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LIBRI, PASSAPAROLA – Siate pronti per la decrescita

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Siate pronti per la decrescita

Come affrontare la necessità di vivere in un mondo attraversato dalla crisi globale, con meno risorse, meno energia e meno abbondanza… e vivere, se non felici, almeno sereni

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PREPARIAMOCI, la festa è finita ed è ormai il tempo del rigore. Consapevoli che energia e risorse naturali non sono senza fondo, è necessario dire basta (da subito) agli sprechi e a quel modo dissennato di consumare che sta portando il pianeta ai limiti del collasso. Ci aspetta un’altra vita, più essenziale e più spartana, prospettiva inevitabile, ma anche possibile. E dunque, se è fondamentale assicurarsi un futuro con i beni fondamentali garantiti, è giunta l’ora di rinunciare al superfluo. Prepariamoci esorta il titolo del nuovo saggio di Luca Mercalli, che presiede la Società metereologica italiana e dirige la rivista Nimbus, perché solo con un piano per salvarci il mondo del futuro potrà rimanere sostenibile per gli esseri umani.

Ma tranquilli, decrescenza non necessariamente trascina con sé tristezza e depressione. Anzi. Vivere in con minori risorse, minore abbondanza e con meno energia, può trasformarsi in un’opportunità positiva, per ridefinire i nostri veri bisogni e rimodulare la scala delle priorità dell’esistenza. Una strada che può forse condurre perfino a una maggiore serenità, se non addirittura alla felicità.

Troppo ottimismo? Può darsi. Ma poiché è indubbio che una crisi globale a più facce, che coinvolge clima, ambiente, energia, cibo, economia e molto altro, sta minacciando il mondo, l’unica soluzione per reagire è la mobilitazione collettiva per cambiare. Quella che Mercalli definisce “intelligenza”.

Indica il piano e il programma politico che “voterebbe”, l’autore meteorologo e la rivoluzione delle nostre abitudini potrebbe partire da ciascuno di noi. Dobbiamo essere pronti ad accettare uno stile di vita più sano e più economico che si traduce in meno acqua consumata, meno luci accese inutilmente, meno inquinamento. E soprattutto più impegno civile, per garantire effetti positivi e costanti. Insomma , a fronte dell’emergenza, non servono i miracoli (impossibili). E, allora, per quel che ci compete, rimbocchiamoci le maniche e… “Prepariamoci”.

Crisi diffusa e futuro incerto, da dove far partire il cambiamento?
La crisi continua a essere vista solo come un fatto finanziario invece si tratta di una profonda crisi strutturale dovuta alla diminuzione di risorse energetiche, minerarie e naturali facilmente estraibili (quindi aumentano i costi…), e all’aumento della popolazione, dei rifiuti e dei cambiamenti climatici (altri costi e disastri ambientali). Pertanto il cambiamento deve partire da un severo abbattimento degli sprechi, un aumento dell’efficienza nell’uso di energia e materia e una revisione, anche in senso filosofico, delle necessità materiali dell’uomo. Garantire sì i bisogni fondamentali, ma interrogarsi sul senso del superfluo, che è poi riconducibile ad altri consumi di materiali ed energia, e alla produzione di rifiuti. Volere di meno, decrescere insomma, è l’unica ricetta per mantenere la sostenibilità della specie umana su un pianeta che non ce la fa più a rifornirne tutti i capricci. La crescita economica infinita in un pianeta finito è impossibile, dobbiamo mettercelo in testa, prima che siano i processi fisici, chimici e biologici a imporcelo, in un modo che però non sarà né gradevole, né negoziabile.

Lei parla di intelligenza collettiva, è una soluzione?
I guasti ambientali che stiamo infliggendo alla Terra e quindi a noi stessi, sono la somma delle decisioni di sette miliardi di persone. Anche una semplice bottiglietta di plastica abbandonata in un prato avrà delle conseguenze a lungo termine. Quindi devono maturare consapevolezze negli individui e nella società, e il gesto di ciascuno di noi avrà sempre un senso se ridurrà i prelievi di risorse e la produzione di rifiuti ed emissioni che alterano il clima.

