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CASO ASSURDO E CRUDELE – Cure Stamina: sì a lui, no alla sorella, una nuova sentenza riapre il caso

Cure Stamina: sì a lui, no alla sorella una nuova sentenza riapre il caso
Salvatore Bonavita, fratello di Erika

Cure Stamina: sì a lui, no alla sorella
una nuova sentenza riapre il caso

Torino, Erika Bonavita non potrá usufruire della stessa terapia concessa al fratello da altri giudici. Entrambi i giovani soffrono della stessa malattia neurodegenerativa. L’ultimo di una serie di verdetti discordanti

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di SARAH MARTINENGHI

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Erika Bonavita non potrà essere curata con la terapia Stamina. La sorella di Salvatore, anche lei affetta dalla stessa terribile malattia neuro degenerativa, il morbo di Newmann Pick, non ha ottenuto l’autorizzazione dei giudici a sottoporsi alle cure compassionevoli, a differenza del fratello per il quale il tribunale del Lavoro la scorsa settimana aveva espresso parere positivo. “È assurdo – ha commentato il padre Luigi Bonavita – anche perché nel caso di Erika avevamo persino già il parere positivo del comitato etico dell’ospedale”.

Dopo il via libera dei giudici, sì del ministro: staminali coltivate a Milano

L’inventore del metodo: voglio curare gratis

È la seconda volta che la magistratura si esprime in maniera contraria alla terapia  per la donna che ora ha 35 anni: in primo grado già il giudice Patrizia Visaggi si era detta contraria. Il padre aveva fatto reclamo contro il provvedimento d’urgenza, e questa volta il tribunale presieduto da Marco Buzano ha sostenuto la legittimità dell’Aifa nel disporre il blocco della terapia.

Nel caso di Salvatore invece, solo pochi giorni fa, il giudice Mauro Mollo aveva acconsentito a somministrargli le cellule staminali dopo aver guardato un filmato che dimostrava i benefici ottenuti dal ragazzo dopo un ciclo di cure effettuate nel 2008. Sabato il ministero della Salute aveva affermato la disponibilità dell’ospedale Maggiore di Milano a effettuare nel loro laboratorio la terapia con le cellule staminali di Davide Vannoni. La cura quattro anni fa era stata messa sotto inchiesta dalla procura di Torino e da allora è sempre stata al centro di polemiche e discussioni che hanno diviso la comunità scientifica e i giudici.

(11 marzo 2013)

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fonte repubblica.it

SALVATE SOFIA! – Appello per la «bambina farfalla». I genitori al ministro: «Fatela curare»

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Appello per Sofia «bambina farfalla»
I genitori al ministro: «Fatela curare»

Ha tre anni e una malattia rara: il tribunale vieta la terapia sperimentale. E la mamma scrive a Balduzzi

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FIRENZE «Mi dissero che quelli come Maria si chiamano “bambini farfalla”, nel senso che durano una stagione sola. Ma io, con questa mia storia fatta di amore, mostri, accettazione e perdita infinita, voglio dimostrare che con le farfalle — la mia Maria — ha in comune soltanto una cosa: la bellezza». Chi scrive è la madre di una bambina di tre anni colpita da una grave malattia neuro degenerativa, tremenda anche nel nome, la leucodistrofia metacromatica. Una di quelle malattie per le quali non si conosce rimedio, ma che una terapia a base di cellule staminali sembra riuscire ad arginare, se non fosse che manca il definitivo riscontro clinico e che Aifa e Nas ne hanno bloccato la somministrazione. E che ci sono tribunali che hanno consentito ad alcuni bambini di continuare la sperimentazione. Altri, come quello di Firenze, no.

Il libroIl libro

L’appello, lanciato per la prima volta dalle telecamere delle Iene, è rivolto al ministro della Salute: «Non abbiamo tempo di aspettare le leggi. Sofia ha bisogno di aiuto», dicono i genitori di una bambina di Firenze che si è ammalata quando aveva solo un anno e mezzo. Aveva imparato a camminare, ridere, pronunciare le prime frasi. Poi un giorno ha iniziato a zoppicare, nel giro di pochi mesi è arrivata la paralisi e poi la cecità. «Maria» è il nome che la piccola Sofia dava alle sue bambole, un nome che le piaceva e andava bene per tutte le femmine e le cose femminili ed è così che si chiama la bambina del libro di Caterina Ceccuti fatto di immagini e di tenerezza, di dolore e speranza: «Voa voa!», al modo dei bambini che aprono le braccia e prendono la rincorsa. Una rincorsa è anche quella che la famiglia di Sofia ha preso, con fermezza, dopo il trauma della diagnosi e la disperazione, quando è iniziata l’instancabile ricerca di una via per aiutare la piccola.

