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Cittadinanza, Kyenge: presto un ddl sullo ius soli. Insorge il Pdl

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Cittadinanza, Kyenge: presto un ddl sullo ius soli. Insorge il Pdl, Schifani: Letta intervenga per il bene governo

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Nuove regole sulla cittadinanza. Un ddl sullo ius soli sarà pronto nelle prossime settimane: lo ha detto il ministro per l’Integrazione, Cecile Kyenge, intervenendo alla trasmissione “In mezz’ora” su Raitre. Come testimonial del diritto alla cittadinanza per chi nasce in Italia, non vedrebbe male la stella del calcio Mario Balotelli, che subito si dice disponibile. Il ministro ha poi ribadito che il reato di immigrazione clandestina va abolito.

«È difficile dire se riuscirò» ha ammesso il ministro rispondendo alle domande di Lucia Annunziata, perché «per far approvare la legge bisogna lavorare sul buon senso e sul dialogo, trovare le persone sensibili. È la società che lo chiede, il Paese sta cambiando». «Bisogna lavorare molto per trovare i numeri necessari» ha aggiunto Kyenge, precisando di non pensare a un eventuale fallimento. Il Pdl dà l’altolà a fughe in avanti. Il presidente dei senatori Renato Schifani, intervistato da SkyTg24, invita il presidente del consiglio Enrico Letta a richiamare i suoi ministri a maggiore cautela quando si parla di temi che non rientrano nel programma di governo.

Schifani: la proposta di Kyenge non rientra nel programma
«Quello che ha detto il ministro Kyenge – spiega Schifani – non rientra nel programma. Credo che sia necessario che in queste ore di avvio delicato» del lavoro dell’esecutivo «il premier spieghi ai propri ministri che una maggiore sobrietà su temi non discussi tra la maggioranza sarebbe auspicabile» altrimenti gli stessi ministri «potrebbero creare nocumento al governo stesso».

Rivedere i Cie , reato di immigrazione clandestina da abrogare
Secondo il ministro, poi, «occorre rivedere la struttura dei Cie (i Centri di identificazione ed espulsione) e lo stato di emergenza» legato agli sbarchi. Occorre «guardare alla direttiva europea che l’Italia ha ratificato in modo sbagliato» anche riguardo alla permanenza di 18 mesi «che devono essere una extrema ratio. La direttiva non chiede all’Italia di mettere nei Cie persone malate, fragili, minori, ma solo persone pericolose o criminali».

Balotelli testimonial? Kyenge: buona idea. Lui: sono disponibile
Coinvolgere il calciatore Mario Balotelli come testimonial di una campagna a favore dello ius soli? Per Kyenge è «una buona idea. Non lo conosco personalmente – ha continuato – so che lui sta subendo atti di razzismo, ma riesce a testa alta a dare un forte contributo all’Italia, che è il nostro Paese». L’attaccante del Milan ha subito replicato con una in una dichiarazione affidata all’Ansa: «Sono sempre disponibile» per la lotta al razzismo e alla discriminazione.

Boldrini: anacronistico no a cittadinanza a figli di immigrati
Secondo la presidente della Camera Laura Boldrini «è anacronistico che i ragazzi figli di immigrati, nati in Italia, non possono ottenere la cittadinanza nel nostro Paese». La presidente della Camera ha ricordato che il capo dello Stato «ha più volte sollecitato la politica per cambiare la legge sulla cittadinanza. Visto il successo che il ritorno al Quirinale di Napolitano ha ottenuto in Parlamento salvo qualche rara eccezione, penso che il Parlamento stesso possa darsi da fare ed ascoltare le parole di Napolitano».

Pdl in ebolizzione. Schifani: Kyenge? No a proclami solitari
Subito le prime reazioni alle dichiarazioni del ministro. «Le opinioni politiche di Cecile Kyenge su cittadinanza e reato di immigrazione clandestina – ha spiegato in una nota Anna Maria Bernini, senatrice e portavoce vicario del Pdl – sono perfettamente legittime se espresse a titolo personale, ma fuori luogo se pronunciate nelle vesti di ministro della Repubblica in un governo di coalizione che vive anche grazie al sostegno del Pdl, e ai suoi voti sui singoli provvedimenti».

No anche dal vicepresidente di Palazzo Madama, Maurizio Gasparri: «La cittadinanza automatica per il solo fatto di nascere in Italia non é praticabile – ha detto -. L’azione del governo deve piuttosto essere volta a far rispettare le leggi vigenti. Una task force che veda interessata anche il ministro Kyenge per verificare la reale condizione dei tanti immigrati presenti in Italia sarebbe un primo passo».

Renato Schifani, capogruppo del Pdl al Senato: «Non si esageri e si usi maggiore cautela anche da parte dei membri del governo. Quello del ministro Kyenge, che annuncia urbi et orbi che il reato di immigrazione clandestina andrebbe abrogato e un ddl sullo ius soli nelle prossime settimane, è soltanto l’ultimo episodio». Schifani ha invitato a evitare «proclami solitari, senza che gli argomenti siano discussi e concordati in un ambito collegiale». «Il ministro Kyenge non fa proclami solitari – ha replicato il deputato del Pd Edoardo Patriarca -. Quanto esprime è da tempo sentito dalla popolazione italiana. Non vorrei che una parte del Pdl esprimesse solo una posizione ideologica».

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fonte ilsole24ore.com

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Lavoro, così cambierà la legge Fornero: dai precari all’apprendistato

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Lavoro, così cambierà la legge Fornero: dai precari all’apprendistato

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di Giusy Franzese

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ROMA – Contratti a termine con minori vincoli, apprendistato più semplice, politiche attive di reinserimento più efficaci. Sono questi i tre capitoli della legge Fornero che la nuova squadra del ministero del Lavoro ha intenzione di modificare al più presto. Le prime riunioni interne si terranno già all’inizio della prossima settimana e a giorni dovrebbe partire anche la convocazione delle parti sociali per un iniziale giro di orizzonte. L’obiettivo sarà trovare il giusto equilibrio tra le esigenze dei lavoratori a non essere precari a vita e quello delle imprese ad avere la necessaria flessibilità.
Detta così sembra un percorso in discesa. In realtà sappiamo per esperienza che sul concetto di ”giusto equilibrio”, anche recentemente, le parti si sono scontrate più volte. Qualche avvisaglia è già arrivata. «Togliamoci dalla testa l’idea che un pezzo di flessibilità in più dovrebbe determinare chissà quali risultati» ha avvertito l’altro giorno il leader della Cgil, Susanna Camusso, reclamando «più risorse».

