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Libri gettati nella spazzatura a Bari la condanna del Comune : “Mai più”

Libri gettati nella spazzatura a Bari la condanna del Comune : "Mai più" I libri gettati nella spazzatura

Libri gettati nella spazzatura a Bari
la condanna del Comune : “Mai più”

Parte la campagna “proteggiamo i libri” con l’indicazione di dove portare i volumi di chi non li vuole più in casa. L’assessore Abbaticchio: “Gettare un libro significa gettare un pezzo di storia delle persone che lo hanno scritto o letto”

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di GIANVITO RUTIGLIANO

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La scena è stata incredibile, quasi uno spot per favorire il recupero della lettura: un bidone per la raccolta differenziata della carta trasformato in pochi minuti in una libreria gratuita a cielo aperto. I libri appartenuti ad un uomo deceduto sono stati buttati nella spazzatura proprio di fronte al megastore Feltrinelli del capoluogo, in via Melo, attirando tanti curiosi che hanno letteralmente “pescato” dall’improvvisato patrimonio bibliografico. In questo caso è stata la spontaneità ad evitare che la preziosa collezione diventasse materiale da riciclo, ma l’episodio non è passato inosservato.

IL CASO LIBRI NELLA SPAZZATURA, BIDONI PRESI D’ASSALTO

È l’assessore al welfare del Comune di Bari, Ludovico Abbaticchio, a lanciare un’idea per tutelare i volumi ed evitare loro una fine ingloriosa. “Un libro usato, letto e riletto  –  secondo l’assessore – è comunque portatore di storie e di pensieri che hanno contribuito ad accrescere i bisogni collettivi di salute che, anche attraverso la cultura della lettura, significa benessere sociale. Gettare un libro significa gettare un pezzo di storia delle persone che lo hanno scritto o che lo hanno letto!”.

L’appello rivolto ai cittadini che non possono mantenere in casa i loro libri, per i più svariati motivi, è di portarli presso il Centro Futura – Biblioteca dei ragazzi a Largo 2 Giugno, gestito da Progetto Città. Sarà compito dell’assessorato, in collaborazione con i Centri di Ascolto e Centri Polivalenti, distribuirli a famiglie ed associazioni interessate allo sviluppo della lettura. L’intenzione è quella di adibire anche nelle Circoscrizioni appositi spazi di raccolta.

I volumi ritenuti più importanti e di pubblico interesse entreranno a fare parte del patrimonio pubblico della città e saranno inseriti nella Biblioteca civica che sorgerà nell’area dell’ex Caserma Rossani, grazie all’accordo con la Teca del Mediterraneo. “Mi auguro che tutti i Comuni pugliesi lancino questa campagna per il recupero dei libri usati. – è l’appello di Abbaticchio – Proteggiamo i libri!”. (17 maggio 2013)

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fonte bari.repubblica.it

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Nazismo, il gigantesco rogo di libri del maggio 1933

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fonte immagine commons.wikimedia.org

Nazismo, il gigantesco rogo di libri del maggio 1933

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di | 9 maggio 2013

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Il 10 maggio 1933 è una delle date più plumbee della storia della cultura europea. In varie città della Germania, il nazismo giunto al potere da alcuni mesi organizza giganteschi roghi di libri svuotando le biblioteche delle principali città universitarie tedesche. Senz’altro il più vasto e pianificato incendio di libri della storia contemporanea, per quanto l’atto non sia affatto nuovo nel corso delle vicende umane. Uno degli esempi più vicini e metodici è quello dell’Inquisizione, con la Congregazione dell’indice che compilava l’elenco dei libri proibiti il cui destino era la distruzione. Frequenti sono anche i richiami letterari al rogo di libri dal Shakespeare de La Tempesta ad Almansor di Heine Heinrich del primo Ottocento di cui è noto il passaggio: “Dove arde il libro, in fin si abbrucia l’uomo”.

Il rogo di libri è un atto di devastante violenza psicologica poiché assume i tratti di un annientamento simbolico dell’uomo, del suo sapere, delle sue idee. Dal marzo 1933, in Germania, sono già attivi i campi di concentramento per gli oppositori politici. A fine febbraio l’incendio del parlamento, organizzato dai nazisti e attribuito alle sinistre, è servito a intensificare le azioni repressive di Hitler.

A prendere fuoco in quel 10 maggio – come nei giorni precedenti e successivi – sono tutti quei libri giudicati contrari allo spirito tedesco e colpiscono gli autori ebrei – Sigmund Freud tra questi – i comunisti, i socialisti e tutti coloro che sono stati sostenitori dell’appena abbattuta Repubblica di Weimar. In quello stesso giorno, a testimonianza dell’impeto distruttore del nazismo, è sequestrato il patrimonio del principale partito di opposizione (il Partito socialdemocratico) e vengono espropriate le sue oltre cento tipografie.

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A colpire è la partecipazione della popolazione a queste manifestazioni, organizzate con precisi rituali come nella piazza del Teatro dell’Opera di Berlino, il rogo notturno più noto, trasmesso anche dalla radio, che diventa la spinta per altri falò nelle principali città tedesche, come nelle minori, sin oltre la metà del mese di giugno. Sono manifestazioni che mobilitano i militanti nazisti alle quali dà corpo il diffuso quotidiano del partito “Volkischer Beobachter”. Spesso in prima linea nei roghi – come a Berlino – ci sono gli studenti davanti all’entusiasta ministro della propaganda Paul Josef Goebbels. E’ una violenza che crea consenso e consenso attraverso il terrore. Accadrà lo stesso per successivi eventi pubblici come le arianizzazioni e la notte dei cristalli del 1938 quando sono infrante le vetrine di decine di migliaia di negozi ebrei in tutta la Germania. Dopo i libri tocca agli artisti e agli autori, ridotti al silenzio e costretti a emigrare, tra gli altri: Heinrich Mann, Thomas Mann premiato con il Nobel per la letteratura nel 1929  e Bertold Brecht.

E’ il delirio nazista e pangermanista della dittatura in atto che nasconde paure profonde come quella, evidente già durante l’Ottocento, di essere contaminata dagli slavi ad est e dalla Francia a ovest. Come ogni assolutismo iconoclasta, i roghi sono  una fuga dalla realtà. In questo caso l’avversione alla cultura mostrata dai nazisti maschera la preoccupazione del mantenimento del consenso. Il dominio del Partito nazista è certificato dalla costruzione di un articolato apparato di simboli. Il lavoro, ad esempio, è innalzato a elemento sacro in funzione della nazione e del popolo, ma spogliato di ogni diritto. Quanto all’accesso all’istruzione, il nazismo non manca di ribadire gerarchie razziali arrivando a negare l’accesso alla scuola per gli ebrei e a proibire la letteratura e ogni rudimento di alfabetizzazione per gli slavi nei territori occupati durante la guerra. Altrettanto noto è l’atteggiamento di uno degli uomini più potenti del Reich nazista, Hermann Göring che quando sentiva parlare di cultura, “metteva mano alla pistola”.

Il libro non è sempre portatore di conoscenza, complessità, dubbio. I roghi e l’ascesa dei fascismi (che arrivano a minacciare pure la Francia) si spiegano anche con la proliferazione di una vasta letteratura razzista e antisemita che dall’Ottocento arriva fino all’affermazione del nazismo ed è naturalmente ben conosciuta a Hitler e al suo gruppo dirigente. Nei primi anni della Repubblica di Weimar ottiene un grande successo il romanzo razzista segregazionista di Hans Grimm ambientato in Africa, Un popolo senza spazio, a riprova di quanto siano bene accolte queste tesi fra la borghesia istruita.