Quale programma politico per un mondo con meno risorse , ma sostenibile?
Prima di tutto dobbiamo dirci francamente le cose come stanno: la torta delle risorse è sempre più piccola ed è una favoletta continuare a ingannare le persone con la storia della crescita infinita. Poi un programma politico di costruzione della resilienza, ovvero la proprietà del sistema di non collassare quando sottoposto a uno shock. La Grecia è un esempio di decrescita subita e non gestita, in assenza di resilienza: i cittadini hanno perso nel giro di pochi mesi la capacità di pagare la bolletta energetica, l’assistenza sanitaria e addirittura la sicurezza alimentare. Un programma politico per la resilienza vuol dire investire sull’autosufficienza energetica e alimentare, insomma, garantire a tutti il necessario per mantenere un livello di vita dignitoso e abbandonare i progetti inutili e gli sprechi assurdi. Nello stesso tempo avremmo anche
un vantaggio ambientale: il ricorso alle energie rinnovabili e la diminuzione di uso di energia fossile farebbero bene tanto al portafoglio quanto all’atmosfera.

Prepariamoci

Luca Mercalli
Chiarelettere
Pag. 238, euro 14

(08 maggio 2013)

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fonte articolo repubblica.it

fonte immagine infopo.it

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Torna l’ora legale nel giorno di Pasqua: un’ora di sonno in meno, ma giornate più luminose. Il parere degli esperti

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Torna l’ora legale nel giorno di Pasqua: un’ora di sonno in meno, ma giornate più luminose. Il parere degli esperti

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Scatta l’ora legale all’alba della Pasqua. Un’ora di sonno sara’ spazzata via dalle lancette degli orologi ma, con l’arrivo di giornate piu’ luminose, adattarsi al nuovo fuso sara’ piu’ semplice di quando a ottobre viene reintrodotta l’ora solare e il dio Morfeo, clemente e generoso, aggiunge riposo alle nostre notti. E’ quanto emerge dall’analisi di alcuni medici esperti del disturbo del sonno che, contattati dall’ASCA, hanno spiegato quali possono essere le ripercussioni di questo cambiamento dell’orologio biologico sul nostro equilibrio psicofisico.
Quando con l’ora legale aggiungiamo un’ora ai nostri orologi – spiega il responsabile del centro di medicina del sonno dell’ospedale Niguarda di Milano, Lino Nobilinonostante la perdita di sonno c’e’ sicuramente un maggiore adattamento del nostro corpo rispetto all’ora solare di ottobre, in quanto le giornate sono piu’ luminose e si va incontro all’estate. Rilevante, quindi, e’ l’aspetto psicologico”. ”C’e’ un minimo di jet lag – aggiunge Nobilie l’organismo necessita di cinque sei giorni circa per recuperare. Essendo il ritmo del sonno regolato dalla temperatura interna, se spostiamo il nostro risveglio ci possiamo trovare in un momento in cui la temperatura non e’ ancora a livello ottimale e la sera si puo’ avvertire piu’ stanchezza. Aumenta pero’ la stimolazione luminosa in primavera, quindi anche la relativa stanchezza viene in parte compensata”. ”Ne soffrono di piu’ i bambini e anziani – conclude l’esperto – mentre per gli adulti c’e’ da fare una distinzione tra i cosiddetti ‘gufi’, che vivono piu’ di notte e che quindi possono risentirne di piu’, rispetto alle ‘allodole’ mattiniere”.

Perdendo un’ora di sonno dobbiamo cercare di anticipare l’orario dell’addormentamento – spiega il responsabile del centro del sonno Universita’ La Sapienza di Roma, Oliviero Brunianche se e’ piu’ difficile anticipare che posticipare. Il problema del reset dell’orologio biologico e’ che sono necessari tre quattro giorni per recuperare la ‘perdita’, ovvero adattare il cortisolo, l’ormone dello stess. Gli effetti possono essere affaticamento, nervosismo e sbalzi di umore. I bambini e gli anziani hanno maggiore difficolta’ di adattare i propri ritmi, essendo piu’ complicato per loro anticipare l’orario di addormentamento”. L’esperto romano ricorda che con le giornate primaverili ”c’e’ piu’ luce, regoliamo la produzione di melatonina e la capacita’ di adattamento all’ora legale e’ quindi migliore rispetto a quella solare di ottobre”.