BLOCCARE L’EMORRAGIA

Probabilmente allentare un po’ le maglie di alcune norme non porterà a massicce campagne di assunzioni. Però resta un dato di fatto: in tempi di recessione l’aver introdotto maggiori vincoli non solo non ha aiutato, ma ha frenato. E quindi è bene e opportuno cambiare le cose che sul campo si è già visto che non funzionano. «Cercheremo di bloccare l’emorragia della disoccupazione giovanile perché è l’incubo che attanaglia le nostre famiglie» è la promessa del premier Letta. Il Piano per il Lavoro del governo si dividerà in due fasi. Nella prima ci si concentrerà sulle modifiche normative a costo zero (dato che tra sospensione Imu, blocco dell’aumento Iva, rifinanziamento cig in deroga, esodati e rinnovi contratti ai precari della Pubblica amministrazione, già si dovrà raschiare il fondo del barile). Solo successivamente alla chiusura della procedura Ue di infrazione per deficit eccessivo, partirà la seconda fase con defiscalizzazioni, incentivi per i nuovi assunti, riduzione del cuneo fiscale.

CONTRATTI A TERMINE

Due gli aspetti sui quali si pensa di intervenire: la diminuzione dell’intervallo di tempo tra un rinnovo e l’altro; il causalone. La legge Fornero ha allungato da 10 giorni a due mesi l’intervallo per il rinnovo dei contratti di durata fino a 6 mesi, e da 20 giorni a tre mesi per quelli più lunghi. Al tavolo con le parti sociali si vedrà di quanto è opportuno accorciare l’intervallo. Poi c’è il causalone, ovvero l’obbligo da parte del datore di lavoro di specificare il motivo per cui ha preferito assumere con contratto a termine anziché a tempo indeterminato. La riforma Fornero consente la non giustificazione (tecnicamente ”acausalità”) solo per il primo contratto a tempo determinato. L’idea è quella di allargare le maglie. Non si interverrà invece, sull’aliquota contributiva aggiuntiva dell’1,4% che rende più onerosi i contratti a termine.

APPRENDISTATO

Verranno modificati i maggiori vincoli introdotti dalla riforma Fornero, a partire dall’obbligo imposto all’impresa di stabilizzare il 50% (30% fino al 2015) degli apprendisti per poterne utilizzare di nuovi.

LA RICOLLOCAZIONE

Solo il 2,7% dei giovani tra i 18 e i 29 anni trova lavoro tramite i centri per l’impiego pubblici, che sono gestiti dalle Province. E anche nei confronti dei lavoratori più anziani che perdono il posto, il collocamento pubblico non riesce a svolgere efficacemente il ruolo di riqualificazione e collegamento tra domanda e offerta. Il governo punta a riordinare e potenziare i centri per l’impiego, dandogli più risorse (attingendo ai fondi europei) e più personale (con la mobilità tra enti locali).

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fonte ilmessaggero.it

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La festa delle famiglie arcobaleno, la sinistra ora riparta da qui

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La festa delle famiglie arcobaleno, la sinistra ora riparta da qui

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di Monica Ricci Sargentini

Amnesty International, il Coordinamento Genitori Democratici, Famiglie Arcobaleno e Legambiente, associazioni attive da anni sui temi della famiglia, dell’educazione e dell’ambiente si ritroveranno oggi domenica 5 maggio, per festeggiare la V Festa delle famiglie e la II Giornata Internazionale per l’uguaglianza tra le famiglie.  La Festa delle famiglie si propone di essere un’ occasione di aggregazione tra le realtà più diverse, unite nel condividere una visione aperta, rispettosa e progressiva della famiglia, dell’educazione, dell’ambiente, della società. L’iniziativa coinvolge nove città in Italia (Ferrara, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Perugia, Roma, Torino e Venezia) e complessivamente 16 paesi di tre continenti. Qui potrete trovare il programma delle iniziative previste in Italia. Per l’occasione abbiamo deciso di ospitare una riflessione sulla famiglia e la sinistra di Tommaso Giartosio, esponente delle Famiglie Arcobaleno e padre di due figli con il suo compagno Franco

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di Tommaso Giartosio

Famiglia e sinistra non vanno d’accordo? Storicamente è stato senz’altro così. Progressismo ha significato per secoli lotta contro lo status quo, cioè contro le tre classiche istituzioni: Dio, Patria, e Famiglia. Le battaglie di libertà hanno preso a bersaglio il potere del patriarca che domina moglie e figli dal suo posto accanto al focolare. Le battaglie politiche hanno puntato sul familismo amorale e sulla tirannide di un’élite endogamica, quasi un’unica stirpe tentacolare.

Certo, i diversi rami del socialismo e del femminismo storico contrapponevano a queste immagini odiose una versione idealizzata e paternalista, per esempio la buona famiglia proletaria del vecchio PCI. Esisteva una mitologia parallela. Ma le cose sono definitivamente cambiate con gli anni Sessanta-Settanta. Sono arrivate le leggi sull’aborto, sul divorzio, sul nuovo diritto di famiglia. È arrivata una nuova cultura libertaria che criticava l’istituto famigliare: una cultura diffusa in cui contava la tardiva assimilazione di Freud e dell’antropologia, più ancora che la critica radicale avanzata da Laing e Bourdieu.

Da allora, il lessico politico della sinistra non ha più trovato spazio per la famiglia. Non è che l’abbia veramente demolita. Per affetto o per impotenza, si è limitato a considerarla con sufficienza. Una vecchia icona nazionalpopolare che si può tranquillamente conservare al suo posto senza prenderla troppo sul serio. Così la sinistra si è impegnata sul tema soprattutto quando l’ha usata come testa di turco contro la destra. Una destra che, bisogna dirlo, non defletteva dai tracciati dell’immaginario tradizionalista più vieto: battendosi ad esempio contro il “divorzio breve”, quell’istituto che in tutto il resto d’Europa già esiste da decenni e si chiama semplicemente “divorzio”.

In che modo la sinistra è riuscita a ignorare così la famiglia? Relegandola al privato (mentre i conservatori ne facevano un simbolo da proiettare nell’arena pubblica con il Family Day). Forse la spinta è stata proprio l’eccessiva politicizzazione del privato avvenuta nei paraggi del ’68. Ma di fatto la famiglia è divenuta ciò di cui si parla meglio tacendo. Alcuni dei più bei film italiani degli ultimi decenni, da La famiglia di Scola a La stanza del figlio di Moretti, sono capolavori dell’emozione trattenuta, della ragione inerme, del silenzio. Tanto che la sovrapposizione di famiglia e privato è divenuta parte di un senso comune.

Eppure non è sempre stato così. Del mito fondativo della Repubblica fanno parte storie straordinarie di famiglie che sono luoghi di elaborazione politica e civile: i Gobetti, i Croce-Craveri, i Ginzburg di Lessico famigliare. Famiglie che non si rannicchiano attorno ai loro affetti – che pure esistono e sono forti – ma fanno del loro legame un’alleanza per ripensare la realtà.

