppure così calde che mi accarezzavano”. E piange. Accanto, c’è Alba Parietti: “Mi ha mandato da lui l’anima di mio padre. Mi aveva detto ‘vai da lui se hai bisogno di qualcosa”.

FISCHI A BAGNASCO. Dopo gli applausi, un grande silenzio accompagna l’inizio del rito. All’esterno, la folla invade tutta via Brignole De Ferrari. All’inizio dell’omelia, l’arcivescovo Bagnasco ricorda l’impegno di Don Gallo per “i suoi ragazzi per i quali ha dedicato la vita” e ricordando che Don Gallo “svolse il suo
ministero sacerdotale con lo sguardo ed il cuore attratti da coloro che portavano più evidenti le ferite del corpo e della vita, quelle dell’anima. Come il samaritano del Vangelo e come missione di ogni sacerdote ha cercato di lenire i dolori di chi incontrava con l’olio della consolazione ed il vino della fiducia ridonando speranza per guardare al domani”.

Ma quando ricorda il cardinale Siri “che Don Andrea ha sempre considerato un padre e un benefattore”, si alzano fischi e proteste dall’esterno della chiesa. Dove, a sovrastare le parole del cardinale, viene di nuovo intonata Bella Ciao e scattano altri applausi che sovrastano le parole dell’arcivescovo.  Poi sono le grida “Andrea Andrea”, anche in chiesa, a interrompere il discorso di Angelo Bagnasco, mentre si chiede a gran voce l’intervento di Don Ciotti. Solo l’intervento di Lilly, da sempre collaboratrice di Don Gallo, interrompe la protesta. “Ragazzi, non abbiamo rispetto di Andrea che aveva un grosso rispetto per il proprio vescovo. Se vogliamo bene a Gallo impariamo ad ascoltare tutte le voci”.

LE PAROLE DI DON CIOTTI.
“Se trovate qualcuno che ha capito tutto dalla vita, salutatelo da parte mia e di don Gallo, e cambiate strada. È la strada che ci ha insegnato che ogni persona è vita e storia, e che la diversità mai deve diventare avversità”. Gli applausi, in chiesa e fuori, punteggiano l’intervento di Don Luigi Ciotti, subito dopo la comunione. Ricorda il no ai “cristiani da salotto” richiamato da papa Francesco, e segnala un Don Gallo “innamorato di Dio, saldava la Terra con il Cielo”, così come dei poveri; l’importanza dei simboli “in cui don Gallo credeva maggiormente: la Bibbia e la Costituzione”. Il fondatore di Libera ha ricordato che lo scomparso aveva pianto per Carlo Giuliani. “Così come si è indignato davanti alla base americana di Vicenza: ma cosa ce ne facciamo di quelle cose lì quando non abbiamo i soldi per i servizi sociali?”. E a concludere, ha auspicato tra gli applausi  “che la tua comunità continui la tua opera”.

IL SINDACO E OVADIA. Il ringraziamento di genova a Don Gallo è stato portato dal sinaco Marco Doria. L’ultimo intertvento, sul sagrato della Chiesa del carmine, è stato riservato al regista e autore Moni Ovadia (video).  “Don Gallo – ha detto il primo cittadino – non amava le etichette, ma si definiva in due modi: partigiano e antifascista”. Moni Ovadia ha invece scherzato spiegando che “il Gallo” lo aveva nominato suo direttore spirituale: “Diceva sempre che lui ce l’aveva un direttore spirituale, che era ebreo e che era Moni Ovadia”. Il regista ha poi detto: “Per la mia religione, il mondo si sostiene grazie a 36 giusti. Per ora gli altri 35 non li ho incontrati”. L’ultimo ringraziamento è quello di Vladimir Luxuria: “Non ci ha mai giudicati, ci ha solo e semplicemente amati”.
(25 maggio 2013)

.

fonte genova.repubblica.it

PRINT – EMAIL – PDF

Annunci

25 aprile, la giornata in tutta Italia. M5S: ci saremo ma non in prima fila

25 aprile, la giornata in tutta Italia.  M5S: ci saremo ma non in prima fila
Il Presidente della Repubblica all’Altare della Patria (agf)

25 aprile, la giornata in tutta Italia.
M5S: ci saremo ma non in prima fila

Napolitano prima all’Altare della Patria, poi in Via Tasso: “Servono coraggio e fermezza”. I Cinque stelle: “Saremo presenti, ma come semplici cittadini”. Zingaretti: “Legittimo. A volte mi sembrano prigionieri di questa voglia di distinguersi a tutti i costi anche quando non ce ne sarebbe bisogno”

.

ROMAAd aprire la giornata di commemorazioni – per il 68esimo anniversario della Liberazione – è stato il capo dello Stato, Giorgio Napolitano che accolto con un grande applauso della folla, ha deposto la corona all’altare della Patria a Roma. Una cerimonia sobria davanti a tutte le autorità civili, politiche e militari; erano presenti, i presidenti di Camera e Senato, Grasso e Boldrini, il presidente del Consiglio uscente, Mario Monti, il sindaco della Capitale, Gianni Alemanno, il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.