Un aiuto sembrava essere arrivato da un protocollo d’intesa che ha legato gli Spedali Civili di Brescia alla fondazione Stamina, produttrice di particolari cellule staminali che «si sono dimostrate efficaci», dicono le famiglie dei bambini farfalla rientrati nel programma di «cure compassionevoli». Sofia dopo la prima infusione (il programma ne prevedeva cinque) aveva smesso di vomitare, le sue pupille, racconta la madre, avevano ripreso a reagire davanti alla luce. I Nas hanno interrotto gli interventi del laboratorio di Brescia: la cura compassionevole secondo l’Aifa (l’agenzia italiana del farmaco) era somministrata a troppi pazienti, non rispettava le regole della sicurezza. Una famiglia di Venezia ha trovato il modo di aggirare il blocco della cura appellandosi al tribunale del lavoro e seguendo la stessa strada diciotto bambini di diverse città possono continuare le infusioni a base di cellule staminali. Sofia invece no (come altre due pazienti).

Così ha deciso il tribunale di Firenze: «Il diritto alla salute dovrebbe essere uguale per tutti — si sfoga Caterina — si lascia decidere un giudice che non solo non ha competenze specifiche in materia di staminali, ma che si trova in molti casi a dover decidere sulla vita o sulla morte di piccoli pazienti malati terminali». La famiglia di Sofia non si arrende, fa un appello al ministro Balduzzi, che da ieri ha la bacheca di Facebook piena di messaggi da tutta Italia: «Telefoni a questa famiglia», «Si metta nei panni dei genitori», ma ci sono anche i «Si vergogni» e peggio. Un appello arriva dal consigliere regionale Gian Luca Lazzeri (Più Toscana) che si rivolge anche al governatore Enrico Rossi affinché faccia da intermediario con il ministro Balduzzi. «Sofia è una persona in carne, sangue e lacrime (troppe per la sua età). Sofia che non è un “caso” né clinico né giuridico — dice Caterina — Nelle prossime settimane non sapremo come darle da mangiare, non riesce a deglutire, non può essere a lungo alimentata per via parenterale. Un altro sistema non c’è, abbiamo cercato dappertutto anche all’estero, quella di Stamina è l’unica strada possibile».

Lisa Baracchi

05 marzo 2013

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fonte corriere.it

IL ‘METODO’ MARCHIONNE E LA SCUOLA – Via i neoassunti per far spazio ai precari

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Via i neoassunti per far spazio ai precari
esposto contro l’ufficio scolastico

Il provvedimento senza precedenti a Bari: i professori e bidelli che hanno vinto ricorsi dopo anni di contratti a termine saranno presi, ma solo a patto che siano licenziati gli ultimi entrati in graduatoria. L’Anief: “Il metodo Marchionne applicato alla scuola”

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Un esposto contro la decisione di licenziare professori e bidelli neoassunti per far posto ai colleghi che hanno vinto i ricorsi. “Il metodo Marchionne torna a scuola?” domanda provocatoriamente l’Anief, l’associazione professionale sindacale, che domani mattina invierà alla procura della Repubblica di Bari una denuncia contro l’Ufficio scolastico regionale. Il caso riguarda il via libera dato nei giorni scorsi all’assunzione di 20 precari della scuola, in cambio però del sollevamento dall’incarico di altrettanti docenti e ausiliari.

A farne le spese saranno i lavoratori negli ultimi posti delle graduatorie pugliesi. Saranno licenziati per far posto ad altri precari che negli anni scorsi, dopo la scadenza dei loro contratti a tempo determinato, sono passati alle vie legali per far valere il proprio diritto a un posto di lavoro stabile. I ricorsi infatti si basano su una direttiva europea stabilisce che tutti i lavoratori pubblici e privati dopo 36 mesi di lavoro a tempo devono essere stabilizzati. E dà il via a una “guerra tra poveri” nei corridoi delle scuole pugliesi.