Poter godere di piu’ ore di luce incide favorevolmente rispetto al cambiamento di ottobre, perche’ la luce, antidepressivo naturale, incide sulla sereotonina”, sottolinea anche il direttore del centro di medicina del sonno del San Raffaele di Milano, Luigi Ferini Strambi, che poi aggiunge: ”Andiamo incontro a un mini jet lag, le ripercussioni dureranno per qualche giorno. Questo cambiamento incidera’ soprattutto sui ‘gufi’ (rappresentano il 15-20% della popolazione), che faranno piu’ fatica ad alzarsi”. ”Gli altri soggetti coinvolti – conclude l’esperto – sono quelli piu’ legati al ‘marcatempo’, collegate a orari, e tra loro in particolare anziani e bambini. Tra i consigli c’e’ quello di esporsi subito la mattina alla luce per inibire il rilascio di melatonina. Tra le conseguenze possibili dovute al jet lag, in particolare, si riscontrano sonnolenza e peggiori perfomance cognitive”.

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fonte meteoweb.eu

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Pasqua: è “crisi epocale”

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-14% di Italiani in vacanza

Pasqua: è “crisi epocale”

Per Pasqua sono in partenza il 14,1% di italiani in meno dello scorso anno. Secondo l’indagine effettuata dall Istituto ACS Marketing Solutions per Federalberghi, andranno in vacanza, dormendo almeno una notte fuori casa, 8,2 milioni di persone, contro i 9,5 milioni del 2012, di preferenza in casa di amici e parenti

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Roma, 30-03-2013

Per Pasqua sono in partenza il 14,1% di italiani in meno dello scorso anno. Secondo l’indagine effettuata dall Istituto ACS Marketing Solutions per Federalberghi, andranno in vacanza, dormendo almeno una notte fuori casa, 8,2 milioni di persone, contro i 9,5 milioni del 2012, di preferenza in casa di amici e parenti.

“I dati previsionali di Pasqua sono l’ennesima conferma di come l’Italia stia purtroppo vivendo una crisi epocale, che rischia di far tornare l’economia turistica ai livelli post Seconda Guerra Mondiale”, commenta il presidente di Federalberghi, Bernabo’ Bocca.

Il sondaggio mostra un sorpasso storico delle case di parenti e amici (scelte dal 28,1% del campione) rispetto alle strutture alberghiere (preferite dal 27,6%). Le presenze in hotel calano dello 0,8% mentre aumentano quelle in B&B (dal 2al 6,1%); in flessione anche l’agriturismo (-1%).

La spesa media pro-capite (comprensiva di trasporti, cibo, alloggio e divertimenti) si attestera’ sui 317 euro rispetto ai 329 del 2012 (con un calo del 3,6%) generando un giro d’affari di 2,59 miliardi (rispetto ai 3,13 miliardi del 2012) per un decremento del 17%. L’88% di chi andra’ in vacanza restera’ in Italia, mentre il 12% all’estero.

Chi restera’ in Italia spendera’ in media 272 euro (rispetto ai 288 del 2012), mentre chi andra’ oltreconfine spendera’ una media di 631 euro a persona (rispetto ai 682 del 2012). La durata media, infine, della vacanza si attestera’ sulle 3,2 notti rispetto alle 3,5 notti del 2012.

Gli italiani che non faranno nemmeno un giorno di vacanza a Pasqua sono circa 52 milioni (rispetto ai 51 milioni del 2012). Di questi, il 45,2%, pari a oltre 23 milioni ha dichiarato di non potersi permettere una vacanza per “mancanza di soldi”.