Al termine della cerimonia, prima di lasciare piazza Venezia per dirigersi in via Tasso, dove
ha inaugurato il nuovo allestimento che ricorda le vittime delle torture naziste, Napolitano ha salutato le associazioni dei militari in congedo che lo hanno ringraziato per aver nuovamente accettato l’incarico di Capo dello Stato. “Nei momenti cruciali per il Paese in tempo di crisi la memoria è fondamentale. Venendo in posti come questi, c’è sempre molto da imparare sul modo di affrontarli: serve coraggio, fermezza e senso dell’unità, che furono decisivi per vincere la battaglia della resistenza”, ha detto il capo dello Stato lasciando il Museo della Liberazione dove è stato accolto da un coro di bambini ha cantato per lui “Bella Ciao” e l’Inno nazionale.

Molti i politici mobilitati per le manifestazioni, in tutta Italia. Compresi i parlamentari del M5S, che hanno però deciso di essere presenti alle cerimonie come semplici cittadini, non in prima fila e sui palchi.

“Penso che siano atteggiamenti di elitarismo, di chi si vuole sempre distinguere finendo poi però per distinguersi dallo spirito degli italiani”, ha detto il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, commentandol’atteggiamento del Movimento 5 Stelle nei confronti della festa della Liberazione. “Legittimo – ha aggiunto – ma mi sembrano a volte prigionieri di questa voglia di distinguersi a tutti i costi anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Il 25 aprile dovrebbe essere la giornata dell’unità e dell’incontro con il popolo. Quello che è giusto è farlo con le persone, e non a caso oggi è una giornata di cortei, di maratone, di biciclettate e di feste nei parchi. E’ una festa – ha concluso il governatore – perchè quando dal fascismo si passa alla libertà non può che essere tale”.

Giorgio Napolitano, subito dopo essere stato all’altare della Patria, andrà in via Tasso a Roma per l’inaugurazione del nuovo allestimento del Museo storico della Liberazione. A Marzabotto, teatro della strage che si consumò nel settembre del 1944 con l’ uccisione da parte delle milizie nazifasciste di 800 persone per rappresaglia contro i partigiani della Brigata Stella Rossa, la cerimonia vedrà la partecipazione di Grasso, della leader della Cgil Susanna Camusso e di Cecilia Strada, ma anche della madre di Federico Aldrovandi, Patrizia Moretti, e del sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini.

A Roma previsti una serie di cortei, maratone e strade chiuse per le biclette dalla mattina a mezzanotte. I partigiani dell’Anpi sfilano da Colosseo al Campo Boario. Pedalate nei luoghi storici della Resistenza e cortei di studenti.

Milano il tradizionale corteo da porta Venezia a piazza Duomo (VIDEO) e la successiva manifestazione saranno chiusi dall’intervento di Boldrini, che terrà un’orazione commemorativa anche a Genova: ci sarà il sindaco Giuliano Pisapia, che si augura una “manifestazione pacifica” proprio nel rispetto dello spirito della Festa, ma anche i presidenti della Provincia e della Regione. Il 25 aprile “non è solo memoria, ma attualità”, sottolinea oggi l’Arci, che assieme all’Associazione nazionale partigiani ha organizzato iniziative in tutta Italia. A Bologna previsti molti eventi, dalle camminate in varie zone della città, alla depozione delle corone.

In Sicilia, presidio di ‘liberazione dal Muos’, a Niscemi, in contrada Ulmo, dove è prevista la realizzazione del sistema satellitare Usa di difesa. Per tutta la giornata comitati, famiglie e mamme No Muos hanno deciso di occupare l’area con dibattiti, passeggiate lungo i sentieri vicini e mostre. Di ieri la notizia che il ministero della Difesa ha impugnato davanti al Tar Palermo la revoca da parte della Regione delle autorizzazioni relative al Muos.

In Toscana sarà Matteo Renzi a prendere la parola, questa mattina nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, per commemorare il 68° anniversario della Liberazione. Il sindaco, come era già successo nel 2010, ha scelto di intervenire in prima persona, senza affidare l’orazione ufficiale del 25 aprile a un ospite illustre come era avvenuto, negli anni passati, col giudice della Corte costituzionale Paolo Grossi (2012), il cardinale Silvano Piovanelli (2011), l’allora presidente della Regione Claudio Martini (2009) o la presidente di Libertà e Giustizia Sandra Bonsanti (2008). A Parma la giornata di eventi inizia con il corteo ufficiale e la deposizione delle corone ai monumenti al Partigiano e ai Caduti, il discorso delle autorità in piazza Garibaldi, per concludersi con il concerto: sul palco Meg (ex 99 Posse), Maria Antonietta e la band spagnola Pegatina (tutti gli appuntamenti).

A Torino duemila persone hanno sfilato da piazza Arbarello, per via Cernaia fino a piazza Castello per la fiaccolata del 25 aprile (FOTO). Il sindaco Piero Fassino in testa, insieme all’assessore comunale alla Cultura, Maurizio Braccialarghe, e il consigliere regionale del Pdl Giampiero Leo. Tra la folla, le bandiere di Cgil, Cisl, Uil, No Tav e ancora, Anpi, Pd e Fiom. In corteo anche tante famiglie con bambini. Durante il suo discorso il sindaco è stato contestato e  interrotto dai fischi di un gruppo di antagonisti che hanno anche esposto cartelli di protesta (VIDEO).

.