La vicenda è iniziata nel 2011 quando circa cinquecento insegnanti con il sostegno dei sindacati decisero di presentare ricorso contro la violazione di quella normativa comunitaria. La maggior parte dei ricorsi è stata impugnata dall’avvocatura di Stato. Qui però negli ultimi mesi è sorto un secondo pasticcio. Proprio l’avvocatura avrebbe dimenticato di impugnare una decina di sentenze di primo grado stabilite dal Tribunale di Trani favorevoli ai ricorrenti. Risultato: quelle sentenze sono passate in giudicato e devono essere attuate.

L’ufficio scolastico regionale ha delineato la soluzione: mandare via gli ultimi. L’ufficio provinciale aveva preso un mese di tempo per decidere, e nei giorni scorsi è arrivata la soluzione: licenziare gli ultimi docenti e bidelli presenti in graduatoria e immessi in ruolo. I loro posti verranno occupati dagli altri 20 precari che hanno vinto i ricorsi. Le lettere di licenziamento per 5 collaboratori scolastici, 2 assistenti tecnici e vari docenti sono già partite. Si tratta di lavoratori che proprio quest’anno avevano ottenuto la tanto attesa immissione in ruolo.
Secondo l’Ugl questo sarebbe il primo caso in Italia di licenziamento per far spazio ad altri colleghi.

“Non ci sono alternative per i 20 lavoratori licenziati – dice il provveditore degli studi di Bari, Mario Trifiletti – abbiamo inviato l’avviso di avvio di procedimento di licenziamento. Prima di adottare il provvedimento quei precari hanno la possibilità di far valere le loro ragioni. Purtroppo dobbiamo trovare dei posti per i vincitori del concorso. I numeri delle nomine in ruolo sono quelli autorizzati dal ministero dell’Istruzione, non possiamo sforare”. “Quella del provveditorato è una condotta inaudita – afferma il segretario della Flc Cgil Bari, Claudio Menga – per questo motivo abbiamo inviato all’amministrazione una lettera di diffida. Se non ci ascolteranno, saremo costretti ad aprire nuovi contenziosi a tutela dei lavoratori licenziati”.

L’Anief è già pronta con il ricorso, a cui sarà allegata la richiesta di informare la Corte dei Conti per “chiaro danno all’erario”, nei confronti dell’Ufficio scolastico regionale della Puglia. Per l’Anief si tratta di “una decisione gravissima”, perchè “si sana un errore commettendone un altro”. (03 marzo 2013)

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fonte bari.repubblica.it

DISCRIMINAZIONE NEGLI STATI UNITI – La scuola elementare: «È una bimba trans, non può usare il bagno delle femmine»

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Coy Mathis con la sorellina Auri (AP/Brennan Linsley) – fonte immagine

POLEMICA NEGLI STATI UNITI

La scuola elementare: «È una bimba trans, non può usare il bagno delle femmine»

La famiglia di Coy Mathis, 6 anni, ha sporto denuncia contro l’istituto: «Così nostra figlia subisce una discriminazione»

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di Angela Geraci

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Coy è una bambina sorridente, con un fermaglio rosso fra i capelli biondi e una passione per i vestiti. Per tutti è una femmina. Ma biologicamente è nata maschio: Coy, infatti, ha gli organi sessuali maschili ma da quando è piccolissima si identifica con il genere femminile. E lo è anche per lo Stato del Colorado: sul suo passaporto c’è scritto che è femmina . Adesso che ha compiuto 6 anni la sua scuola ha però deciso che non può più usare il bagno delle femmine, come ha fatto finora. Dura la reazione dei genitori, che, intenzionati dietro consiglio medico a lasciare esprimere liberamente l’identitá di genere del figlio, gridano alla discriminazione, e appoggiati anche dalle associazioni per i diritti dei transgender, hanno iniziato la battaglia legale contro l’istituto.