Ordine, segregazione, autorità diventano lo sfogo anche alla frustrazione di masse avvilite, nel giro di pochi anni, da due epocali crisi economiche. Masse abbacinate da soluzioni semplici quanto violente saranno poi complici di un più grande disegno di distruzione e di morte.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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LIBRI, PASSAPAROLA – Siate pronti per la decrescita

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Siate pronti per la decrescita

Come affrontare la necessità di vivere in un mondo attraversato dalla crisi globale, con meno risorse, meno energia e meno abbondanza… e vivere, se non felici, almeno sereni

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PREPARIAMOCI, la festa è finita ed è ormai il tempo del rigore. Consapevoli che energia e risorse naturali non sono senza fondo, è necessario dire basta (da subito) agli sprechi e a quel modo dissennato di consumare che sta portando il pianeta ai limiti del collasso. Ci aspetta un’altra vita, più essenziale e più spartana, prospettiva inevitabile, ma anche possibile. E dunque, se è fondamentale assicurarsi un futuro con i beni fondamentali garantiti, è giunta l’ora di rinunciare al superfluo. Prepariamoci esorta il titolo del nuovo saggio di Luca Mercalli, che presiede la Società metereologica italiana e dirige la rivista Nimbus, perché solo con un piano per salvarci il mondo del futuro potrà rimanere sostenibile per gli esseri umani.

Ma tranquilli, decrescenza non necessariamente trascina con sé tristezza e depressione. Anzi. Vivere in con minori risorse, minore abbondanza e con meno energia, può trasformarsi in un’opportunità positiva, per ridefinire i nostri veri bisogni e rimodulare la scala delle priorità dell’esistenza. Una strada che può forse condurre perfino a una maggiore serenità, se non addirittura alla felicità.

Troppo ottimismo? Può darsi. Ma poiché è indubbio che una crisi globale a più facce, che coinvolge clima, ambiente, energia, cibo, economia e molto altro, sta minacciando il mondo, l’unica soluzione per reagire è la mobilitazione collettiva per cambiare. Quella che Mercalli definisce “intelligenza”.

Indica il piano e il programma politico che “voterebbe”, l’autore meteorologo e la rivoluzione delle nostre abitudini potrebbe partire da ciascuno di noi. Dobbiamo essere pronti ad accettare uno stile di vita più sano e più economico che si traduce in meno acqua consumata, meno luci accese inutilmente, meno inquinamento. E soprattutto più impegno civile, per garantire effetti positivi e costanti. Insomma , a fronte dell’emergenza, non servono i miracoli (impossibili). E, allora, per quel che ci compete, rimbocchiamoci le maniche e… “Prepariamoci”.

Crisi diffusa e futuro incerto, da dove far partire il cambiamento?
La crisi continua a essere vista solo come un fatto finanziario invece si tratta di una profonda crisi strutturale dovuta alla diminuzione di risorse energetiche, minerarie e naturali facilmente estraibili (quindi aumentano i costi…), e all’aumento della popolazione, dei rifiuti e dei cambiamenti climatici (altri costi e disastri ambientali). Pertanto il cambiamento deve partire da un severo abbattimento degli sprechi, un aumento dell’efficienza nell’uso di energia e materia e una revisione, anche in senso filosofico, delle necessità materiali dell’uomo. Garantire sì i bisogni fondamentali, ma interrogarsi sul senso del superfluo, che è poi riconducibile ad altri consumi di materiali ed energia, e alla produzione di rifiuti. Volere di meno, decrescere insomma, è l’unica ricetta per mantenere la sostenibilità della specie umana su un pianeta che non ce la fa più a rifornirne tutti i capricci. La crescita economica infinita in un pianeta finito è impossibile, dobbiamo mettercelo in testa, prima che siano i processi fisici, chimici e biologici a imporcelo, in un modo che però non sarà né gradevole, né negoziabile.

Lei parla di intelligenza collettiva, è una soluzione?
I guasti ambientali che stiamo infliggendo alla Terra e quindi a noi stessi, sono la somma delle decisioni di sette miliardi di persone. Anche una semplice bottiglietta di plastica abbandonata in un prato avrà delle conseguenze a lungo termine. Quindi devono maturare consapevolezze negli individui e nella società, e il gesto di ciascuno di noi avrà sempre un senso se ridurrà i prelievi di risorse e la produzione di rifiuti ed emissioni che alterano il clima.

Quale programma politico per un mondo con meno risorse , ma sostenibile?
Prima di tutto dobbiamo dirci francamente le cose come stanno: la torta delle risorse è sempre più piccola ed è una favoletta continuare a ingannare le persone con la storia della crescita infinita. Poi un programma politico di costruzione della resilienza, ovvero la proprietà del sistema di non collassare quando sottoposto a uno shock. La Grecia è un esempio di decrescita subita e non gestita, in assenza di resilienza: i cittadini hanno perso nel giro di pochi mesi la capacità di pagare la bolletta energetica, l’assistenza sanitaria e addirittura la sicurezza alimentare. Un programma politico per la resilienza vuol dire investire sull’autosufficienza energetica e alimentare, insomma, garantire a tutti il necessario per mantenere un livello di vita dignitoso e abbandonare i progetti inutili e gli sprechi assurdi. Nello stesso tempo avremmo anche
un vantaggio ambientale: il ricorso alle energie rinnovabili e la diminuzione di uso di energia fossile farebbero bene tanto al portafoglio quanto all’atmosfera.

Prepariamoci

Luca Mercalli
Chiarelettere
Pag. 238, euro 14

(08 maggio 2013)

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fonte articolo repubblica.it

fonte immagine infopo.it

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La festa delle famiglie arcobaleno, la sinistra ora riparta da qui

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La festa delle famiglie arcobaleno, la sinistra ora riparta da qui

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di Monica Ricci Sargentini

Amnesty International, il Coordinamento Genitori Democratici, Famiglie Arcobaleno e Legambiente, associazioni attive da anni sui temi della famiglia, dell’educazione e dell’ambiente si ritroveranno oggi domenica 5 maggio, per festeggiare la V Festa delle famiglie e la II Giornata Internazionale per l’uguaglianza tra le famiglie.  La Festa delle famiglie si propone di essere un’ occasione di aggregazione tra le realtà più diverse, unite nel condividere una visione aperta, rispettosa e progressiva della famiglia, dell’educazione, dell’ambiente, della società. L’iniziativa coinvolge nove città in Italia (Ferrara, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Roma, Torino e Venezia) e complessivamente 16 paesi di tre continenti. Qui potrete trovare il programma delle iniziative previste in Italia. Per l’occasione abbiamo deciso di ospitare una riflessione sulla famiglia e la sinistra di Tommaso Giartosio, esponente delle Famiglie Arcobaleno e padre di due figli con il suo compagno Franco

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di Tommaso Giartosio

Famiglia e sinistra non vanno d’accordo? Storicamente è stato senz’altro così. Progressismo ha significato per secoli lotta contro lo status quo, cioè contro le tre classiche istituzioni: Dio, Patria, e Famiglia. Le battaglie di libertà hanno preso a bersaglio il potere del patriarca che domina moglie e figli dal suo posto accanto al focolare. Le battaglie politiche hanno puntato sul familismo amorale e sulla tirannide di un’élite endogamica, quasi un’unica stirpe tentacolare.

Certo, i diversi rami del socialismo e del femminismo storico contrapponevano a queste immagini odiose una versione idealizzata e paternalista, per esempio la buona famiglia proletaria del vecchio PCI. Esisteva una mitologia parallela. Ma le cose sono definitivamente cambiate con gli anni Sessanta-Settanta. Sono arrivate le leggi sull’aborto, sul divorzio, sul nuovo diritto di famiglia. È arrivata una nuova cultura libertaria che criticava l’istituto famigliare: una cultura diffusa in cui contava la tardiva assimilazione di Freud e dell’antropologia, più ancora che la critica radicale avanzata da Laing e Bourdieu.

Da allora, il lessico politico della sinistra non ha più trovato spazio per la famiglia. Non è che l’abbia veramente demolita. Per affetto o per impotenza, si è limitato a considerarla con sufficienza. Una vecchia icona nazionalpopolare che si può tranquillamente conservare al suo posto senza prenderla troppo sul serio. Così la sinistra si è impegnata sul tema soprattutto quando l’ha usata come testa di turco contro la destra. Una destra che, bisogna dirlo, non defletteva dai tracciati dell’immaginario tradizionalista più vieto: battendosi ad esempio contro il “divorzio breve”, quell’istituto che in tutto il resto d’Europa già esiste da decenni e si chiama semplicemente “divorzio”.