APPROFONDIMENTI

.

(25 aprile 2013)

.

fonte repubblica.it

PRINT – EMAIL – PDF

LA PIU’ BELLA DEL MONDO – Benigni, successo oceanico. E il Tg1 ‘pilota’ le interviste… / VIDEO: Roberto Benigni in: “La Più Bella Del Mondo” [RAIUNO COMPLETO 17-12-2012]

Roberto Benigni in: “La Più Bella Del Mondo” [RAIUNO COMPLETO 17-12-2012]


zeppymetalzeppymetal

Pubblicato in data 17/dic/2012

In diretta dal Teatro 5 di Cinecittà Raiuno e la Melampo Cinematografia presentano lo spettacolo in diretta di roberto benigni andando in onda su raiuno il 17 dicembre 2012 intitolato: La piu bella del mondo: LA COSTITUZIONE ITALIANA come non l’avete mai conosciuta!!!

In questa puntata Roberto Benigni commenta la possibile nuova candidatura alla Presidenza del Consiglio di Silvio Berlusconi (una minaccia per tutti noi). ipercorre la storia della politica partendo da un’antica legge del Medio Evo, il Porcellum, e narrando le storie di alcuni incredibili personaggi del tempo. legge gli articoli piu fondamentali della costituzione tra cui l’articolo 5 della Costituzione dedicato all’unità nazionale e alla tutela delle autonomie locali.

Roberto Benigni, il Tg1 diventa L’opinione rotante di G’Day

https://i2.wp.com/cdn.cinetivu.com/wp-content/uploads/2012/12/roberto-benigni.jpg

.

di Marcello Filograsso
18 dicembre 2012

.

Roberto Benigni in La più bella del mondo ha riscosso un successo oceanico: ben  12.619.000 spettatori e uno share del 43,93 per cento. Lo show è piaciuto quasi a tutti e oggi il Tg1 delle 13.30 ha gongolato sugli ascolti bulgari in una maniera alquanto bislacca, con una vox populi perplessa sulle battute in merito a Silvio Berlusconi.
Su quattro persone intervistate, ben due hanno dichiarato di non aver affatto apprezzato le freddure del comico toscano “in riferimento all’ex Presidente del Consiglio”. Mi direte: d’accordo, non possiamo tutti pensarla allo stesso modo, Benigni non può piacere a chiunque. Naturalmente, deve ancora nascere chi deve piacere a tutti (forse), ma il cronista del Tg1 deve aver fatto una fatica enorme a trovare chi non ha apprezzato lo spettacolo per le battute su Silvio Berlusconi, tra l’altro senza citarne nemmeno il nome.

Al massimo si può imputare a Roberto Benigni di avere un unico bersaglio nelle sue performance, ma i commenti di questi signori sono sembrati più una difesa del Cavaliere che una critica al programma televisivo. A pensar male si fa peccato, ma francamente ho avuto l’impressione che almeno uno dei due denigratori – per non dire entrambi – siano stati imbeccati da “qualcuno più potente di loro”, per usare un’espressione del comico toscano. Mi è sembrato, ma potrei sbagliarmi, un servizio pilotato per rispettare la surreale par condicio. E come se non bastasse, un ragazzo ha detto che Benigni che è un esempio per i giovani dopo che gli era stato palesemente suggerito da una voce fuori campo.

Un servizio di tale fattura mi ha ricordato L’opinione rotante, una rubrica contenuta in G’Day – il preserale condotto da Geppi Cucciari su La7 e prossimo alla chiusura venerdì 21 dicembre – nella quale un passante viene fermato da un cronista del TgLa7 per dare la sua opinione al fatto del giorno, ma poi scopre con sorpresa che il servizio verrà venduto anche ai telegiornali concorrenti e il malcapitato si trova a dover cambiare il suo parere pur di comparire in video. E sono stati tanti i coraggiosi che lo hanno fatto.

Un esempio? Eccovelo. Nella puntata del 6 dicembre la cronista del TgLa7 chiede a una signora:

Secondo l’Economist la Svizzera è il miglior Paese dove nascere. Lei cosa ne pensa?

La signora: “Hanno ragione. E’ il migliore al mondo eccome”.

Cronista: “Ecco, siccome l’intervista andrà in onda in Italia, può dirmi che non è vero, che l’Italia è un Paese migliore … “

Signora: “Oddio, mi fa dire una bugia, non riesco … “

Guardate da voi cosa succede cliccando qui.

.

fonte cinetivu.com

PAGLIACCIATE STORICHE – Marcia su Roma, scontro a Perugia sulla rievocazione: protesta dell’Anpi

http://valterbinaghi.files.wordpress.com/2010/08/armatabrancaleone.jpg
L’Armata Brancaleone – fonte immagine

Marcia su Roma, scontro a Perugia sulla rievocazione: protesta dell’Anpi

La presidente Marini: «In contrasto con la nostra coscienza civile». E l’onorevole Verini chiama il ministro Cancellieri

.

PERUGIA – Tutti contro la rievocazione della Marcia su Roma del prossimo week end. Dopo l’uscita dei giorni scorsi di Emiliano Pampanelli, capogruppo del Prc al Comune di Perugia, che anche ieri ha ribadito la sua contrarietà all’iniziativa, si muovono le istituzioni. Il convegno sulla Marcia su Roma, secondo la presidente della Regione Catiuscia Marini,«non dovrebbe essere svolto, ritengo questa iniziativa sia in totale contrasto con la storia e la coscienza civile dell’Umbria e di tutto il Paese».