“La perdita di oltre il 14% di italiani che partiranno per Pasqua (rispetto a Pasqua del 2012) – fa notare Bocca- e il parallelo decremento del 17% del giro d’affari, costituiscono due percentuali senza precedenti per una ricorrenza tanto importante per un Paese cattolico.

“E non puo’ essere una scusante credere che la Pasqua celebrata a fine marzo possa influire sui consumi turistici -aggiunge il presidente degli albergatori italiani- in quanto dalla nostra indagine risulta come addirittura il 45,2% di chi dichiara che non fara’ vacanze indichi nei motivi economici tale scelta. A questo punto e’ indispensabile che Governo, Parlamento e sindacati provino a ragionare con le imprese a un piano di emergenza per salvaguardare i lavoratori e le aziende del settore se non vogliamo che nel giro di pochi mesi alcune migliaia di alberghi e centomila dipendenti cessino la propria attivita’, privando l’economia nazionale di una delle poche attivita’ in grado da sola di condizionare lo sviluppo del Paese”.

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fonte rainews24.it

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Omogenitorialità: il matrimonio fa bene ai figli / Promoting the Well-Being of Children Whose Parents Are Gay or Lesbian

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Omogenitorialità: il matrimonio fa bene ai figli

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di | 25 marzo 2013

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E’ stato pubblicato da poco uno studio dell’American Academic of Pediatrics (AAP) dal quale risulta che il riconoscimento del diritto al matrimonio a favore delle coppie dello stesso sesso comporta un beneficio, in termini di benessere e salute mentale, per i loro figli.

La ricerca si pone all’interno di una ormai ampia letteratura scientifica, che accomuna psicologi, psichiatri, sociologi e ora pediatri, in virtù della quale non soltanto viene dato per pacifico e assodato che crescere in una famiglia incentrata su una persona o una coppia omosessuale, e dunque l’orientamento sessuale dei o del genitore, non dà luogo a differenze negative sul bambino in confronto con la famiglia nucleare tradizionale, formata da due genitori di sesso diverso, ma anche che il consolidamento dell’unione tra i due genitori attraverso l’istituto del matrimonio comporta effetti positivi sui bambini.

La ragione di questa conclusione, peraltro, è del tutto ovvia. Se il matrimonio svolge la funzione di “strutturare” l’unione dandole un riconoscimento formale e vincolando i coniugi a un maggiore impegno l’uno nei confronti dell’altro, ciò non può non essere vero anche per le coppie same-sex.

Più in generale, la letteratura in materia di omogenitorialità rivela che i figli delle famiglie omogenitorialihanno necessità di sviluppo ed emozionali simili e crescono in modo simile a prescindere che essi crescano con genitori dello stesso o di diverso sesso“. Quindi, se il bambino ha due genitori, il suo benessere richiede necessariamente che “le istituzioni giuridiche e sociali permettano loro di sposarsi e li supportino in tal senso, indipendentemente dall’orientamento sessuale“.

Se, invece, il bambino risulta privo di genitori, secondo l’Aap, “sono opzioni accettabili l’adozione e l’affidamento familiare, a prescindere dall’orientamento sessuale dei genitori“. Il riferimento è, ovviamente, anche al tanto vituperato (almeno da noi) istituto dell’adozione dei single.

Queste conclusioni, che oltre ad essere supportate dal buon senso appaiono oggi sostenute, in modo sempre più forte, da autorevoli associazioni di studiosi ed esperti, ci dicono che le famiglie omogenitoriali sono una realtà che merita un suo posto sul piano sociale e giuridico, e del dibattito politico. Merita un pieno riconoscimento incentrato sia sulla coppia, sia sui loro figli. E’ dunque tempo di prendere atto che quelle che, vuoi per semplificazione giornalistica, vuoi per motivazione ideologica, sono chiamate le “adozioni gay”, non sono affatto dannose per i bambini, e anzi meritano considerazione da parte del diritto proprio in virtù del loro ruolo nella crescita dei figli.