In che modo la sinistra è riuscita a ignorare così la famiglia? Relegandola al privato (mentre i conservatori ne facevano un simbolo da proiettare nell’arena pubblica con il Family Day). Forse la spinta è stata proprio l’eccessiva politicizzazione del privato avvenuta nei paraggi del ’68. Ma di fatto la famiglia è divenuta ciò di cui si parla meglio tacendo. Alcuni dei più bei film italiani degli ultimi decenni, da La famiglia di Scola a La stanza del figlio di Moretti, sono capolavori dell’emozione trattenuta, della ragione inerme, del silenzio. Tanto che la sovrapposizione di famiglia e privato è divenuta parte di un senso comune.

Eppure non è sempre stato così. Del mito fondativo della Repubblica fanno parte storie straordinarie di famiglie che sono luoghi di elaborazione politica e civile: i Gobetti, i Croce-Craveri, i Ginzburg di Lessico famigliare. Famiglie che non si rannicchiano attorno ai loro affetti – che pure esistono e sono forti – ma fanno del loro legame un’alleanza per ripensare la realtà.

Sembrano esempi molto lontani, certo. Ma forse qualcosa sta cambiando. Pensate per esempio al genere del memoriale famigliare: mai come in questi anni esso è servito a trasmettere valori di impegno civile. Dobbiamo ringraziare i figli delle vittime del terrorismo o della criminalità organizzata: Mario Calabresi, Benedetta Tobagi, Eugenio Occorsio, Maddalena Rostagno, Umberto Ambrosoli, Giovanni Impastato, Giovanni Tizian.

Un altro segnale in controtendenza è la Festa delle Famiglie. Si tratta di un piccolo happening organizzato da diversi anni da Famiglie Arcobaleno, l’associazione dei genitori omosessuali. Essendo uno degli organizzatori posso ammettere francamente che all’inizio non era niente di che, una faccenda di picnic nel parco e sculture di palloncini. Ma ultimamente l’evento sta crescendo in modo inatteso. Nel 2012 si è svolto in sette città italiane, in partnership con Legambiente. Quest’anno, per la V edizione, le città diventano nove (nel contesto di una Giornata Internazionale per l’Uguaglianza tra le Famiglie che prevede eventi in sedici paesi). Ma soprattutto, al rapporto con Legambiente si aggiungono ora quelli con Amnesty International e con il Coordinamento Genitori Democratici, la principale voce dell’associazionismo familiare progressista (tra i fondatori c’è Gianni Rodari). Altri interlocutori si avvicinano in modo per ora estemporaneo, partecipando a singoli eventi: Nati per Leggere, che promuove la lettura ad alta voce ai bambini; e gli scout laici del CNGEI a Milano, i Giovani Genitori a Torino, il Centro per le Famiglie a Ferrara, Famiglie per Mano a Palermo, DueCon a Napoli…

Alcuni di questi nomi diranno poco o niente. La galassia degli organismi che si occupano della promozione culturale, sociale, sanitaria, giuridica delle famiglie reali (e non della difesa d’ufficio della Famiglia Naturale) è frammentata, sfuggente. Un sintomo della vecchia difficoltà di cogliere, in ambito progressista, i confini di un discorso realmente condiviso sulla famiglia. È davvero sorprendente che questa realtà friabile si sia ricompattata attorno alle istanze della comunità gay. Una minoranza che nel nostro Paese ha sempre avuto difficoltà a trovare alleati (e infatti non ha ottenuto quasi nulla sul piano legislativo), e che probabilmente non si aspettava certo di reperirne nel mondo dell’associazionismo famigliare.

Certo, il tema è urgente ed è comprensibile che stimoli all’azione. I bambini con genitori omosessuali sono oggettivamente privi di tutele legali e di sostegno culturale. Occorre far sì che, anche in caso di separazione della coppia gay, entrambi i genitori siano tenuti a garantire la continuità affettiva e economica; occorre che la scuola e la società riconoscano piena dignità alle loro famiglie d’origine o ricostituite. Ma è interessante anche ciò che sta accadendo attorno a questo a problema oggettivo. L’universo progressista era sempre stato diffidente verso la famiglia in quanto costruzione ascritta, necessitata, incatenata ai vincoli di sangue. Le famiglie arcobaleno ora ci ricordano (ma era una strada già aperta dall’adozione e dalle seconde nozze) che questi nuclei possono essere straordinari motori di cambiamento perché sono frutto delle nostre scelte, della nostra capacità creativa, della nostra libera assunzione di responsabilità.

Forse da qui può partire a sinistra una nuova politica delle famiglie. Al plurale.

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fonte lepersoneeladignita.corriere.it

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In marcia per ‘liberare’ la cannabis. Manifestazioni in tutto il mondo

In marcia per 'liberare' la cannabis. Manifestazioni in tutto il mondo (afp)

In marcia per ‘liberare’ la cannabis.
Manifestazioni in tutto il mondo

Corteo della Million marijuana march a favore della liberalizzazione e dell’uso terapeutico in duecento città di molte nazioni. Il corteo di Roma. Lo slogan: “Marijuana patrimonio dell’umanità”. Aggredito un partecipante accusato di essere uno spacciatore di pasticche. Vendola: “Il proibizionismo è una manna per i narcotrafficanti: abolire la legge Fini-Giovanardi”

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ROMA – Dagli Stati Uniti all’Australia fino all’Europa: sono più di duecento in 63 nazioni diverse le città dove si è svolta la ‘Million marijuana march’, la manifestazione mondiale per la legalizzazione della cannabis, che ha fatto tappa anche a Roma. La manifestazione, nata nel 1999, da quindici anni unisce i consumatori di tutto il mondo per chiedere ai governi la fine del proibizionismo contro le droghe leggere e la possibilità di coltivare liberamente la pianta, senza conseguenze penali. Sulle note reggae, la musica simbolo dei fumatori di cannabis, diffuse sugli stereo installati su dei camion, anche a Roma migliaia di ragazzi hanno sfilato tra balli, cori, striscioni (ma nessun simbolo pollitico, vietato dagli organizzatori), spinelli e birre. Ma quest’anno la manifestazione è iniziata nel modo peggiore: una ragazzo è stato picchiato da un gruppo di partecipanti che lo accusavano di essere uno spacciatore di pasticche. Ieri la tradizionale marcia era stata preceduta da una serie di conferenze, tavole rotonde, proiezioni ma anche feste, musica e una singolare degustazione di una cena tutta a base di canapa per diffondere la ‘cultura’ della marijuana.

LE FOTO DAL MONDO

“Tanta galera per noi moltissimi, miliardi di euro per loro pochissimi” è stato lo slogan dei manifestanti, che si sono scagliati contro la ‘Fini-Giovanardi’, la legge approvata sette anni fa dal governo Berlusconi che inasprisce le pene proprio a danno dei consumatori di droghe leggere. Una legge che i manifestanti considerano eccessivamente punitiva e ingiusta: “Più di 120.000 persone arrestate negli ultimi sette anni, più di 22milioni di piante di canapa sequestrate solo nel 2012 e un numero imprecisato di miliardi esentasse finiti nelle casse delle narcomafie”, si lamentano gli organizzatori. Che da tredici anni rivolgono al governo sempre la stessa, inascoltata, richiesta: “Stop alle persecuzioni per i consumatori di cannabis, accesso immediato all’uso terapeutico per i pazienti e diritto a coltivare la pianta liberamente”, come si legge nel volantino della manifestazione.