Sembrano esempi molto lontani, certo. Ma forse qualcosa sta cambiando. Pensate per esempio al genere del memoriale famigliare: mai come in questi anni esso è servito a trasmettere valori di impegno civile. Dobbiamo ringraziare i figli delle vittime del terrorismo o della criminalità organizzata: Mario Calabresi, Benedetta Tobagi, Eugenio Occorsio, Maddalena Rostagno, Umberto Ambrosoli, Giovanni Impastato, Giovanni Tizian.

Un altro segnale in controtendenza è la Festa delle Famiglie. Si tratta di un piccolo happening organizzato da diversi anni da Famiglie Arcobaleno, l’associazione dei genitori omosessuali. Essendo uno degli organizzatori posso ammettere francamente che all’inizio non era niente di che, una faccenda di picnic nel parco e sculture di palloncini. Ma ultimamente l’evento sta crescendo in modo inatteso. Nel 2012 si è svolto in sette città italiane, in partnership con Legambiente. Quest’anno, per la V edizione, le città diventano nove (nel contesto di una Giornata Internazionale per l’Uguaglianza tra le Famiglie che prevede eventi in sedici paesi). Ma soprattutto, al rapporto con Legambiente si aggiungono ora quelli con Amnesty International e con il Coordinamento Genitori Democratici, la principale voce dell’associazionismo familiare progressista (tra i fondatori c’è Gianni Rodari). Altri interlocutori si avvicinano in modo per ora estemporaneo, partecipando a singoli eventi: Nati per Leggere, che promuove la lettura ad alta voce ai bambini; e gli scout laici del CNGEI a Milano, i Giovani Genitori a Torino, il Centro per le Famiglie a Ferrara, Famiglie per Mano a Palermo, DueCon a Napoli…

Alcuni di questi nomi diranno poco o niente. La galassia degli organismi che si occupano della promozione culturale, sociale, sanitaria, giuridica delle famiglie reali (e non della difesa d’ufficio della Famiglia Naturale) è frammentata, sfuggente. Un sintomo della vecchia difficoltà di cogliere, in ambito progressista, i confini di un discorso realmente condiviso sulla famiglia. È davvero sorprendente che questa realtà friabile si sia ricompattata attorno alle istanze della comunità gay. Una minoranza che nel nostro Paese ha sempre avuto difficoltà a trovare alleati (e infatti non ha ottenuto quasi nulla sul piano legislativo), e che probabilmente non si aspettava certo di reperirne nel mondo dell’associazionismo famigliare.

Certo, il tema è urgente ed è comprensibile che stimoli all’azione. I bambini con genitori omosessuali sono oggettivamente privi di tutele legali e di sostegno culturale. Occorre far sì che, anche in caso di separazione della coppia gay, entrambi i genitori siano tenuti a garantire la continuità affettiva e economica; occorre che la scuola e la società riconoscano piena dignità alle loro famiglie d’origine o ricostituite. Ma è interessante anche ciò che sta accadendo attorno a questo a problema oggettivo. L’universo progressista era sempre stato diffidente verso la famiglia in quanto costruzione ascritta, necessitata, incatenata ai vincoli di sangue. Le famiglie arcobaleno ora ci ricordano (ma era una strada già aperta dall’adozione e dalle seconde nozze) che questi nuclei possono essere straordinari motori di cambiamento perché sono frutto delle nostre scelte, della nostra capacità creativa, della nostra libera assunzione di responsabilità.

Forse da qui può partire a sinistra una nuova politica delle famiglie. Al plurale.

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fonte lepersoneeladignita.corriere.it

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LIBERTA’ D’INFORMAZIONE – Sulla gazzarra contro Yoani Sánchez a Perugia, a mo’ di chiosa…

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Sulla gazzarra contro Yoani Sánchez a Perugia, a mo’ di chiosa…

Se Yoani Sánchez è stata bravissima a costruire la propria immagine come una sorta di Biancaneve dell’opposizione anticubana, chi può essere così stupido da travestirsi da strega cattiva? Chi può minimamente pensare che uno solo dei presenti al Festival del Giornalismo potesse simpatizzare per chi si presentava come aggressore rispetto all’aggredita?

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Ci sono poche cose insopportabili più del “come volevasi dimostrare”. Eppure… Già lo scorso 5 aprile avevo avvisato (dissociandomene senza malintesi possibili) dell’atto di ripudio contro Yoani Sánchez, puntualmente verificatosi in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Avevo ingenuamente offerto in alternativa la mia disponibilità a tenere a Perugia un seminario universitario sulla figura dello scomparso presidente venezuelano Hugo Chávez, che studio da molti anni e sul quale ritengo di aver molto da dire, sulla recente campagna elettorale, che ho vissuto in prima persona a Caracas, su Nicolás Maduro, che ho avuto occasione di conoscere proprio nel mio ultimo viaggio, magari arricchendolo con le mille conversazioni con amici cubani sulle difficili riforme nell’isola. Cose complesse, non contenibili in slogan, come non è contenibile in slogan lo iato tra la storia della Cuba di oggi, pienamente parte del processo integrazionista latinoamericano e quella dei vetero-procubani a prescindere. Questi pretenderebbero che Cuba non cambiasse mai in un revanscismo uguale e contrario a quello dei banditi amici di Yoani che stanno a Miami. La differenza è che i primi sono innocui e a Yoani fanno gioco permettendole di passare da vittima. I secondi sono pericolosissimi come testimoniò il caso di Fabio di Celmo, l’italiano assassinato a Cuba e per l’assassino del quale nessun governo italiano si è mai degnato di chiedere l’estradizione.

Hanno preferito cancellare il seminario. Smaniavano per l’atto di ripudio, che noia un’occasione di condivisione di conoscenza. E così si sono fatti il loro spettacolino retrò a base di “yankee go home” offrendo un pessimo servizio innanzitutto alla Rivoluzione cubana, che può fare a meno di tali pasdaran che ne umiliano la complessità e le persistenti ragioni per riproporre una stantia contrapposizione frontale dalla quale Cuba in ogni modo tenta di sfuggire e che riesce perfino a far fare bella figura ad un personaggio opaco come Yoani Sánchez. Io ovviamente ero già lontano da Perugia, nonostante qualche disinformatore antilatinoamericano abbia provato diffamatoriamente a chiamarmi in causa.