Duro il sindaco Wladimiro Boccali: «Che qualcuno organizzi a Perugia una sorta di pantomima celebrativa della Marcia su Roma – ha detto – potrebbe sembrare grottesco, se non fosse, prima di tutto, politicamente disgustoso». Una «ferma condanna» è arrivata anche dal presidente della Provincia di Perugia, Marco Vinicio Guasticchi. «Feriti e costernati dal fatto che per le strade di Perugia siano stati affissi manifesti che ricordano la Marcia su Roma» si sono detti Francesco Innamorati e Mario Bravi, di Anpi e Cgil Umbria, annunciando per sabato prossimo un presidio antifascista in corso Vannucci (dalle 10), al quale aderirà «con convinzione» anche il Pd umbro («si tratta di una provocazione di cattivo gusto – secondo il segretario regionale Lamberto Bottini – che oltraggia la Costituzione e offende la memoria della Resistenza»).

Mentre il deputato del Pd Walter Verini ha segnalato l’evento al ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, chiedendole di «valutare la situazione» e sottolineando che l’iniziativa «prevede la presenza di nostalgici, neofascisti, estremisti di destra e sigle che rievocano pagine terribili della storia italiana». Renato Locchi, capogruppo del Pd in consiglio regionale, parla di «inquietante amarcord e di tentativo di enfatizzare un accadimento funesto per gli italiani».
Per il consigliere regionale Orfeo Goracci (gruppo Comunista Umbro) «riportare sui manifesti forme che ricordano la marcia su Roma è offesa per la Costituzione per gli italiani che coraggiosamente opposero una dura e forte resistenza al fascismo». Per il capogruppo dell’Idv a palazzo Cesaroni, Oliviero Dottorini,«non è accettabile celebrare la marcia su Roma né organizzare manifestazioni per il ricordo». Il convegno si tiene sabato e domenica, in occasione dei 90 anni della Marcia su Roma partita proprio dal capoluogo, dall’hotel Brufani che ospiterà l’appuntamento.

Tra le iniziative, previsto anche un «omaggio religioso» sulle tombe degli «squadristi perugini» nel cimitero della città. A organizzare il convegno, il Comitato Pro 90/o anniversario della Marcia su Roma. «Ci dispiace per le polemiche – ha aggiunto, ha spiegato il responsabile culturale, Pietro Cappellari- ma è un’esagerazione pensare che sia una manifestazione politica. È un convegno che può interessare oppure no». Ma Perugia si ribella e scende in piazza cn il preisdio antifascista.

Martedì 23 Ottobre 2012 – 19:11
Ultimo aggiornamento: 19:31
.

‘Love me do’, 50 anni fa nasceva il mito dei Beatles

Caricato da in data 07/feb/2008

Love me Do-The Beatles ’62

‘Love me do’, 50 anni fa nasceva il mito dei Beatles

https://i1.wp.com/www.agi.it/uploads/newson/58/6n/586nHUcKwlg38g_L6VKElQ/thumb250-700_dettaglio2_beatles.jpg

.

(AGI) – Roma – Il 5 ottobre 1962 usciva il primo 45 giri dei Beatles, “Love Me Do” (con “PS I love you” come retro), prima pubblicazione ufficiale di un gruppo che aveva avuto il suo battesimo un paio di anni prima ad Amburgo. Questa data segna l’inizio di un incredibile viaggio musicale che portera’ un quartetto formato da John Lennon, Paul Mc Cartney, George Harrison e Ringo Starr a cambiare per sempre il mondo. Rivoluzionari e puri, nessuno aveva mai scritto in passato come Lennon e McCartney che insieme a George Harrison e Ringo Starr sono stati la sintesi di tutto quello che e’ avvenuto prima e sarebbe arrivato dopo. In meno di otto anni (la dichiarazione ufficiale dello scioglimento della band e’ del 10 aprile 1970), i Fab Four segnarono un’epoca nella musica, nel costume, nella moda e nella pop art e sono ritenuti, ancor piu’ a distanza di 50 anni, un fenomeno di comunicazione di massa di proporzioni mondiali facilmente riscontrabile ancora oggi in tutto il mondo. A livello commerciale, oltre ad essere gli artisti con il maggior numero di vendite nella storia della musica con oltre un miliardo di dischi venduti, sono diverse decine i record che i Beatles si sono aggiudicati negli anni cosi’ come i moltissimi premi, award e riconoscimenti assegnati ai quattro, tra cui il conferimento della medaglia che li porto’ a diventare poco piu’ che ventenni Baronetti dell’Ordine dell’Impero Britannico nel 1965.