Un tema su cui c’è pieno accordo con Nichi Vendola: “Il proibizionismo è una manna per i narcotrafficanti: abolire la legge Fini-Giovanardi”, ha scritto oggi il segretario di Sinistra ecologia e libertà su twitter. Il partito di Vendola è da anni in prima linea per abrogare la legge e alcuni giorni fa il capogruppo alla camera Gennaro Migliore ha annunciato che Sel “a breve presenterà un articolo per cambiare il testo unico sulle droghe”. Tra i punti principali del progetto di legge “la modifica delle pene previste per la detenzione di cannabis e la non punibilità per le coltivazioni di canapa a uso personale”. Per questo, durante la giornata sono state raccolte centinaia di firme tra i manifestanti. “Gli effetti della Fini-Giovanardi sono devastanti: le narcomafie si arricchiscono grazie al proibizionismo mentre decine di migliaia di persone per bene sono finite in galera solo per aver coltivato questa benefica pianta”, sostiene Alessandro Buccoleri, uno degli organizzatori.

La cannabis nel mondo.
Gli ultimi due anni hanno fornito di sicuro molte speranze agli antiproibizionisti di tutto il mondo. Negli Stati Uniti, con due referendum nel novembre scorso è stata votata la legalizzazione del possesso e della vendita. L’Uruguay sta per varare una legge che prevede la vendita pubblica della marijuana autoprodotta dallo Stato e altri Paesi dell’America latina sembrano intenzionati a seguirne le orme. In Olanda Amsterdam, città simbolo dello spinello libero, a poche settimane dal gennaio del 2013, data in cui sarebbe entrata in vigore la legge voluta dal Governo nel 2010 secondo la quale i Coffee Shop olandesi avrebbero potuto vendere hashish e marijuana solo ai residenti ha fatto retromarcia e continua a essere la meta dei turisti della cannabis. Infine, una buona notizia anche dall’Italia: il Consiglio regionale della Toscana è stato il primo ad approvare un anno fa una legge per facilitare l’uso dei farmaci con cannabinoidi nella cura di specifiche malattie, dalla sclerosi multipla al glaucoma, come terapia contro il dolore. (04 maggio 2013)

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fonte repubblica.it

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Primo Maggio, l’Italia scende in piazza. Musica e cortei per il lavoro che non c’è

Sbava la Lumaca Sbava la Lumaca

Pubblicato in data 25/apr/2013

1° MAGGIO CONCERTO PIAZZA SAN GIOVANNI – ROMA 2013
Cantanti, Scaletta, Informazioni.

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Primo Maggio, l'Italia scende in piazza.  Musica e cortei per il lavoro che non c'è
Il concerto di piazza San Giovanni a Roma

Primo Maggio, l’Italia scende in piazza.
Musica e cortei per il lavoro che non c’è

Il concertone di piazza San Giovanni nella capitale, quello auto-organizzato di Taranto, oltre 50 manifestazioni in Tocana, cortei in Piemonte. E a Perugia ‘Priorità Lavoro’ è lo slogan con cui Cgil, Cisl e Uil hanno deciso di celebrare la festa. Boldrini in Sicilia. Napolitano: “Impegno su lavoro e precariato”

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ROMA – La giornata del lavoro. Un primo maggio che quest’anno non riesce a essere una festa, ma l’appello di un impegno da rinnovare. “Purtroppo, oggi, c’è da pensare anche al lavoro che non c’è, al lavoro cercato inutilmente, al lavoro a rischio e precario. Abbiamo il dovere politico e morale di concentrarci su questi problemi”, ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, al presidente della federazione maestri del Lavoro d’Italia, ai segretari generali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, e a quanti celebrano la ricorrenza.

L’Italia domani scenderà in piazza. A piazza San Giovanni, a Roma, è tutto pronto per il tradizionale concerto del Primo Maggio, organizzato da Cgil, Cisl e Uil. Questa edizione, trasmessa in diretta nazionale da Raitre (dalle 15), sarà condotta da Geppi Cucciari. Tra i musicisti che si esibiranno Elio e le storie tese, Max Gazzè, Nicola Piovani, Africa Unite, Cristiano De Andrè, Motel Connection e l’Orchestra rock composta dai migliori musicisti italiani e diretta da Vittorio Cosma. Le misure di sicurezza sono state rafforzate. Secondo le disposizioni della questura saranno presenti più uomini, rispetto agli anni precedenti, con molti agenti in borghese tra la folla. Nella capitale anche musei aperti a ingresso gratuito.

TUTTO SUL CONCERTONE DI ROMA

Ma la festa del lavoro non unirà musica e politica solo a Roma. A Taranto si svolgerà infatti il “1 maggio autorganizzato – Sì ai diritti, no ai ricatti – Lavoro? Ma quale lavoro?” con dibattiti in mattinata e il concertone del pomeriggio. Parteciperanno, tra gli altri, Fiorella Mannoia, Raf, Luca Barbarossa, Francesco Baccini, Michele Riondino ed Elio Germano. E a Torino, il Jazz Festival proporrà una no-stop musicale dalle 15 a mezzanotte con comizio conclusivo del segretario generale della Uil, Gianni Cortese, a nome dei tre sindacati confederali. Il corteo sarà aperto dallo striscione unitario di Cgil Cisl Uil Torino con lo slogan ‘Prima lavoro e welfare’.

E se le note sono da sempre un ingrediente chiave per le celebrazioni, tutta Italia scenderà in piazza per la festa del lavoro, in un momento storico in cui la crisi e la disoccupazione hanno raggiunto livelli altissimi e drammatici. Manifestazioni di Cgil, Cisl e Uil sono previste in tutto il Piemonte. Ad Asti parlerà il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini. Ci saranno cortei con comizi anche ad Alessandria, a Biella, a Borgosesia, a Novara e a Vercelli.

A Portella della Ginestra per la Cgil di Palermo saranno presenti il segretario provinciale, Maurizio Calà, la segretaria nazionale della Flai Cgil, Stefania Croggi, e il presidente della Camera, Laura Boldrini, che deporrà una corona al Memoriale. “Il tema di quest’anno è il lavoro come punto centrale della crescita, dello sviluppo e della legalità – ha dichiarato Calà – non solo intesa come lotta alla mafia, ma come rispetto delle leggi e dei diritti dei lavoratori. Diritti, oggi, pesantemente minacciati dalla crisi e dalle politiche di austerity dei governi”. Nel frattempo, a Piana degli Albanesi, sarà celebrata per la prima volta una messa a suffragio del sindacalista Vito Stassi “Carusci” e di tutte le vittime di Portella.

Il segretario nazionale della Fiom Maurizio Landini ha bocciato il’1 maggio organizzato a Bologna da Cgil, Cisl e Uil, che hanno invitato in piazza anche Unindustria e Legacoop. “Il primo maggio – ha detto Landini – è e deve rimanere dei lavoratori e delle lavoratrici. Per dialogare con le imprese abbiamo 364 giorni all’anno, ce n’è uno che deve restare la giornata del lavoro, di quelli che vogliono avere un lavoro con diritti”. La Fiom di Bologna diserterà piazza Maggiore per partecipare a un’iniziativa di solidarietà di fronte alla Berco di Copparo. “Lì – ha detto il leader nazionale – vogliono mettere in discussione 600 posti di lavoro. E’ la più grande azienda metalmeccanica della regione”. Andarci, quindi, “ha un significato preciso, perché in questa fase bisogna bloccare i licenziamenti ed evitare le chiusure. Tutto quello che si chiude è perso”.

A Perugia ‘Priorità Lavoro’ è lo slogan con cui le segreterie nazionali dei sindacati hanno deciso di celebrare la Festa del Lavoro 2013 nel capoluogo umbro dove arriverà anche una folta delegazione toscana. Saranno poi migliaia – operai, impiegati, disoccupati, precari, uomini e donne, cittadini toscani che usciranno dalle loro abitazioni per partecipare a una delle 50 iniziative, tante se ne contano, in programma nella regione.

In provincia di Arezzo manifestazioni della Cgil con cortei nel capoluogo, a Cortona, a Foiano della Chiana, Lucignano e Monte San Savino. Iniziative anche a Castelnuovo dei Sabbioni, Capolona e San Giustino Valdarno.

In provincia di Firenze manifestazioni unitarie di Cgil, Cisl e Uil a Barberino del Mugello, Empoli, Fucecchio, Gambassi Terme, Montaione, Castelfiorentino, Pontassieve, Sesto Fiorentino e a Fiesole. Iniziative anche a Certaldo. Nel grossetano manifestazioni della Cgil a Manciano, Follonica e Valpiana.