Se Yoani Sánchez è stata bravissima a costruire la propria immagine come una sorta di Biancaneve dell’opposizione anticubana, chi può essere così stupido da travestirsi da strega cattiva? Chi può minimamente pensare che uno solo dei presenti al Festival del Giornalismo potesse simpatizzare per chi si presentava come aggressore rispetto all’aggredita? Neanche l’ultimo dei miei studenti in scienze della comunicazione sarebbe stato così grossolano come i contestatori di Yoani. Neanche il più dogmatico dei difensori cubani della rivoluzione poteva pensare che fosse utile a quella causa il solo fumo del sospetto di voler mettere a tacere Yoani. Chi ha dato il passaporto a Yoani se non il governo cubano? Anche induttivamente come vi salta in mente di impedirle di parlare? Bisognerebbe essere addentro a certi dibattiti, alle sofferte riflessioni di un Abel Prieto e di decine di intellettuali cubani sulla voglia di aprire, di liberare, anche il sistema mediatico e il dramma delle difficoltà di farlo rispetto ad un nemico che resta pericolosissimo.

Rispetto alla cappa oppressiva della disinformazione e della propaganda mainstream contro il grande continente progressista, che contributo credevano di dare i protagonisti della gazzarra della Sala de’ Notari? Rispetto alla verità su quella Yoani che Ruggero Po di Radio Rai chiama “Olgiata Habanera”, la ricca signora che fa la dissidente negandosi al telefono e facendo rispondere dalla cameriera credono di avere aggiunto qualcosa? È così che pensate di diffondere informazione contro-egemonica? Sarà il destino cinico e baro il responsabile del fatto che le vostre istanze siano del tutto marginali?

Risultano -e chiudo- particolarmente tristi ed irricevibili le critiche al Festival Internazionale del Giornalismo e ad Arianna Ciccone. Non è forse la rassegna perugina ad aver rotto lo scorso anno il neo-maccartismo italiano contro Gianni Minà che ho potuto intervistare nella bella cornice del Teatro del Pavone facendone uno degli eventi chiave del Festival 2012? Arianna Ciccone andava bene lo scorso anno e invece è una nemica del popolo quest’anno? Ma per favore!

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

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fonte gennarocarotenuto.it

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Buone riforme, il Pd scherzava

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Buone riforme, il Pd scherzava

La legge sulla corruzione. Il falso in bilancio. Il conflitto d’interessi. L’incandidabilità dei condannati. Le unioni civili. La green economy. Queste e altre cose erano nel programma e negli ‘otto punti’. Ora Letta ha fretta di metterle nel dimenticatoio: noi gliele ricordiamo

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di Luca Sappino

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«Proprio un bel discorso», dicono molti onorevoli, dopo aver sentito Enrico Letta chiedere la fiducia alle camere. «Ecumenico», è però la descrizione più calzante, ad opera di un parlamentare democratico, che però – malpancista ma disciplinato – ha votato per il governo. Vago quanto basta per piacere a tutti ed evitare ogni attrito, è stato il discorso, ma puntuale nel nominare le cose, i tributi dovuti alle varie anime della maggioranza (su tutti, il rinvio del pagamento dell’Imu di giugno). Vago nella copertura economica delle tante promesse, preciso però, è stato, in alcune dimenticanze. Con buona pace, soprattutto, degli “otto punti” con cui Bersani, non più di un mese fa, cercava di convince i deputati 5 stelle a varare un governo «del cambiamento».

Mai citata è stata, ad esempio, la legge sui conflitti d’interesse che, nell’elenco di Bersani, era il numero 5. Sempre al 5 si parlava di «incandidabilità, ineleggibilità e doppi incarichi». Siccome per «ineleggibilità» si intende soprattutto quella di Berlusconi, nel discorso di Letta (che i voti di Berlusconi doveva avere) non c’è traccia del tema. Così come non si trova nulla sull’incandidabilità dei condannati. E non è forse quello che si aspettava Sandra Bonsanti, presidente di Libertà e giustizia, ma bisognerà continuare a firmare appelli. «Ne dovremo fare ancora di più», dice Bonsanti, «e certo non faremo sconti solo perché al governo c’è anche il centrosinistra». C’è speranza? «So che sarà difficile – continua – ma la società civile deve continuare a chiedere norme che non sono né di destra né di sinistra, ma democratiche». Prestando ancora più attenzione, poi, «perché nella volontà di modificare la seconda parte della Costituzione, come vuole fare questa maggioranza – spiega Bonsanti – si finisce per incontrare e modificare i poteri della magistratura, della Corte costituzionale, e l’argine che questi rappresentano».

Per i doppi incarichi, invece, si può prender per buona la scelta del governo di eliminare le indennità aggiuntive per i ministri già parlamentari. Il problema è molto più vasto, riguarda molti deputati, ma pazienza.

La legge anti corruzione, poi, negli otto punti non c’era, ma è stata al centro della campagna elettorale del Pd. Ieri, invece, è stata appena citata, in un passaggio ben più ampio sulla giustizia e sull’importanza di questa per le imprese. «Un importante argomento di contesto concerne la giustizia – ha detto infatti il presidente del consiglio – in quanto solo con la certezza del diritto gli investimenti possono prosperare. Questo riguarda la moralizzazione della vita pubblica e la lotta alla corruzione, che distorce regole e incentivi». E questo è quanto. Poco, secondo Claudio Fava di Sel che – al Senato – prova ad ottenere qualche dettaglio in più. «La priorità non è l’evocazione di una lotta alla corruzione, ma una vera, buona legge sulla corruzione nei primi cento giorni del suo governo», dice Fava. «Riprendo le parole di Fava sulla corruzione, sarà uno dei grandi temi sui quali lavoreremo», è la replica stringata.

Dell’assenza dei diritti civili (punto 7 dell’elenco bersaniano), se ne sono accorti molti, anche in parlamento. Pure Ivan Scalfarotto, deputato del Pd, prima di votare la fiducia, commentava amaro: «vuoi che non me ne sia accorto che non ha detto neanche una parola?». Ma la responsabilità è un dovere più forte. Gennaro Migliore, capogruppo di Sel alla Camera, lo dice così: «Non è mai il turno della responsabilità verso i cittadini omosessuali o verso chi aspetta una legge sul fine vita». Non trovano risconto nell’agenda del governo neanche le già morbide parole della Carta d’intenti, l’accordo elettorale tra Pd e Sel: «Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale – si scriveva allora – per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico». Nulla anche per la legge sull’omofobia. E mentre Sergio Lo Giudice, senatore del Partito Democratico e storico esponente di Arcigay ostenta fiducia e si affida al lavoro parlamentare («Su questi temi – dice – esiste nei due rami del Parlamento una maggioranza trasversale che ha assunto degli impegni con i propri elettori»), Andrea Maccarone, presidente del Mario Mieli, è più pessimista: «E’ vero che Pd, Sel e 5 stelle potrebbero trovare un’intesa, ma penso che il Parlamento, per non mettere a rischio il governo, eviterà certi temi». Giovanardi, effettivamente, non sarebbe il solo a fare le barricate.