Le prossime generazioni non avranno più un padre e una madre sposati, magari in chiesa. Avranno un padre e una madre conviventi, due padri, due madri o un solo genitore, eterosessuale o omosessuale. Vogliamo chiudere gli occhi di fronte a queste realtà o prenderne atto e iniziare a parlarne anche qui da noi in Italia? Vogliamo fingere che le famiglie omogenitoriali non esistano, oppure essere consapevoli che non è con le battute o con gli slogan che si fa (buona) politica nell’interesse delle generazioni future? Soprattutto, vogliamo continuare a privilegiare il dato biologico rispetto a quello affettivo?

A questo proposito, ieri a Parigi migliaia di persone hanno manifestato contro il progetto di legge sui matrimoni e le adozioni da parte di coppie gay e lesbiche. Una delle argomentazioni usate è quella del benessere del bambino. Ma il punto vero, che peraltro nessuno nella manifestazione ha affrontato, è come il legame biologico tra genitori e figli possa rappresentare, da solo, l’indice del benessere di una famiglia. Come scrive Stefano Rodotà, “il dato biologico non deve prevalere sull’impegno che i genitori hanno messo nella costruzione della famiglia. Insistere sul legame di sangue rischia di svilire l’ importanza degli affetti“.

Colpisce che associazioni che si professano cattoliche o pseudo-tali preferiscano dare rilevanza a un elemento spesso casuale piuttosto che a quello di un affetto e di un amore che si rivelano, sin dal loro inizio, genuinamente tali.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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From the American Academy of Pediatrics: Policy Statement: Promoting the Well-Being of Children Whose Parents Are Gay or Lesbian

  • COMMITTEE ON PSYCHOSOCIAL ASPECTS OF CHILD AND FAMILY HEALTH

Pediatrics peds.2012-0376; published ahead of print March 20, 2013, doi:10.1542/peds.2013-0376

  1. In supporting gay marriages, AAP reaches correct conclusion, wrong process

    Johns Hopkins Hospital

    Dear Committee on Psychosocial Aspects of Child and Family Health:

    I was wonderfully surprised to hear that your committee specifically, and the AAP in general, has agreed to come out in favor of gay marriage. Clearly, it is important for an organization as well-respected as the AAP

    More…

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    Published March 23, 2013

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REPORTAGE INDIA – Nella città delle vedove

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Ore 9.00 pausa del tè. Due donne anziane bevono il loro tè e mangiano un biscotto.

Nella città delle vedove

IL MIO VIAGGIO In India le donne che restano senza marito non possono risposarsi, tornare in famiglia o avere una vita sociale: possono solo ritirarsi in povertà e isolamento: 20.000 vivono a Vridavan

I reportage dei lettori. Vedi anche:
Paesi che odiano le donne
Spose bambineTroppo giovani per dire sì

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Testo e fotografie di Tamara Farnetani

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Vrindavan, solamente 150 km sud da Delhi, conosciuta anche come “città delle vedove”, diventa un purgatorio in terra, l’oblio.

Secondo i testi sacri Indù, la donna non ha nessun valore. E’ soltanto una appendice prima del padre e del fratello, poi del marito, la cui morte chiude per sempre la vita sociale, economica e affettiva della donna. La vedova diventa una portatrice di malaugurio, un peso economico, e spesso preda di avances sessuali.

Priva di ogni proprietà e diritto, la vedova vive in povertà e isolamento, dedicando la sua vita alla memoria del marito defunto. Non le è consentito di risposarsi. Scompaiono anche i simboli del matrimonio: i capelli vengono tagliati, rimossi la collana di perline nere, il mangalsutra, il punto rosso sulla fronte, il bindi, la striscia rossa tra i capelli, il sindur, spezzati i cerchietti colorati di vetro ai polsi, i bangles, gettati gli anelli alle dita dei piedi e l’orecchino al naso.

Il futuro della vedova è fatto di un semplice sari bianco, il colore del lutto. Spesso vengono allontanate dai loro stessi figli maschi, vivono elemosinando per strada, oppure trovano rifugio nei luoghi sacri, come Vrindavan, dove aspettano l’eternità, nella speranza che giunga infine la Moksh, la liberazione definitiva dal ciclo delle rinascite e l’unione con il creatore.