In provincia di Livorno a Venturina manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil: vi sfileranno anche gli agricoltori aderenti alla Cia. Iniziative unitarie dei sindacati anche in provincia di Lucca, a Stiava e a Seravezza così come a Massa con interventi di lavoratori ex Eaton, del commercio e di un precario. Nel pisano manifestazioni della Cgil a San Miniato, Montecalvoli e a Pomarance. Manifestazione unitaria dei sindacati a Pistoia dove è in programma un corteo così come ad Agliana, a Casalguidi, a Lamporecchio e a Larciano, a Monsummano Terme e a Montale. Ancora iniziative a Montecatini Terme e a Quarrata.

Iniziative di Cgil, Cisl e Uil anche a Prato e Vaiano con cortei, concerto di Francesco De Gregori  a Capannori, a Carmignano e manifestazione a Montemurlo. In provincia di Siena manifestazioni unitarie a Chiusdino, S.Gimignano, Colle Val d’Elsa, Poggibonsi, Chianciano Terme, Chiusi, Pienza, Sinalunga, Abbadia San Salvatore.

“Uniti per il lavoro”. Lavoratori, imprenditori, associazioni di volontariato. Sarà un primo maggio inedito quello che Cgil, Cisl e Uil Treviso si apprestano a celebrare nel capoluogo della Marca trevigiana. Il corteo si snoderà dalla stazione ferroviaria (ritrovo ore 9,30) a piazza dei Signori, dove gli interventi dei segretari generali delle tre sigle sindacali si alterneranno alle testimonianze di lavoratori e lavoratrici. Sul palco, accanto a loro, ci saranno tutti i rappresentanti delle associazioni imprenditoriali della provincia: industriali, artigiani, commercianti, agricoltori, cooperative, ma anche il mondo del volontariato. Queste le categorie invitate: Ance, Unindustria, Confcommercio, Cna, Confartigianato, Coldiretti, Cia, Casartigiani, Confagricoltura, Confcooperative e Confesercenti. Il contributo musicale sarà affidato a giovani studenti.

L’Ugl festeggerà a Verona la festa dei lavoratori: il corteo partirà  con lo slogan “Progettare insieme l’Italia di domani” mercoledì alle 10,30 dal piazzale antistante l’Abbazia di San Zeno per arrivare alle 12 in piazza dei Signori dove si terrà il comizio del segretario generale, Giovanni Centrella. L’Ugl chiede al Governo risorse per gli esodati e per la cig in deroga, una riforma fiscale vera, migliori infrastrutture e più credito.

A Padova per infondere coraggio ai lavoratori e alle imprese che lottano con la crisi il vescovo Antonio Mattiazzo, ha promosso una veglia di preghiera il primo maggio nella zona industriale della città. L’occasione è organizzata dalla Pastorale sociale e del lavoro della Diocesi. La veglia sarà il momento centrale di una serie di appuntamenti legati allo stato economico del Paese.

Meteo. Piovoso a nordovest e sereno nel resto d’Italia ma sarà un primo maggio “all’insegna del bel tempo su buona parte della penisola, in particolare al centrosud dove sulle aree interne le temperature potranno sfiorare anche punte di 29-30 gradi. Sole prevalente anche sulle pianure del nordest, mentre in montagna si potrà avere qualche acquazzone dal pomeriggio. Purtroppo ancora una volta penalizzato da piogge e temporali sparsi il nordovest, qualcuno anche forte, anche se sulla riviera ligure non mancheranno delle schiarite, specie nella seconda parte della giornata”.

Treni. In occasione della festa del primo maggio, “per assicurare a tutti un viaggio tranquillo e regolare”, il gruppo ferrovie dello stato italiane “intensificherà il proprio impegno nei controlli anti-evasione, nel rispetto delle migliaia di passeggeri che in questi giorni sceglieranno il treno, pagando regolarmente in biglietto, per i loro spostamenti lungo la penisola”. Prosegue così anche quest’anno la campagna ‘no ticket, no parti’ (avviata nel 2008), “un importante sforzo del gruppo Fs italiane per garantire la sicurezza e la tranquillità ai propri clienti, soprattutto nei giorni di intenso traffico”. (30 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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Ciclisti, pedoni, pendolari, associazioni: il 4 maggio a Milano per la Mobilità Nuova

Ciclisti, pedoni, pendolari, associazioni: il 4 maggio a Milano per la Mobilità Nuova
(fotogramma)

Ciclisti, pedoni, pendolari, associazioni:
il 4 maggio a Milano per la Mobilità Nuova

Lo slogan è “l’Italia cambia strada”. La manifestazione rilancia un anno di iniziative nate dai 20mila al Colosseo con #Salvaicicillisti la scorsa estate e chiede una legge per garantire un nuovo modo di spostarsi (compreso il treno) e preservare l’ambiente. Ben 160 le sigle che hanno aderito, da Legambiente alla Fiab fino a SlowFood, Touring e Libera

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di MANUEL MASSIMO

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“Prossima fermata Milano Mobilità Nuova”. Non si tratta dell’annuncio di una nuova stazione della metropolitana, ma della chiamata a raccolta per la manifestazione nazionale indetta dalla Rete della Mobilità Nuova: “pedali, pedoni e pendolari” s’incontreranno il 4 maggio alle 14.30 in piazza Duca d’Aosta a Milano (Stazione Centrale) per promuovere un nuovo modello di spostamento, incentrato sulle persone e non sulle auto, attraverso lo slogan “l’Italia cambia strada”. All’iniziativa, lanciata in Rete nelle scorse settimane con diverse campagne sui social network, hanno aderito oltre 160 sigle di associazioni, ong, comitati e movimenti nazionali e locali.

Sono tante le realtà che hanno sposato la causa della Mobilità Nuova: l’associazione ecologista Legambiente, il movimento #salvaiciclisti, l’Uisp (Unione italiana sport per tutti), la Fiab (Federazione italiana amici della bicicletta); SlowFood, Coldiretti, Touring Club Italiano; l’associazione dei Mobility Manager Euromobility, il Ciufer (Comitato italiano utenti ferrovie nazionali) e numerosi comitati di pendolari dei treni regionali. Aderisce alla manifestazione del 4 maggio anche Libera (Associazioni, nomi e numeri contro le mafie).

Cambiare il modo di spostarsi è necessario per preservare l’ambiente, oltreché la salute dei cittadini e i conti pubblici, come spiegano gli organizzatori dell’iniziativa: “L’Italia ha ipotecato il futuro delle opere pubbliche e della mobilità approvando progetti per nuove autostrade e nuove linee ad alta velocità ferroviaria che costeranno complessivamente 130 miliardi di euro, offriranno ulteriori occasioni di business alla malapolitica e alla criminalità organizzata, sottrarranno al Paese territorio e bellezza spesso senza offrire un servizio migliore alla collettività”.

Per chiedere concretamente alla politica di “cambiare strada”, il 4 maggio a Milano partirà la raccolta di firme per presentare in Parlamento una legge di iniziativa popolare: per imporre un cambio di direzione nell’allocazione delle risorse pubbliche destinate ai trasporti. L’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere un milione di adesioni. Attualmente, come riportano i dati di Legambiente, per soddisfare la domanda di mobilità del 2,8 per cento delle persone e delle merci (è questa la quota di spostamenti quotidiani superiori ai 50 chilometri, ndr) si impegna il 75 per cento dei fondi pubblici destinati alle infrastrutture del settore.

Lo Stato destina invece soltanto il restante 25 per cento agli interventi per le aree urbane e per il pendolarismo, dove si muove il 97,2 per cento della popolazione, puntando spesso sulla costruzione o l’ampliamento di nuove strade per le auto private senza incentivare il trasporto collettivo o quello non motorizzato. Il binomio “auto + alta velocità”, insomma, secondo i promotori della Mobilità Nuova va ridimensionato a favore di un nuovo modo di spostarsi sulle strade: camminando (+ pedoni); andando in bici (+ pedali); utilizzando la rete del trasporto pubblico locale e della rete ferroviaria (+ pendolari); e, infine, ricorrendo solo in ultima analisi all’auto privata (da sostituire, dove possibile, da car sharing, car pooling e taxi).