E lo Ius soli, la cittadinanza ai bambini stranieri nati in Italia? Era il cavallo di battaglia del Pd, la cosa più progressista detta in campagna elettorale, ma niente da fare. Bisogna accontentarsi di un ringraziamento a Cecile Kyenge («La sua nomina significa una nuova concezione di confine, da barriera a speranza, da limite invalicabile a ponte tra comunità diverse») e di un proposito un po’ generico: «Bisogna fare tesoro – dice Letta – della voglia di fare dei nuovi italiani, così come bisogna valorizzare gli italiani all’estero».

Al punto 6 dei propositi dell’ex segretario c’erano poi «l’economia verde e lo sviluppo sostenibile». Enrico Letta ne parla due volte, la prima sulla ricerca («La ricerca italiana – dice – può e deve rinascere nei nuovi settori di sviluppo, come ad esempio l’agenda digitale, lo sviluppo verde, le nanotecnologie, l’aerospaziale, il biomedicale»), la seconda sull’energia («Le nuove tecnologie – fonti rinnovabili ed efficienza energetica – vanno maggiormente integrate nel contesto esistente»). Il passaggio che più lascia insoddisfatti è però quello – assente – sul consumo di suolo. Niente, ovviamente, sull’acqua pubblica e sul risultato, da tutelare, degli ultimi referendum sui beni comuni e contro il nucleare.

Il parlamento uscito dalle urne, poi, aveva fatto ben sperare per il reddito minimo, che era nel programma di Sel e Movimento 5 stelle e nelle corde di molti democratici. Infatti Letta la parola la usa, ma forse a sproposito. Maria Pia Pizzolante, portavoce di Tilt, una delle associazioni che hanno depositato in parlamento – col plauso di Sel e M5s – proprio la legge sul reddito minimo, lo bacchetta: «La prego presidente Letta, il reddito minimo garantito è per le persone, non per le “famiglie bisognose”», come invece ha detto lui. «Il reddito minimo – spiega Pizzolante – è per tutti coloro che vivono sotto la soglia degli 8 mila euro: è per i singoli, anche per i precari, e non ha nulla a che fare col welfare familistico».

Ricordate poi quante parole scritte e dette sul taglio degli armamenti e sul programma di acquisto degli F-35? Acqua passata. Ora è il tempo, in Italia e in Europa, di «un rinnovato impegno per una politica estera e di difesa comuni, tese a rinnovare l’impegno per il consolidamento dell’ordine internazionale, un impegno che vede le nostre Forze Armate in prima linea, con una professionalità e un’abnegazione seconda a nessuno». Peccato. Anche perché, «proprio dal taglio delle spese per gli armamenti», dice Massimo Paolicelli, presidente dell’Associazione Obiettori Nonviolenti e autore di “Caro Armato”, un’inchiesta sui costi della Difesa, «in un momento di crisi potrebbero arrivare risorse prezione». Soldi utili anche per finanziare le molte promesse di Letta. «Vedremo – dice comunque Paolicelli – se l’assenza è casuale e dovuta alla difficoltà di tenere tutti i temi in un solo discorso». Ci vuole fiducia.

Impietoso è, alla fine – come fu per il documento dei saggi di Napolitano – il bilancio di corrispondenza con gli otto punti di Bersani e quelli di Berlusconi. Certo, si è detto di voler dare copertura a tutti gli esodati, ma – come fa notare Rosy Bindi – «per loro, a differenza che per l’Imu, non si è ritenuto di indicare una data di soluzione». Il bottino del leader del Pdl è impressionante. All’Imu, alla detrazione per le assunzioni, alla riforma della giustizia, all’elezione diretta del capo dello Stato e ai poteri aumentati per il presidente del consiglio, si aggiunge la citazione per il caso dei Marò: «Lavoreremo – dice Letta concludendo il suo discorso – per trovare una soluzione equa e rapida alla dolorosa vicenda dei due Fucilieri di Marina trattenuti in India, che ne consenta il legittimo rientro in Italia nel più breve tempo possibili». En plein.

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in edicolaIl giornale in edicola

fonte espresso.repubblica.it

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Primo Maggio, l’Italia scende in piazza. Musica e cortei per il lavoro che non c’è

Sbava la Lumaca Sbava la Lumaca

Pubblicato in data 25/apr/2013

1° MAGGIO CONCERTO PIAZZA SAN GIOVANNI – ROMA 2013
Cantanti, Scaletta, Informazioni.

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Primo Maggio, l'Italia scende in piazza.  Musica e cortei per il lavoro che non c'è
Il concerto di piazza San Giovanni a Roma

Primo Maggio, l’Italia scende in piazza.
Musica e cortei per il lavoro che non c’è

Il concertone di piazza San Giovanni nella capitale, quello auto-organizzato di Taranto, oltre 50 manifestazioni in Tocana, cortei in Piemonte. E a Perugia ‘Priorità Lavoro’ è lo slogan con cui Cgil, Cisl e Uil hanno deciso di celebrare la festa. Boldrini in Sicilia. Napolitano: “Impegno su lavoro e precariato”

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ROMA – La giornata del lavoro. Un primo maggio che quest’anno non riesce a essere una festa, ma l’appello di un impegno da rinnovare. “Purtroppo, oggi, c’è da pensare anche al lavoro che non c’è, al lavoro cercato inutilmente, al lavoro a rischio e precario. Abbiamo il dovere politico e morale di concentrarci su questi problemi”, ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, al presidente della federazione maestri del Lavoro d’Italia, ai segretari generali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, e a quanti celebrano la ricorrenza.

L’Italia domani scenderà in piazza. A piazza San Giovanni, a Roma, è tutto pronto per il tradizionale concerto del Primo Maggio, organizzato da Cgil, Cisl e Uil. Questa edizione, trasmessa in diretta nazionale da Raitre (dalle 15), sarà condotta da Geppi Cucciari. Tra i musicisti che si esibiranno Elio e le storie tese, Max Gazzè, Nicola Piovani, Africa Unite, Cristiano De Andrè, Motel Connection e l’Orchestra rock composta dai migliori musicisti italiani e diretta da Vittorio Cosma. Le misure di sicurezza sono state rafforzate. Secondo le disposizioni della questura saranno presenti più uomini, rispetto agli anni precedenti, con molti agenti in borghese tra la folla. Nella capitale anche musei aperti a ingresso gratuito.

TUTTO SUL CONCERTONE DI ROMA

Ma la festa del lavoro non unirà musica e politica solo a Roma. A Taranto si svolgerà infatti il “1 maggio autorganizzato – Sì ai diritti, no ai ricatti – Lavoro? Ma quale lavoro?” con dibattiti in mattinata e il concertone del pomeriggio. Parteciperanno, tra gli altri, Fiorella Mannoia, Raf, Luca Barbarossa, Francesco Baccini, Michele Riondino ed Elio Germano. E a Torino, il Jazz Festival proporrà una no-stop musicale dalle 15 a mezzanotte con comizio conclusivo del segretario generale della Uil, Gianni Cortese, a nome dei tre sindacati confederali. Il corteo sarà aperto dallo striscione unitario di Cgil Cisl Uil Torino con lo slogan ‘Prima lavoro e welfare’.