La storia musicale dei quattro ragazzi di Liverpool e’ fatta di oltre 200 canzoni scritte fra il 1962 e il 1970 e di album che hanno segnato una rivoluzione culturale di portata mondiale e che, soprattutto nella seconda parte della loro carriera, hanno assegnato ai Fab Four il ruolo di veri pionieri e precursori per quanto riguarda le tecniche di registrazione innovative e all’avanguardia, sviluppate negli storici Abbey Road Studios. Senza tener conto delle raccolte, i Beatles pubblicarono in totale 13 album (considerando anche il doppio EP di Magical Mystery Tour che entro’ a far parte della discografia ufficiale solo successivamente) e la loro filmografia comprende ben 5 film, “A Hard Day’s Night”, “Help!”, lo stesso “Magical Mystery Tour”, il film d’animazione “Yellow Submarine” e “Let It Be”, con la testimonianza del loro famoso ultimo concerto sul tetto della Apple. (AGI)

.

fonte agi.it

CI MANCAVA – Lazio: Inaugurato sacrario per Rodolfo Graziani, pagato 127mila euro con fondi regionali / Chi era Graziani


Graziani ad Addis Abeba – fonte immagine

Inaugurato sacrario per Rodolfo Graziani, polemiche sui fondi regionali

Costato 127 mila euro, presi dai fondi stanziati dalla Regione per il «completamento del parco di Radimonte»

.

Il sacrario dedicato a GrazianiIl sacrario dedicato a Graziani
.

ROMA – Inaugurazione tra mille polemiche ad Affile, vicino a Roma, del parco di Radimonte dove è stato realizzato un sacrario dedicato al Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani (originario di Filettino, nel Frusinate), ministro della Difesa di Salò. Tra accuse e interrogazioni alla governatrice Renata Polverini, il monumento è finito nella bufera. Bloccato tra gli anni Novanta e il Duemila, il mausoleo al gerarca fascista è stato riproposto e portato avanti, da circa un anno, dal sindaco Ercole Viri. Sabato 11 la cerimonia nel paese dell’alta Valle Aniene con tanto di banda musicale e una conferenza sul “Leone di Neghelli”, protagonista anche del famoso “abbraccio di Arcinazzo” con Andreotti, allora giovane sottosegretario del governo De Gasperi Un centinaio i presenti.

Un momento dell'inaugurazioneUn momento dell’inaugurazione

.

FINANZIAMENTO NEL MIRINO – Lo scontro politico si estende anche al finanziamento regionale di 180 mila euro (impegno di spesa in due annualità), stanziato con determinazione del febbraio 2010 per il «completamento del Parco Radimonte». L’opera, con annesso museo e locali di servizio, è costata 127 mila euro. «Un’indecenza – attaccano i consiglieri regionali Pd Enzo Foschi e Tonino D’Annibale -, resa possibile da un escamotage. Lo stanziamento complessivo finanziato ammontava a circa 30 milioni di euro riferito al Programma Straordinario Regionale di investimenti per lo sviluppo locale e riguardava ampie porzioni del nostro territorio. Oltre 200 Comuni in tutto il Lazio- aggiungono Foschi e D’Annibale – avevano presentato domanda per interventi e lavori di pubblica illuminazione, manutenzione straordinaria di strade ed edifici scolastici, adeguamento della viabilità, realizzazioni di marciapiedi e parcheggi». Secondo i due consiglieri regionali «il progetto presentato dal Comune di Affile prevedeva semplicemente il completamento del Parco Radimonte. Da febbraio 2010 a oggi è divenuto invece un luogo per tenere viva la memoria di un gerarca fascista, repubblichino e colpevole di crimini contro l’umanità».

LA DIFESA DEL SINDACO – I lavori del parco Radimonte, voluto dal sindaco Ercole Viri (che da tre anni guida un’amministrazione di centrodestra), si sono conclusi in queste settimane. Il progetto ha già visto l’opposizione dell’Anpi Roma (l’associazione nazionale partigiani d’Italia) che lo ha definito «una vergogna», e un duro scontro con il primo cittadino, che difende il ‘sacrario’ dedicato al ministro della Difesa di Salò sostenendo che «tanti affilani orgogliosamente rivendicano la lealtà, la coerenza e l’eroicità del loro “Grande Concittadino” . Il tempo – sostiene Viri – sarà galantuomo e la revisione storica renderà giustizia»’. Il sindaco cerca di gettare acqua sul fuoco delle polemiche. Dice che lui avrebbe intitolato un monumento anche a Togliatti. E si giustifica sostenendo che sul progetto presentato alla Regione per ottenere i fondi «il nome di Graziani non c’era solo perché ad Affile il soldato con la s maiuscola è lui. Non è colpa nostra – conclude – se non abbiamo personaggi di sinistra». Nel paese dell’alta Valle Aniene, però, non tutti sono d’accordo. «Qui i problemi sono altri – dice chi non condivide il progetto -, tra disoccupazione e crisi economica. Quei soldi potevano essere spesi per cose più utili».

«LA REGIONE PRENDA POSIZIONE» – Dopo gli attacchi del Pd, arrivano quelli di Sel. L’affondo porta la firma del capogruppo in Consiglio regionale, Luigi Nieri, assessore al Bilancio quando fu approvato il finanziamento per completare il parco di Radimonte. Nieri ora chiede la revoca dei fondi e accusa: «E’ impensabile, in un paese democratico- afferma – che vengano celebrati simili personaggi. Ma è ancora più grave che lo si faccia con i soldi dei cittadini del Lazio, utilizzando fondi accordati per altre finalità. La Giunta regionale non può far finta di niente. Per questo chiediamo, nel rispetto dei principi costituzionali, che la Giunta Polverini prenda una posizione netta su quanto accaduto e, oltre a non partecipare all’evento, revochi il finanziamento, in quanto le risorse sono state utilizzate impropriamente e non esclusivamente per le finalità previste».