Grazie a un accordo con le Ferrovie dello Stato, tutti coloro che vorranno partecipare alla manifestazione di sabato 4 maggio e arriveranno a Milano in treno avranno diritto a uno sconto del 40 per cento sul prezzo del biglietto. Le modalità con cui richiedere il codice sconto saranno disponibili nei prossimi giorni sul sito www. mobilitanuova. it nella sezione blog. Tutti in carrozza, si parte: “Prossima fermata Milano Mobilità Nuova”. (23 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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Mauro Corona: “La salvezza è nella terra, riprendiamo la zappa. Stop al superfluo”

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Mauro Corona: “La salvezza è nella terra, riprendiamo la zappa. Stop al superfluo”

L’alpinista, scultore e scrittore inganna la crisi economica coltivando frutta e verdure, perché “a ogni cosa si può rinunciare tranne che a soddisfare la fame”. E consiglia di riscoprire il necessario per eliminare le paure del tempo

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di

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Nell’incrocio tra un barbaro, un alpinista e un poeta si sviluppa il corpo e si modella il pensiero di Mauro Corona. Ha spaccato pietre e usato le parole per raccontarle. Il martello nell’inchiostro. Dunque scrittore a sua insaputa. Guarda dall’alto in basso gli umani, che forse un po’ gli fanno schifo, e il mondo, che forse un po’ lo rattrista. Si gode lo spettacolo dalla parete di una montagna, una roccia chiamata Erto, paese di 400 abitanti collegato a Longarone con il bus e all’Italia dalla tragedia del Vajont.

“Grazie ai morti del Vajont siamo italiani. È la disgrazia che ci ha fatto riconoscere. Le televisioni e i giornalisti e le autorità sono giunte a Longarone, mai nella mia Erto che infatti va in malora senza che un cristo (un ministro, un deputato, un potente semplice) faccia un colpo di tosse, una telefonata per chiedere come va. Gli risponderei che serve della ghiaia, serve riparare una strada perché d’inverno tutto smotta e noi rimaniamo isolati, celati alla vista e anche al pronto soccorso, a un medico che ci aiuti, un tabaccaio che apra per noi, un postino che ci faccia imbucare le lettere”.

Noi in città ci disperiamo per la recessione economica, lassù lei sta peggio. “Peggio un cavolo! Al netto delle peripezie che tocca fare perché la montagna richiede sacrifici, le rispondo: una favola. Coltivo verze, cavolfiori, patate (le patate sono decisive per vivere). E susine, ciliegie, mele, pere. Toccherà anche a lei imparare a zappare. Il nostro futuro è nella terra: a ogni cosa si può rinunciare tranne che a soddisfare la fame. Quindi, niente paura: una zappa ci salverà”.

Conosceremo i calli alle mani, torneremo alle candele. “Ma benvenuti ai calli, diamine. L’idiozia è restare vittime della dittatura del superfluo, l’idiozia è non capire che per vedere devi togliere roba davanti ai tuoi occhi, cosa te ne fai della Ferrari nel capannone, idiota? Il denaro compra il tempo, ma il tempo è ripetitivo, ci annoia perché non siamo stati abituati a governarlo, dominarlo. Dove sono le passioni, e dove la speranza? Da quel che vedo siamo vicini alla fine”. Il capitalismo sta schiattando? “Ma certo, che dubbio c’è. Ci ridurrà allo stremo. Nel vicino Friuli c’è un paese dove si facevano sedie. E queste benedette sedie con gli anni sono venute a costare uno sproposito: le vendevano 400 euro l’una. Sono giunti i cinesi con le loro sedie a 20 euro e tutto è finito.

Il paese delle sedie che non ne vende più una. Questo è il capitalismo. Si può essere cretini così? Due giorni fa ero a Montecarlo per una conferenza”. Lei a Montecarlo? “Certo, devi andare dai cretini per parlare dei cretini. Devi giungere nel punto esatto dove si concentrano i soldi per illustrare la loro inutilità”. Marcuse parlava dell’offerta senza desiderio. “Esatto. Vince l’apparenza sopra la realtà. Il verosimile sul certo. Vince la televisione, il talk show, il frou frou, il cinguettio scadente frutto del pensiero inutile. Se non vai in televisione per dire che ti uccidi neanche tua moglie ci crederà mai”. I suoi libri hanno venduto perché lei li ha promossi in tv. “Come negarlo? Ho vinto anche un premio Bancarella, e sapevo un mese prima che l’avrei vinto. Sapevo dello Strega a Piperno. Sembra tutto un artificio, una vita di plastica, concepita secondo schemi falsi, triturata dall’omaggio al potere. Forse la mia è solo invidia e la pagherò. Ma questo è il mio pensiero”. Tutti i potenti sono cattivi, e tutti gli indifesi sono buoni?

“Diceva Borges: ho scoperto che c’è del male in me e del buono in altri. Perciò dovremmo essere più fiduciosi, collaborativi, disponibili. Ma non si riesce a fare un governo, l’uno addenta l’altro nella negazione che esista un bene comune, uno sguardo comune, una vita in fondo comune. E siamo qui a fare la conta della tragedia, a chiederci di quanto ci impoveriremo, di cosa ci mancherà. A piangere e straziarci. Siamo peggio di quel che vogliamo credere. Noi italiani abbiamo consumato ogni etica, e questa caduta civile, questa deriva economica un po’ ce la siamo conquistata con il nostro stile barbarico. Gli schei ci hanno fatto ammalare e ridotto in povertà. Vanitosi e pigri, ora disperati”. Una parola di conforto? “Una zappa per tutti. Impareremo presto a essere imprenditori della terra. Cioè di noi stessi, e capiremo che è una cosa bellissima”.

da Il Fatto Quotidiano del 14 aprile 2013

video di Giorgio Fornoni4

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fonte ilfattoquotidiano.it

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FOTOGRAFIA E STORIA – Ecco gli scatti di Robert Capa scomparsi per decenni: il mistero della valigia messicana / PHOTO: The story of the “Mexican Suitcase”

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Ecco gli scatti di Robert Capa scomparsi per decenni: il mistero della valigia messicana

“Sono stati pubblicati gli scatti che Capa consegnò ad un amico prima di lasciare l’Europa per scappare dal regime nazista”

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di Michele Tarantini, pubblicata il 11 Aprile 2013, alle 09:11
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La fotografia, ed in particolar modo il mondo del reportage, sono certamente legati al momento storico in cui sono stati realizzati; esistono casi in cui gli avvenimenti hanno influenzato non solamente il linguaggio fotografico ma anche le vicessitudini delle fotografie vere e proprie, come il caso di cui vi parliamo oggi. Sono infatti stati pubblicati alcuni scatti realizzati intorno agli anni ’30 da Robert Capa, ed andati –quasi- persi per circa cinquant’anni.

Robert Capa, un maestro non solo del reportage ma della fotografia in toto, realizzò infatti una serie di scatti nella Spagna di Franco devastata dalla guerra civile, immagini doppiamente preziose dato che la maggior parte della documentazione fotogiornalistica di quegli anni è concentrata principalmente su quanto stava accadendo nel centro Europa.

Robert Capa, prima di vedersi costretto ad abbandonare il vecchio continente per poter fuggire dal regime nazista, consegnò gli scatti realizzati in Spagna ad un suo amico, Imre Wiess, in modo tale da poterli salvare nel caso gli fosse capitato qualcosa.

Gli scatti furomo poi consegnati da Weiss a terzi e scomparirono per molto tempo. Diversi anni dopo la morte di Robert Capa, il fratello Cornell (fondatore del Centro di Fotografia di New York) è riuscito finalmete a venire in possesso dei negativi perduti. Maggiori informazioni riguardanti la rocambolesca storia di quello che viene chiamato “mexican suitcase” possono essere trovate a questo indirizzo

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fonte fotografidigitali.it

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The Mexican Suitcase trailer

The212BERLIN The212BERLIN

Caricato in data 04/ago/2011

If it were a children’s story, we might ask why they hid themselves for so long.
The Recovered Lost Photographs from the Spanish Civil War: Exile and Memory.