Prima del 1829, quando il rito del sati venne abolito in quanto considerato dagli inglesi una tradizione barbara, la vedova veniva immolata assieme al marito sulla pira funebre.

In India si contano circa 55 milioni di bambine sposate prima dei 15 anni, molte delle quali, sposate con uomini molto più anziani di loro, finiscono nelle condizione di vedove, vittime di violenze sessuali, sfruttate per la raccolta di donazioni, riciclaggio di denaro sporco e traffico a fini di prostituzione.

La donna una volta sposata rimane in famiglia del marito e diventa anche occasione di affari, diventa manodopera gratuita e fonte di denaro e beni materiali come televisori, frigoriferi e motociclette facenti parte della dote.

Sul territorio di Vrindavan, vivono circa 20.000 vedove, che vi giungono soprattutto del Bengala Occidentale. Molte di loro si recano ogni giorno di propria volontà al “Shri Bhagwan Bhajan Ashram” dove passano gran parte della giornata a salmodiare per elevare il proprio spirito e quello del marito defunto. Lì, al semibuio, sedute in terra con gambe incrociate, suonano i cimbali e cantano lo stesso Mantra: Hare Krishna, Krishna, Krishna, hare Rama, Rama, Rama.

Le vedove che si radunano nell’ashram partecipano alla salmodia molto attivamente, ripetendo le stesse identiche parole per guadagnarsi le loro sei rupie al giorno. Il Bhajan Ashram fu fondato nel 1914 da un commerciante molto ricco e devoto. Shri Janki Dasj Patodia il quale lasciò tutto il suo denaro alla causa religiosa. Il servizio che si compie in queste strutture sono canti devozionali (bhajan) dedicati a Krishna.

In alcune occasioni vengono distribuiti vestiti, farina, zucchero, lenticchie. Le attività dello Shri Bhagwan Bhajan Ashram vengono mantenute esclusivamente da donazioni. Una volta terminata la prima sessione, che inizia alle 7:00 del mattino e termina alle 10:30, la maggioranza delle donne lascia l’ashram per andare a cucinare nelle loro case dove molte di loro vivono in gruppo, in dei ambienti umidi e malsani.

Le più sfortunate e povere non hanno nessuna casa e sono costrette a rimanere in strada, dove chiedono in elemosina qualche rupia per arrotondare la giornata.

Alle 15:30 del pomeriggio inizia l’ultima sessione che termina alle 19:30. Una giornata intera di preghiera all’ashram non è sufficiente per vivere, neppure in India.

Dall’esterno tutto questo non appare, al contrario la cittadina può sembrare un’isola felice, dove il tempo si è fermato e il turismo religioso porta ricchezza a sufficienza per far vivere bene gli abitanti. Le vedove rimangono ignote. Nessuna che si lamenti, nessuna che accusi, nessuna che parli. Con queste foto ho cercato di seguire una giornata tipica di una vedova che vive e sopravvive a Vrindavan.

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fonte nationalgeographic.it

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SUCCEDE ANCHE QUESTO – “Poveri muli”, la lettera in rima della suora 89enne ferma il Palio

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Una foto di una passata edizione del Palio (ww.giornaledivicenza.it)

“Poveri muli”, la lettera in rima della suora 89enne ferma il Palio

La religiosa ha scritto al sindaco di Isola Vicentina per chiedere lo stop della gara: «Gli animali non vanno maltrattati» Passo indietro degli organizzatori: «Non si fa»

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di Anna Martellato
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A volte è la voce dei più piccoli, la più forte. Quella voce senza pretese, sussurrata e proprio per questo disarmante. Come quella di una suorina di 89 anni, suor Felicita Prosdocimo dell’Istituto piccole suore della sacra famiglia di Isola Vicentina (Vicenza), che nei giorni scorsi ha scritto al sindaco, Massimo De Franceschi, perché fermasse il “Palio dei Mussi”, in cui gli asinelli avrebbero dovuto correre domenica prossima: un Palio di quelli storici con una tradizione secolare, come se ne vedono tanti nel nostro Paese. Dopo diverse contestazioni da parte di ferventi animalisti, accaniti attivisti e cittadini sensibili è stata la suorina a far cambiare idea all’associazione che gestisce il palio, il gruppo Amici di Mühlhausen. E non a suon di preghiere, ma di rime. Ha scritto una poesia con una delicatezza spiazzante.