BOTTA E RISPOSTA – La polemica si è infiammata. Il capogruppo del Pd alla Regione Lazio, Esterino Montino, con una lettera aperta definisce «inaccettabile» il sacrario al Maresciallo d’Italia e chiede al prefetto di Roma e alla magistratura di verificare «se ci siano gli estremi di apologia del fascismo e distrazione di fondi». A Montino risponde l’assessore regionale ai Trasporti Francesco Lollobrigida: «Assisto oggi – dichiara – al reiterarsi di monotoni accenti recitati a memoria da esponenti della sinistra, forse privi di temi più concreti. Ho partecipato a tutte le iniziative organizzate dal Comune di Affile da quando ho iniziato a fare politica». Sul monumento al ministro di Salò lo scontro politico è destinato a regalare nuovi capitoli.

Antonio Mariozzi

.

fonte corriere.it

____________________________________

Chi era

Rodolfo Graziani


fonte immagine

Nato a Filettino (Frosinone) l’11 agosto 1882, morto a Roma l’11 gennaio 1955.

Militare di carriera, raggiunse l’alto grado di Maresciallo d’Italia, ma si distinse più per le sue guerre di repressione, costate migliaia e migliaia di morti, che per le sue doti di stratega nelle campagne di difesa dell’Etiopia e della Libia nella seconda guerra mondiale. Figlio di un medico condotto, venne destinato dapprima al seminario, ma preferì fortemente il mestiere delle armi senza poter frequentare l’Accademia di Modena, ma effettuando il normale servizio di leva come allievo ufficiale nel 94° reggimento fanteria di Roma dal quale uscì sottotenente il 1° maggio 1904 e destinato a Viterbo, per passare due anni dopo al 1° Reggimento Granatieri di Roma.

Il suo primo contatto con il mondo africano, che si rinnoverà poi più volte, avvenne nel 1908, destinato a un presidio in Eritrea dove, oltretutto, imparò lingue locali che si riveleranno molto utili in fasi successive della sua carriera. Partecipò con il grado di capitano alla guerra italo-turca e si mise in luce nel conflitto mondiale 1915-1918 durante la quale fu ferito ed ebbe decorazioni. Alla cessazione delle ostilità venne promosso colonnello e a 36 anni risultò il più giovane ufficiale con quel grado.

Dopo uno sfortunato intermezzo di imprese commerciali con prodotti orientali, che durò in tutto un anno, ritornò al mestiere delle armi e, inviato in Libia, inizia quella attività di repressione brutale e sanguinosa contro le etnie locali con deportazioni di massa in campi di concentramento in forme che anticipano avvenimenti della seconda guerra mondiale.
Quando nel 1921 viene inviato in Libia, in effetti la colonia è quasi totalmente sfuggita al controllo italiano. Soprattutto in Cirenaica è presente un forte movimento che reclama l’indipendenza della Libia. A guidarlo è il “leone del deserto”, Omar al Mukhtar. È uno sforzo militare straordinario quello che serve per la riconquista della Libia e per combattere la ribellione delle popolazioni locali, ma Mussolini frattanto al potere – sognando già uno sforzo militare straordinario quello che serve per la riconquista della Libia e per combattere la ribellione delle popolazioni locali,

Per isolare il movimento combattente si usano tutti i mezzi e soprattutto Graziani ricorre ai sistemi più brutali contro le varie tribù organizzando grandi trasferimenti coatti di popolazione ristretta poi in campi sorvegliati e senza risorse, abbattendo tutto il bestiame, riducendo alla fame donne, uomini, vecchi e bambini senza pietà. Il numero delle vittime è enorme perché le offensive di Graziani si spingono anche molto all’interno, in pieno deserto, pur di fare terra bruciata intorno all’esercito di Omar al Mukhtar. Il quale venne catturato l’11 settembre 1931 durante un trasferimento di suoi reparti, e fucilato davanti ad un folla di ventimila deportati, dopo un processo di cui si possono immaginare le garanzie. Basterà ricordare che il capitano dell’esercito italiano Roberto Lontano venne fatto arrestare per essersi impegnato troppo a fondo nella difesa d’ufficio di al Mukhtar.

Vale la pena di leggere l’ordine del giorno tronfio e retorico con cui Graziani annunciava la cattura del capo ribelle:
“Omar al Mukhtar, il capo politico e militare dei ribelli, è caduto nella rete che da diciassette mesi sul Gebel cinquanta volte si era aperta e chiusa per afferrarlo: c’è caduto alfine! E non è fortuita circostanza: è la tenacia, la fede, il valore, lo spirito di sacrificio dei comandanti e delle truppe che hanno trionfato! È il metodo che si è venuto affinando in tutti gli atti dell’operazione bellica, dall’esplorazione aerea a quella terrestre, dal concetto di manovra all’esecuzione nel campo tattico! È lo strumento che è stato lubrificato in tutte le sue articolazioni! È l’armonica azione dell’aviazione, dei battaglioni, degli squadroni! Ufficiali, soldati, siamo a una svolta decisiva! Siamo alla frusta! Avanti, per la grandezza d’Italia!”. Una marea di punti esclamativi per una menzogna che, a ulteriore disonore di un generale, quasi ottant’anni dopo i fatti viene smentita da documenti inoppugnabili: non si trattò dell’intuizione di uno stratega, ma di una pura e semplice delazione che mise i militari in grado di catturare al Mukhtar. Una cattura dopo una vera guerra che portò, al limite del genocidio, alla deportazione di almeno 80.000 libici in campi di concentramento. Da quel momento, Graziani è diventato il generale fascista per eccellenza.