LA REPLICA DELLA SCUOLA Lo scorso dicembre – racconta la Cnn – la direzione scolastica ha informato la famiglia che alla piccola non sarebbe stato più permesso l’uso del bagno delle donne dopo la pausa invernale. In alternativa, Coy può usare il bagno dei ragazzi oppure il bagno delle infermiere o uno in comune a disposizione del corpo insegnante. «Siamo sicuri – ha detto la scuola ai genitori – che capirete la nostra decisione, una volta che Coy sarà cresciuta e con lei i suoi organi sessuali maschili». «Alcuni genitori, così come gli studenti, potrebbero avere problemi con lei che usa il bagno delle femmine», hanno sottolineato le autorità scolastiche. I genitori della piccola non la vedono così: «È come se la scuola stesse imprimendo un marchio a nostra figlia». L’avvocato Michael Silverman, del Transgender Legal Defense and Education Fund, difende Coy ed è pronto a dare battaglia: «La discriminazione è parte della vita di ogni giorno di tutte le persone transgender – ha dichiarato – sfortunatamente questa bambina ha iniziato a sperimentarla molto presto».

1 marzo 2013 | 19:22

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fonte corriere.it

Immigrati, un giorno senza loro. In gioco i diritti e la dignità

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Immigrati, un giorno senza loro
In gioco i diritti e la dignità

La giornata del 1° marzo senza colf, badanti, babysitter, operai, ma anche infermieri, imprenditori, studenti. E’ la IV edizione ed offre un  momento di impegno e lotta contro sfruttamento e razzismo per affermare il diritto alla libera circolazione, il valore del meticciato. Il primo sciopero, avvenuto nel 2010, ha segnato un passo importante nella difesa del carattere multiculturale della nostra società

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di VLADIMIRO POLCHI

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ROMA “Un giorno senza di noi”. Senza colf, badanti, babysitter, operai, ma anche infermieri, imprenditori, studenti. Ritorna lo sciopero degli immigrati. L’appuntamento è fissato per il 1° marzo.

Lo “sciopero dei migranti”. In verità non si tratta di uno sciopero in senso tecnico (ben difficile da organizzare nel pianeta immigrazione), ma di una serie di iniziative e manifestazioni locali: da Bolzano a Palermo. “La giornata del Primo Marzo, giunta nel 2013 alla IV edizione – si legge nell’appello del comitato promotore  –  offre un rinnovato momento di impegno e lotta contro sfruttamento e razzismo: una mobilitazione di migranti e autoctoni per affermare la dignità dell’essere umano, il diritto alla libera circolazione, il valore del meticciato. Il primo sciopero degli stranieri, avvenuto nel 2010, ha segnato un passo importante nella lotta per i diritti dei migranti e per il riconoscimento del carattere multiculturale della nostra società. Da allora, sono nati in tutt’Italia tanti comitati Primo Marzo che in questi quattro anni sono riusciti a coinvolgere associazionismo, politica ed istituzione”.

Come si scende in piazza? Il colore di riferimento del Primo marzo è tradizionalmente il giallo, scelto per la sua neutralità politica. Anche per il 2013, come già lo scorso anno, è prevista la distribuzione di un copri-passaporto che riporterà il primo e l’ultimo articolo della Carta mondiale dei migranti sulla libera circolazione delle persone, sottoscritta a Gorèe.

Cittadinanza e voto. I manifestanti chiedono: “Una legge organica sull’asilo politico e la proroga dell’emergenza Nord Africa fino a che tutti i profughi abbiano concluso l’iter per la richiesta d’asilo. Una nuova legislazione in materia di immigrazione che abroghi la Bossi-Fini e i decreti sicurezza. La chiusura di tutti i Cie e la cancellazione definitiva del reato di clandestinità. La cittadinanza per tutti i figli di migranti nati o cresciuti in Italia. Il diritto di voto amministrativo per gli stranieri residenti”. Due punti, quest’ultimi, sui quali molto si puntava per la futura legislatura, visto che sono inseriti nel programma del Pd (e in extremis anche nell’agenda Monti). Ma i risultati elettorali rischiano ora di deludere le speranze.