E se le note sono da sempre un ingrediente chiave per le celebrazioni, tutta Italia scenderà in piazza per la festa del lavoro, in un momento storico in cui la crisi e la disoccupazione hanno raggiunto livelli altissimi e drammatici. Manifestazioni di Cgil, Cisl e Uil sono previste in tutto il Piemonte. Ad Asti parlerà il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini. Ci saranno cortei con comizi anche ad Alessandria, a Biella, a Borgosesia, a Novara e a Vercelli.

A Portella della Ginestra per la Cgil di Palermo saranno presenti il segretario provinciale, Maurizio Calà, la segretaria nazionale della Flai Cgil, Stefania Croggi, e il presidente della Camera, Laura Boldrini, che deporrà una corona al Memoriale. “Il tema di quest’anno è il lavoro come punto centrale della crescita, dello sviluppo e della legalità – ha dichiarato Calà – non solo intesa come lotta alla mafia, ma come rispetto delle leggi e dei diritti dei lavoratori. Diritti, oggi, pesantemente minacciati dalla crisi e dalle politiche di austerity dei governi”. Nel frattempo, a Piana degli Albanesi, sarà celebrata per la prima volta una messa a suffragio del sindacalista Vito Stassi “Carusci” e di tutte le vittime di Portella.

Il segretario nazionale della Fiom Maurizio Landini ha bocciato il’1 maggio organizzato a Bologna da Cgil, Cisl e Uil, che hanno invitato in piazza anche Unindustria e Legacoop. “Il primo maggio – ha detto Landini – è e deve rimanere dei lavoratori e delle lavoratrici. Per dialogare con le imprese abbiamo 364 giorni all’anno, ce n’è uno che deve restare la giornata del lavoro, di quelli che vogliono avere un lavoro con diritti”. La Fiom di Bologna diserterà piazza Maggiore per partecipare a un’iniziativa di solidarietà di fronte alla Berco di Copparo. “Lì – ha detto il leader nazionale – vogliono mettere in discussione 600 posti di lavoro. E’ la più grande azienda metalmeccanica della regione”. Andarci, quindi, “ha un significato preciso, perché in questa fase bisogna bloccare i licenziamenti ed evitare le chiusure. Tutto quello che si chiude è perso”.

A Perugia ‘Priorità Lavoro’ è lo slogan con cui le segreterie nazionali dei sindacati hanno deciso di celebrare la Festa del Lavoro 2013 nel capoluogo umbro dove arriverà anche una folta delegazione toscana. Saranno poi migliaia – operai, impiegati, disoccupati, precari, uomini e donne, cittadini toscani che usciranno dalle loro abitazioni per partecipare a una delle 50 iniziative, tante se ne contano, in programma nella regione.

In provincia di Arezzo manifestazioni della Cgil con cortei nel capoluogo, a Cortona, a Foiano della Chiana, Lucignano e Monte San Savino. Iniziative anche a Castelnuovo dei Sabbioni, Capolona e San Giustino Valdarno.

In provincia di Firenze manifestazioni unitarie di Cgil, Cisl e Uil a Barberino del Mugello, Empoli, Fucecchio, Gambassi Terme, Montaione, Castelfiorentino, Pontassieve, Sesto Fiorentino e a Fiesole. Iniziative anche a Certaldo. Nel grossetano manifestazioni della Cgil a Manciano, Follonica e Valpiana.

In provincia di Livorno a Venturina manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil: vi sfileranno anche gli agricoltori aderenti alla Cia. Iniziative unitarie dei sindacati anche in provincia di Lucca, a Stiava e a Seravezza così come a Massa con interventi di lavoratori ex Eaton, del commercio e di un precario. Nel pisano manifestazioni della Cgil a San Miniato, Montecalvoli e a Pomarance. Manifestazione unitaria dei sindacati a Pistoia dove è in programma un corteo così come ad Agliana, a Casalguidi, a Lamporecchio e a Larciano, a Monsummano Terme e a Montale. Ancora iniziative a Montecatini Terme e a Quarrata.

Iniziative di Cgil, Cisl e Uil anche a Prato e Vaiano con cortei, concerto di Francesco De Gregori  a Capannori, a Carmignano e manifestazione a Montemurlo. In provincia di Siena manifestazioni unitarie a Chiusdino, S.Gimignano, Colle Val d’Elsa, Poggibonsi, Chianciano Terme, Chiusi, Pienza, Sinalunga, Abbadia San Salvatore.

“Uniti per il lavoro”. Lavoratori, imprenditori, associazioni di volontariato. Sarà un primo maggio inedito quello che Cgil, Cisl e Uil Treviso si apprestano a celebrare nel capoluogo della Marca trevigiana. Il corteo si snoderà dalla stazione ferroviaria (ritrovo ore 9,30) a piazza dei Signori, dove gli interventi dei segretari generali delle tre sigle sindacali si alterneranno alle testimonianze di lavoratori e lavoratrici. Sul palco, accanto a loro, ci saranno tutti i rappresentanti delle associazioni imprenditoriali della provincia: industriali, artigiani, commercianti, agricoltori, cooperative, ma anche il mondo del volontariato. Queste le categorie invitate: Ance, Unindustria, Confcommercio, Cna, Confartigianato, Coldiretti, Cia, Casartigiani, Confagricoltura, Confcooperative e Confesercenti. Il contributo musicale sarà affidato a giovani studenti.

L’Ugl festeggerà a Verona la festa dei lavoratori: il corteo partirà  con lo slogan “Progettare insieme l’Italia di domani” mercoledì alle 10,30 dal piazzale antistante l’Abbazia di San Zeno per arrivare alle 12 in piazza dei Signori dove si terrà il comizio del segretario generale, Giovanni Centrella. L’Ugl chiede al Governo risorse per gli esodati e per la cig in deroga, una riforma fiscale vera, migliori infrastrutture e più credito.

A Padova per infondere coraggio ai lavoratori e alle imprese che lottano con la crisi il vescovo Antonio Mattiazzo, ha promosso una veglia di preghiera il primo maggio nella zona industriale della città. L’occasione è organizzata dalla Pastorale sociale e del lavoro della Diocesi. La veglia sarà il momento centrale di una serie di appuntamenti legati allo stato economico del Paese.

Meteo. Piovoso a nordovest e sereno nel resto d’Italia ma sarà un primo maggio “all’insegna del bel tempo su buona parte della penisola, in particolare al centrosud dove sulle aree interne le temperature potranno sfiorare anche punte di 29-30 gradi. Sole prevalente anche sulle pianure del nordest, mentre in montagna si potrà avere qualche acquazzone dal pomeriggio. Purtroppo ancora una volta penalizzato da piogge e temporali sparsi il nordovest, qualcuno anche forte, anche se sulla riviera ligure non mancheranno delle schiarite, specie nella seconda parte della giornata”.