A documentary by Trisha Ziff

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The story of the “Mexican Suitcase”

In late December 2007, three small cardboard boxes arrived at the International Center of Photography from Mexico City after a long and mysterious journey. These tattered boxes—the so-called Mexican Suitcase—contained the legendary Spanish Civil War negatives of Robert Capa. Rumors had circulated for years of the survival of the negatives, which had disappeared from Capa’s Paris studio at the beginning of World War II. Cornell Capa, Robert’s brother and the founder of ICP, had diligently tracked down each tale and vigorously sought out the negatives, but to no avail. When, at last, the boxes were opened for the 89-year-old Cornell Capa, they revealed 126 rolls of film—not only by Robert Capa, but also by Gerda Taro and David Seymour (known as “Chim”), three of the major photographers of the Spanish Civil War. Together, these roles of film constitute an inestimable record of photographic innovation and war photography, but also of the great political struggle to determine the course of Spanish history and to turn back the expansion of global fascism.

Taro and Capa

We have determined that the film rolls in the Mexican Suitcase break down roughly into a third each by Chim, Capa, and Taro. Almost all of the film is from the Spanish Civil War, taken between May 1936 and spring 1939. There are two exceptions: two rolls of film by Fred Stein taken in Paris in late 1935, which include both the famous image of Gerda Taro at a typewriter and the picture of Taro and Capa at a café, and another two rolls from Capa’s trip to Belgium in May 1939. It is not immediately apparent why these four rolls were packed with the work from Spain.

The Suitcase does not contain a complete collection of any of Capa’s, Taro’s, or Chim’s Spanish Civil War coverage, but includes many of the important stories. From Capa, we see images of destroyed buildings in Madrid, the Battle of Teruel, the Battle of Rio Segre, and the mobilization for the defense of Barcelona in January 1939, as well as the mass exodus of people from Tarragona to Barcelona and the French border. There are several rolls of Capa’s coverage of the French internment camps for Spanish refugees in Argelès-sur-Mer and Barcarès taken in March 1939. We have found Chim’s famous image of the woman nursing a baby during a land reform meeting in Estremadura taken in May 1936, as well as his portraits of Dolores Ibárruri, known as La Pasionaria. There are many images of his coverage of the Basque country and the Battle in Oviedo. From Taro, we have dynamic images of the new People’s Army training in Valencia, the Navacerrada Pass on the Segovia front, and her last photographs taken while covering the Battle of Brunete, where she was killed on July 25, 1937.

Robert Capa

Jewish immigrants from Hungary, Germany, and Poland, the three photographers found a home in the culturally open Paris of the early 1930s. Friends and colleagues, they often traveled together in Spain. They published in the major European and American publications covering the war, regularly contributing to Regards, Ce Soir, and Vu, and then Life. Their combined work in Spain constitutes some of the most important visual documentation of the war. These negatives had been considered all but lost until 1995.

Exactly how the negatives reached Mexico City is not yet definitively known. In October 1939, as German forces were approaching Paris, Robert Capa sailed to New York to avoid capture by the Germans and internment as an enemy alien or Communist sympathizer.1 As far as we understand, Capa left all his negatives in his Paris studio at 37 rue Froidevaux, under the supervision of his darkroom manager and fellow photographer Imre “Csiki” Weiss (1911–2006). In a letter dated July 5, 1975, Weiss recalled, “In 1939, when the Germans approached Paris, I put all Bob’s negatives in a rucksack and bicycled it to Bordeaux to try to get it on a ship to Mexico. I met a Chilean in the street and asked him to take my film packages to his consulate for safekeeping. He agreed.”2 Csiki, also a Jewish Hungarian émigré, never made it out of French-controlled territory and was interned in Morocco until 1941, when he was released with the help of both Capa brothers and arrived in Mexico late that year.

Csiki’s 1975 letter may be the earliest known document of the story of the missing negatives. Neither John Morris, a picture editor who first met Capa in New York in 1939 and remained a close friend and colleague until Capa’s death, nor Inge Bondi, who joined the New York Magnum office in 1950 and worked there for twenty years, recalls Capa ever mentioning the missing negatives or expressing any remorse that many of his most famous images of the Spanish Civil War had disappeared.3

In 1979, on the occasion of the inclusion of Capa’s work in the Venice Biennale, Cornell published a call to the photographic community seeking any information on his brother’s lost negatives following the appearance of a text about Capa’s work by John Steinbeck in the French magazine Photo. “In 1940,” Capa wrote, “before the advance of the German army, my brother gave to one of his friends a suitcase full of documents and negatives. En route to Marseilles, he entrusted the suitcase to a former Spanish Civil War soldier, who was to hide it in the cellar of a Latin-American consulate. The story ends here. The suitcase has never been found despite the searches undertaken. Of course a miracle is possible. Anyone who has information regarding the suitcase should contact me and will be blessed in advance.”4 Unfortunately, no new information surfaced. There were discussions of a trip to Chile to seek out the “Latin-American consulate.” There was even a dig in the French countryside following reports that the negatives had been buried there.5 Nothing was found.

As for the suitcase, we now know that at some point it was turned over to General Francisco Aguilar González, the Mexican ambassador to the Vichy government in 1941–42. We do not know when or under what circumstances this happened. It is highly plausible that in the anxious, underground environment of the thousands of Jewish and foreign refugees seeking exit visas out of France in the south, Csiki sensed the danger of his situation and passed the negatives to someone who could either bring them to safety or immediately put them in hiding. Whether Aguilar was the knowing receiver of the negatives or whether he ever had any idea of their significance (or even that he possessed them) is not yet clear. It is perhaps because the value of the negatives was understood that they survived, yet it is also possible that they survived because it was not known what they were and they quietly escaped attention. Aguilar later returned to Mexico City, the negatives presumably packed among his belongings. He died in 1971. The whereabouts of the negatives were never known during Capa’s lifetime.

Robert Capa notebook

In the ensuing years, there have been three other stories of major troves of Capa/Taro/Chim work being found in unexpected locations. In 1970, Carlos Serrano, a Spanish researcher in the Archives nationales in Paris, uncovered eight notebooks of contact prints of negatives made in Spain by Capa, Taro, and Chim. The small notebooks, about 8 x 10 inches, contain some 2,500 tiny images from 1936–39 pasted onto the pages, which functioned basically as contact sheets. These notebooks were produced to show the full coverage of stories to potential editors and to keep track of which images were used by the publications. Some of the images are annotated with consecutive numbers, others with publication information and other markings; some are identified by photographer and some are not. In total, these notebooks are the most personal and comprehensive artifacts of the work by these three photographers. In Capa’s possessions was a similar notebook with images from August 1936 by Capa and Taro. This is now in the collection of the International Center of Photography. The eight other notebooks remain in the Archives nationales in Paris.

The history of the notebooks is also interesting. The record numbers of the notebooks indicate that they are partof a collection from the French Ministry of the Interior and Security of the State, which were entered into the Archives in 1952 without any indication of when or why the material was collected.6 The record numbers of the notebooks fall between the personal papers of Gustav Rengler, arrested by the French police in September 1939, and a folder from the Agence Espagne, the Communist agency in France that distributed news and photographs about the Spanish Civil War, which may have been raided during the same period.7 Richard Whelan, Capa’s biographer, has suggested that since the notebooks were used as a tool to sell pictures, it is possible they had been borrowed by the agency and never returned.