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fonte repubblica.it

Diventare un paese per donne

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Diventare un paese per donne

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di | 12 febbraio 2013

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Un lunedì di pioggia annunciata come gelo siderale, mezzogiorno, Piccolo Eliseo: “Se non ora quando“, il movimento che, due anni fa domani, riuscì a dar voce a migliaia di donne stanche di subire la rappresentazione berlusconiana della funzione della femmina sul pianeta terra, incontra i responsabili di tutti gli schieramenti che si candidano a governare il Paese. L’intenzione è costringerli ad ascoltare le donne: quelle organizzate, che leggeranno un documento fitto di richieste, e poi esporranno i risultati di un puntiglioso monitoraggio dei programmi dei partiti, da un punto di vista di genere. Le altre, che parleranno nel film Un giro nel nostro mondo, della propria vita e delle cose da chiedere alla politica.

Il teatro è gremito, posti in piedi. Circolano due notizie. La prima: Berlusconi ha chiesto a una impiegata quante volte “viene”, le ha controllato il posteriore, ne ha valutato la commestibilità erotica. La seconda: il Papa si è dimesso. Quale delle due è uno scherzo? La seconda, perché la prima non fa ridere. Buio in sala: sul palco cala uno schermo e sullo schermo si alternano facce di donne, più giovani, più vecchie, italiane di nascita o per scelta (la prima è una rumena), operaie dottoresse bariste domestiche… sono state filmate con i cellulari e con gli iPad, alcune hanno un’acustica perfetta, altre il fracasso della strada come colonna sonora. Sono testimonianze e sono cinema. Sono state girate da nord a sud, in città e in provincia, dalle donne di “Se non ora quando”, selezionate e montate sotto la direzione di Francesca Comencini. Hanno voci e accenti diversi, ma compongono un quadro terribilmente omogeneo: giornate che cominciano presto, lavoro che si accumula a lavoro, prendersi cura, giornate che finiscono tardi. Poi una ragazza dice: ” fortuna che non ho figli”. E non è l’unica. Non avere figli è diventata una fortuna? Le tappe del martirio femminile non sono uguali nei secoli: prima essere madri era un obbligo, adesso è un privilegio. Le luci si riaccendono su questo nuovo scenario.

I politici salgono sul palco. L’invito era stato rivolto ai segretari o titolari di Lista. Ce n’è soltanto uno, Nichi Vendola. Per Bersani c’è Fassina. Per Monti Milena Santerini, per Fini, Granata. Per Ingroia Gabriella Stramaccioni, per Beppe Grillo Carla Ruocco. Per Berlusconi, anche lui invitato, ci dovrebbe essere Barbara Saltamartini. Invece non c’è. Il Pdl, così, è l’unico assente sul palco. Si intuisce l’imbarazzo della signora, nell’ipotesi che qualche capziosa femminista le chiedesse ragione dell’ennesima battutaccia del suo leader. La dignità, in fondo, è un obiettivo trasversale agli schieramenti. Del resto: questo è lo spirito che ha sempre animato il movimento. Destra sinistra centro, non fa differenza. Quello che importa è il programma. E su questo vengono interrogati i candidati.

Che cosa faranno perché l’Italia diventi un Paese per donne?
Granata fa il vago: “La questione è politica”.
Vendola fa il femminista (e tira l’applauso): il berlusconismo ha instaurato un regime commercial-pornografico che ha impoverito le relazioni umane.
Fassina si impegna a stornare fondi dalla difesa e investirli sugli asili nido, ma prima, avverte, bisogna portare Bersani al governo.
La Santerini promette un nuovo stile per la politica: le parole che corrispondono ai fatti.
La grillina Ruocco vanta il 55% di capolista donne.
La Rivoluzionaria Civile Stramaccioni usa i suoi minuti per uno stralcio di comizio.
Francesca Caferri, che conduce l’interrogazione, saprebbe incalzarli e costringerli a stringere. Il tempo non c’è. Il teatro, pagato con una sottoscrizione straordinaria, va restituito.

Sul palco resta Sara de Simone, da Caserta. È lei che ha condotto la mattinata, con la grazia severa dei principianti di talento. Sue le conclusioni: “Carla Lonzi diceva: la differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza. Alle candidate diciamo: approfittate, davvero, della vostra differenza. Non vergognatevene mai. Siate coraggiose, siate autonome. Ricordatevi sempre della vita che fanno le donne. Io ho 25 anni e sono qui a dirvi che voglio poter scegliere. Voglio poter avere dei figli, e lavorare, voglio poter vedere intorno a me non più corpi femminili disidentificati, ma corpi veri… ma soprattutto, io non voglio andare via da questo Paese. Io voglio restare qui”.