Treni. In occasione della festa del primo maggio, “per assicurare a tutti un viaggio tranquillo e regolare”, il gruppo ferrovie dello stato italiane “intensificherà il proprio impegno nei controlli anti-evasione, nel rispetto delle migliaia di passeggeri che in questi giorni sceglieranno il treno, pagando regolarmente in biglietto, per i loro spostamenti lungo la penisola”. Prosegue così anche quest’anno la campagna ‘no ticket, no parti’ (avviata nel 2008), “un importante sforzo del gruppo Fs italiane per garantire la sicurezza e la tranquillità ai propri clienti, soprattutto nei giorni di intenso traffico”. (30 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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DIRITTI – È reato spacciarsi per un altro in chat. Il nickname entra nella giurisdizione

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È reato spacciarsi per un altro in chat.
Il nickname entra nella giurisdizione

La Cassazione ha confermato la condanna di una donna che aveva divulgato volutamente in rete il cellulare della sua ex datrice di lavoro e questa aveva ricevuto telefonate ed sms di persone interessate a incontri erotici

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ROMA  – Chi si spaccia per un’altra persona nelle chat rischia una condanna. E’ quanto emerge da una sentenza con cui la Cassazione ha confermato la condanna di una donna che aveva divulgato su una chat il numero di telefono cellulare della sua ex datrice di lavoro, con la quale aveva in corso una causa civile. La vittima, ignara di tutto, si era trovata all’improvviso a ricevere telefonate e sms di persone interessate a incontri erotici, alcune delle quali l’avevano apostrofata con insulti, inviandole anche mms con immagini porno.

Invero, aggiungono i giudici della Suprema Corte, “non può non rilevarsi al riguardo che il reato di sostituzione di persona ricorre non solo quando si sostituisce illegittimamente la propria all’altrui persona, ma anche quando si attribuisce ad altri un falso nome o un falso stato ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, dovendosi intendere per ‘nome’ non solo il nome di battesimo ma anche tutti i contrassegni di identità”.

In tali contrassegni, spiega la Cassazione, “vanno ricompresi quelli, come i cosiddetti nicknames (soprannomi) utilizzati nelle comunicazioni via internet che attribuiscono una identità sicuramente virtuale, in quanto destinata a valere nello spazio telematico del web, la quale tuttavia non per questo è priva di una dimensione concreta, non essendo revocabile in dubbio che proprio attraverso di essi possono avvenire comunicazioni in rete idonee a produrre effetti reali nella sfera giuridica altrui, cioè di coloro ai quali il ‘nickname’ è attribuito”.

Il nickname, nel caso in cui “non vi siano dubbi sulla sua riconducibilità ad una persona fisica”, assume infatti “lo stesso valore – conclude la Cassazione – dello pseudonimo ovvero di un nome di fantasia, la cui attribuzione, a sè o ad altri, integra pacificamente il delitto di cui all’articolo 494 cp.”, ovvero il reato di sostituzione di persona. (29 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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Articolo 21: 120mila firme contro querele anti-Gabanelli

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Articolo 21: 120mila firme
contro querele anti-Gabanelli

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Centoventimila firme «per dire no ai nuovi bavagli e a quelli che già ci sono» e per una nuova legge sulla diffamazione che fermi le intimidazioni tramite legali e al tempo stesso rispetti la privacy dei cittadini: è il risultato della petizione on line lanciata da Articolo21 e da Change.org con Libera informazione dopo la stratosferica richiesta di danni avanzata dall’Eni contro Report e la sua autrice e conduttrice Milena Gabanelli per un’inchiesta giornalistica andata in onda lo scorso dicembre.

Le associazioni hanno presentato l’iniziativa presso la Federazione nazionale della stampa (Fnsi), il cui segretario, Franco Siddi, ha manifestato «timori per questa legislatura» e ha sottolineato che serve una legge «che apra le porte alla libera informazione, non che le chiuda». Beppe Giulietti di Articolo 21 ha messo l’accento sulla preoccupazione per il programma dei ‘saggi’ che «non contiene nulla sul conflitto di interessi e non ha una riga sul diritto di cronaca. C’è molto, invece, sulla limitazione delle intercettazioni. Fateci scalare posizioni dal 57mo posto nel mondo, nella classifica della libertà di informazione». Le querele “temerarie vengono fatte da chi querela per intimidire con cifre che preoccupano qualsiasi editore, preoccuperebbero anche Mondadori, senza dimenticare che servono a colpire giornalisti precari che guadagnano 5 euro ad articolo”, ricorda Stefano Corradino, il direttore di Articolo 21.

«Come si fa – si legge nell’incipit della petizione – per impedire a un giornalista di indagare e permettere ai cittadini di conoscere la verità? Fascismo, stalinismo e logge massoniche avevano i loro metodi coercitivi. Oggi la censura preventiva e l’intimidazione si attuano con espedienti più moderni, e solo apparentemente meno perversi e repressivi. Ad esempio intentando una causa nei confronti di una giornalista e chiedere un risarcimento milionario perché una sua inchiesta ha cercato di fare luce sulle zone d’ombra di una multinazionale».

Le 120mila firme vengono consegnate oggi alla presidente della Camera Laura Boldrini da una delegazione dei promotori, della quale farà parte anche Milena Gabanelli.

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fonte unita.it

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No Muos a Niscemi, scontri e denunce attivisti sulle antenne, l’ira degli Usa

No Muos a Niscemi, scontri e denunce attivisti sulle antenne, l'ira degli Usa
La protesta sulle antenne di Niscemi

No Muos a Niscemi, scontri e denunce
attivisti sulle antenne, l’ira degli Usa

Sette attivisti si sono introdotti nel territorio della base di telecomunicazioni e quattro di loro si sono arrampicati sulle antenne. Condanna dell’ambasciata americana: “Messi a rischio manifestanti e soccorritori, azione da condannare”. Tre poliziotti feriti negli scontri

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NISCEMI – Un’invasione – pacifica – ma pur sempre un’invasione, del territorio americano. Gli scontri tra manifestanti e polizia. L’ira dell’ambasciata americana e sette denunciati. E’ stata una giornata di tensione sul Muos, il maxi radar della marina militare americana in costruzione a Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Stamattina  gli attivisti no Muos hanno violato la zona off limits e quattro di loro si sono arrampicati su una delle 46 antenne presenti all’interno per opporsi all’installazione del sistema di comunicazioni satellitari delle forze armate Usa. Ci sono stati scontri con la polizia e sette dimostranti sono stati denunciati. Tre poliziotti, tra i quali il commissario capo Gabriele Presti, sono stati colpiti con calci e pugni e hanno dovuto ricorrere alle cure dei sanitari del pronto soccorso dell’ospedale “Suor Cecilia Basarocco”.