Additional Capa material was found in Paris in 1978. Bernard Matussiere, who lives in Capa’s old studio at 37 rue Froidevaux, discovered 97 negatives, 27 vintage prints, and one contact notebook from China in the attic.8 Matussiere had inherited the apartment from photographer Émile Muller, for whom he had worked as an assistant for eighteen years. Muller not only knew Capa, but was also left in charge of the contents of Capa’s apartment when both Capa and Weiss left Paris in 1939.9 The images found in the messy attic were of Capa’s coverage of the Front Populaire in Paris, the Spanish Civil War, and the Sino-Japanese War. Matussiere made his find public in an article in Photo in June 1983. Following publication, Matussiere turned over the negatives to Cornell Capa.10 The negatives and notebooks are now in the collection at ICP.

In 1979, about 97 photographs of the Spanish Civil War were found in the Swedish Ministry of Foreign Affairs. This collection of prints was part of a case of documents and letters belonging to Juan Negrín, prime minster of Spain’s Second Republic, who lived in exile in France after the civil war until his death in 1956. According to Lennart Petri, the Swedish ambassador to Spain, a small suitcase containing the documents was delivered—we do not know by whom or in what circumstances—to the Legation of Sweden in Vichy. At the end of World War II, this case was sent to the Archives of the Swedish Ministry of Foreign Affairs.11 The documents and letters mostly date from the last months of the war, especially January 1939, and were organized into three sections: documents pertaining to the Ministry of National Defense, documents from other ministries, and general correspondence arranged alphabetically. It is not clear why Negrín had the prints, although there is speculation that Capa actually gave him the prints in 1938 or 1939, possibly for distribution or for an eventual publication or exhibition.12 The images are from August 1936 through January 1938 and are by Capa, Taro, Chim, and the unexpected fourth member of this group of photographers, Fred Stein. The images span the war: Capa’s coverage of the bombing of Madrid in late 1936 and the Battle of Teruel in the winter of 1937, Taro’s of Segovia and Madrid in 1937, and Chim’s photographs of the Basque country. (Included in the group is one of two known vintage prints of The Falling Soldier.) The documents now reside in the Archives of the Spanish Civil War in Salamanca.

Nicholas Silberfaden

The negatives contained in the so called Mexican Suitcase were discovered among General Aguilar’s effects by the Mexican filmmaker Benjamin Tarver, which he inherited after the death of his aunt who was a friend of the General. After seeing an exhibition of Spanish Civil War work by Dutch photojournalist Carel Blazer in Mexico City, Tarver contacted Queens College professor Jerald R. Green in February 1995 seeking advice on how to catalogue the material and make it accessible to the public. “Naturally it would seem prudent to have this material…become an archive available to students and researchers of the Spanish Civil War,” Tarver wrote.13 Green, a friend of Cornell Capa, contacted Cornell and told him of this letter.

Cornell Capa subsequently made numerous attempts to contact Tarver and obtain possession of the film, but, oddly enough, Tarver proved elusive and disinterested. In the fall of 2003, in preparation for the 2007 exhibitions at ICP on the work of Capa and Taro, the late Capa biographer Richard Whelan and chief curator Brian Wallis launched a new effort to return the negatives to Cornell Capa. In early 2007, Wallis enlisted the aid of independent curator and filmmaker Trisha Ziff, based in Mexico City. Ziff first met Tarver in May 2007,14 and over the next several months helped to persuade him that the negatives belonged at ICP with the rest of the Capa and Taro Archives and a large Chim collection. No money was exchanged. On December 19, Ziff arrived at ICP with the Mexican Suitcase. The missing negatives had finally come home.

Cynthia Young
Assistant Curator, The Robert Capa and Cornell Capa Archive
2008

Photo © Nicolas Silberfaden

ICP is also grateful to the help of Alene Davidoff, Karl Katz, and Ben Shneiderman for their help in recovering the Suitcase.

1. His application for accreditation as a photographer to the French Ministry of Foreign Affairs had been denied, as his associations with Communist publications was suspect. By September 1939, 15,000 foreigners living in France had been deported to concentration camps in the south. Among the well-known artists in Mille interned in 1939 were Hans Bellmer, Max Ernst, and Wols.

2. Letter from Csiki Weiss to Cornell Capa, July 5, 1975, Cornell Capa Archives, International Center of Photography, New York. This letter was written in response to the controversy spurred by the publication of Phillip Knightley’s The First Casualty: From the Crimea to Vietnam: The War Correspondent as Hero, Propagandist, and Myth Maker (New York: Harcourt Brace Jovanovich, 1975), where he suggests that Capa’s Falling Soldier was staged. In the letter, Weiss attests to the fact that Capa shot the negative and certifies its authenticity.

3. Emails and discussions with the author April–May 2008.

4. Photo, no. 143 (August 1979).

5. Email from Jean-Jacques Naudet, editor of Photo, February 28, 2008.

6. Carlos Serrano, Robert Capa: Cuadernos de Guerra en España (1936–1939) (Valencia: Sala Parpallo, 1987), p. 26.

7. Michel Lefebvre, “L’héritier de Robert Capa réclame 4,500 photos à la France,” Le Monde, November 8, 2005.

8. Photo, no. 189 (June 1983).

9. Michel Lefebvre, “Les tribulations de la ‘valise mexicaine’ de Robert Capa,” Le Monde 2, February 9–15, 2008, pp. 24–26.

10. David Markus, “The Capa Cache,” American Photo (October 1983), pp. 90–95.

11. Fotografías de Robert Capa sobre la Guerra Civil española (Madrid: Ediciones el Viso, 1990), p. 11, and Isabel Soto, “A Photographic Legacy from Spain’s Civil War,” New York Times, December 26, 1990.

12. Richard Whelan, This Is War! Robert Capa at Work (New York: International Center of Photography, 2007), p. 87, note 15. Capa photographed Negrín delivering a speech at the farewell ceremony to the International Brigades on October 25, 1938.

13. Letter from Tarver to Green, ICP Archives.

14. See Trisha Ziff’s account of her involvement at www.zonezero.com/magazine/fs_essays.html.

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fonte museum.icp.org

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Finlandia, la radio parla latino. La “lingua morta” racconta l’attualità

Finlandia, la radio parla latino. La "lingua morta" racconta l'attualità

Finlandia, la radio parla latino.
La “lingua morta” racconta l’attualità

C’è l’elezione di Papa Francesco e la sede Petrina vacante, ma anche l’insediamento di Obama e gli esperimenti nucleari in Corea. Sulla radio nazionale finlandese le notizie più importanti, una volta a settimana, vengono lette nella lingua degli antichi romani. E su Internet audio e testi da consultare in ogni momento

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HELSINKI‘Novus papa Franciscus’, ma non solo. Anche ‘Comitia Italiae parlamentaria’ e ‘Corea Septentrionalis contumax’: sono titoli di notizie recenti, ma raccontate in ‘lingua morta’. Accade in Finlandia dove la Radio nazionale, da oltre vent’anni, ha deciso di dedicare al latino un giornale radio, ‘Nuntii latini’.

La rassegna delle notizie più importanti degli ultimi sette giorni, lette nell’antica lingua dei romani, può essere ascoltata sintonizzandosi sulle frequenze radio, scaricata via iPod, ma anche collegandosi al sito Internet dove, oltre, a udire la voce del team di studiosi che segue il progetto, si possono leggere i testi fedelmente tradotti.

AUDIOL’attualità parla latino

Nessuno sa con precisione quanti ascoltatori seguono il programma. “Credo che siano decine di migliaia – spiega Sami Koivisto, giornalista del notiziario – E’ chiaro che il web sta dando linfa nuova a un linguaggio considerato morto”. Il venerdì sera, prima delle notizie principali, la Radio nazionale presenta sei brevi approfondimenti in latino. Nelle ultime settimane si è parlato della crisi a Cipro e dell’elezione di Papa Francesco.

Certo la pronuncia non è proprio perfetta (l’accento nordico è abbastanza marcato), ma il successo riscosso dall’emittente fa pensare che nel mondo gli amanti del latino siano molti di più di quanto non si creda. E sebbene sia ipotizzabile che Cicerone poco capirebbe leggendo o ascoltando ‘De experimentis nuclearibus’, per chi vuole rinfrescare le proprie reminiscenze scolastiche o allenarsi un po’ con le traduzioni, è un esercizio perfetto. (09 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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