Forse fu in quell’occasione che, per riconoscenza, disse: “Io mi sono sentito fascista dalla nascita”?
Quando nel 1935 Mussolini, per coronare il suo assurdo sogno imperiale, aggredisce l’Etiopia, e sarà l’ultima guerra coloniale della storia, Graziani viene nominato governatore della Somalia ed assume il comando del fronte meridionale mentre, dopo un breve periodo di comando assegnato all’ex quadrunviro Emilio De Bono, al Maresciallo Pietro Badoglio si affida la direzione delle operazioni al Nord. Graziani, nonostante tutto, si sente subalterno e questo non farà che aumentare la sua rivalità, mai sopita anzi accentuatasi col tempo, nei confronti di Badoglio, anche perché sarà quest’ultimo ad occupare la capitale Addis Abeba.

In questa campagna etiopica Graziani tornerà a dimostrare tutta la brutalità del suo concetto di guerra usando sistematicamente e indiscriminatamente i gas, non senza le pressanti sollecitazioni di Mussolini. Per lui, nominato Maresciallo d’Italia, tuttavia non finisce l’avventura coloniale. Dopo la rinuncia di Badoglio all’incarico di viceré d’Etiopia, Graziani ebbe la nomina all’alta carica, ma ancora una volta in seconda battuta rispetto al suo nemico Badoglio.
Fu uno dei periodi più tragici e sanguinosi per il popolo etiopico.

Dopo un fallito attentato nei suoi confronti, Graziani fu responsabile di una persecuzione spietata, della distruzione di interi quartieri di Addis Abeba, dell’uccisione indiscriminata di migliaia di etiopici e del massacro della comunità copta vescovo compreso – di Debra Libanos, a un centinaio di chilometri dalla capitale. Alla fine della guerra, l’imperatore d’Etiopia, Hailé Selassié chiese che Graziani fosse inserito nella lista dei criminali di guerra e la United Nations War Crime Commission lo collocò al primo posto nella lista dei criminali di guerra italiani. D’altra parte, l’Etiopia è copta – vescovo compreso – di Debra Libanos, ante litteram delle teorie razziste non ancora legiferate, ma messe in atto empiricamente. Lo dice esplicitamente il segretario del partito fascista, Achille Starace, il 25 luglio 1938, ancor prima della pubblicazione ufficiale del decalogo razzista. “Con la creazione dell’Impero la razza italiana è venuta in contatto con altre razze: deve quindi guardarsi da ogni ibridismo e contaminazione. Leggi razziste in tal senso sono state elaborate e applicate con fascistica energia nel territori dell’Impero”.

Rimpatriato alla fine del 1937 ebbe la nomina a capo di stato maggiore dell’esercito e nel 1940 destinato di nuovo allo scacchiere africano e al comando delle truppe in Africa settentrionale con l’Italia ormai in guerra. Qui, su questo fronte, nelle battaglie contro gli inglesi dimostrò di non essere quel generale mitico dipinto dalla propaganda fascista, anche se le responsabilità della sconfitta davanti alle truppe inglesi, certo più forti per numero, non furono certo soltanto sue. Fu comunque esonerato dal servizio e lasciato senza incarichi e, anzi, nei suoi confronti vennero lanciate accuse circa la direzione delle operazioni nel Nord Africa e sottoposto a inchieste.

Di lui, pubblicamente, si riparla soltanto quando, dopo la ricomparsa del fascismo e di Mussolini, l’8 settembre 1943, nasce la Repubblica sociale italiana e di quella larva di governo diventa ministro della Difesa nazionale. Le cronache dicono ch’egli fosse dubbioso di accettare l’incarico, ma amichevolmente pressato dall’ambasciatore tedesco Rudolf Rahn, abbandonò tutte le esitazioni e si diede focosamente a organizzare il nuovo esercito che avrebbe voluto utopisticamente “apolitico”. In realtà, nonostante tutti i truculenti bandi che comminavano la pena di morte a chi, in età di servizio militare, non si fosse ripresentato alle armi, tutti i suoi tentativi di costituire le “nuove” forze armate furono un clamoroso fallimento. Non dovuto soltanto alla Resistenza, ma anche alle pervicaci rivalità interne al governo, degli scontri continui con gli altri gerarchi che non volevano rinunciare in nessun caso alle proprie polizie, ma anche perché quello spettro chiamato esercito venne usato, quando venne usato, solo per compiti di polizia o di rastrellamento contro le formazioni partigiane.
Il 2 agosto 1944 Graziani e le sue formazioni vennero messe agli ordini dei tedeschi sotto il comando del generale Albert Kesselring che comandava il fronte italiano.