GUARDA / Le immagini del blitz dei No Muos

Due manifestanti, Desirè Ristagno e Vanessa Ferraro, sono scesi dalle antenne poco dopo. Nel pomeriggio sono scesi anche Turi Vaccaro, originario di Palermo e noto per le sue battaglie contro la base missilistica di Comiso, e Nicola Boscelli, di Piazza Armerina, che fa parte anche del comitato “No Tav”. In tutto sette le persone che hanno scavalcato la recinzione e attuato il blitz nella base statunitense: per cinque di loro è scattata la denuncia per introduzione abusiva in luogo di interesse militare e resistenza a pubblico ufficiale mentre altri due sono stati denunciati solo per introduzione abusiva.

Il blitz è stato condannato dagli Stati Uniti: “Gli Stati Uniti – afferma una nota dell’ambasciata americana a Roma – sostengono convintamente il diritto ad una protesta pacifica. Tuttavia, lo sconfinamento illegale da parte di manifestanti in una struttura militare e la deliberata e irresponsabile distruzione della proprietà degli Stati Uniti hanno messo a rischio sia i manifestanti stessi che i soccorritori. Condanniamo tali azioni”. “La sicurezza è sempre stata una preoccupazione prioritaria degli Stati Uniti nella realizzazione del sito terrestre per l’antenna Muos, nei pressi di Niscemi. Comprendiamo le preoccupazioni relative alla struttura Muos – prosegue la nota – sollevate da alcuni cittadini che abitano nella zona, ed è il motivo per cui stiamo cooperando a pieno con il governo italiano, che sta realizzando un nuovo studio sull’impatto per la salute e che sarà completato entro il 31 maggio 2013. Uno studio che siamo fiduciosi confermerà la sicurezza della struttura Muos”. “La costruzione delle torri Muos – conclude il documento – è stata temporaneamente sospesa. Tuttavia, la Naval Radio Transmitter Facility (NRTF) di Niscemi rimane operativa ed è vitale per le operazioni militari e umanitarie della Nato. Le azioni illegali e irresponsabili di oggi, condotte da un gruppo di manifestanti, mettono a repentaglio queste operazioni”.

Secondo i manifestanti durante il blitz non sarebbe stato compiuto alcun danneggiamento alle strutture: “Anche se a distanza notevole abbiamo notato che uno dei sette attivisti che si erano introdotti nella base Usa ha scollegato un paio di cavetti, svitandoli. Nessuna rottura irreversibile, solo un gesto di protesta goliardica. Basta avvitare di nuovo gli spinotti e tutto torna come prima. La forzatura la stanno facendo invece gli Usa, che tendono a esagerare per criminalizzare l’intero movimento No Muos” dice Giuseppe Maida, uno degli attivisti No Muos rispondendo alla nota dell’ambasciata.

Anche il ministero della Difesa interviene sulla vicenda. “Mel rispetto del diritto ad una protesta pacifica e democratica – si legge nel comunicato – il ministero ribadisce che la tutela della salute dei cittadini che abitano nella zona di Niscemi è sempre stata e sempre sarà prioritaria e condizione indispensabile per la realizzazione delle antenne terrestri del sistema Muos”. “In tal senso – prosegue la nota – in attesa dei risultati dello studio dell’Istituto Superiore di Sanità che sarà completato entro il 31 maggio, la Difesa è impegnata a dare puntuale attuazione alle intese raggiunte che prevedono la sospensione della costruzione delle torri e dell’istallazione delle parabole del sistema Muos”. Ma il funzionamento degli impianti della Naval Radio Transmitter Facility di Niscemi, sottolinea, “deve essere assicurato in ottemperanza a quanto convenuto presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri”. (22 aprile 2013)

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fonte palermo.repubblica.it

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Nozze gay, Parigi invasa dai cortei pro e contro a due giorni dal varo della legge francese

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Nozze gay, Parigi invasa dai cortei pro e contro
a due giorni dal varo della legge francese

Il Parlamento si appresta a dire sì ai matrimoni ed alle adozioni per le coppie omosessuali e nella capitale si confrontano le manifestazioni dei contrari e dei favorevoli con decine di migliaia di persone nelle strade

Nozze gay, Parigi invasa dai cortei pro e contro a due giorni dal varo della legge francese Il corteo delle associazioni che si battono contro il riconoscimento dei matrimoni e delle adozioni per le coppie omosessuali (ap)

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ROMAA due giorni dal voto finale sul progetto di legge francese sui matrimoni gay, migliaia di oppositori, ma anche altrettanti sostenitori, sono scesi in piazza oggi a Parigi in due cortei differenti. Il primo corteo è partito dalla piazza di Denfert-Rochereau in direzione Invalides nella zona sud della capitale francese al grido di “Hollande, non vogliamo la tua legge”. A due chilometri di distanza, in piazza della Bastiglia, sfilano i sostenitori della legge, in un raduno indetto “per la legalità e contro l’omofobia”.

Complessivamente sono stati mobilitati duemila agenti, fra poliziotti e gendarmi. Secondo gli organizzatori della “Manifestazione per tutti” – il collettivo che si oppone al progetto di legge – alla marcia stanno partecipando 270mila persone; secondo la polizia invece, i dimostranti sono circa 45mila. Rispetto al corteo del 24 marzo scorso, che aveva riunito tra le 300mila e un milione e mezzo di persone, alla protesta di oggi non era prevista la partecipazione di manifestanti dai dipartimenti fuori Parigi. I simboli portati in piazza dalle persone sono sempre gli stessi: bandiere tricolore, magliette rosa e blu e cartelli con immagini di una coppia formata da un uomo e una donna con bambini. Ad aprire la sfilata è un lungo striscione sul quale è scritto “Ogni nato ha bisogno di una mamma e di un papà”.

Sul tragitto della ‘Manifestazione per tutti’, tre persone sono state fermate dalle forze dell’ordine per possesso di bombe lacrimogene, manganelli e tirapugni. Diverse centinaia di persone stanno invece sfilando alla marcia “Matrimonio per tutti”. In corteo sfilano bandiere arcobaleno e prevalgono gli slogan a favore del progetto di legge. “Coloro che sono a favore dell’uguaglianza devono farsi sentire”, ha detto dal palco della Bastiglia il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoe, socialista e apertamente gay.

La legge che legittima i matrimoni omosessuali e le adozioni da parte delle coppie gay è stata già approvata dalla Camera e, nelle sue parti fondamentali, anche dal Senato. La Camera dovrà riesaminarla per alcuni articoli secondari e dunque il varo non dovrebbe subire ulteriori rinvii. (21 aprile 2013)

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fonte repubblica.it

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