Speriamo che, chi si piazza al governo del Paese, riesca a trattenerla, a esaudire i suoi desideri. A garantire i suoi diritti.

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fonte ilfattoquotidiano.it

DUE QUESTIONI PER IL PD – Al Pd manca lʼacqua. I comitati ricordano a Bersani il plebiscito blu / Caro Bersani, ma per i giovani il merito vale più di un abbraccio

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Al Pd manca lʼacqua. I comitati ricordano a Bersani il plebiscito blu

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di | 8 febbraio 2013

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Trale parole dell’Italia giusta che stanno facendo il giro del paese insieme al Pd in questa campagna elettorale, stampate come carta cielo da presepe alle spalle di Pierluigi Bersani durante i sui discorsi, ne mancano due, un sostantivo e un aggettivo che insieme pesano 27.000.000 di cittadini: “acqua pubblica”.

Dopo qualche imbarazzato tentativo di dialogo, il rapporto tra il Pd e il popolo referendario non è mai stato di convergenza: a dir poco timido durante la campagna per il sì all’acqua pubblica e senza profitti, subito dopo il “plebiscito blu”, Pierluigi Bersani aveva però prontamente esaltato in conferenza stampa lʼeccezionale risultato in termini di partecipazione popolare e assunto come responsabilità un nuovo piano nazionale di gestione del ciclo dellʼacqua, salvo poi palesare che la sua idea di “nuovo piano” era contenuta in una proposta di legge che, in sostanza, ben lungi dallo sbarrare la strada alle privatizzazioni, poco aveva di innovativo, limitandosi a riproporre un contesto analogo a quello vigente prima del decreto Ronchi.

Presentata il 16 novembre 2010, la proposta di legge non aveva visto – se non i maniera sbrigativa, superficiale e rigorosamente post stesura – il confronto con cittadini e comitati: elogio della partecipazione. Quanto al modello di gestione, si prevedeva non il ritorno ad enti pubblici ma esclusivamente la forma della S.p.A., tra lʼaltro, a partecipazione mista pubblica-privata, a totale capitale pubblico o anche interamente privato: il cavallo di troia che aveva spianato la strada all’ingresso dei privati nella gestione dei servizi essenziali. La remunerazione del capitale investito cambiava semplicemente nome e diventava “remunerazione dellʼattività industriale”. Apoteosi del contraddire sé stessi, all’art. 2 si leggeva prima che “lʼacqua è un bene comune dellʼumanità” e poi, appena 7 righe più in basso, che “lʼacqua è un bene di rilevanza economica”.

Sintetizzate le posizioni fin qui tenute dal Pd rispetto alle forme di gestione del servizio idrico integrato, a colpire non è tanto il fatto che, in poco più di un anno e mezzo, siano scomparsi dall’agenda politica i temi dei referendum – che comunque poco vi erano entrati anche prima – quanto il notare che scomparsa è anche lʼattenzione alla grande partecipazione popolare che questi avevano stimolato. A pochi giorni dalle elezioni, nessuno ha messo in campo la più scontata delle operazioni mediatiche: ritirare in ballo il voto del giugno 2011 ammiccando a 27.000.000 di cittadini; lʼacqua pubblica non si è vista riconoscere nemmeno il grado di promessa da campagna elettorale. Sarà che le promesse, al di là dellʼessere o meno mantenute, creano comunque dibattito, informazione e, quindi, fanno ricordare. Si vuole invece smarrita lʼonda dʼurto di 27.000.000 di sì ai quali si deve lʼaffermazione di una realtà non più confutabile: non si può collocare la democrazia da un lato e la sovranità popolare dall’altro; la sovranità popolare è la democrazia.

Vi è poi un’altra e più complessa motivazione su cui occorre ragionare.