All’avvicinarsi della fallimentare prova del fascismo repubblicano, quando Mussolini tentò di trattare la resa con la mediazione del cardinale di Milano Ildefonso Schuster, anche Graziani partecipò agli incontri per poi, in quei giorni convulsi, abbandonare Mussolini e il suo gruppo e cercare scampo da solo. Si arrese a un ufficiale del IV Corpo d’Armata americano che dopo qualche settimana di arresti a Roma lo spedì in Algeria; poi, dal 6 febbraio 1946, fu rinchiuso nel carcere di Procida. In quei circa due anni che precedettero il suo processo riuscì a scrivere tre libri per tentare di giustificare tutto il suo passato. Agli inizi del giugno 1948 si aprì finalmente il processo e la condanna fu a 19 anni di reclusione, ma tra amnistie, cavilli e condoni 17 anni gli vennero cancellati. Il tribunale argomentò che Graziani non era stato in grado, nonostante i bandi, le fucilazioni e i rastrellamenti, di incidere sulle decisioni del governo di Mussolini. Ma egli non si smentì, aderì al Movimento sociale italiano di cui divenne presidente onorario lasciandolo non senza virulente accuse e polemiche reciproche.
Si ritirò nella sua proprietà di Affile per poi trasferirsi a Roma per morirvi.

.

fonte anpi.it

Soppressione delle feste, altolà dell’Anpi “Il 25 aprile non si tocca, rispettiamo la storia”

https://i0.wp.com/www.repubblica.it/images/2012/07/17/162132762-fc776b49-c235-47d9-8b7b-acd2ac36c9db.jpg

Soppressione delle feste, altolà dell’Anpi
“Il 25 aprile non si tocca, rispettiamo la storia”

L’associazione dei partigiani si mobilita contro l’ipotesi di accorpamento delle festività e scende in campo per difendere l’anniversario della Liberazione, il primo maggio e il 2 giugno. No anche dai sindacati: “Non si recupera così la produttività”

.

ROMA – Per ora si tratta solo di indiscrezioni ma l’Anpi – l’associazione dei partigiani – già si mobilita contro l’ipotesi di un accorpamento delle festività. “Secondo notizie di stampa – si legge in un comunicato – il governo si appresterebbe a procedere ad alcuni accorpamenti di festività, per aumentare la produttività. Nella ‘scure’ incapperebbero anche le tre festività ben note per essere state già oggetto di tentativi analoghi (25 aprile, 1 maggio, 2 giugno). Dobbiamo essere estremamente chiari: non abbiamo, ovviamente, obiezioni di fronte ai sacrifici che possono essere chiesti ai cittadini in una fase difficile per il paese; ma che si debba rinunciare alla storia, a quelli che sono i fondamenti comuni del nostro vivere civile, ci sembra davvero troppo”.

L’Anpi apre uno spiraglio su altre ricorrenze: “Ci sono festività che nascono da consuetudini o semplici abitudini – prosegue la nota – che forse possono consentire qualche operazione. Ma le ricorrenze che rappresentano il nostro passato migliore, i valori su cui si fonda la nostra Repubblica: sono, in una parola, la nostra storia. E non vanno toccate”.

Contraria anche la Cisl che definisce la soluzione “un intervento dannoso e inconcludente ai fini della crescita”. “E’ una sciocchezza statistica la relazione tra meno ferie e maggiore produzione in un contesto di assenza di lavoro e di basso livello produttivo”, afferma , il segretario nazionale Luigi Sbarra. “Le imprese – ricorda – stanno chiedendo ai loro dipendenti di utilizzare a pieno le ferie, anche quelle non ancora maturate”. “Se il governo vuole stimolare il recupero di produttività non può che ripristinare gli incentivi ai premi di produzione che in modo unilaterale ha ridotto”, ha concluso Sbarra.

Un no secco arriva anche dai sindacati del turismo: “L’accorpamento delle festività non aumenterà il Pil, ma sarà la ‘mazzata’ finale per l’economia del turismo, già adesso in crisi”. “Se l’obiettivo è quello di aumentare le ore lavorate e così di conseguenza il Pil – dice Cristian Sesena, segretario nazionale della Filcams Cgil – siamo perplessi, perché si va a diminuire quello che è l’apporto del turismo al prodotto interno lordo”.

“Il mondo del turismo e non solo sarebbe gravemente danneggiato da questa scelta – dice Fortunato Giovannoni, presidente della Fiavet, la Federazione delle agenzie di viaggio aderente a Confcommercio – e non è questo il modo per alzare il Pil. Se pensiamo di lavorare di più siamo d’accordo ma i consumi sono in recessione, non c’è domanda. Per questo mi permetto di dire che la medicina è sbagliata totalmente”.

Commenti negativi arrivano anche dall’opposizione. “L’ipotesi di aumentare i giorni lavorativi, accorpando le festività, rappresenterebbe, dopo l’allungamento dell’età pensionabile, un deciso aumento della disoccupazione. Per uscire dalla crisi serve una riduzione dell’orario di lavoro, non l’aumento. La crisi viene ulteriormente aggravata dalle misure del governo “tecnico” che hanno come unica logica la distruzione dei diritti dei lavoratori e la difesa dei privilegi dei padroni e degli speculatori” afferma Paolo Ferrero, segretario Prc-Fds.

.

fonte repubblica.it