“Si sa il mulo non è sempre coerente, decide lui quando andare e non far niente; se s’impunta e non è obbediente, non si muove e non fa niente gliele suonano allegramente; poveri muli quanto han fatto per divertire, in compenso botte a non finire”, ha scritto di suo pugno (e non via email) suor Felicita. «Molte volte ho assistito alla corsa – spiega la religiosa in un’intervista rilasciata al Giornale di Vicenza – e ho visto come si comportano con quegli animali: non è giusto maltrattarli solo perché non hanno voglia di muoversi”. Il gruppo Amici di Mühlhausen ha quindi preferito battere in ritirata, per non sollevare un polverone. “L’abbiamo fatto per evitare che anche a Isola Vicentina il sindaco stoppi la gara qualche giorno prima, come successo in altri paesi. La poesia della suora è stato un simpatico invito – hanno detto gli organizzatori sempre al Giornale di Vicenza – che di fatto abbiamo accolto ma gli animali non li abbiamo mai maltrattati, questo sia chiaro”. Non è il primo Palio in cui gareggiano asinelli, i mussi appunto, che ha issato bandiera bianca alle proteste animaliste. Anche Arzignano, sempre in provincia di Vicenza, ha abbandonato lo storico Palio con protagonisti i quadrupedi.

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fonte lastampa.it

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La crisi taglia la pausa pranzo. Un italiano su 3 mangia solo pasta

La crisi taglia la pausa pranzo. Un italiano su 3 mangia solo pasta

La crisi taglia la pausa pranzo.
Un italiano su 3 mangia solo pasta

Da un sondaggio Coldiretti emerge che solo il 18% dichiara di fare quotidianamente un pasto completo a mezzorgiorno con  un primo, un secondo, un contorno e un dolce o un frutto, il 9% preferisce un panino

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MILANO Il rapporto di amore e gusto degli italiani per la pasta diventa tanto più forte con la crisi. La pasta che costa poco e sazia molto passa a sostituire per il 32% degli italiani il pranzo di una volta, quello completo dal primo al dolce. E’ quanto emerge da un sondaggio condotto da Coldiretti secondo cui solo il 18% dichiara di fare quotidianamente un pranzo completo con  un primo, un secondo, un contorno e un dolce o un frutto, il 9% preferisce un panino.

All’opposto – sottolinea la Coldiretti – sono il 9 per cento gli italiani che mangiano solo un frutto o uno yogurt o un gelato, mentre il 4 per cento addirittura niente. L’abbandono del pranzo completo è confermato dal 24 per cento di italiani che si limitano a consumare un secondo accompagnato dal contorno. “Con la crisi – prosegue Coldiretti – si assiste ad un profondo cambiamento nelle abitudini alimentari degli italiani che tendono a frammentare durante il giorno la propria alimentazione”. Sono 7,7 milioni gli italiani che si portano al lavoro il cibo preparato in casa e di questi sono oltre 3,7 milioni a dichiarare di farlo regolarmente, secondo l’indagine Coldiretti/Censis.

In Italia sono consumati oltre 1,5 milioni di tonnellate di pasta, per un controvalore di 2,8 miliardi di euro e, in controtendenza rispetto al calo generalizzato dei consumi nel 2012, gli acquisti di pasta delle famiglie sono aumentati dell’1,1 per cento, secondo Ismea-Gfk-Eurisko. L’Italia detiene il primato mondiale nel consumo di pasta che ha raggiunto – sottolinea la Coldiretti – i 26 chili a persona l’anno. (02 marzo 2013)

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fonte repubblica.it