Giovanni Gorno Temprini, amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, afferma in una intervista pubblicata su Affari e Finanza del 21 gennaio 2013, che il Fondo strategico italiano «potrebbe sostenere lo sviluppo del settore idrico». Nato con la legge n. 75/2011, al cui art. 7 si prevede che Cassa depositi e prestiti S.p.A. «può (…) assumere partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale (…) anche attraverso veicoli societari o fondi di investimento partecipati da (…) società private», il Fondo strategico italiano, sulla base del d.m. 8 maggio 2011, ha tra le principali possibilità di investimento imprese che operino nel settore dei pubblici servizi. Detto fatto: entrando nel capitale sociale di Hera S.p.A., multiutility dellʼEmilia Romagna, il Fsi ne permette la fusione con Aps-Acegas operante in Veneto e Friuli. Con questa operazione Cassa depositi e prestiti, partecipata al 30% da fondazioni bancarie e detentrice del 90% del Fsi, ha investito nella fusione 100 milioni di euro, acquisendo il 6% del capitale sociale della nuova società. La fusione ha avuto comunque bisogno dellʼapprovazione dei consigli comunali interessati: particolare il caso di Bologna dove il Partito democratico ha dovuto chiedere il sostegno dellʼopposizione di centro destra con il voto decisivo di Stefano Aldrovandi, ex amministratore delegato di Hera S.p.A. al quale si deve la quotazione in borsa della società. Tra gli amministratori delegati di Cdp cʼè tutt’ora il ministro dellʼeconomia e delle finanze, Vittorio Grilli, di cui note sono le vicende relative alle intercettazioni delle conversazioni con il banchiere Massimo Ponzellini affinché questʼultimo intercedesse presso Bersani per ottenerne la non ostilità nella campagna per la presidenza della Banca dʼItalia, mentre tra le fondazioni bancarie che possiedono azioni privilegiate pari al 30% del capitale sociale di Cdp ritroviamo Fondazione Monte Paschi con il 2,57%: una garanzia per una gestione dei servizi pubblici efficiente e trasparente.

Ricapitolando: Cassa depositi e prestiti, prima ente pubblico, diviene Società per azioni il 12 dicembre 2003, in applicazione del d.l. 30 settembre 2003, n. 269; avvenuta la trasformazione, sarà in seguito possibile farvi entrare privati e fondazioni bancarie. Infine, essendo gestiti in S.p.A. anche i servizi pubblici, il Fondo strategico italiano e, quindi, Cassa depositi e prestiti, che ne detiene il 90%, e con questa le fondazioni bancarie che a loro volta detengono il 30% di Cdp, possono investire nel settore del servizio idrico integrato, come accaduto con Hera e Aps-Acegas. Come se non bastasse, poiché in Cdp confluisce il deposito postale di 20.000.000 di cittadini, questi ultimi si troveranno involontariamente complici di operazioni del genere, cioè di quella stessa privatizzazione alla quale il referendum si era opposto; a completare il quadro la fitta rete di legami tra politica, banche e consigli di amministrazione delle S.p.A. che gestiscono i servizi pubblici essenziali.

E allora, tra politica e finanza non è tanto importante capire quale delle due ha invaso l’altra, trattasi più che altro di rapporto scambievole; se però le banche investono nel capitale delle società idriche e instaurano legami con la politica è ovvio che l’applicazione dei referendum sull’acqua non possa essere oggetto nemmeno di promesse elettorali. Il dato ulteriormente confermato dal silenzio sui referendum, allora, è che mai come in questa campagna elettorale la finanza, dopo aver deciso la direzione del paese nel postberlusconismo, si impone prepotentemente anche rispetto ai temi che possono o meno essere oggetto di dibattito.

Per rompere questo silenzio, il forum italiano dei movimenti per l’acqua ha aspettato il segretario del Pd all’uscita della Casa dell’architettura, tappa romana del suo tour elettorale: il tempo di scherzare sullo striscione con la scritta «Pierluigi, non siamo mica qui a fermar l’acqua con le mani», un breve scambio di battute, il segretario chiede informazioni riguardo al nuovo metodo tariffario stabilito dall’Autorità garante per l’energia elettrica e il gas e via, ogni incontro rimandato a dopo le elezioni.

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fonte ilfattoquotidiano.it

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Caro Bersani, ma per i giovani il merito vale più di un abbraccio

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di | 8 febbraio 2013

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La notizia è ormai nota. Durante il convegno del 7 febbraio organizzato dal Pd “Le parole dell’Italia giusta” una giovane precaria si è alzata per denunciare una forma di nepotismo: pare che la figlia di Pietro Ichino sia stata assunta da Mondadori mentre molti altri suoi coetanei sopravvivono nel precariato.

Ciò che ha stupito me e molti altri è  avere letto come il segretario del Pd Bersani si sia avvicinato alla giovane per abbracciarla, in segno parrebbe di solidarietà.

Anni fa tornai in Italia dopo avere vissuto all’estero lavorando per grandi organizzazioni internazionali. Ciò che mi stupii da subito fu il modo disinvolto con cui molte persone che avvicinavo nel lavoro o nel tempo libero, dichiaravano il loro avere ottenuto una posizione di lavoro o una consulenza attraverso “conoscenze”. Il fatto mi lasciava sbalordita perché il mio sistema di riferimento valoriale mi imponeva di  essere orgogliosa per essere riuscita ad ottenere posizioni ambite solo attraverso la mia capacità, insomma avanzare per merito che sta alla base di ogni organizzazione di successo.

L’avere conoscenze pareva essere determinante per avanzare in campo lavorativo e politico, mentre io ricordavo che durante i miei primi anni lavorativi a Milano la preparazione e la determinazione erano doti indispensabili.
Cosa era accaduto mi chiedevo mentre vivevo fuori dall’Italia? e ricordavo la profezia di Sciascia per cui sarebbe stato il Sud ad esportare il familismo al Nord.

Mi stupiva anche l’assenza totale di vergogna, cioè il potere dichiarare in assoluta rilassatezza che quella data consulenza si poteva ottenere perché “mio padre siede in quel consiglio di amministrazione” o “mio zio è docente in quell’università”. Notavo come l’orgoglio per le proprie capacità e meriti fosse stato sostituito dal vanto per le proprie importanti conoscenze: un vezzo barocco e anacronistico, un segno evidente di arretratezza che ci tiene distanti anni luce da altri Paesi.

In questi anni ho verificato come il familismo amorale sia la piaga più devastante del Paese. Non solo perché selezionare  i candidati per conoscenza e non per merito riduce le possibilità di usufruire delle eccellenze presenti nel Paese, ma ancor più perché questa pratica oscena ha reso impotente e depressa più di una generazione. Con dolore immenso ho ascoltato decine di ragazze e ragazzi confidarmi che no, “quella posizione non sarà per me perché hanno preferito il figlio di, il nipote di, la sorella di.”
Contro il nepotismo non ci sono armi di competenza, e gli effetti sono l’esatto contrario dell’empowerment: un depotenziamento che ammazza l’iniziativa e ci rende impotenti. E  come scrivo nel mio libro “Senza Chiedere il Permesso” , la mobilità verso l’alto oggi, non essendo più trainata dalla cultura e dal merito, è tornata a essere sostituita dal sistema di selezione per nascita e per censo e l’unica variante rispetto a qualche decennio fa è che ora chi beneficia di questi privilegi ama talvolta  definirsi “di sinistra”.

Nei quotidiani, nelle redazioni tv, all’interno delle università e fondazioni, e sì anche nelle liste dei candidati al Parlamento i criteri di selezione rispondono solo occasionalmente all’unico criterio che dovrebbe valere: il merito appunto. Concetto talmente inusuale da noi, che quando si domanda perché sia stato scelto quel tal candidato che non ha le caratteristiche adatte a ricoprire una certa posizione le risposte suonano spesso incredibilmente idiote: “Ma però è una brava persona”; “Ma non ha mai fatto niente di male”; fino a “Però se la caverà se si impegna” . Insomma tutte scuse di poco conto che nulla hanno a che fare  con il merito appunto.

E dunque come dobbiamo leggere il gesto di solidarietà che il segretario del Pd ha espresso verso la giovane precaria? Significa che da ora in poi, e dunque già con le prossime elezioni e la moltitudine di nomine che seguiranno, il merito sarà l’unico criterio di selezione?
Caro segretario ce lo garantisce? I ragazzi e le ragazze italiani lo apprezzerebbero ancor più di un abbraccio.

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fonte ilfattoquotidiano.it